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San Calogero, il santo del silenzio che interroga il nostro tempo

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San Calogero

Dalla roccia di Agrigento, una voce antica per l’uomo smarrito del presente

Redazione-  Ci sono terre che sembrano nate per custodire il mistero,la Sicilia è una di queste;terra di luce e di ferite, di mare e di pietra, di partenze e di ritorni, di silenzi antichi e preghiere tramandate sottovoce, terra dove il sole non illumina soltanto, ma scava, entra nelle fenditure della roccia, attraversa i volti, rivela la fatica e la bellezza di un popolo che, nei secoli, ha imparato a resistere senza perdere del tutto la capacità di sperare.
Agrigento, città sospesa tra la memoria degli uomini e l’eternità del cielo, la figura di San Calogero continua a vivere con una forza che non appartiene soltanto alla devozione popolare.
San Calogero è più di un nome venerato, è una domanda
rivolta all’uomo di oggi.
Che cosa resta di noi quando il rumore finisce? Chi siamo quando nessuno ci guarda?
Che cosa abita davvero il nostro cuore quando si spengono gli schermi, quando le parole degli altri tacciono, quando non abbiamo più un’immagine da difendere, un ruolo da interpretare, una reputazione da esibire?
San Calogero, eremita e uomo di Dio, viene da un tempo lontano, eppure possiede una sorprendente contemporaneità, perché il suo deserto assomiglia, più di quanto immaginiamo, al nostro.
Il deserto di ieri era fatto di pietra, solitudine, fame, arsura.
Il nostro deserto è diverso, è affollato,è illuminato, è connesso, è pieno di voci e forse proprio per questo è ancora più difficile riconoscerlo.
Viviamo nell’epoca della comunicazione permanente e dell’ascolto sempre più raro. Abbiamo strumenti capaci di raggiungere in pochi istanti l’altra parte del mondo, eppure spesso non riusciamo a raggiungere il cuore della persona seduta accanto a noi.
Sappiamo tutto degli altri e conosciamo sempre meno noi stessi. Mostriamo fotografie di felicità mentre custodiamo stanze interiori nelle quali non entra nessuno. Costruiamo profili, immagini, narrazioni, identità digitali. Cerchiamo approvazione, temiamo il giudizio, contiamo consensi, visualizzazioni, reazioni e lentamente rischiamo di dimenticare che il valore di una vita non può essere misurato dallo sguardo mutevole della folla. San Calogero ci conduce altrove, ci porta nella nudità dell’essenziale. L’eremita non fugge necessariamente dagli uomini. Talvolta si allontana dal rumore per imparare ad amarli meglio. Questa è una verità spirituale profonda.
Il silenzio cristiano non è assenza, è attesa, non è mutismo, è ascolto, non è chiusura, è spazio consegnato a Dio. Nel silenzio cadono molte maschere e quando cadono le maschere, comincia la verità.
Forse è proprio la verità ciò che più ci spaventa, perché la verità ci mette davanti alle nostre fragilità, ci ricorda le parole che non avremmo dovuto pronunciare. Le persone che abbiamo ferito, le occasioni in cui abbiamo preferito giudicare invece di comprendere, le volte in cui abbiamo scelto l’orgoglio al posto dell’abbraccio.
Ci sono ferite che nessuna fotografia mostra, ci sono dolori che non producono rumore,
persone che continuano a vivere, lavorare, sorridere, occuparsi degli altri, mentre dentro attraversano una notte che nessuno conosce. E Dio?
Dov’è Dio in tutto questo?
È la domanda antica dell’uomo,
è la domanda di Giobbe,
è la domanda dei Salmi, è
la domanda che attraversa gli ospedali, le case segnate dalla malattia, le famiglie divise, le stanze di chi ha perso qualcuno, le notti di chi non riesce più a immaginare il domani.
Dov’è Dio? San Calogero non ci consegna una risposta facile.
I santi autentici non distribuiscono formule ci insegnano una presenza.
Dio non elimina magicamente ogni deserto, ma entra nel deserto. Non impedisce ogni notte, ma accende una luce dentro la notte.
Non cancella sempre la ferita, ma impedisce alla ferita di diventare l’ultima parola.
La fede cristiana non è una promessa di immunità dal dolore, se così fosse, la Croce sarebbe incomprensibile.
La fede è la certezza che nessun dolore attraversato nell’amore è definitivamente perduto. San Calogero ci ricorda proprio questo, anche la roccia può diventare altare, la solitudine può diventare incontro, una vita nascosta può generare luce per intere generazioni, ed è qui che la sua figura diventa profondamente vicina ai tempi che viviamo.
Viviamo giorni segnati dalla guerra. Vediamo popoli spezzati, bambini sotto le macerie, madri senza più lacrime, uomini costretti ad abbandonare la propria terra.
Viviamo il dramma delle migrazioni e troppo spesso trasformiamo esseri umani in numeri. Viviamo la violenza nelle famiglie, il bullismo,
l’umiliazione pubblica.
La solitudine degli adolescenti,
l’abbandono degli anziani,
la disperazione nascosta dietro vite apparentemente normali.
Viviamo una stagione nella quale la parola può diventare pietra. Un commento può ferire.
Una fotografia può essere usata per umiliare. Un errore può essere trasformato in una condanna senza fine.
Una persona può essere ridotta per sempre al giorno peggiore della propria vita e allora la testimonianza di San Calogero ci obbliga a porci una domanda scomoda: che cosa abbiamo fatto della misericordia?
Abbiamo costruito una società velocissima nel giudicare e lentissima nel comprendere.
Sappiamo condannare prima di conoscere, etichettare prima di ascoltare, allontanare prima di curare e qualche volta anche noi cristiani rischiamo di dimenticare che il Vangelo non ci è stato consegnato per costruire tribunali morali, ma per diventare testimoni della Grazia. Cristo non ha chiesto alla donna ferita di presentare un curriculum di perfezione.
Non ha domandato al lebbroso se meritasse di essere toccato.
Non ha chiesto al cieco di giustificare la propria notte.
Non ha chiesto al ladrone sulla croce di dimostrare una vita irreprensibile.
Cristo ha incontrato, ha guardato, ha ascoltato,ha toccato, ha perdonato.
La misericordia cristiana non è debolezza, è una delle forme più alte della verità, perché soltanto chi è forte sa chinarsi senza sentirsi diminuito.
Soltanto chi ama davvero sa distinguere l’errore dalla persona. Soltanto chi ha incontrato la propria fragilità smette di usare la fragilità altrui come una pietra. San Calogero, uomo della solitudine abitata, sembra ricordarci che prima di parlare dobbiamo ascoltare.
Prima di giudicare dobbiamo conoscere, prima di condannare dobbiamo ricordare che anche noi viviamo di misericordia e forse questo messaggio riguarda profondamente anche la Chiesa del nostro tempo.
Una Chiesa che non può limitarsi a custodire porte, deve aprirle, una Chiesa che non può parlare soltanto a chi è già dentro, deve cercare chi si è perduto. Una Chiesa che non può avere paura delle ferite dell’uomo contemporaneo.
Deve avvicinarsi, deve essere madre,casa,rifugio,pane, ascolto.
Perché una Chiesa che non sa piangere con chi piange rischia di pronunciare parole teologicamente corrette e umanamente lontane e il Vangelo non è mai lontano.
Il Vangelo ha mani,
ha occhi, ha polvere sui sandali,
ha fame, ha sete, ha compassione.
La spiritualità di San Calogero ci riporta proprio a questa concretezza. Dalla roccia di Agrigento, la sua memoria sembra attraversare i secoli e dirci che non esiste autentica contemplazione senza compassione. Chi guarda Dio più profondamente impara a guardare l’uomo con maggiore misericordia.

Chi prega davvero non diventa più duro, diventa più umano, chi incontra Cristo non si sente superiore, si sente responsabile, del fratello.

Responsabile della parola che pronuncia.
Responsabile del dolore che potrebbe alleviare.
Responsabile della solitudine che potrebbe interrompere.
Responsabile della speranza che potrebbe riaccendere.
In questa nostra epoca stanca, forse abbiamo bisogno proprio di questo, meno rumore e più presenza, meno giudizio e più discernimento, meno esibizione e più verità, meno parole gridate e più parole capaci di curare.
Abbiamo bisogno di persone che sappiano restare, perché oggi molti sanno arrivare e
pochi sanno restare,
soprattutto accanto a chi soffre. Restare quando una relazione attraversa la notte.
Restare vicino a un giovane che non riesce più a credere in se stesso. Restare accanto a un anziano che ripete le stesse parole. Restare vicino a chi ha sbagliato e sta cercando faticosamente di ricominciare.
Restare senza pretendere di risolvere tutto. A volte la forma più alta dell’amore è semplicemente non andarsene.
San Calogero ha abitato il silenzio e forse oggi ci insegna che anche noi dobbiamo imparare ad abitare.
Abitare il nostro cuore.
Abitare le relazioni. Abitare la fede. Abitare il dolore senza trasformarlo in disperazione.
Abitare la speranza senza ridurla a illusione.
Agrigento, con la sua luce antica, continua a custodire questa memoria. La roccia rimane, il mare continua il suo respiro. Le generazioni passano, cambiano le lingue, le abitudini, le paure, ma il cuore dell’uomo continua a cercare ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: essere amato, essere riconosciuto, essere perdonato, sapere che la propria vita possiede un senso.
Ed è forse qui che San Calogero diventa nostro contemporaneo.
Nel ricordarci che non siamo soltanto ciò che produciamo.
Non siamo soltanto i nostri successi. Non siamo soltanto i nostri fallimenti. Non siamo la somma dei giudizi ricevuti.
Non siamo l’errore che abbiamo commesso. Siamo creature chiamate per nome.
Siamo fragilità visitate dalla Grazia. Siamo polvere nella quale Dio continua ostinatamente a seminare eternità, per questo, oggi, vorrei affidare a San Calogero una preghiera.
San Calogero, uomo della roccia e del silenzio,
insegnaci a ritrovare ciò che abbiamo perduto.
Restituisci profondità alle nostre parole,
verità ai nostri incontri,
misericordia ai nostri giudizi.
Proteggi chi attraversa la solitudine.
Resta accanto a chi non riesce più a pregare.
Visita le case dove è entrata la malattia.
Consola le madri che piangono in silenzio.
Custodisci i giovani smarriti in un mondo che chiede loro di apparire prima ancora di insegnare loro ad essere.
Accompagna gli anziani dimenticati.
Difendi chi è umiliato.
Rialza chi è caduto.
Ricorda alla Chiesa che ogni porta chiusa può diventare una ferita e ogni mano tesa può diventare Vangelo.
E a noi, uomini e donne di questo tempo inquieto, insegna il coraggio del silenzio.
Perché nel silenzio possiamo finalmente ascoltare.
Nell’ascolto possiamo comprendere.
Nella comprensione possiamo smettere di giudicare.
E nella misericordia possiamo tornare a riconoscerci fratelli.
Forse è questo il messaggio più urgente che San Calogero consegna al nostro tempo:
non abbiamo bisogno di diventare più visibili.
Abbiamo bisogno di diventare più veri.
Non abbiamo bisogno di gridare più forte.
Abbiamo bisogno di ascoltare più profondamente.
Non abbiamo bisogno di costruire altri muri.
Abbiamo bisogno di riconoscere, nel volto dell’altro, una parte del nostro stesso destino.

Perché alla fine, quando ogni rumore sarà cessato, quando ogni immagine sarà scomparsa, quando i titoli, i ruoli e le apparenze non avranno più alcun peso, resterà una sola domanda:

quanto amore siamo stati capaci di lasciare dietro di noi?

San Calogero, eremita di Agrigento, uomo del silenzio e cercatore dell’Assoluto, ci aiuti a non sprecare questa vita.
Ci insegni a trasformare la roccia in altare.
La solitudine in preghiera.
La ferita in compassione.
Il silenzio in ascolto e il nostro breve passaggio sulla terra in una traccia di misericordia.

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Attualità

Ultim’ora Vaticano, Papa Leone annuncia l’operazione: “Ho un nodulo al polmone, mi ricovero al Gemelli”

Ultim’ora dal Vaticano: Papa Leone XIV ha annunciato a sorpresa durante l’Angelus che nei prossimi giorni sarà sottoposto a un intervento chirurgico per rimuovere un nodulo circoscritto al polmone, individuato in fase precoce durante alcuni controlli di routine. Il portavoce della Santa Sede Matteo Bruni ha confermato che l’operazione si terrà nei primi giorni della prossima settimana al Policlinico Gemelli di Roma, con un ricovero previsto di circa sette giorni. Il mondo cattolico si stringe in preghiera attorno al Pontefice per una pronta guarigione.

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Papa Leone XIV

Città del Vaticano – Un annuncio inaspettato, pronunciato con voce serena ma capace di far calare un silenzio carico di apprensione e preghiera tra le decine di migliaia di fedeli radunati sotto il colonnato del Bernini. Al termine della tradizionale preghiera mariana dell’Angelus di questa mattina, domenica 11 ottobre 2026, Papa Leone XIV ha voluto condividere personalmente con il popolo cristiano e con il mondo intero una notizia delicatissima riguardante il proprio stato di salute. Affacciandosi dalla consueta finestra dello studio privato nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Pontefice ha rivelato di dover affrontare un intervento chirurgico nei primissimi giorni della prossima settimana per l’asportazione di un nodulo polmonare individuato nel corso di recenti controlli medici di routine. Una comunicazione diretta, trasparente e priva di allarmismi, che testimonia ancora una volta la volontà del Santo Padre di non nascondere le proprie umane fragilità al popolo di Dio.

Le parole del Pontefice alla finestra dell’Angelus

Il messaggio del Papa è arrivato come un fulmine a ciel sereno subito dopo la consueta catechesi domenicale. Con la consueta franchezza e con tono rassicurante, Leone XIV ha spiegato l’origine del percorso clinico: «Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato fortunatamente in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo con fiducia i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato nei prossimi giorni», ha dichiarato il Pontefice, raccogliendo un caloroso e commosso applauso spontaneo da parte dei pellegrini presenti in Piazza San Pietro.

La nota ufficiale della Sala Stampa Vaticana e il ricovero al Gemelli

A pochi minuti dalla dichiarazione del Santo Padre, sono giunte le precisazioni ufficiali da parte della Santa Sede per chiarire il quadro logistico e ospedaliero dell’operazione. Rispondendo alle incalzanti domande dei vaticanisti accreditati, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha diramato una nota esplicativa: «In risposta alle domande dei giornalisti, posso precisare che l’intervento è previsto per i primi giorni della prossima settimana e che il tempo previsto per il ricovero post operatorio è di circa una settimana». L’intervento chirurgico, secondo quanto confermato dalle autorità sanitarie d’Oltretevere, sarà effettuato presso il Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, lo storico nosocomio capitolino da sempre ribattezzato “il Vaticano Tre” per aver storicamente accolto i precedenti Pontefici nei momenti di malattia e degenza ospedaliera.

La diagnosi precoce e la catena di preghiera nel mondo

Dalle prime indicazioni filtrate dall’equipe medica che segue costantemente la salute del Papa, il dato più confortante risiede nella precocità dell’individuazione. Il nodulo polmonare, di natura circoscritta e non estesa, è stato intercettato durante esami diagnostici preventivi, consentendo agli specialisti di pianificare una procedura di resezione chirurgica mirata e a basso impatto invasivo. La decisione di operare tempestivamente risponde al principio di massima prudenza per evitare complicazioni future e consentire una rapida ripresa delle fitte attività pastorali del pontificato. Nelle diocesi di tutto il mondo, a partire dalla Chiesa italiana, si stanno già organizzando veglie di preghiera e momenti di raccoglimento spirituale per accompagnare il Santo Padre verso l’ingresso in sala operatoria, mentre giungono i messaggi di affetto e solidarietà da parte dei leader internazionali e delle massime cariche dello Stato italiano.

Il calendario degli impegni papali per la settimana

In conseguenza dell’imminente ricovero al Policlinico Gemelli, la Prefettura della Casa Pontificia ha provveduto a rimodulare il calendario delle udienze e delle celebrazioni pubbliche previste per i prossimi sette giorni. Salvo diverse indicazioni dell’equipe medica, l’Udienza Generale del mercoledì in Piazza San Pietro sarà temporaneamente sospesa, così come gli incontri bilaterali con delegazioni estere. Il Vaticano ha garantito che verranno diramati bollettini medici quotidiani a firma della direzione sanitaria del Gemelli per informare costantemente l’opinione pubblica sul decorso post-operatorio del Pontefice. L’intera cristianità si stringe attorno a Papa Leone XIV, confidando in una pronta e completa guarigione.

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Attualità

Gaza, la storica Anna Foa a “L’Elefante”: “Ho accettato la parola genocidio davanti alla carestia indotta”

La celebre storica Anna Foa, ospite di Peter Gomez a “L’Elefante” su Rai 3, ha spiegato le ragioni del suo cambiamento di visione sul conflitto in Medio Oriente: “Ho esitato a lungo, ma ho accettato la parola genocidio di fronte alla carestia indotta e ai camion di aiuti bloccati alla frontiera mentre i bambini morivano di fame”. La studiosa ha condannato la barbarie del 7 ottobre ma ha ammonito contro l’uso del trauma per giustificare la distruzione di Gaza e le politiche del governo Netanyahu, analizzando la dolorosa crisi di coscienza che attraversa la società israeliana.

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Elefante Rai3

Roma – La riflessione storiografica ed etica irrompe nel dibattito televisivo con la forza inappellabile delle parole pesate con rigore e tormento interiore. Ospite della puntata de L’Elefante, la trasmissione di approfondimento giornalistico condotta da Peter Gomez su Rai 3 e RaiPlay, la professoressa Anna Foa, una delle più autorevoli e rispettate storiche dell’ebraismo e dell’età moderna a livello internazionale, ha rilasciato una testimonianza di straordinaria rilevanza morale in merito alla tragedia che sta consumando la Striscia di Gaza. Con l’onestà intellettuale che da sempre contraddistingue il suo percorso accademico, la studiosa ha spiegato come e perché sia giunta a superare le proprie iniziali reticenze lessicali, arrivando a definire ciò che sta accadendo ai civili palestinesi con un termine che per decenni è stato considerato il tabù assoluto del diritto e della memoria: «Ho esitato a lungo prima di usare la parola genocidio, ma mi sono convinta di fronte alla carestia indotta a Gaza. Vedere i rifornimenti umanitari fermi alla frontiera mentre bambini, donne e civili morivano letteralmente di fame mi ha mostrato la piena volontarietà di quanto stava accadendo».

Il trauma del 7 ottobre e il rifiuto di una giustificazione

Nel corso del suo lucido confronto con Peter Gomez, Anna Foa ha tracciato una linea di demarcazione netta tra il riconoscimento del dolore e la sua strumentalizzazione politica e militare. La storica non ha esitato a condannare con la massima fermezza i massacri perpetrati da Hamas: «Il 7 ottobre è stata una cosa terribile, un atto inflitto in modo barbaro e sanguinoso proprio con il preciso scopo di creare un trauma collettivo insanabile». Tuttavia, la studiosa ha lanciato un severissimo monito contro l’uso asimmetrico di quella ferita: «Oggi si rischia concretamente che quel trauma venga cinicamente utilizzato per giustificare decine di migliaia di morti a Gaza, la cacciata sistematica dei palestinesi dalla Cisgiordania e le continue guerre che il governo Netanyahu cerca costantemente di alimentare per la propria sopravvivenza».

Le pesanti responsabilità politiche di Benjamin Netanyahu

Sollecitata sulle dinamiche che hanno preceduto il collasso della sicurezza dello Stato ebraico, Anna Foa ha puntato direttamente il dito contro i vertici dell’esecutivo di Tel Aviv e, in particolare, contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. La storica ha osservato come il premier «non prestò sufficiente attenzione a Gaza» nei mesi antecedenti all’attacco, preferendo concentrare le risorse e l’esercito a protezione delle colonie in Cisgiordania. Esistevano segnali d’allarme, allarmi dell’intelligence e dossier dettagliati che il governo «non volle o non seppe cogliere per colpevole cecità strategica». Foa ha inoltre voluto ricordare al pubblico italiano come all’interno della stessa società israeliana, fin dai mesi immediatamente successivi alla tragedia, si siano levate con forza le voci dei cittadini e dei familiari degli ostaggi per chiedere l’istituzione di commissioni d’inchiesta indipendenti capaci di far piena luce sulle gravissime falle dell’apparato difensivo e sui ritardi ingiustificabili nelle operazioni di soccorso.

Il tabù della Shoah e il dramma dell’esercito di popolo

Il passaggio più intimo e lacerante dell’intervento di Anna Foa ha riguardato le profonde resistenze psicologiche e culturali che il termine “genocidio” continua a incontrare nel dibattito interno a Israele. «Per gli israeliani la parola genocidio richiama inevitabilmente e unicamente la Shoah, l’orrore delle camere a gas e lo sterminio sistematico del popolo ebraico in Europa. Nessuno studioso serio sta minimamente paragonando i campi di sterminio nazisti a ciò che è accaduto e accade a Gaza, ma questa sovrapposizione emotiva e storica rende ancora più difficile, doloroso e respingente affrontare il tema della responsabilità sul campo». A rendere il confronto pubblico ancora più divisivo è la natura stessa delle forze armate di Tel Aviv: «In Israele c’è una fortissima identificazione con le IDF, percepite storicamente come un vero e proprio “esercito di popolo”. Oggi moltissime famiglie si trovano di fronte all’atroce difficoltà morale di dover conciliare le devastazioni e i crimini commessi a Gaza con la consapevolezza che i propri figli, fratelli o mariti hanno prestato o prestano servizio militare in quelle stesse unità operative». Un cortocircuito etico che segnerà per generazioni la coscienza del Paese.

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Ucraina, Caracciolo a “L’Elefante”: “Putin e Trump cercano il compromesso, il prezzo è la testa di Zelensky”

Durissima analisi geopolitica di Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ospite di Peter Gomez a “L’Elefante” su Rai 3. L’esperto ha rivelato che Donald Trump e Vladimir Putin starebbero convergendo verso un compromesso per porre fine alla guerra in Ucraina, ponendo come condizione preliminare la sostituzione del presidente Volodymyr Zelensky con una leadership più malleabile. Caracciolo ha inoltre lanciato un drammatico allarme sulla catastrofe demografica del Paese e ha denunciato l’indifferenza dell’Occidente di fronte al massacro in corso a Gaza.

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Gomez Elefante

Roma – Un’analisi lucida, spietata e priva di qualsiasi filtro retorico quella tracciata dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, intervenuto nel corso della puntata serale de L’Elefante, il format di approfondimento condotto da Peter Gomez su Rai 3 e RaiPlay. Al centro del dibattito televisivo, le prospettive reali e sotterranee del conflitto bellico che da anni insanguina l’Europa orientale. Secondo il massimo esperto italiano di geopolitica, le diplomazie delle due superpotenze mondiali starebbero muovendo pedine decisive per giungere a una svolta negoziale, ma i termini di questa trattativa rischiano di travolgere violentemente gli attuali vertici di Kiev. «Siamo all’inizio di una partita. Non è successo ancora nulla di decisivo, ma la tendenza tra americani e russi è quella di trovare un compromesso. E la condizione preliminare, sulla quale Putin e Trump sembrano convergere, è fare fuori Zelensky e sostituirlo con una leadership più morbida», ha sentenziato Caracciolo, delineando uno scenario diplomatico destinato a far discutere le cancellerie internazionali.

Il patto sul gasolio e il destino del presidente ucraino

Nel corso del suo articolato intervento, il direttore della prestigiosa rivista geopolitica ha collegato le recenti intese economiche alle dinamiche militari sul terreno. Caracciolo ha infatti sostenuto senza mezzi termini che il recente e discusso accordo internazionale sul gasolio rappresenterebbe a tutti gli effetti «il prezzo pagato da Putin per ottenere la testa di Zelensky». Un’affermazione pesantissima, che mette a nudo la natura transazionale delle relazioni tra grandi potenze. Mentre a Washington si continua a utilizzare questa leva commerciale ed energetica nel braccio di ferro con Mosca, la situazione interna ucraina precipita in una spirale di drammatica sofferenza: «Tante persone continuano a morire ogni giorno», ha ricordato Caracciolo, sottolineando il divario incolmabile tra le ciniche manovre della diplomazia globale e il tributo di sangue pagato dalla popolazione civile al fronte e nelle città bombardate.

La tragedia demografica: “In Ucraina ci sono sempre meno ucraini”

Il punto più cupo e realistico dell’analisi si è concentrato sul futuro a lungo termine del Paese aggredito. Caracciolo ha definito letteralmente «spettrale» il dibattito che continua a consumarsi nei salotti e nei parlamenti occidentali in merito all’invio di forniture militari. Secondo l’analista, la politica europea e atlantica si ostina a ignorare l’elefante nella stanza: la distruzione del tessuto umano della nazione. «La tragedia vera è che in Ucraina ci sono sempre meno ucraini. Quando guardiamo alle cose serie, cioè alla ricostruzione del Paese, dobbiamo sapere che oggi ce ne sono molto meno rispetto a prima della guerra. E ogni giorno che passa ce ne sono di meno». Tra i milioni di profughi fuggiti all’estero che difficilmente faranno ritorno, il crollo verticale della natalità e le decine di migliaia di giovani caduti in trincea, il vero rischio esistenziale per l’Ucraina non è soltanto la perdita di porzioni territoriali, ma la progressiva scomparsa della sua forza demografica vitale.

Il dramma di Gaza e l’ipocrisia dell’Occidente

Ampio spazio è stato dedicato anche al Medio Oriente, partendo dalla notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace alla sudafricana Navanethem Pillay, autorevole giudice della Corte penale internazionale. Caracciolo ha colto l’occasione per denunciare l’assuefazione e la colpevole distrazione dell’opinione pubblica occidentale: «Si riparla finalmente di Gaza. Tutto quanto è successo negli ultimi mesi a livello mediatico è servito purtroppo a coprire una guerra che continua senza sosta, un genocidio che continua sotto i nostri occhi. Anche noi siamo storicamente responsabili perché abbiamo perso di vista una tragedia umanitaria che non accenna a fermarsi».

Piazze pro-Palestina e la crisi della sinistra tradizionale

Infine, commentando le imponenti mobilitazioni popolari scese in piazza in tutta Europa a sostegno della causa palestinese, il direttore di Limes ha offerto una lettura sociologica originale e spiazzante. «I palestinesi sono diventati un punto di riferimento simbolico per molti di coloro che non ne possono più di tante cose, di un sistema percepito come ingiusto», ha osservato Caracciolo. Tuttavia, l’analista ha voluto chiarire una distinzione fondamentale: «Quelle piazze non possono essere semplicisticamente definite di sinistra, per il banale motivo che la sinistra tradizionale occidentale non si occupa più da tempo delle questioni sociali reali». Allargando lo sguardo agli equilibri interni statunitensi, Caracciolo ha concluso evidenziando come la presidenza Trump abbia paradossalmente scardinato antichi tabù culturali, tanto che oggi «negli Stati Uniti la parola socialista non è più considerata una bestemmia o una parolaccia», aprendo spazi inediti per il dibattito pubblico americano.

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