Attualità
San Calogero, il santo del silenzio che interroga il nostro tempo
Dalla roccia di Agrigento, una voce antica per l’uomo smarrito del presente
Redazione- Ci sono terre che sembrano nate per custodire il mistero,la Sicilia è una di queste;terra di luce e di ferite, di mare e di pietra, di partenze e di ritorni, di silenzi antichi e preghiere tramandate sottovoce, terra dove il sole non illumina soltanto, ma scava, entra nelle fenditure della roccia, attraversa i volti, rivela la fatica e la bellezza di un popolo che, nei secoli, ha imparato a resistere senza perdere del tutto la capacità di sperare.
Agrigento, città sospesa tra la memoria degli uomini e l’eternità del cielo, la figura di San Calogero continua a vivere con una forza che non appartiene soltanto alla devozione popolare.
San Calogero è più di un nome venerato, è una domanda
rivolta all’uomo di oggi.
Che cosa resta di noi quando il rumore finisce? Chi siamo quando nessuno ci guarda?
Che cosa abita davvero il nostro cuore quando si spengono gli schermi, quando le parole degli altri tacciono, quando non abbiamo più un’immagine da difendere, un ruolo da interpretare, una reputazione da esibire?
San Calogero, eremita e uomo di Dio, viene da un tempo lontano, eppure possiede una sorprendente contemporaneità, perché il suo deserto assomiglia, più di quanto immaginiamo, al nostro.
Il deserto di ieri era fatto di pietra, solitudine, fame, arsura.
Il nostro deserto è diverso, è affollato,è illuminato, è connesso, è pieno di voci e forse proprio per questo è ancora più difficile riconoscerlo.
Viviamo nell’epoca della comunicazione permanente e dell’ascolto sempre più raro. Abbiamo strumenti capaci di raggiungere in pochi istanti l’altra parte del mondo, eppure spesso non riusciamo a raggiungere il cuore della persona seduta accanto a noi.
Sappiamo tutto degli altri e conosciamo sempre meno noi stessi. Mostriamo fotografie di felicità mentre custodiamo stanze interiori nelle quali non entra nessuno. Costruiamo profili, immagini, narrazioni, identità digitali. Cerchiamo approvazione, temiamo il giudizio, contiamo consensi, visualizzazioni, reazioni e lentamente rischiamo di dimenticare che il valore di una vita non può essere misurato dallo sguardo mutevole della folla. San Calogero ci conduce altrove, ci porta nella nudità dell’essenziale. L’eremita non fugge necessariamente dagli uomini. Talvolta si allontana dal rumore per imparare ad amarli meglio. Questa è una verità spirituale profonda.
Il silenzio cristiano non è assenza, è attesa, non è mutismo, è ascolto, non è chiusura, è spazio consegnato a Dio. Nel silenzio cadono molte maschere e quando cadono le maschere, comincia la verità.
Forse è proprio la verità ciò che più ci spaventa, perché la verità ci mette davanti alle nostre fragilità, ci ricorda le parole che non avremmo dovuto pronunciare. Le persone che abbiamo ferito, le occasioni in cui abbiamo preferito giudicare invece di comprendere, le volte in cui abbiamo scelto l’orgoglio al posto dell’abbraccio.
Ci sono ferite che nessuna fotografia mostra, ci sono dolori che non producono rumore,
persone che continuano a vivere, lavorare, sorridere, occuparsi degli altri, mentre dentro attraversano una notte che nessuno conosce. E Dio?
Dov’è Dio in tutto questo?
È la domanda antica dell’uomo,
è la domanda di Giobbe,
è la domanda dei Salmi, è
la domanda che attraversa gli ospedali, le case segnate dalla malattia, le famiglie divise, le stanze di chi ha perso qualcuno, le notti di chi non riesce più a immaginare il domani.
Dov’è Dio? San Calogero non ci consegna una risposta facile.
I santi autentici non distribuiscono formule ci insegnano una presenza.
Dio non elimina magicamente ogni deserto, ma entra nel deserto. Non impedisce ogni notte, ma accende una luce dentro la notte.
Non cancella sempre la ferita, ma impedisce alla ferita di diventare l’ultima parola.
La fede cristiana non è una promessa di immunità dal dolore, se così fosse, la Croce sarebbe incomprensibile.
La fede è la certezza che nessun dolore attraversato nell’amore è definitivamente perduto. San Calogero ci ricorda proprio questo, anche la roccia può diventare altare, la solitudine può diventare incontro, una vita nascosta può generare luce per intere generazioni, ed è qui che la sua figura diventa profondamente vicina ai tempi che viviamo.
Viviamo giorni segnati dalla guerra. Vediamo popoli spezzati, bambini sotto le macerie, madri senza più lacrime, uomini costretti ad abbandonare la propria terra.
Viviamo il dramma delle migrazioni e troppo spesso trasformiamo esseri umani in numeri. Viviamo la violenza nelle famiglie, il bullismo,
l’umiliazione pubblica.
La solitudine degli adolescenti,
l’abbandono degli anziani,
la disperazione nascosta dietro vite apparentemente normali.
Viviamo una stagione nella quale la parola può diventare pietra. Un commento può ferire.
Una fotografia può essere usata per umiliare. Un errore può essere trasformato in una condanna senza fine.
Una persona può essere ridotta per sempre al giorno peggiore della propria vita e allora la testimonianza di San Calogero ci obbliga a porci una domanda scomoda: che cosa abbiamo fatto della misericordia?
Abbiamo costruito una società velocissima nel giudicare e lentissima nel comprendere.
Sappiamo condannare prima di conoscere, etichettare prima di ascoltare, allontanare prima di curare e qualche volta anche noi cristiani rischiamo di dimenticare che il Vangelo non ci è stato consegnato per costruire tribunali morali, ma per diventare testimoni della Grazia. Cristo non ha chiesto alla donna ferita di presentare un curriculum di perfezione.
Non ha domandato al lebbroso se meritasse di essere toccato.
Non ha chiesto al cieco di giustificare la propria notte.
Non ha chiesto al ladrone sulla croce di dimostrare una vita irreprensibile.
Cristo ha incontrato, ha guardato, ha ascoltato,ha toccato, ha perdonato.
La misericordia cristiana non è debolezza, è una delle forme più alte della verità, perché soltanto chi è forte sa chinarsi senza sentirsi diminuito.
Soltanto chi ama davvero sa distinguere l’errore dalla persona. Soltanto chi ha incontrato la propria fragilità smette di usare la fragilità altrui come una pietra. San Calogero, uomo della solitudine abitata, sembra ricordarci che prima di parlare dobbiamo ascoltare.
Prima di giudicare dobbiamo conoscere, prima di condannare dobbiamo ricordare che anche noi viviamo di misericordia e forse questo messaggio riguarda profondamente anche la Chiesa del nostro tempo.
Una Chiesa che non può limitarsi a custodire porte, deve aprirle, una Chiesa che non può parlare soltanto a chi è già dentro, deve cercare chi si è perduto. Una Chiesa che non può avere paura delle ferite dell’uomo contemporaneo.
Deve avvicinarsi, deve essere madre,casa,rifugio,pane, ascolto.
Perché una Chiesa che non sa piangere con chi piange rischia di pronunciare parole teologicamente corrette e umanamente lontane e il Vangelo non è mai lontano.
Il Vangelo ha mani,
ha occhi, ha polvere sui sandali,
ha fame, ha sete, ha compassione.
La spiritualità di San Calogero ci riporta proprio a questa concretezza. Dalla roccia di Agrigento, la sua memoria sembra attraversare i secoli e dirci che non esiste autentica contemplazione senza compassione. Chi guarda Dio più profondamente impara a guardare l’uomo con maggiore misericordia.
Chi prega davvero non diventa più duro, diventa più umano, chi incontra Cristo non si sente superiore, si sente responsabile, del fratello.
Responsabile della parola che pronuncia.
Responsabile del dolore che potrebbe alleviare.
Responsabile della solitudine che potrebbe interrompere.
Responsabile della speranza che potrebbe riaccendere.
In questa nostra epoca stanca, forse abbiamo bisogno proprio di questo, meno rumore e più presenza, meno giudizio e più discernimento, meno esibizione e più verità, meno parole gridate e più parole capaci di curare.
Abbiamo bisogno di persone che sappiano restare, perché oggi molti sanno arrivare e
pochi sanno restare,
soprattutto accanto a chi soffre. Restare quando una relazione attraversa la notte.
Restare vicino a un giovane che non riesce più a credere in se stesso. Restare accanto a un anziano che ripete le stesse parole. Restare vicino a chi ha sbagliato e sta cercando faticosamente di ricominciare.
Restare senza pretendere di risolvere tutto. A volte la forma più alta dell’amore è semplicemente non andarsene.
San Calogero ha abitato il silenzio e forse oggi ci insegna che anche noi dobbiamo imparare ad abitare.
Abitare il nostro cuore.
Abitare le relazioni. Abitare la fede. Abitare il dolore senza trasformarlo in disperazione.
Abitare la speranza senza ridurla a illusione.
Agrigento, con la sua luce antica, continua a custodire questa memoria. La roccia rimane, il mare continua il suo respiro. Le generazioni passano, cambiano le lingue, le abitudini, le paure, ma il cuore dell’uomo continua a cercare ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: essere amato, essere riconosciuto, essere perdonato, sapere che la propria vita possiede un senso.
Ed è forse qui che San Calogero diventa nostro contemporaneo.
Nel ricordarci che non siamo soltanto ciò che produciamo.
Non siamo soltanto i nostri successi. Non siamo soltanto i nostri fallimenti. Non siamo la somma dei giudizi ricevuti.
Non siamo l’errore che abbiamo commesso. Siamo creature chiamate per nome.
Siamo fragilità visitate dalla Grazia. Siamo polvere nella quale Dio continua ostinatamente a seminare eternità, per questo, oggi, vorrei affidare a San Calogero una preghiera.
San Calogero, uomo della roccia e del silenzio,
insegnaci a ritrovare ciò che abbiamo perduto.
Restituisci profondità alle nostre parole,
verità ai nostri incontri,
misericordia ai nostri giudizi.
Proteggi chi attraversa la solitudine.
Resta accanto a chi non riesce più a pregare.
Visita le case dove è entrata la malattia.
Consola le madri che piangono in silenzio.
Custodisci i giovani smarriti in un mondo che chiede loro di apparire prima ancora di insegnare loro ad essere.
Accompagna gli anziani dimenticati.
Difendi chi è umiliato.
Rialza chi è caduto.
Ricorda alla Chiesa che ogni porta chiusa può diventare una ferita e ogni mano tesa può diventare Vangelo.
E a noi, uomini e donne di questo tempo inquieto, insegna il coraggio del silenzio.
Perché nel silenzio possiamo finalmente ascoltare.
Nell’ascolto possiamo comprendere.
Nella comprensione possiamo smettere di giudicare.
E nella misericordia possiamo tornare a riconoscerci fratelli.
Forse è questo il messaggio più urgente che San Calogero consegna al nostro tempo:
non abbiamo bisogno di diventare più visibili.
Abbiamo bisogno di diventare più veri.
Non abbiamo bisogno di gridare più forte.
Abbiamo bisogno di ascoltare più profondamente.
Non abbiamo bisogno di costruire altri muri.
Abbiamo bisogno di riconoscere, nel volto dell’altro, una parte del nostro stesso destino.
Perché alla fine, quando ogni rumore sarà cessato, quando ogni immagine sarà scomparsa, quando i titoli, i ruoli e le apparenze non avranno più alcun peso, resterà una sola domanda:
quanto amore siamo stati capaci di lasciare dietro di noi?
San Calogero, eremita di Agrigento, uomo del silenzio e cercatore dell’Assoluto, ci aiuti a non sprecare questa vita.
Ci insegni a trasformare la roccia in altare.
La solitudine in preghiera.
La ferita in compassione.
Il silenzio in ascolto e il nostro breve passaggio sulla terra in una traccia di misericordia.
Politica
Caso Lazio, Sforzini (Rinascimento Nazionale) tuona contro Rocca: «La proprietà privata non si decide con l’applausometro, gravissimo rischio di aggiotaggio»
Il Caso Lazio si infiamma: Luca Sforzini demolisce le ingerenze di Rocca e avverte sul rischio “aggiotaggio” in Borsa! 🦅 💼 Non si placa la bufera sulle dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che aveva “invitato” Claudio Lotito a passare la mano e vendere la S.S. Lazio. A intervenire a gamba tesa è ora Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale), con una lezione magistrale di diritto e libertà d’impresa. “La Lazio NON è una partecipata della Regione, la proprietà privata non si decide con l’applausometro!”, tuona Sforzini. Ma l’allarme più grave riguarda il mercato: essendo la Lazio una società quotata in Borsa, le parole di un governatore regionale possono influenzare gli investitori, innescando addirittura il rischio di “AGGIOTAGGIO”. Un durissimo invito a Rocca a occuparsi delle infrastrutture (come il Flaminio) e a non invadere il campo dei privati. Leggi il comunicato integrale e l’analisi politica nel nostro articolo! 👇 🏛️ Siete d’accordo con le parole di Sforzini? Scrivetelo nei commenti!
Redazione– Il calcio, a Roma, non è mai soltanto un gioco. Spesso si trasforma nell’arena perfetta in cui si consumano scontri politici, si misurano i poteri e si testano i confini delle istituzioni. Ma in queste ore, il dibattito incandescente sul futuro della S.S. Lazio ha superato ampiamente la linea del fallo laterale. Al centro della bufera ci sono le recentissime e pesanti dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale è intervenuto a gamba tesa suggerendo a Claudio Lotito che la sua “stagione” alla guida del club biancoceleste sarebbe di fatto conclusa, invitandolo apertamente a valutare interlocutori interessati a subentrargli. Un’ingerenza pubblica in un affare privato che ha scatenato la reazione durissima e puntuale di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.
Lo scontro istituzionale: quando la politica invade il campo dell’impresa
In un comunicato denso di passione civile e rigore giuridico, Sforzini non fa sconti e riporta la discussione sui binari del diritto: «Con le ultime dichiarazioni di Francesco Rocca è stato superato un limite che riguarda assai meno il calcio di quanto possa sembrare. Il presidente della Regione non si limita più a criticare la “postura” di una società privata, ma arriva addirittura ad affermare che la stagione di Lotito sarebbe conclusa. No. Non funziona così. Non in una società occidentale».
Il presidente di Rinascimento Nazionale chiarisce subito di non voler entrare nelle dispute del tifo laziale o di voler assegnare pagelle sportive alla dirigenza, ma sottolinea l’urgenza di difendere un principio costituzionale sacro: il limite del potere pubblico. «Come Centro Studi esaminiamo dove finisce il potere pubblico e dove cominciano la libertà dell’individuo, dell’impresa e della proprietà. Su questo, il confine va tracciato con il righello».
Il diritto di proprietà: la Lazio non è una “partecipata” della Regione
Il cuore dell’intervento di Sforzini è una difesa a spada tratta della libertà d’impresa. La Lazio, ricorda, non è un ente di Stato. «La Lazio non è una partecipata della Regione, Lotito non è un amministratore nominato da Rocca e il presidente della Regione non è l’assemblea degli azionisti della S.S. Lazio. La proprietà privata non è sottoposta all’applausometro dei tifosi o della politica».
Le regole dell’economia di mercato sono chiare e inossidabili, spiega Sforzini: il proprietario vende solo se vuole, quando vuole e alle condizioni che ritiene di accettare, senza subire pressioni esterne. «Questo si chiama diritto di proprietà. Se domani comparirà un compratore e Lotito riterrà conveniente vendere, sarà il mercato a produrre il passaggio. Se non vorrà farlo, continuerà a esserne il proprietario finché ne avrà titolo. È sorprendente doverlo ricordare nel 2026».
L’allarme gravissimo: il mercato, la Borsa e il rischio di aggiotaggio
Ma c’è un aspetto ancora più delicato e potenzialmente esplosivo che Sforzini porta alla luce: la S.S. Lazio non è una società qualunque, ma è una S.p.A. quotata in Borsa. E in ambito finanziario, le dichiarazioni pubbliche pesano come macigni.
«Quando il presidente di una Regione interviene pubblicamente per sostenere che la stagione del proprietario è conclusa e per prospettare una cessione, le sue parole sono come pietre. Le parole di un’autorità istituzionale possono incidere sulle aspettative e sulle percezioni degli investitori, influenzando il mercato. C’è il rischio aggiotaggio». Un avvertimento durissimo, che rimarca come chi ricopre funzioni pubbliche dovrebbe osservare la massima cautela. Essere quotati significa rispondere alle autorità di vigilanza e agli azionisti, precisa Sforzini, e non significa certo «diventare una società a sovranità limitata sottoposta all’indirizzo del presidente della Regione».
L’appello a Rocca: “Pensi al Flaminio, non allo sconfinamento del potere”
La chiosa finale di Sforzini è un richiamo all’ordine istituzionale. Francesco Rocca ha tutto il diritto di essere un tifoso laziale appassionato e di sognare, nel suo privato, un altro presidente per la propria squadra del cuore. Ma la “disciplina istituzionale” impone di separare i desideri del tifoso dai poteri dell’Istituzione che rappresenta.
«Rocca lavori sul progetto dello stadio Flaminio, sulle infrastrutture e sui servizi della Regione. Non vada oltre: è uno sconfinamento del potere», tuona Sforzini in chiusura. «Ed è precisamente su questo terreno che Rinascimento Nazionale conduce una battaglia culturale che va ben oltre il caso Lazio: lo Stato deve essere forte nelle poche cose che gli competono, e ritirarsi da quelle che non gli competono. Regole chiare e controlli rigorosi, per poi lasciare spazio alla libertà d’impresa e al mercato. Contro ogni sconfinamento del potere, noi staremo sempre dalla parte della libertà».
Attualità
Amatrice, 10 anni dal sisma: il dolore senza fine di una terra ferita. Macerie, burocrazia e l’infinita attesa di una ricostruzione a metà
24 Agosto 2016 – 24 Agosto 2026: 10 anni dal dramma di Amatrice. Tra promesse e burocrazia, il nostro reportage in una terra ancora in attesa di rinascere 🖤 🏚️ Sono passati esattamente dieci anni da quella maledetta notte delle ore 3:36, quando un potentissimo sisma ha spazzato via Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, spezzando 299 vite. Ma a che punto è oggi la ricostruzione? La realtà è amara e stringe il cuore. Mentre a Roma i Governi firmano decreti per la “fine dello stato di emergenza”, nel cratere sismico il tempo sembra essersi fermato. Nel centro di Amatrice c’è solo un’enorme spianata vuota. E nelle frazioni più piccole, come a Capricchia, le macerie sono ancora lì, avvolte dalle erbacce. La ricostruzione non è mai partita e i pochi abitanti rimasti, riuniti in una coraggiosa Pro Loco, sono costretti a combattere perfino contro l’assurdità della burocrazia pur di non far morire il loro paese e far tornare chi aveva perso tutto. Leggi il nostro lungo speciale a cuore aperto dedicato all’Appennino Centrale, per non dimenticare MAI. 🙏 👇
Redazione – Ci sono date che rimangono scolpite nella memoria collettiva di una Nazione come cicatrici indelebili. Il 24 agosto 2016 è una di queste. Alle ore 3:36 di quella drammatica notte, mentre il mondo dormiva, una scossa di terremoto di magnitudo 6.0 ha squarciato il silenzio e devastato per sempre il cuore dell’Appennino Centrale. In manciata di pochissimi e interminabili secondi, interi borghi ricchi di storia e tradizioni sono stati spazzati via, polverizzati come se fossero fatti di sabbia. Il bilancio di quella notte fu apocalittico: 299 vittime innocenti. Amatrice fu il comune che pagò il prezzo di sangue più atroce, con 237 vite spezzate sotto le macerie. Oggi, a esattamente dieci anni di distanza da quel disastro, siamo tornati a viaggiare in quei territori per capire cosa è cambiato. E purtroppo, lo scenario che si è parato davanti ai nostri occhi è fatto ancora di un’infinita, logorante e desolante attesa.
Non fu un solo sisma: la terra spaccata per 70 chilometri
La memoria collettiva ricorda questa enorme tragedia semplicemente come “il terremoto di Amatrice”. Ma la verità scientifica è molto più cruda: quella notte di dieci anni fa fu solo l’innesco di una delle sequenze sismiche più lunghe, complesse e devastanti mai registrate in tutta la storia d’Europa. Fu l’inizio di un catastrofico “effetto domino” che riattivò un intero sistema di faglie sotterranee adiacenti. Nei mesi successivi, l’incubo non smise mai di tormentare i sopravvissuti.
Ci furono migliaia di scosse. Come dimenticare il 26 ottobre, con magnitudo superiore a 5 vicino Visso e Ussita? E soprattutto il mostruoso colpo di grazia del 30 ottobre, con magnitudo 6.5 ed epicentro a Norcia, il terremoto più violento registrato in Italia dopo quello dell’Irpinia del 1980. Tra agosto 2016 e gennaio 2017, la terra tremò con magnitudo sopra il grado 5 per ben sette volte. Alla fine dell’incubo si contarono oltre 124.000 scosse. Le fratture del sottosuolo raggiunsero un’estensione di oltre 70 chilometri, spaccando la terra fino in superficie con voragini profonde 10 chilometri che ancora oggi, in alcuni punti, sono visibili a occhio nudo.
Fine dello stato di emergenza, ma la realtà è desolazione
Oggi si parla tanto di “rinascita”, di progetti e di fondi sbloccati. I primi di agosto il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure con una programmazione burocratica che arriva fino al 2029. Si è stabilito, sulla carta, che il 31 dicembre 2026 segnerà la fine formale dello “stato di emergenza nazionale”, sancendo il passaggio allo “stato di ricostruzione”. Dal 2027 cesseranno le attività residue della Protezione Civile, che verranno trasferite a una nuova struttura commissariale operativa fino al 2029.
Questo è ciò che si legge nei freddi e rassicuranti decreti emessi dal Governo a Roma. Ma la realtà che si respira camminando tra la polvere del cratere sismico è diametralmente opposta. Il centro di Amatrice, oggi, è nient’altro che un’enorme spianata deserta, la famosa “zona rossa” da cui svetta, solitario e malinconico, solo il campanile superstite.
Il caso di Capricchia: frazioni abbandonate tra erbacce e macerie
Basta allontanarsi dal centro nevralgico e addentrarsi nelle frazioni circostanti per trovarsi di fronte a uno scenario agghiacciante, letteralmente congelato a quella maledetta notte del 24 agosto 2016. A Capricchia, una delle 69 storiche frazioni di Amatrice (che oggi conta appena 15 abitanti d’inverno e circa 150 irriducibili d’estate), la ricostruzione è partita solo per tre o quattro abitazioni isolate. Tutto il resto del paese è un cimitero di mattoni. Le macerie sono ancora lì, immobili, avvolte da un’erba sempre più alta e incolta che sembra voler abbracciare pietosamente ciò che resta di case sventrate, abbandonate da un decennio.
La resilienza della gente: “Ci siamo salvati da soli”
In questo abbandono istituzionale, la vera e unica forza motrice è l’amore viscerale della gente per la propria terra. A Capricchia la Pro Loco locale non si è arresa e ha deciso di fare da sola. Nel luglio 2017 ha costruito un piccolo villaggio indipendente, fatto di casette su ruote donate da benefattori. Oggi quel villaggio ospita quello che viene definito “il popolo delle seconde case”, persone che pur non avendo più nulla tornano lì ogni estate per mantenere vivo il respiro del paese.
Le maglie della burocrazia, però, sembrano fatte apposta per complicare le cose: «Alcune casette di emergenza (le SAE) sono ormai vuote, perché le persone anziane sono morte o le famiglie hanno trovato un’altra sistemazione stabile», raccontano i responsabili della Pro Loco. «Abbiamo chiesto di poterle prendere in gestione noi, per metterle in affitto a chi veniva qui solo per l’estate, in modo da ripopolare il paese. Ma il Comune ci ha risposto di no, perché essendo di proprietà della Protezione civile la cosa non è burocraticamente possibile». E così, un villaggio nato nell’emergenza per non far morire la comunità, è diventato l’unico vero punto di riferimento per chi, tra lentezze statali e cantieri inesistenti, continua disperatamente ad amare il proprio paese. A dieci anni dal buio, la luce della rinascita è ancora troppo, troppo lontana.
Economia
Il “miracolo” in Abruzzo contro il caro-vita: il Comune si compra il distributore e vende la benzina e diesel a 20 centesimi in meno!
Benzina a 1,75 e Gasolio a 1,89? In Abruzzo esiste un comune che ha sconfitto il caro-carburanti! ⛽ 🤩 Mentre nel resto d’Italia si sfiorano i 2,20 euro al litro, a Valle Castellana (Teramo) sta succedendo un vero e proprio miracolo! Qualche anno fa, per evitare che l’ultimo benzinaio del paese chiudesse, il Sindaco ha deciso di far comprare il distributore direttamente al Comune. Il risultato? L’amministrazione oggi vende i carburanti praticamente al prezzo di costo, facendo risparmiare fino a 20 centesimi al litro agli automobilisti! È stata ribattezzata la “benzina del sindaco” ed è diventata un punto di riferimento per pendolari e turisti, facendo peraltro incassare al Comune ben 500.000 euro da reinvestire in servizi! Un esempio pazzesco e virtuoso che dovrebbe essere copiato in tutta Italia. Leggi la storia completa nel nostro articolo e tagga il sindaco della tua città nei commenti! 👇 👏
Redazione – Mentre in tutta Italia gli automobilisti stringono i denti e mettono mano al portafogli, svenati da distributori autostradali che espongono prezzi da capogiro (con il gasolio che ha ormai sfondato la drammatica soglia dei 2,20 euro al litro), c’è un piccolo e virtuoso angolo d’Italia dove si respira un’aria completamente diversa. Stiamo parlando di Valle Castellana, un affascinante comune incastonato nella provincia di Teramo, nel cuore verde dell’Abruzzo. Qui è in corso un esperimento amministrativo senza precedenti che sta letteralmente “facendo scuola” in tutto il Paese, dimostrando che combattere il caro-carburanti non solo è possibile, ma può persino arricchire le casse cittadine.
L’idea geniale: quando il Comune diventa “benzinaio”
Per capire questo piccolo miracolo economico bisogna fare un salto indietro nel tempo. Qualche anno fa, l’unica e ultima stazione di servizio presente sul vasto territorio comunale di Valle Castellana rischiava la chiusura definitiva. Una prospettiva drammatica per un comune montano che rischiava l’isolamento. Ma invece di alzare le braccia in segno di resa, l’amministrazione comunale, guidata dal tenace e lungimirante sindaco Camillo D’Angelo, ha preso una decisione tanto coraggiosa quanto rivoluzionaria: rilevare la stazione di servizio e puntare sulla gestione pubblica.
Quella che all’inizio sembrava soltanto una disperata operazione di salvataggio “in extremis” per non perdere un servizio essenziale, oggi, in tempi di speculazioni e prezzi alle stelle, si è trasformata in un’autentica miniera d’oro e in un modello di welfare cittadino. Il Comune, infatti, ha deciso di vendere benzina e gasolio sostanzialmente al prezzo di costo, rinunciando a fare creste e speculazioni, e permettendo agli automobilisti di risparmiare cifre enormi, dai 10 ai 20 centesimi al litro rispetto a un qualsiasi e normale self-service gestito da privati.
I prezzi del “miracolo” e il boom di entrate pubbliche
In un periodo in cui fare il pieno sembra diventato un lusso riservato a pochi, i prezzi esposti sui tabelloni del distributore di Valle Castellana sembrano provenire da un’altra epoca. Qui, la benzina viene venduta a 1,75 euro al litro, mentre il gasolio si ferma a 1,89 euro al litro. Si tratta di oro puro per i consumatori, se paragonati alle medie nazionali che gravitano stabilmente sopra i due euro.
Ma attenzione, non si tratta di un’operazione in perdita per il Comune, anzi! La mossa si è rivelata economicamente dirompente: grazie ai prezzi imbattibili e al passaparola, nel 2025 le entrate generate dal distributore comunale sono schizzate dalla modesta cifra di 75mila euro dell’anno precedente a un clamoroso incasso di 500mila euro. Soldi freschi che il Comune può reinvestire in servizi per i cittadini.
Tutti in fila per fare il pieno con la “benzina del Sindaco”
Come era facilmente prevedibile, il successo è stato travolgente. A beneficiare di questa oasi del risparmio non sono soltanto i circa 800 abitanti sparsi nelle quasi 40 frazioni che compongono il comune di Valle Castellana. Il distributore si è trasformato in una tappa obbligata e in un vero e proprio punto di riferimento per l’intero territorio. Alle pompe si mettono regolarmente in fila pendolari che attraversano la provincia per lavoro, mezzi commerciali, e soprattutto tantissimi turisti diretti verso le bellezze paesaggistiche del vicino Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Un modello da esportare per sconfiggere i rincari
Ormai da tutti, in zona, è stata affettuosamente ribattezzata “la benzina del sindaco”. Quello di Valle Castellana non è più solo un semplice distributore di paese, ma il simbolo vivente che le istituzioni locali, se gestite con intelligenza e coraggio, possono davvero tutelare i propri cittadini dalle speculazioni globali. Un esempio virtuoso e illuminante che dovrebbe fare scuola: chissà che altri sindaci, da Nord a Sud, non decidano presto di seguire le orme dell’Abruzzo per dare un taglio netto al caro-vita.
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