Dalla roccia di Agrigento, una voce antica per lβuomo smarrito del presente
Redazione-Β Ci sono terre che sembrano nate per custodire il mistero,la Sicilia Γ¨ una di queste;terra di luce e di ferite, di mare e di pietra, di partenze e di ritorni, di silenzi antichi e preghiere tramandate sottovoce, terra dove il sole non illumina soltanto, ma scava, entra nelle fenditure della roccia, attraversa i volti, rivela la fatica e la bellezza di un popolo che, nei secoli, ha imparato a resistere senza perdere del tutto la capacitΓ di sperare.
Agrigento, cittΓ sospesa tra la memoria degli uomini e lβeternitΓ del cielo, la figura di San Calogero continua a vivere con una forza che non appartiene soltanto alla devozione popolare.
San Calogero Γ¨ piΓΉ di un nome venerato, Γ¨ una domanda
rivolta allβuomo di oggi.
Che cosa resta di noi quando il rumore finisce? Chi siamo quando nessuno ci guarda?
Che cosa abita davvero il nostro cuore quando si spengono gli schermi, quando le parole degli altri tacciono, quando non abbiamo piΓΉ unβimmagine da difendere, un ruolo da interpretare, una reputazione da esibire?
San Calogero, eremita e uomo di Dio, viene da un tempo lontano, eppure possiede una sorprendente contemporaneitΓ , perchΓ© il suo deserto assomiglia, piΓΉ di quanto immaginiamo, al nostro.
Il deserto di ieri era fatto di pietra, solitudine, fame, arsura.
Il nostro deserto Γ¨ diverso, Γ¨ affollato,Γ¨ illuminato, Γ¨ connesso, Γ¨ pieno di voci e forse proprio per questo Γ¨ ancora piΓΉ difficile riconoscerlo.
Viviamo nellβepoca della comunicazione permanente e dellβascolto sempre piΓΉ raro. Abbiamo strumenti capaci di raggiungere in pochi istanti lβaltra parte del mondo, eppure spesso non riusciamo a raggiungere il cuore della persona seduta accanto a noi.
Sappiamo tutto degli altri e conosciamo sempre meno noi stessi. Mostriamo fotografie di felicitΓ mentre custodiamo stanze interiori nelle quali non entra nessuno. Costruiamo profili, immagini, narrazioni, identitΓ digitali. Cerchiamo approvazione, temiamo il giudizio, contiamo consensi, visualizzazioni, reazioni e lentamente rischiamo di dimenticare che il valore di una vita non puΓ² essere misurato dallo sguardo mutevole della folla. San Calogero ci conduce altrove, ci porta nella nuditΓ dellβessenziale. Lβeremita non fugge necessariamente dagli uomini. Talvolta si allontana dal rumore per imparare ad amarli meglio. Questa Γ¨ una veritΓ spirituale profonda.
Il silenzio cristiano non Γ¨ assenza, Γ¨ attesa, non Γ¨ mutismo, Γ¨ ascolto, non Γ¨ chiusura, Γ¨ spazio consegnato a Dio. Nel silenzio cadono molte maschere e quando cadono le maschere, comincia la veritΓ .
Forse Γ¨ proprio la veritΓ ciΓ² che piΓΉ ci spaventa, perchΓ© la veritΓ ci mette davanti alle nostre fragilitΓ , ci ricorda le parole che non avremmo dovuto pronunciare. Le persone che abbiamo ferito, le occasioni in cui abbiamo preferito giudicare invece di comprendere, le volte in cui abbiamo scelto lβorgoglio al posto dellβabbraccio.
Ci sono ferite che nessuna fotografia mostra, ci sono dolori che non producono rumore,
persone che continuano a vivere, lavorare, sorridere, occuparsi degli altri, mentre dentro attraversano una notte che nessuno conosce. E Dio?
DovβΓ¨ Dio in tutto questo?
Γ la domanda antica dellβuomo,
Γ¨ la domanda di Giobbe,
Γ¨ la domanda dei Salmi, Γ¨
la domanda che attraversa gli ospedali, le case segnate dalla malattia, le famiglie divise, le stanze di chi ha perso qualcuno, le notti di chi non riesce piΓΉ a immaginare il domani.
DovβΓ¨ Dio? San Calogero non ci consegna una risposta facile.
I santi autentici non distribuiscono formule ci insegnano una presenza.
Dio non elimina magicamente ogni deserto, ma entra nel deserto. Non impedisce ogni notte, ma accende una luce dentro la notte.
Non cancella sempre la ferita, ma impedisce alla ferita di diventare lβultima parola.
La fede cristiana non è una promessa di immunità dal dolore, se così fosse, la Croce sarebbe incomprensibile.
La fede Γ¨ la certezza che nessun dolore attraversato nellβamore Γ¨ definitivamente perduto. San Calogero ci ricorda proprio questo, anche la roccia puΓ² diventare altare, la solitudine puΓ² diventare incontro, una vita nascosta puΓ² generare luce per intere generazioni, ed Γ¨ qui che la sua figura diventa profondamente vicina ai tempi che viviamo.
Viviamo giorni segnati dalla guerra. Vediamo popoli spezzati, bambini sotto le macerie, madri senza piΓΉ lacrime, uomini costretti ad abbandonare la propria terra.
Viviamo il dramma delle migrazioni e troppo spesso trasformiamo esseri umani in numeri. Viviamo la violenza nelle famiglie, il bullismo,
lβumiliazione pubblica.
La solitudine degli adolescenti,
lβabbandono degli anziani,
la disperazione nascosta dietro vite apparentemente normali.
Viviamo una stagione nella quale la parola puΓ² diventare pietra. Un commento puΓ² ferire.
Una fotografia puΓ² essere usata per umiliare. Un errore puΓ² essere trasformato in una condanna senza fine.
Una persona puΓ² essere ridotta per sempre al giorno peggiore della propria vita e allora la testimonianza di San Calogero ci obbliga a porci una domanda scomoda: che cosa abbiamo fatto della misericordia?
Abbiamo costruito una societΓ velocissima nel giudicare e lentissima nel comprendere.
Sappiamo condannare prima di conoscere, etichettare prima di ascoltare, allontanare prima di curare e qualche volta anche noi cristiani rischiamo di dimenticare che il Vangelo non ci Γ¨ stato consegnato per costruire tribunali morali, ma per diventare testimoni della Grazia. Cristo non ha chiesto alla donna ferita di presentare un curriculum di perfezione.
Non ha domandato al lebbroso se meritasse di essere toccato.
Non ha chiesto al cieco di giustificare la propria notte.
Non ha chiesto al ladrone sulla croce di dimostrare una vita irreprensibile.
Cristo ha incontrato, ha guardato, ha ascoltato,ha toccato, ha perdonato.
La misericordia cristiana non Γ¨ debolezza, Γ¨ una delle forme piΓΉ alte della veritΓ , perchΓ© soltanto chi Γ¨ forte sa chinarsi senza sentirsi diminuito.
Soltanto chi ama davvero sa distinguere lβerrore dalla persona. Soltanto chi ha incontrato la propria fragilitΓ smette di usare la fragilitΓ altrui come una pietra. San Calogero, uomo della solitudine abitata, sembra ricordarci che prima di parlare dobbiamo ascoltare.
Prima di giudicare dobbiamo conoscere, prima di condannare dobbiamo ricordare che anche noi viviamo di misericordia e forse questo messaggio riguarda profondamente anche la Chiesa del nostro tempo.
Una Chiesa che non puΓ² limitarsi a custodire porte, deve aprirle, una Chiesa che non puΓ² parlare soltanto a chi Γ¨ giΓ dentro, deve cercare chi si Γ¨ perduto. Una Chiesa che non puΓ² avere paura delle ferite dellβuomo contemporaneo.
Deve avvicinarsi, deve essere madre,casa,rifugio,pane, ascolto.
PerchΓ© una Chiesa che non sa piangere con chi piange rischia di pronunciare parole teologicamente corrette e umanamente lontane e il Vangelo non Γ¨ mai lontano.
Il Vangelo ha mani,
ha occhi, ha polvere sui sandali,
ha fame, ha sete, ha compassione.
La spiritualitΓ di San Calogero ci riporta proprio a questa concretezza. Dalla roccia di Agrigento, la sua memoria sembra attraversare i secoli e dirci che non esiste autentica contemplazione senza compassione. Chi guarda Dio piΓΉ profondamente impara a guardare lβuomo con maggiore misericordia.
Chi prega davvero non diventa piΓΉ duro, diventa piΓΉ umano, chi incontra Cristo non si sente superiore, si sente responsabile, del fratello.
Responsabile della parola che pronuncia.
Responsabile del dolore che potrebbe alleviare.
Responsabile della solitudine che potrebbe interrompere.
Responsabile della speranza che potrebbe riaccendere.
In questa nostra epoca stanca, forse abbiamo bisogno proprio di questo, meno rumore e piΓΉ presenza, meno giudizio e piΓΉ discernimento, meno esibizione e piΓΉ veritΓ , meno parole gridate e piΓΉ parole capaci di curare.
Abbiamo bisogno di persone che sappiano restare, perchΓ© oggi molti sanno arrivare e
pochi sanno restare,
soprattutto accanto a chi soffre. Restare quando una relazione attraversa la notte.
Restare vicino a un giovane che non riesce piΓΉ a credere in se stesso. Restare accanto a un anziano che ripete le stesse parole. Restare vicino a chi ha sbagliato e sta cercando faticosamente di ricominciare.
Restare senza pretendere di risolvere tutto. A volte la forma piΓΉ alta dellβamore Γ¨ semplicemente non andarsene.
San Calogero ha abitato il silenzio e forse oggi ci insegna che anche noi dobbiamo imparare ad abitare.
Abitare il nostro cuore.
Abitare le relazioni. Abitare la fede. Abitare il dolore senza trasformarlo in disperazione.
Abitare la speranza senza ridurla a illusione.
Agrigento, con la sua luce antica, continua a custodire questa memoria. La roccia rimane, il mare continua il suo respiro. Le generazioni passano, cambiano le lingue, le abitudini, le paure, ma il cuore dellβuomo continua a cercare ciΓ² che nessuna tecnologia potrΓ mai sostituire: essere amato, essere riconosciuto, essere perdonato, sapere che la propria vita possiede un senso.
Ed Γ¨ forse qui che San Calogero diventa nostro contemporaneo.
Nel ricordarci che non siamo soltanto ciΓ² che produciamo.
Non siamo soltanto i nostri successi. Non siamo soltanto i nostri fallimenti. Non siamo la somma dei giudizi ricevuti.
Non siamo lβerrore che abbiamo commesso. Siamo creature chiamate per nome.
Siamo fragilitΓ visitate dalla Grazia. Siamo polvere nella quale Dio continua ostinatamente a seminare eternitΓ , per questo, oggi, vorrei affidare a San Calogero una preghiera.
San Calogero, uomo della roccia e del silenzio,
insegnaci a ritrovare ciΓ² che abbiamo perduto.
Restituisci profonditΓ alle nostre parole,
veritΓ ai nostri incontri,
misericordia ai nostri giudizi.
Proteggi chi attraversa la solitudine.
Resta accanto a chi non riesce piΓΉ a pregare.
Visita le case dove Γ¨ entrata la malattia.
Consola le madri che piangono in silenzio.
Custodisci i giovani smarriti in un mondo che chiede loro di apparire prima ancora di insegnare loro ad essere.
Accompagna gli anziani dimenticati.
Difendi chi Γ¨ umiliato.
Rialza chi Γ¨ caduto.
Ricorda alla Chiesa che ogni porta chiusa puΓ² diventare una ferita e ogni mano tesa puΓ² diventare Vangelo.
E a noi, uomini e donne di questo tempo inquieto, insegna il coraggio del silenzio.
PerchΓ© nel silenzio possiamo finalmente ascoltare.
Nellβascolto possiamo comprendere.
Nella comprensione possiamo smettere di giudicare.
E nella misericordia possiamo tornare a riconoscerci fratelli.
Forse Γ¨ questo il messaggio piΓΉ urgente che San Calogero consegna al nostro tempo:
non abbiamo bisogno di diventare piΓΉ visibili.
Abbiamo bisogno di diventare piΓΉ veri.
Non abbiamo bisogno di gridare piΓΉ forte.
Abbiamo bisogno di ascoltare piΓΉ profondamente.
Non abbiamo bisogno di costruire altri muri.
Abbiamo bisogno di riconoscere, nel volto dellβaltro, una parte del nostro stesso destino.
PerchΓ© alla fine, quando ogni rumore sarΓ cessato, quando ogni immagine sarΓ scomparsa, quando i titoli, i ruoli e le apparenze non avranno piΓΉ alcun peso, resterΓ una sola domanda:
quanto amore siamo stati capaci di lasciare dietro di noi?
San Calogero, eremita di Agrigento, uomo del silenzio e cercatore dellβAssoluto, ci aiuti a non sprecare questa vita.
Ci insegni a trasformare la roccia in altare.
La solitudine in preghiera.
La ferita in compassione.
Il silenzio in ascolto e il nostro breve passaggio sulla terra in una traccia di misericordia.