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Cultura

Radicondoli Festival, debutta lo spettacolo Mio padre è Sylvester Stallone con l’attore Davide Niccolini

🚨 UNA STORIA VERA DA FILM A RADICONDOLI! Il 24 luglio al Teatro dei Risorti debutta in prima nazionale “Mio padre è Sylvester Stallone”. L’attore Davide Niccolini porta in scena l’incredibile vita del padre Riccardo, olimpionico di lotta libera a Mosca 1980 e campione di braccio di ferro che incontrò Stallone sul set di Over the Top. Un monologo fisico e commovente da non perdere. I dettagli 👇#radicondolifestival #teatrodeirisorti #davideniccolini #pilarternera #teatronazionalegenova #siena #teatroitaliano #sylvesterstallone #pagineutili

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Mio padre è Sylvester Stallone - ph Malì Serena Aurora,

La prima nazionale al teatro dei risorti per raccontare la storia vera del campione olimpionico di lotta libera

Radicondoli – Una straordinaria, avvincente e commovente epopea familiare che unisce i sacrifici dello sport di base, le suggestioni della cultura pop globale e il riscatto sociale delle periferie urbane si appresta a incantare il pubblico della prestigiosa stagione teatrale senese. All’interno della suggestiva e storica cornice del Teatro dei Risorti, situato nel cuore del comune toscano di Radicondoli, in provincia di Siena, andrà in scena la prima nazionale di uno degli spettacoli più attesi dell’intera estate artistica. Venerdì ventiquattro luglio duemila ventisei, a partire dalle ore diciannove, i riflettori del festival si accenderanno sulla rappresentazione intitolata Mio padre è Sylvester Stallone, un monologo intenso e drammatico nato dall’estro creativo del collettivo toscano della Compagnia Adda, reduce dal grande successo di critica che ha portato l’opera tra i testi finalisti del prestigioso Premio Scenario dell’anno duemila venticinque.
La produzione dello spettacolo teatrale, coordinata dagli specialisti di Pilar Ternera in stretta collaborazione logistica con il Teatro Nazionale di Genova, vede come assoluto protagonista sul palcoscenico l’attore Davide Niccolini. Il testo drammaturgico è stato interamente scritto dall’autore Leonardo Ceccanti, mentre la complessa gestione della regia e il disegno delle luci sul palco sono stati affidati alla sapiente cura tecnica di Matteo Ceccantini, i quali hanno collaborato per tradurre in un linguaggio corporeo contemporaneo una vicenda biografica reale e straordinaria che affonda le proprie radici nel tessuto popolare della città di Livorno.

Dalle Olimpiadi di Mosca sul set cinematografico di Over the Top accanto a Stallone

L’opera teatrale ripercorre in modo analitico e poetico la vera, incredibile e tormentata esistenza di Riccardo Niccolini, padre dell’attore protagonista, atleta olimpionico di lotta libera che difese i colori della Nazionale italiana durante i Giochi Olimpici di Mosca del millenovecento ottanta. La sua carriera sportiva fu successivamente coronata dal raggiungimento del titolo di campione del mondo e per ben cinque volte di vicecampione mondiale nella disciplina del braccio di ferro. Una traiettoria umana che sembra ricalcare la sceneggiatura di un film hollywoodiano, segnata dall’abbandono infantile, dalla miseria vissuta nei quartieri popolari livornesi, dalla gloria internazionale sul ring e da un tragico e crudele incidente automobilistico che interruppe bruscamente la sua ascesa atletica.
La rinascita sportiva di Riccardo Niccolini lo portò a incrociare il proprio destino con i miti del cinema americano, arrivando a incontrare la star internazionale Sylvester Stallone direttamente sul set cinematografico del celeberrimo film intitolato Over the Top. Sul palcoscenico di Radicondoli, il figlio attore sceglie di indossare simbolicamente la maglia ufficiale azzurra della Nazionale italiana di lotta, trasformando lo spazio scenico essenziale, ridotto a una sola materassina da combattimento, in un campo di confronto generazionale profondo e irrisolto tra l’eredità paterna e le proprie aspirazioni professionali, dove frammenti sonori evocano la voce dello stesso attore di Rocky.

La ricerca fisica della Compagnia Adda e i canali utili per il turismo in Toscana

La messinscena unisce in modo organico la parola e la performance fisica, con l’attore Davide Niccolini che si allena realmente davanti agli occhi del pubblico, trasformando la disciplina della lotta in una autentica e faticosa pratica teatrale di emancipazione culturale. La Compagnia Adda, un collettivo di giovani artisti under trenta nato a Livorno nel duemila diciassette e attivo presso il Nuovo Teatro delle Commedie, si conferma così come una delle realtà più interessanti del teatro contemporaneo italiano, capace di sviluppare drammaturgie originali che mettono a nudo le ferite dei legami familiari. Per ottenere maggiori dettagli informativi sulla disponibilità dei biglietti all’interno del Teatro dei Risorti, i cittadini e i turisti possono visitare il portale internet ufficiale dell’Associazione Radicondoli Arte o inviare una richiesta all’indirizzo di posta elettronica dell’ufficio turistico territoriale.
La redazione del giornale continuerà a seguire lo svolgimento delle anteprime nazionali del Radicondoli Festival per tutto il mese di luglio, offrendo recensioni e interviste con i registi per aggiornare i lettori dell’Abruzzo e della Marsica appassionati di grande teatro, saggistica contemporanea e itinerari turistici d’eccellenza nelle regioni centrali della nostra penisola.

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Cultura

“Il Tormento dell’Universo”: la poesia di Mujë Buçpapaj dà voce al dolore del Kosovo (con la splendida traduzione di Angela Kosta)

“Se sapete cosa significa sentirsi a casa, questo libro vi spezzerà il cuore”. Arriva in Italia l’opera d’arte che racconta il dolore della guerra in Kosovo. 📚 🕊️ Per raccontare il dolore indicibile della guerra, la perdita di una casa e il rumore dei silenzi, serve la Poesia. Arriva in Italia, grazie alla bellissima traduzione curata da Angela Kosta (per PAV Edizioni – Roma), l’attesa raccolta poetica “IL TORMENTO DELL’UNIVERSO” dell’autore albanese Mujë Buçpapaj. Un’opera struggente, che dà voce sia ai vivi che ai morti del Kosovo e dell’Albania. Le sue poesie, come scrive la poetessa americana Laura Bowers nella prefazione, sono “i frammenti frastagliati del cuore del poeta”: raccontano campi di grano e rovine, tramonti meravigliosi e fughe nel buio, l’amore per la madre e il terrore della distruzione. Mujë Buçpapaj (eroico pioniere della libertà di stampa in Albania durante la caduta del comunismo) usa l’arte per trionfare sulle brutture del mondo e salvare la memoria della sua nazione dall’oblio. Scopri di più su questo capolavoro nel nostro articolo! 👇 📖 Qual è il libro o la poesia che più vi ha emozionato negli ultimi anni?

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Libro di Mujë Buçpapaj

Redazione– Ci sono dolori così profondi, vasti e laceranti che il normale linguaggio quotidiano non è in grado di contenere. Per raccontare lo strazio della guerra, la perdita della propria casa e l’eco lontana di chi non c’è più, serve un linguaggio diverso: serve la Poesia. È esattamente questo il miracolo letterario compiuto dalla raccolta “IL TORMENTO DELL’UNIVERSO”, opera magna dell’autore albanese Mujë Buçpapaj, recentemente pubblicata in Italia dalla Casa Editrice PAV Edizioni (Roma).
A rendere accessibile al pubblico italiano questa straordinaria e straziante opera è stata la sapiente e delicata traduzione di Angela Kosta (editore di cinque riviste e instancabile promotrice culturale globale). La raccolta si presenta come un ritratto in versi, crudo e al tempo stesso dolcissimo, della sofferenza di un popolo e di un Paese colpiti con inaudita ferocia dalla guerra. A dare voce a morti e vivi in Kosovo ci pensa proprio la penna magistrale di Buçpapaj: i suoi versi sono istantanee del dolore di un popolo martoriato, ma segnano parallelamente il trionfo stupefacente ed eterno della bellezza dell’arte sulle infinite crudeltà del mondo.

La prefazione di Laura Bowers: “Un ritratto che vi spezzerà il cuore”

A introdurre il lettore in questo viaggio tra le cicatrici dell’anima è la poetessa americana Laura Bowers, autrice di una prefazione densa di commozione e di ammirazione per il collega albanese.
«Se sapete come ci si sente ad essere a casa, Il Tormento dell’Universo di Mujë Buçpapaj vi spezzerà il cuore», scrive la Bowers. «È un ritratto bello e intimo di un popolo e di un paesaggio dilaniato dalla guerra e delle cicatrici che rimangono. Buçpapaj diventa la voce inquietante di moltitudini, sia vivi che morti, che hanno vissuto la guerra in Kosovo».
Secondo la critica americana, ciò che unifica e innalza queste poesie è lo spirito umano: l’infinita nostalgia della casa com’era una volta, l’assoluta e impotente tristezza nel sapere che ormai si tratta solo di un ricordo destinato a sbiadire, separato da noi “solo da una sottile, ma irremovibile cortina del tempo”.

L’urgenza della memoria e il potere dello stile poetico

Ciò che colpisce maggiormente della poetica di Buçpapaj non è solo il contenuto, ma la forma stessa in cui il dolore viene riversato sulla pagina. Le sue liriche, quasi mai lunghe più di una pagina, si interrompono spesso all’improvviso.
Come osserva brillantemente la Bowers: «Le linee tipicamente corte e le conclusioni spesso improvvise ci lasciano un po’ storditi, come correre dal bordo della terra nello spazio. A quel punto ci rendiamo conto di ciò che Buçpapaj aveva in mente fin dall’inizio: strappare le solide fondamenta da sotto di noi per farci sentire ciò che lui e tanti altri hanno provato per le grandi perdite che hanno subito».
L’autore intreccia metafore vivide e disarmanti. Pagine che traboccano di tramonti, montagne, uccelli e dorati campi di grano, ma che improvvisamente si trasformano in rovine abbandonate, esodi inghiottiti dall’oscurità e mani fangose e congelate di bambini senza più una casa. Tra i versi struggenti dedicati alla madre e il ricordo dei fuochi dell’odio che hanno bruciato la bellezza del Kosovo, l’autore si fa portavoce audace della sofferenza universale.

Chi è Mujë Buçpapaj: la lotta per la libertà di espressione

Il coraggio narrativo di questo autore non nasce per caso, ma è forgiato da una vita passata in prima linea a difendere la libertà di pensiero. Nato a Tropojë (Albania) nel 1962, Dr. Mujë Buçpapaj si è laureato presso la Facoltà di Lingua e Letteratura Albanese dell’Università di Tirana. Dottore in Scienze Letterarie (con una tesi fondamentale sulla sopravvivenza della poesia albanese durante la ferrea censura comunista), è stato storicamente uno dei fondatori del pluralismo politico e della libertà di stampa nella sua nazione nel lontano 1990.
Oggi Direttore del giornale “Nacional” e dell’omonima Casa Editrice, Buçpapaj continua la sua instancabile battaglia per la verità. Nonostante la morte e le macerie, la voce del suo popolo non è stata messa a tacere. E la pubblicazione in Italia de “Il Tormento dell’Universo” ne è la prova più splendida, immortale e luminosa.

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Cultura

“Per te America”: il paesaggio onirico e surreale della poetessa Emi Krosi. Un viaggio tra disillusione e radici

Un viaggio surreale e onirico tra i grattacieli di New York e il dramma dell’emigrazione: scopri il bellissimo poema “Per te America” della poetessa albanese Emi Krosi! 🗽 📖 Una lettura che scuote l’anima. La nota traduttrice e critica Angela Kosta ci accompagna nell’analisi di un’opera straordinaria, un mosaico poetico che fonde la mitologia con le strade fredde di Manhattan, le “spie di Enver”, la solitudine dei fast food e la disillusione del “sogno americano”. Un testo che si ispira alla Beat Generation e che racconta il senso di smarrimento di chi, arrivato in una grande metropoli mondiale, si sente solo “un granello di riso”, in bilico tra due mondi e due lingue. Leggi l’analisi e il testo integrale della poesia nel nostro nuovo articolo dedicato alla Cultura! 👇 🖋️

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Emi Krosi

Redazione  – Esistono opere letterarie capaci di trascinare il lettore in un vortice di visioni, illusioni e crude realtà, scuotendo l’anima e costringendo a guardarsi dentro. È esattamente ciò che accade leggendo “Per te America”, il potente poema scritto dalla poetessa albanese Emi Krosi. Un testo complesso, disarticolato ma affascinante, che la critica e traduttrice Angela Kosta ha minuziosamente analizzato, svelandone i legami nascosti con la mitologia, la Beat Generation e la poesia modernista di T.S. Eliot.

L’analisi di Angela Kosta: un viaggio tra i grattacieli e l’anima

L’opera di Krosi si apre su un paesaggio surreale e onirico, dove l’orizzonte si fonde con metafore audaci: gli “albini della terra degli indiani rossi” e le “nuvole come cavalieri”. Angela Kosta sottolinea come l’autrice ci connetta immediatamente alla Terra Desolata di Eliot, accentuando un senso di decadenza cosmica. È l’America del disincanto, dove il “globo abortisce immigrati” e l’identità di chi arriva da lontano si smarrisce tra i freddi grattacieli e i crani vetrati di Manhattan.

Nel suo viaggio letterario, Krosi non risparmia critiche sociali feroci, tipiche della poetica di Allen Ginsberg. Il poema esplora la solitudine delle metropoli, l’alienazione nei vagoni del treno, la dura realtà di quartieri come Harlem (tra povertà e perdizione) e lo sfruttamento delle donne afroamericane. La Statua della Libertà stessa subisce una rilettura carnale e trasgressiva, simbolo ambiguo di un’era moderna piena di vizi.

Ma al centro di tutto resta il dramma del migrante. Krosi si sente “un granello di riso nella grande New York”. La barriera linguistica (incarnata dal cameriere messicano a cui non sa rispondere in inglese) e i ricordi dei traumi storici del suo Paese natio (le “spie di Enver”) la intrappolano in un limbo. Alla fine, il freddo insopportabile dell’inverno newyorkese non è solo climatico, ma emotivo. L’ultimo verso, “Addio, oppure Good Bye!”, rappresenta l’eterna esitazione di chi vive diviso tra due mondi, preferendo però, in cuor suo, il calore della propria terra d’origine.


PER TE AMERICA (di Emi Krosi)

(Con gratitudine per il Presidente Bill Clinton)
Recensione e traduzione a cura di Angela Kosta

1.
Oltre le coste dell’Atlantico,
l’orizzonte grigio si effonde
sulle natiche dei albini della terra dei indiani rossi,
le nuvole come cavalieri nelle isole dei celi corrono.
I antri dei pianeti,
con mani miopi le altalene del sole oscillano,
invece il tempo con le stampelle cammina,
sulla terra desolata di Eliot.
Gelida l’aria dove scheletri di stelle si nascondono,
e la luna con le zampe, fiorini di limoni germoglia
sulla riva con onde e schiuma,
poiché le attempate carezze degli ulivi
i pianeti con le unghie strappano.

2.
mi sveglio dall’ombra del cactus,
mentre i cigni impollinano l’acqua,
le impronte sono ombre, che, sugli asfalti brinati si sillabano in pace grigia.
Il globo abortisce dai pannolini inzuppati di pipì immigrati di ogni colore e razza:
europei, asiatici, africani, indiani, nei vergini margini, gli indiani rossi,
mentre i cavalli pezzati sellano come asceti taciturni,
le profezie leggono, sotto la cenere.
L’America degli indiani, con foreste soleggiate,
e cavalli stalloni, sulla fronde delle foglie, castani le pellicce degli alberi,
le aquile bianche, le ali stormiscono,
nelle mattinate con cascate di luci,
come muta, l’alfabeto sillabo per scrivere il destino del mondo,
nonché il destino della mia terra, perché no, pure il mio destino!

3.
… e i miei sogni, che come monaci con apocrifi si svegliano,
in posaceneri con mozziconi di sigarette, polverose le strade, con teschi sui marciapiedi,
tribolano i pioppi qualora indossai la pelle dell’immaginazione,
sul volo con il Boing, umidi le voragini degli oceani,
con pancia di lucciole, sulla piattaforma di J. F. Kennedy,
sulla soglia della tarda sera con la vecchia valigia, aspettando un taxi, verso Brooklyn NY.
Femminile la Statua della Libertà, come il diavolo al peccato mi invita,
mentre i glutei gelidi come iena le accarezzo, una piccola Saffo lesbica.
I grattacieli sulle coppe, le nuvole salate bevono, dai monsoni dell’Atlantico,
quando le dita delle foglie leccano nei tramonti umidi,
che come facchini stendono le colombe bianche,
in teschi di alberghi, motel e casinò, sui treni notturni per addormentarsi,
da un angolo all’altro di New York,
ubriachi, omosessuali, cinesi,
e gli occhi nell’oscurità spalanco, per abbozzare qualche somiglianza,
con la mia lontana patria povera, con capanne di plastica,
solo illusioni fumanti da Hollywood, come farfalle d’albori
che sui petali si immergono, nella platea di Madison Square Garden,
oltre i crani vetrati di Manhattan, il cadavere di me stessa cerco,
nelle folli disperse del ponte di Brooklyn, in mezzo a Wall Street!

4.
i semi dei cieli, negli becchi degli uccelli, sui pelli dei prati,
nude sono le fragranze del rigoglio mentre tra le cavità di Central Park si nascondono,
i cervi sulla neve, sui semafori che si masturbano, nelle lunghe attese,
asfalti inceneriti, numeri chilometrici, cartelli stradali,
numeri di autostrade, margini di confini, croci di cattedrali,
e io che vago… vago, sugli orizzonti carnosi d’America,
il mio orologio, con il fosforo invecchiato non scintilla sotto la scia fredda della pioggia,
il mio tempo grigio, sopra una ciliegia germoglia, come un frutto maturo.
Con i glutei in su una ragazza di colore, ricciuta, senza calzini color carne a gennaio,
le grosse cosce con cellulite, espone sull’enorme stazione, del “Grande Central Terminal”.

5.
si sono carbonizzate le sigarette, mentre nella mia vecchia posacenere di legno litigano,
il gatto le cosce nude mi solletica,
quando le notti si accorciano come tristi putane nelle mie anime,
mille amori sono deceduti, quando i rifiuti sbadigliano, quando le paci balbettano,
quando muoiono gli odi, dai fossili dei deserti,
là, una vecchia melodia, la luna mi prese, tramite i caffè ritardati,
i denti d’oro di fine giornata, nelle strade di Harlem,
sbronzi con schiume d’orgasmi scuri, e droga, e sesso,
e i bambini colmi di polvere con folli sorde, poiché il tanfo di whisky,
come vulcani in eruzione, dalle danzatrici di colore, così, rossicce fino all’alba.

6.
mi sono persa nei giardini di Babilonia… salgono le scale Divine, tra piumi avvolti,
i colossi giganti della pace,
(là sulle rocce di Mount Rushmore, in Black Hills, così illuminate,
le mani il tempo reggono, come una fiaccola),
come gabbiani d’acqua, fiori sbocciano le immensità,
mentre i precipizi dei miei sogni, pigmenti d’arcobaleni versano,
e come lupa ulula la libertà insanguinata,
poiché le piogge nelle notti ardenti si sminuiscono,
quando un gancio di luna la luce sui pozzi fa cadere,
quando i spettatori taciturni, oltre gli angoli delle prostitute,
incuranti l’estasi eiaculano, paradossalmente, ciecamente, sordamente,
quando le ragazze si stuprano, quando si uccidono i bambini, quando si rovinano le nazioni,
una ragazza… una ragazza albanese, sulle vie oniriche, le mani allunga
verso le stelle polverose, con colmi mantelli galattici sconosciuti
sotto un’enorme cielo americano pieno di caos,
dove le alture, l’ozono sotto il cielo deglutiscono!

7.
oggi non c’è nemmeno foglia in Park Avenue,
(adesso ad aprile è caduta la neve, e una bionda a Manhattan,
senza calze di nylon, vestita leggera al freddo),
stava nutrendo il suo cane con pelle di porpora mentre scuoteva i fianchi,
tra migliaia persone che solamente corrono, invece io mastico una gomma.
Là, a Long Island, fiocchi di neve come uova di gallina,
brr-brr… che freddo, e le mani con il respiro scaldo,
perché il clima del mio paese mediterraneo,
(là, ha iniziato la spiaggia, arrossati dal sole come sandwich schiacciato),
sull’autostrada nell’America di Allen Ginsberg, cerco solo qualche centesimo,
in un negozio cinese, con oggetti economici, oppure un intero supermercato,
con cibo di alligatori, rettili,
“solo un’acqua, – per favore, – un’acqua aspra: “Made in USA”,
non credo a essere di qualche canale, poiché alcune alghe marce, sono bagnate,
così come questo mezzogiorno con telai di colori, con milioni di ombre che via vanno…
…via vanno, alcune correndo, alcune con i passi, con il metro, l’autobus,
invece, un vagabondo che i fianchi mi toccò, mentre mormorava: “love, love America…”
in mezzo ai taxi notturni scompare, per appuntamenti segreti tra amanti.

8.
non ho tempo a raccogliere papaveri, sui semafori con degli occhi gonfi,
quando leggo il Times o guardo i film di Steven Spielberg,
in mezzo alla pioggia invano cammino poiché un granello di riso sono, nel Grande New York,
Midtown, Bronx, Queens, Brooklyn e Manhattan,
(nel Bronx, pettegolezzi con alcuni albanesi, di questioni politiche, finché tra noi ci siamo azzuffati
poiché X e Y sono spie, si, si, spie di Enver, all’ONU oppure al Capitol Hill),
nelle raggianti dintorni della Casa Bianca, incontrerò oggi Trump?
Bush, o anche Clinton?!

9.
non voglio essere straniera, diamine, non ho più internet,
altrove in un angolo, un McDonald’s “to eat breakfast”, un hot-dog,
ma no, – sono a dieta, non lo voglio il colesterolo eccessivo,
hm… sono in ritardo, il mio biglietto, il numero del gate,
il numero del volo, il numero del barcode, ma non ho rete e non riesco a connettermi,
quando un cameriere messicano mi sorride:
– Come stai? – chiede, mentre come il diavolo mi affascina.
– Non parlo inglese, – gli rispondo nervosa, faccio finta di inserire il codice hi-fi,
ma lui, furtivamente, capisce il mio problema, il mio problema, dico,
il mio problema, il problema per un selfie su tik-tok, su instagram,
ma lui sta aspettando, per l’ordinazione, per il conto, per la mia partenza,
per l’ultima fermata, per l’orario del taxi (perché i taxi a New York, sono terribilmente lenti).
– Ancora non mi hai detto, di dov’è signora?
– Cosa… io signora? Vai a quel paese, – (gli rispondo in albanese).
Sì, sì, sono albanese e mediterranea, che fumo solo sigarette,
non faccio sesso orale, né fumo marijuana, solo caffè espresso, non un Long Black,
oltre una tabella ferroviaria, degli esseri spogliate nelle strade gelide
ghiaccio, ghiaccio, sotto l’ultima nevicata!

10.
nell’ultimo viaggio durante la notte, dove il midollo dell’aria è ammuffita,
le antenne degli insetti dormono, quando i satelliti sopra il fiume Hudson volano,
e il mio essere sprofondato nell’oscurità della velocità del treno,
dove la nullità diventa respiro, ronfi,
il ringhio di un cane o di un gatto, che le zampe glielo divora
il fruscio dei binari arrugginiti, con onde d’argento dall’oceano,
nel mio andare oltre gli abissi, oltre gli abissi di me stessa,
della paura, degli adii, degli abbracci, dei grattacieli, delle amebe polverose,
che impiumano le stagioni grigie, grigie, grigie di New York.
Addio, oppure Good Bye!

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Cultura

La poesia che scavalca i confini del mondo: l’arte universale di Donatella Nardin tra memorie materne e assenze

La poesia italiana conquista il mondo: scopriamo i versi struggenti di Donatella Nardin! 🖋️ 🌍 Da Cavallino Treporti (Venezia) fino al Giappone, ai Paesi Arabi e alla Cina! La poetessa Donatella Nardin è un vero orgoglio per la nostra letteratura: autrice di 10 sillogi poetiche di successo, le sue opere intime e delicate sono state tradotte in ben 8 lingue straniere, trionfando nei più prestigiosi festival internazionali! Oggi nella nostra rubrica culturale vi portiamo alla scoperta della sua arte attraverso due liriche meravigliose e commoventi, dedicate al tema del ricordo e dell’assenza. In “Materne Radici” respiriamo l’amore infinito della madre tra il profumo dei biancospini e i pomeriggi in giardino. Ne “La sedia vuota”, invece, l’autrice ci accompagna con una delicatezza disarmante nel mistero del dolore per chi ci ha lasciati “contro l’ignoto”. Un viaggio sensoriale purissimo che dimostra come la parola poetica sia l’unica cura per la nostra anima. Leggi le poesie complete e la loro analisi nel nostro articolo! 👇 📖

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Donatella Nardin

Cultura e Poesia – La vera poesia ha un potere rarissimo: quello di non fermarsi davanti a nessun confine geografico, linguistico o culturale. Quando un verso nasce dal profondo dell’anima e tocca i sentimenti universali dell’essere umano, riesce a viaggiare per il mondo portando con sé il suo carico di emozione. È esattamente questa la splendida parabola artistica e letteraria di Donatella Nardin, poetessa nata e residente nella suggestiva cornice di Cavallino Treporti (in provincia di Venezia). Appassionata fin dall’infanzia di lettura e scrittura, Nardin ha fatto della ricerca poetica la sua vera missione di vita, raccogliendo negli anni una quantità impressionante di consensi critici, premi e riconoscimenti di altissimo prestigio in Concorsi Letterari sia Nazionali che Internazionali, trionfando sia con opere edite che con manoscritti inediti.

Una vita per la parola: il talento internazionale di Donatella Nardin

Il curriculum letterario dell’autrice veneta è un vero e proprio vanto per la cultura italiana contemporanea. Le sue poesie e i suoi racconti intimi hanno trovato spazio in innumerevoli raccolte collettanee di diverse e prestigiose Case editrici, arricchendo antologie di Premi Letterari, riviste di settore specializzate, e dominando siti web e lit-blog dedicati alla letteratura (anche oltreoceano).

La forza viscerale dei suoi versi è tale da aver spinto traduttori e accademici di tutto il mondo a trasporre le sue liriche in inglese, francese, spagnolo, polacco, arabo, romeno, albanese e perfino in giapponese, garantendole un posto d’onore nei magazine digitali e cartacei di questi rispettivi e lontanissimi Paesi.

Le 10 sillogi e il ponte culturale verso l’Oriente

La produzione di Donatella Nardin conta ad oggi ben dieci sillogi poetiche pubblicate, opere che fungono da veri e propri ponti culturali. Tra le più recenti e acclamate spiccano capolavori bilingue come “L’occhio verde dei prati” (Fara Editore, con versione inglese a cura di Ivano Mugnaini) e “Il dono e la cura” (Aletti Editore, impreziosita dalla traduzione in lingua araba del Professor Hafez Haidar). A queste si aggiungono la plaquette italo-romena “Fioriture d’ombra”, “Poesie velate” (Il Convivio Editore) e “Intingo le dita nella parola” (Macabor Editore).

Il suo inarrestabile percorso internazionale l’ha vista recentemente protagonista anche in Polonia (con l’antologia bilingue “Panta rei – Tutto passa”) e persino nell’Estremo Oriente: nel luglio 2023, le sue liriche hanno trionfato nel Poetry Collection Award e sono state declamate al prestigioso Literature Festival Zehng Nian Cup a Quingzhou City, in Cina.

“Materne Radici”: il profumo dell’eternità

Per comprendere appieno la poetica delicata e sensoriale della Nardin, vi proponiamo oggi due liriche di straordinaria intensità. La prima, “Materne Radici”, è un tuffo commovente nella memoria olfattiva e visiva legata alla figura della madre:

A saziarci non fu il vanto del fiore
– madre –
ma un’audacia d’aromi
in soffi, in respiri.
Erano i pomeriggi passati
a bere cioccolata calda
sotto la quercia in giardino.
Nemmeno a dire se fossero
voli aggraziati d’uccelli
tra le scapole nude.
A saziarci, nell’inesauribile fluire
dell’essere,
fu il profumo ventoso
dei biancospini,
bacio materno che mai finisce,
tra le ciglia dischiuse,
poesia.

In questi versi, la madre non è un ricordo statico, ma un’esperienza sensoriale che permea la natura (“il profumo ventoso dei biancospini”). I pomeriggi passati sotto la quercia a bere cioccolata diventano il rifugio eterno dell’anima, un “bacio materno che mai finisce”. La poesia, qui, si fa carne, respiro e cura.

“La sedia vuota”: il dolore inintelligibile dell’assenza

Di tono diametralmente opposto, ma altrettanto potente, è la seconda opera, intitolata “La sedia vuota”, un confronto diretto e dolente con il concetto ineluttabile della perdita:

Tutto l’amore è stato già detto
e scritto per questo non so dire
i giorni suoi lasciati altrove.
Forse nei sogni li ho rivisti
attraversare i miei,
due dita tremanti a disegnare
nell’altro il restare contro
l’ignoto che l’ha strappata via.
Era tepore l’immagine sua
come di albero fiero svettante
in un possibile vero.
Ci è segreto, ora, il suo tempo
scarna la gioia, inintelligibili
i giorni se giorni in lei
ancora potremo dirli da posare
intatti, leggeri sulla sedia vuota
in giardino.

Qui il dolore della perdita (probabilmente della stessa figura materna o di una persona profondamente radicata nell’anima dell’autrice) viene dipinto non con disperazione urlata, ma con uno struggente senso di vuoto. Quella sedia vuota in giardino diventa il simbolo dell’attesa di chi resta, costretto a fare i conti con l’ignoto. Donatella Nardin ci consegna così un dittico poetico meraviglioso, dimostrando che, anche di fronte al dolore più inintelligibile, l’inchiostro e la parola restano la nostra unica, vera salvezza.

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