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Attualità

70 anni da Marcinelle, l’inferno dei minatori italiani. Mazzocchi: “Morti nel buio per amore della famiglia”

“Scendevano nelle tenebre spinti dall’amore per i figli. I nostri emigrati di ieri sono gli immigrati di oggi”. 🖤 ⛏️ Nel 70° anniversario dell’inferno di Marcinelle (dove morirono 136 italiani), il ricordo straziante e le potenti riflessioni dell’On. Antonio Mazzocchi (Cristiano Riformisti). Un duro appello per chiedere più sicurezza sul lavoro e rimettere la famiglia e la dignità umana al centro della politica. Leggi l’articolo e onora la loro memoria. 🙏 🇮🇹

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Roma / Marcinelle – C’è una data incisa con il carbone e con le lacrime nella memoria storica del nostro Paese. È l’8 agosto 1956. Una data che non evoca l’aria spensierata delle ferie estive, ma che ci riporta bruscamente nel ventre buio e soffocante della terra, tra il sudore e la polvere nera della miniera di Bois du Cazier, in Belgio. In quell’inferno sotterraneo di Marcinelle persero la vita 262 lavoratori. Di questi, ben 136 erano italiani: giovani uomini, padri di famiglia, fratelli maggiori partiti dai piccoli borghi impoveriti del nostro Meridione e del Nord Italia con valigie di cartone cariche di speranza, pronti a scambiare la forza delle proprie braccia con un sacco di carbone per il loro Paese. A distanza di 70 anni esatti da quell’immane tragedia, il dolore per il loro sacrificio non si è mai sopito, trasformandosi oggi in una bruciante riflessione sul senso del lavoro, della famiglia e della dignità umana.

Le tenebre della terra e il sogno di un futuro migliore

Chi scendeva nelle viscere di Marcinelle non lo faceva per arricchirsi, ma per sopravvivere. Affrontavano turni massacranti, respiravano veleno e rischiavano la vita ogni singolo giorno in gabbie di ferro calate nell’oscurità totale. Ma cosa dava a questi uomini il coraggio di sopportare una condizione ai limiti del disumano? La risposta è tanto semplice quanto meravigliosa: l’amore. L’amore viscerale per i propri figli, per le proprie mogli, per i genitori rimasti in Italia ad aspettare una lettera o un vaglia postale.

A cogliere perfettamente l’essenza spirituale e profondamente umana di questo dramma è l’Onorevole Antonio Mazzocchi, Presidente del Movimento Cristiano Riformisti, che in occasione di questo solenne anniversario ha voluto rilasciare una dichiarazione densa di commozione e significato politico.

La riflessione dell’On. Mazzocchi: il sacrificio supremo per i figli

«Il sacrificio di questi instancabili lavoratori rappresenta un monito eterno sul valore inestimabile della dignità umana e sul senso più profondo e nobile del lavoro», ha sottolineato con forza l’Onorevole Mazzocchi. Nelle sue parole c’è il rifiuto di considerare quelle 136 vittime italiane solo come numeri o fredde statistiche nei libri di storia.

«Quegli uomini coraggiosi non erano semplicemente “minatori”», ricorda commosso Mazzocchi, «erano prima di tutto padri, figli e mariti amorevoli che hanno affrontato l’oscurità opprimente della terra e la dolorosa lontananza da casa spinti da un amore immenso e incondizionato: il bisogno disperato di garantire il sostegno economico e morale della propria famiglia. Una vita intera spesa unicamente per il bene e il sostentamento dei propri cari, spinta fino a pagare il costo del sacrificio supremo. Tutto questo incarna il nucleo più autentico e luminoso dell’etica cristiana».

Dai treni di cartone ai barconi: “I nostri emigrati di ieri sono gli immigrati di oggi”

Ma il ricordo di Marcinelle non può e non deve esaurirsi in una sterile commemorazione formale. Il sangue versato in Belgio dai nostri connazionali deve fungere da bussola per leggere e comprendere le dinamiche complesse e spesso drammatiche del nostro presente. E l’Onorevole Mazzocchi, da leader dei Cristiano Riformisti, non si sottrae a un paragone coraggioso e politicamente dirimente, tracciando un parallelo tra la disperazione degli italiani del dopoguerra e i flussi migratori che oggi bussano alle porte dell’Europa.

«Oggi, ricordare in silenzio la tragedia di Marcinelle significa anche e soprattutto avere il dovere morale di riflettere, con profonda compassione e umanità, sull’attuale e drammatico fenomeno delle migrazioni. I nostri emigrati di ieri, costretti a lasciare tutto per cercare pane all’estero, sono esattamente gli immigrati di oggi», afferma con fermezza Mazzocchi. Un monito severo contro l’indifferenza e contro chi, troppo spesso, dimentica che l’Italia è stata per decenni un popolo di migranti trattati con disprezzo e relegati nei lavori più umili e pericolosi.

Un appello alla politica: sicurezza sul lavoro e centralità della persona

Dalla memoria storica, il comunicato dei Cristiano Riformisti si trasforma infine in un vero e proprio manifesto di impegno politico e sociale per il futuro del Paese. Le continue stragi sul lavoro, le cosiddette “morti bianche” che ancora oggi insanguinano le fabbriche, i cantieri e i campi agricoli italiani, dimostrano che la lezione di Marcinelle non è stata del tutto appresa.

«Come Cristiano Riformisti, ribadiamo l’assoluta urgenza di un approccio all’immigrazione e al mondo del lavoro basato sulla centralità e sulla sacralità della persona, su un’accoglienza davvero dignitosa e, soprattutto, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nessun essere umano, qualunque sia il suo passaporto, dovrebbe mai più essere costretto a mettere a repentaglio la propria vita lavorando in condizioni disumane pur di garantire un futuro alla propria famiglia». La chiusura di Mazzocchi è un solenne giuramento morale: «Rinnoviamo il nostro patto e il nostro legame politico e sociale affinché le politiche del lavoro e della difficile integrazione mettano sempre al primo posto la tutela assoluta dei più fragili, il sacro rispetto dei diritti fondamentali e la valorizzazione della famiglia, che resta la cellula cardine e insostituibile della nostra società».

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Attualità

Da Policoro alla conquista dello Spazio: l’orgoglio lucano per Mario Cospito all’ASI e la sfida per il Sud

Dalla provincia lucana ai vertici dell’Agenzia Spaziale Italiana! 🚀 🌌 L’orgoglio di Policoro e della Basilicata per la prestigiosa nomina dell’Ambasciatore Mario Cospito. Il segretario UGL Pino Giordano racconta l’amicizia con l’uomo delle istituzioni e lancia un forte appello per il Sud: “Non limitiamoci ad applaudire chi ce l’ha fatta lontano da casa. Sfruttiamo la Space Economy per creare lavoro vero e trattenere i nostri giovani talenti”. Leggi questo bellissimo omaggio al riscatto del nostro territorio. 👇 💼

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Mario COSPITO

Matera / Policoro – Ci sono traguardi che, quando vengono tagliati, non appartengono più soltanto al singolo individuo, ma diventano patrimonio emotivo e motivo di riscatto per un’intera comunità. È quello che sta vivendo in queste ore la Basilicata, e in particolar modo la città di Policoro, di fronte a una nomina di assoluto prestigio nazionale e internazionale. L’Ambasciatore Mario Cospito, diplomatico di lunghissimo corso e uomo delle istituzioni, è stato infatti nominato commissario dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). Un incarico titanico, che lo pone alla guida di uno dei settori più strategici e tecnologicamente avanzati del nostro Paese. Ma dietro il curriculum impeccabile e i successi professionali, batte un cuore profondamente legato alla terra lucana. E a farsi portavoce di questo immenso orgoglio territoriale è Pino Giordano, segretario provinciale dell’UGL Matera.

Un’amicizia autentica e radici profonde: “Mario non ha mai smesso di essere un policorese”

Il messaggio di auguri di Giordano non è il classico, freddo comunicato sindacale di rito. Trasuda un’emozione genuina, figlia di un legame personale solido e antico. «Quando una persona che conosci da anni raggiunge un traguardo così importante, l’orgoglio istituzionale si mescola inevitabilmente a quello personale», confida il segretario UGL. «Con Mario ci lega un’amicizia autentica, nata dalla comune appartenenza a Policoro. In tanti anni di conversazioni e occasioni di confronto, ho avuto il privilegio di conoscere non soltanto lo stimato diplomatico, ma soprattutto l’uomo. E posso dirlo con assoluta certezza: Mario non ha mai smesso di essere un policorese».

È proprio l’umanità di Cospito il tratto che Giordano vuole esaltare. Nonostante gli incarichi internazionali e i lunghi anni trascorsi lontano dalla sua amata Basilicata, l’Ambasciatore non ha mai rescisso il cordone ombelicale con la sua terra d’origine. «Ogni volta che per motivi di lavoro mi trovo a Roma», racconta Giordano, «ho sempre trovato in lui una persona straordinariamente disponibile, capace di ritagliarsi del tempo per incontrarmi e mantenere vivo quel rapporto umano che va ben oltre i titoli e le scrivanie».

Oltre l’orgoglio campanilistico: la Space Economy come riscatto

Ma Pino Giordano è un sindacalista navigato e sa bene che l’orgoglio campanilistico, da solo, non crea posti di lavoro. Ecco perché la nomina di Cospito diventa l’occasione per lanciare una profonda e urgente riflessione politica ed economica. «Oggi Mario assume un incarico al centro di una delle sfide industriali più importanti per l’Italia. Da sindacalista, però, non posso limitarmi ad applaudire un lucano che arriva ai vertici. Sarebbe troppo poco. Questa nomina deve spingerci a interrogarci sulle immense opportunità che l’economia dello spazio può generare per il nostro Sud».

Parlare di “Space Economy” oggi non significa sognare astronavi nei film di fantascienza, ma significa parlare di ricerca applicata, di industria ad altissima tecnologia, di intelligenza artificiale, di osservazione satellitare per l’ambiente e l’agricoltura di precisione. Significa, in parole povere, creare filiere produttive d’eccellenza capaci di generare un valore economico incalcolabile e, soprattutto, posti di lavoro altamente qualificati.

La fuga dei cervelli e l’appello: “Tratteniamo i nostri giovani”

È qui che il discorso di Giordano tocca il nervo scoperto del Mezzogiorno: l’emigrazione intellettuale. «La vera sfida è fare in modo che le competenze non siano costrette a preparare le valigie per partire. La Basilicata ha un disperato bisogno di trattenere i propri giovani brillanti, creando occasioni professionali reali. Non possiamo continuare ad applaudire le nostre eccellenze quando sfondano a livello nazionale e internazionale, per poi rassegnarci al fatto che i territori da cui provengono restino a mani vuote».

Matera e la sua provincia possiedono un patrimonio inestimabile di conoscenze e infrastrutture che deve essere urgentemente inserito in una strategia più ampia. Il turismo e la cultura sono volani fondamentali, ma non bastano più. Il territorio materano deve diventare un polo attrattivo dove ricerca e innovazione generino occupazione stabile e ben retribuita.

Un patto per il futuro: non più periferia, ma protagonisti

L’appello finale di Giordano è rivolto a tutte le istituzioni locali, alle imprese, alle università e allo stesso sindacato: serve fare rete. «Non ci servono passerelle politiche o vuoti slogan pre-elettorali. Ci servono progetti concreti. Dobbiamo capire quali investimenti attrarre e quali competenze formare. Il territorio materano non può e non deve più essere considerato soltanto una periferia rispetto ai grandi centri decisionali romani o milanesi. Dobbiamo avere la forza di proporci e fare sistema. Se la space economy è la nuova frontiera, la Basilicata deve avere l’ambizione di esserci. E non domani, ma adesso».

La chiosa del segretario UGL è un augurio affettuoso all’amico di sempre: «A Mario rivolgo un in bocca al lupo sincero. Conosco le sfide enormi che lo attendono, ma so anche quanto sia preziosa la sua visione. Se posso permettermi una sola richiesta, da amico, è quella di continuare a fare ciò che ha sempre fatto: non dimenticare mai le proprie radici. Avere sempre negli occhi Policoro, Matera e la Basilicata non è un limite, ma un immenso valore aggiunto. E sono certo che lui continuerà a dimostrarlo ogni giorno».

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Politica

Riforma del Calcio, la ricetta di Sforzini: “I miliardi delle scommesse vadano ai campetti di periferia per salvare i nostri ragazzi”

“È assurdo che le famiglie debbano svenarsi per far giocare un bambino, mentre il calcio genera miliardi di euro!”. ⚽️ 🇮🇹 Riforma dello sport, la ricetta shock di Luca Sforzini: “Meno burocrazia, premi a chi fa volontariato nei campi di periferia e usiamo i soldi delle scommesse legali per finanziare i piccoli vivai”. Un attacco durissimo al sistema che asfissia il calcio dilettantistico. Leggi le proposte e condividi se stai dalla parte dei campetti di provincia! 🏟️ 👦

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Luca Sforzini

Castellar Ponzano (AL) – Quando si parla di crisi del calcio italiano, le telecamere puntano sempre e solo sui grandi palcoscenici della Serie A: i diritti televisivi milionari, i bilanci in rosso delle multinazionali del pallone, i contratti faraonici dei campioni. Ma c’è un’altra Italia calcistica, silenziosa e orgogliosa, che fatica ogni giorno lontano dai riflettori. È l’Italia dei campetti di periferia polverosi, delle scuole calcio di provincia, delle reti bucate e dei volontari che la domenica mattina si svegliano all’alba per tracciare le linee del campo. È proprio da qui, dalla base pulsante della piramide, che deve ripartire la grande riforma dello sport nazionale. A lanciare questo potente grido di battaglia è Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank legato a Futuro Nazionale con Vannacci), intervenuto a gamba tesa sul nuovo disegno di legge a firma del senatore Paolo Marcheschi.

“Basta asfissiare le piccole società”: l’urlo di dolore del calcio dilettantistico

Sforzini promuove senza mezzi termini l’iniziativa parlamentare, ma chiede coraggio per compiere il passo decisivo. «Il disegno di legge Marcheschi va nella direzione giusta e merita il nostro pieno sostegno. Finalmente si comincia a ragionare sul calcio italiano non chiedendo pietosamente altri soldi allo Stato, ma cercando di rimettere in circolo all’interno del sistema una parte delle enormi risorse economiche che il calcio stesso produce». Un vero e proprio cambio di paradigma, che punta dritto al cuore del problema: la sopravvivenza delle realtà minori.

I numeri parlano chiaro e non possono più essere ignorati dalla politica. Attorno al mondo del calcio si sviluppa un gigantesco giro d’affari legale legato alle scommesse sportive, nell’ordine di miliardi di euro. Eppure, le piccole società agonizzano. «È assurdo che il calcio produca questa immensa ricchezza e che, contemporaneamente, migliaia di piccole società debbano chiedere sacrifici economici sempre maggiori alle famiglie per riuscire semplicemente a tenere aperto un campo, pagare le bollette della luce, mantenere il riscaldamento negli spogliatoi e consentire a un bambino di inseguire un pallone», sottolinea con amarezza Sforzini.

Oltre il Decreto Dignità: sbloccare i fondi per finanziare i vivai

La soluzione proposta da Rinascimento Nazionale è netta: abbattere il muro dell’ipocrisia di Stato. «La proposta di destinare al sistema calcio una quota della raccolta delle scommesse sportive affronta uno dei problemi strutturali del nostro movimento». Ma Sforzini si spinge oltre, sfidando direttamente i tabù della sinistra e del Decreto Dignità: «Dobbiamo avere il coraggio di superare definitivamente il proibizionismo cieco. Consentiamo agli operatori legali, autorizzati e controllati dallo Stato, di tornare a investire nel calcio attraverso pubblicità e sponsorizzazioni, ovviamente all’interno di regole rigorose a tutela dei minori. Ma una parte delle maggiori risorse generate deve essere vincolata per legge al finanziamento esclusivo dei vivai, dell’impiantistica e soprattutto delle società dilettantistiche».

Il volontariato sportivo è un patrimonio sacro da difendere

L’altro grande mostro da abbattere per salvare il calcio di provincia è la burocrazia asfissiante. Negli ultimi anni, le associazioni dilettantistiche sono state trattate dallo Stato come se fossero grandi aziende multinazionali, caricate di obblighi amministrativi, contratti, scartoffie e responsabilità penali insostenibili.

«Il volontariato sportivo non è un’anomalia da correggere o da tassare: è un patrimonio nazionale sacro da proteggere», tuona Sforzini. «Dietro una piccola società di paese ci sono spesso uomini e donne che regalano gratuitamente ore, giornate e anni della propria vita affinché centinaia di ragazzi possano stare al sicuro su un campo da calcio, piuttosto che perdersi per strada. Lo Stato dovrebbe ringraziarli, incentivarli e semplificare loro la vita, non trasformarli in burocrati disperati. Gli obblighi amministrativi devono essere proporzionati: non possiamo pretendere dalla piccola associazione dilettantistica gli stessi apparati organizzativi di una società di Serie A».

Il vero talento nasce nella polvere: premiamo chi forma i campioni

L’ultimo tassello della riforma auspicata da Sforzini riguarda la meritocrazia e il riconoscimento degli sforzi. Condividendo l’impianto della legge Marcheschi, il presidente di Rinascimento Nazionale ribadisce un concetto vitale: chi forma un giovane calciatore deve ricevere un premio economico adeguato quando quel ragazzo spicca il volo. «Il vivaio non può essere considerato semplicemente un serbatoio gratuito dal quale il professionismo pesca talenti a costo zero. Se una società di provincia investe per anni nella crescita umana, tecnica ed educativa di un ragazzo, quell’investimento deve essere riconosciuto lungo tutta la filiera economica».

Ma le nuove risorse dovranno arrivare direttamente nei campi polverosi, non perdersi nei meandri dei palazzi romani. «Ogni euro sottratto alla burocrazia e restituito al territorio è un euro investito nel futuro dello sport italiano», conclude Sforzini con un monito severo ai partiti. «Se vogliamo davvero rilanciare l’Italia, dobbiamo smettere di guardare soltanto alla punta della piramide. La Serie A si vede in televisione, ma il calcio italiano nasce la domenica mattina su migliaia di campi di provincia. Se muore quella base, prima o poi crolla anche tutto il resto».

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Cultura

L’Ulivo della Pace unisce nel ricordo di Paolo: lo storico appello di Salvatore Borsellino per una via D’Amelio senza scontri

“Per me resterà un maledetto fascista, io per lui un maledetto anarchico. Ma sotto quell’ulivo abbiamo bevuto dalla stessa borraccia”. 🕊️ 🇮🇹 Un clamoroso patto di pace per via D’Amelio: dopo le urla e le tensioni del 19 luglio, Salvatore Borsellino chiede scusa alla famiglia e incontra Mauro La Mantia (storico organizzatore della Fiaccolata di destra). La promessa: mai più scontri nel luogo del dolore. I politici? “Se vogliono venire, stiano in silenzio tra la gente, senza fotografi”. Leggi l’emozionante retroscena. 📖 👇

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Palermo – C’è un luogo a Palermo che non appartiene più alla topografia di una città, ma alla geografia dell’anima di un intero Paese. È via D’Amelio. Al centro di questo santuario laico a cielo aperto sorge “L’Albero della Pace”, un ulivo proveniente dalla Terra Santa. Fu piantato esattamente nella voragine scavata dall’autobomba che il 19 luglio 1992 squarciò l’Italia, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Eddie Walter Max Cosina e Vincenzo Fabio Li Muli. Quell’ulivo fu voluto fortemente da Maria Pia Lepanto, la madre di Paolo, per trasformare il cratere dell’odio nel nido dell’amore e della rinascita. Un luogo dove, spogliandosi di ogni ideologia politica, chiunque potesse raccogliersi in silenzio.

Il dolore e la rabbia: quando le urla hanno infranto la sacralità della memoria

Eppure, lo scorso 19 luglio 2026, quella promessa di pace è stata infranta. Le celebrazioni per l’anniversario della strage si sono trasformate in un momento di tensione che ha turbato profondamente il clima di raccoglimento. Cori, urla e slogan come “Fuori la mafia dallo Stato” (richiesta legittima ma urlata nel momento sbagliato) hanno sovrastato il silenzio che quel luogo impone. Il silenzio richiesto a gran voce anche da chi, quel giorno di tanti anni fa, ha perso una parte di sé.

A distanza di qualche settimana, a prendere la parola in modo netto e coraggioso è il Movimento delle Agende Rosse, ma soprattutto è lo stesso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che con una lucidità e un’onestà intellettuale rare ha deciso di mettere a nudo la propria anima, chiedendo scusa per primo e annunciando un patto storico di riconciliazione.

Le lacrime dei familiari e il pentimento di un fratello ferito

In una lettera carica di sofferenza, Salvatore Borsellino ammette le proprie fragilità di uomo ferito: «Mi sono lasciato trascinare soprattutto dalla rabbia, rabbia che mi serve per lenire il dolore di una ferita che non potrà mai chiudersi. Neanche se dovessi avere Giustizia prima di morire, anche perché non credo più nella giustizia degli uomini e, ormai da tempo, ho perso anche la fede».

Ma la rabbia ha ceduto il passo al pentimento quando i suoi occhi hanno incrociato quelli della sua famiglia. «Mi sono reso conto di avere sbagliato a dare sfogo alla mia rabbia, in quel luogo e in quel giorno. Me ne sono reso conto vedendo le lacrime di mia figlia Stella, di mia nipote Roberta, di sua figlia Adele e di altri. Pensando che anche mia madre avrebbe pianto nel vedere quello che lei aveva voluto diventasse un luogo di pace, trasformarsi in un luogo di scontro». Un dolore acuito dalla vista di tanti giovani padri che, tenendo un bambino per mano e una fiaccola nell’altra, hanno preferito voltarsi e tornare indietro pur di non assistere a quello spettacolo divisivo.

L’incontro impossibile: l'”anarchico” Borsellino e il “fascista” La Mantia

Da questa dolorosa presa di coscienza è nato un gesto politico e umano clamoroso. Il giorno successivo agli scontri, Salvatore Borsellino ha chiesto e ottenuto un incontro con Mauro La Mantia, esponente della Comunità ’92 (ex dirigente giovanile di Azione Giovani\An) e storico organizzatore della tradizionale “fiaccolata” di destra in memoria del Giudice.

È stato un faccia a faccia schietto, duro ma rispettoso. «A Mauro, con il quale ho avuto un colloquio franco e che stimo nonostante la vita ci abbia portato a combattere su fronti diversi, ho detto che quello che è successo quest’anno non deve più succedere». Borsellino ha usato parole fortissime per descrivere l’incontro: «Gli ho detto che in altri giorni e in altri luoghi lui resterà sempre per me un maledetto fascista, e io per lui un maledetto anarchico. Ma ho voluto, sotto quell’albero di ulivo, bere insieme dalla stessa borraccia e tenere insieme lo stesso tricolore».

La promessa per il futuro: il silenzio trionfi e la politica stia tra la gente

Da quell’incontro sotto l’Albero della Pace è scaturita una promessa solenne. Le urla, la rabbia e le rivendicazioni ci saranno ancora, perché l’Italia è una democrazia e le ferite delle stragi sanguinano ancora, ma non accadranno mai più in quel luogo e in quel giorno. Mai più in via D’Amelio.

L’anno prossimo, il 19 luglio sarà scandito esclusivamente dalla musica, dalle note dei violoncelli suonati dai ragazzi palestinesi e israeliani, in un inno assoluto alla pace. A suggello di questo patto, Salvatore Borsellino ha chiesto a Mauro La Mantia di salire sul palco al suo fianco per tenere insieme il Tricolore in un silenzio rispettoso e rigoroso. Con una sola, inderogabile e fiera condizione: «A patto che non ci siano, insieme a lui, rappresentanti delle istituzioni e di partito. O, se ci saranno, che stiano in mezzo alla gente, confusi tra la folla, senza fotografi o giornalisti attorno».

In un Paese perennemente diviso, in cui la memoria spesso diventa un campo di battaglia per meschini calcoli elettorali, il gesto di Salvatore Borsellino e Mauro La Mantia ci ricorda che l’eternità di chi si è sacrificato per lo Stato conta più di qualsiasi differenza ideologica. Via D’Amelio non è un palcoscenico per slogan, ma il nido che l’Italia non deve smettere di proteggere.

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