Territorio
SEMI DI MEMORIA: AD ALTINO IL DIALETTO TORNA A GERMOGLIARE CON I RAGAZZI DI “NIN PERDE LA SUMENTE”
Redazione- C’è un legame invisibile ma d’acciaio che unisce la terra alla voce, il vitigno antico alla parola tramandata intorno al focolare. Ad Altino, nel cuore della provincia di Chieti, questo legame ha preso vita domenica scorsa durante la premiazione della terza edizione di “Nin perde la Sumente”, il concorso di racconti dialettali che trasforma gli studenti in custodi di un patrimonio millenario.
L’iniziativa, nata dalla sinergia tra l’associazione Interflumina, gli scrittori Tino Bellisario e Nicola Scutti, e la Bio Cantina Sociale Orsogna, non è solo una competizione letteraria. È un atto di resistenza culturale che si inserisce nel progetto multidisciplinare “Pe’ nin perde la sumente”. L’obiettivo? Dimostrare che la biodiversità non riguarda solo i semi che piantiamo nei campi, ma anche le parole che coltiviamo nella mente.
Il Dialetto come Ecosistema
Sotto gli occhi orgogliosi di una sala polivalente gremita, i ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Altino (Istituto Comprensivo “G. De Petra”) hanno dimostrato che il dialetto non è una lingua “morta” o “minore”, ma uno strumento vibrante capace di raccontare la modernità e la storia con sfumature intraducibili.
«La biodiversità culturale è parte integrante di quella ambientale», ha sottolineato con forza Camillo Zulli, direttore di Bio Cantina Orsogna. «Va tutelata e trasmessa. La parola dei nostri nonni è una ricchezza al pari degli antichi vitigni che abbiamo salvato dall’estinzione». Un concetto ripreso dal sindaco di Altino, Vincenzo Muratelli, che ha definito i ragazzi «tutti vincitori», capaci di legare l’identità locale a emozioni universali.
Storie di Resistenza, Avarizia e Orsi
Il primo premio è andato a Tommaso D’Andrea con “Na femmena coraggiose”. Il racconto, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, narra la storia di Palma, una ragazza di Roccascalegna che si unisce ai partigiani della Brigata Maiella. La giuria è rimasta colpita dal tocco poetico: l’incontro con una soldatessa nemica che, invece di sparare, offre umanità. Un racconto che riscatta il ruolo femminile nella Resistenza, troppo spesso taciuto.
Il secondo gradino del podio ha visto protagonisti Daniel D’Alonzo e Sofia Caricati con “Tu fi la sorte de lu peparole, te muore nghe la sumente ngule”. Una storia ironica su Vincenzo, un uomo così avaro da rifiutare il passaggio dalla Lira all’Euro, finendo per restare con un pugno di mosche. Qui il dialetto si fa “colore”, recuperando termini tecnici del mondo ortolano come “spogna” (finocchio) o espressioni iconiche come “l’arte di Marí Cazzette”.
Terzo posto per Nicolò Daniele e Alysia Trotta con “Piagne lu morte pe frecá lu vive”, un affresco sulla solidarietà del vicinato di una volta, condito da un’ironia tagliente e maledizioni che sembrano uscire direttamente dalla bocca di un’anziana del paese. Una menzione speciale è andata a Chiara Porreca e Kevin Badea, capaci di intrecciare leggenda e realtà nel racconto di un incontro ravvicinato con l’orso nella Valle dell’Aventino.
Un Seme per il Futuro
L’ideatore del concorso, Tino Bellisario, lo ha spiegato chiaramente: «Il dialetto è un seme. In italiano corrente, questi racconti avrebbero perso la loro anima». Ed è proprio questo il senso profondo dell’evento: non un nostalgico sguardo al passato, ma un ponte verso il futuro. Grazie al supporto delle docenti e della giuria (composta da Giuseppe Manzi, Aurelio Rossi e Ilaria Di Biase), i ragazzi hanno riscoperto termini quasi dimenticati, come lo “sparacce” (lo strofinaccio grezzo per il cibo), rinfrescando la memoria collettiva di un’intera comunità.
La festa di Altino è solo l’inizio: il viaggio di “Pe’ nin perde la sumente” proseguirà da maggio a settembre con un tour tra i borghi della Maiella orientale e centrale. Perché finché ci sarà qualcuno pronto a raccontare una storia in dialetto, la “sumente” – il seme della nostra identità – non andrà mai perduta.
Territorio
L’AMBITO TERRITORIALE N23 DI NOLA TAGLIA L’ASSISTENZA SPECIALISTICA PRIMA DELLA FINE DELLA SCUOLA: UN GRAVISSIMO ATTO DISCRIMINATORIO CONTRO GLI ALUNNI CON DISABILITÀ
Redazione- Le famiglie, le associazioni e i comitati del territorio denunciano con forza la vergognosa decisione dell’Ambito Territoriale N23 di Nola. L’Ente ha disposto la sospensione del servizio di assistenza specialistica per gli alunni con disabilità a partire dal 29 maggio 2026.
Questa interruzione avviene ben prima della chiusura ufficiale delle attività didattiche nella regione Campania, fissata per il 6 giugno 2026. Negli ultimi cruciali giorni di scuola, i bambini e i ragazzi più vulnerabili saranno privati del supporto fondamentale degli educatori.
I motivi della protesta:
- Palese atto discriminatorio: Sospendere l’assistenza prima del termine delle lezioni vìola frontalmente la Legge 67/2006 sulla tutela delle persone con disabilità vittime di discriminazioni.
- Violazione del diritto costituzionale allo studio: Senza figure specializzate per l’autonomia e la comunicazione, l’inclusione scolastica viene azzerata. Molti studenti saranno costretti a restare a casa.
- Inaccettabile motivazione burocratica: I limiti di bilancio o le scadenze amministrative dell’Ambito di Nola non possono calpestare i diritti inderogabili degli alunni sanciti dalla Legge 104/1992.
Le nostre richieste:
- Revoca immediata del provvedimento di sospensione firmato dall’Ufficio di Piano dell’Ambito N23.
- Proroga del servizio per garantire la copertura totale delle ore fino al 6 giugno 2026.
- Intervento dei Sindaci dei Comuni dell’Ambito per sanare questa gravissima emergenza sociale.
Le famiglie non tollereranno che i propri figli vengano trattati come cittadini di serie B.
Territorio
L’IMPRONTA DEL SILENZIO: IL VIAGGIO DEL MONACO GIOVANNI CHE HA UNITO FEDI E CUORI A COLLI DI MONTE BOVE
Redazione- Esistono storie che non hanno bisogno di clamore per farsi sentire. Camminano piano, hanno il passo polveroso di chi ha percorso centinaia di chilometri e la voce sottile di chi ha scelto il silenzio come compagno di vita. È la storia di Giovanni, un monaco buddista che in queste ore ha attraversato il cuore dell’Abruzzo, portando con sé un messaggio di pace che non ha bisogno di traduzioni.
In viaggio da Bari verso Assisi, Giovanni sta compiendo un pellegrinaggio che sa di antico, un ritorno all’essenziale in un’epoca dominata dal superfluo. Il suo non è un trekking organizzato, ma una prova dello spirito: vive esclusivamente di elemosina e di ciò che la provvidenza e il cuore della gente decidono di offrirgli. Non chiede denaro, non cerca comodità. Chiede solo l’indispensabile: un riparo per la notte, un pasto frugale, un gesto di accoglienza che confermi la bontà intrinseca dell’essere umano.
L’abbraccio di una comunità montana
Dopo aver lasciato alle sue spalle la costa pugliese e risalito le dorsali appenniniche, Giovanni è giunto tra le vette della Marsica. Prima è stato accolto dalla piccola e calorosa comunità di Roccacerro, e successivamente ha bussato alle porte di Colli di Monte Bove.
Qui, in questo borgo arroccato che sembra sospeso nel tempo, il tempo si è fermato davvero per un istante. La comunità non si è limitata a guardare con curiosità quel viandante solitario, ma ha scelto di aprire le porte delle proprie case e, soprattutto, del proprio cuore. Giovanni è stato ospitato con la dignità che si riserva ai grandi saggi o agli amici di vecchia data.
“Siamo lieti di dare ospitalità e un tetto per la notte”, hanno dichiarato gli abitanti di Colli di Monte Bove. “Giovanni non chiede nulla fuori dal normale. Con rispetto abbiamo semplicemente accolto le sue umili richieste.” In queste parole risiede la forza di un’accoglienza “ancestrale”, quella tipica delle zone interne, dove lo straniero è sacro e il pane non si nega a nessuno.
Un ponte tra fedi diverse
Ciò che rende questa tappa straordinaria è l’incontro tra mondi apparentemente lontani. Da un lato un monaco buddista, con la sua ricerca del Nirvana e il distacco dai beni materiali; dall’altro una comunità profondamente radicata nella tradizione cristiana, protetta dai suoi santi e dalle sue memorie secolari.
Eppure, in quel momento di condivisione, le differenze dogmatiche sono svanite. Restava solo l’uomo. Il saluto finale rivolto a Giovanni dai cittadini è una sintesi perfetta di questo sincretismo spontaneo: “Caro Giovanni, che San Berardo ti accompagni lungo questo tuo cammino.”
Affidare un monaco buddista alla protezione di San Berardo, il patrono amato e venerato nella Marsica, è un gesto di una bellezza disarmante. È la dimostrazione che la fede, quando è vissuta con umiltà, non divide ma unisce. È l’augurio di chi riconosce nell’altro un fratello in cammino, indipendentemente dal nome che dà a Dio o dalla forma della sua preghiera.
Verso la città della Pace
Ora il cammino di Giovanni prosegue. La sua meta è Assisi, la città di San Francesco, l’uomo che più di ogni altro ha incarnato il dialogo interreligioso e l’amore per la “Sorella Povertà”. Sembra quasi un cerchio che si chiude: un monaco d’Oriente che attraversa l’Italia per omaggiare il luogo simbolo della pace universale.
Giovanni si è lasciato alle spalle i vicoli di Colli di Monte Bove alle prime luci dell’alba, riprendendo il suo passo ritmato e costante. Non ha lasciato oggetti o ricchezze, ma ha lasciato un’impronta indelebile nella memoria di chi lo ha incontrato. Ha ricordato a tutti che la vera ricchezza è nel “poco”, che il viaggio è più importante della meta e che, nonostante le brutture del mondo, esiste ancora una rete invisibile di umanità pronta a sorreggere chi cammina con umiltà.
Mentre il sole torna a scaldare le pietre del borgo, a Colli di Monte Bove resta il ricordo di un incontro silenzioso. Giovanni è passato, ma il seme del suo rispetto e della sua semplicità continuerà a germogliare tra queste montagne. Buon cammino, Giovanni, ovunque i tuoi passi ti conducano.
Territorio
SALARIO ACCESSORIO SANITÀ, UIL FP ABRUZZO CHIEDE CHIAREZZA SU STANZIAMENTO RISORSE DEL DECRETO CALABRIA
Il segretario regionale Antonio Ginnetti: “Oltre sedicimila lavoratori tra medici e comparto sono in forte difficoltà”
Redazione- “Chiediamo lumi alla Regione Abruzzo sulle risorse destinate alla quattro aziende sanitarie abruzzesi”, il segretario generale Uil Fp Abruzzo, Antonio Ginnetti, torna sulla vicenda dei tagli al salario accessorio nel comparto sanità. Il sindacato, infatti, continua a mostrare forte preoccupazione sulle conseguenze della riduzione del trattamento accessorio dovuto al mancato utilizzo delle risorse del Decreto Calabria. “Ci siamo battuti perchè si scongiurasse il peggio ma il danno salariale che avevamo preventivato mesi fa sta toccando in maniera importante le tasche dei lavoratori– continua Ginnetti –. Il mancato utilizzo dei fondi derivanti dal decreto sta impattando negativamente anche sulle progressioni economiche orizzontali dei lavoratori del comparto, con effetti sia sui salari attuali che sulle future pensioni. E di conseguenza sulle procedure di stabilizzazioni”.
“La Regione si era impegnata con il programma operativo per il triennio 2026, 2027 e 2028 a destinare circa 21 milioni di euro per anno – spiega -. L’intervento è al momento oggetto di valutazione da parte dei ministeri, della Sanità e dell’Economia e Finanze. Vogliamo capire cosa sta accadendo. Se possiamo considerare le risorse già fruibili dalle aziende sanitarie, se dobbiamo aspettare ancora e quanto dobbiamo aspettare. Siamo già a metà del 2026 e oltre 16mila operatori sanitari della nostra regione sono in forte difficoltà”.
Ammontano a più di 25 milioni di euro i tagli effettuati sul salario accessorio di medici, infermieri, OSS e personale tecnico-amministrativo tra il 2024 e il 2025. Un intervento che ha avuto effetti negativi sulle buste paga del personale sanitario, sulle progressioni economiche orizzontali e sulla produttività per l’intera area del comparto. Tutti elementi che si ripercuotono, non solo sui salari dei lavoratori, ma anche sulla qualità e l’efficienza di servizi. Aggravando, inoltre, la carenza di personale e favorendo il trasferimento di professionisti verso altri paesi europei che sono più attrattivi dal punto di vista salariale e delle opportunità di crescita professionale.
“Tutto questo è inaccettabile – conclude Antonio Ginnetti -. Siamo molto preoccupati per i lavoratori e per la tenuta dell’intero sistema sanitario abruzzese. Chiediamo chiarezza e, se a breve non avremo un riscontro da parte della Regione, saremo costretti ad iniziare un percorso di mobilitazione, insieme alle altre organizzazioni sindacali”.
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