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Attualità

Il malessere nelle caserme e la protesta dei militari: il punto del sindacato unico dei militari sulle tutele del comparto

📢 I militari italiani scendono in piazza per rivendicare dignità, potere d’acquisto e tutele reali per le proprie famiglie. Il S.U.M. chiede unità d’intenti e un tavolo di confronto inclusivo con il Governo.

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Militari

Roma – Il fermento che attraversa le caserme italiane trova la sua sintesi politica nell’appuntamento fissato per il prossimo 18 luglio nella Capitale. La manifestazione nazionale indetta da diverse Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari (A.P.C.S.M.) accende i riflettori su una condizione lavorativa che, tra inflazione galoppante e specificità del comparto interpretata in chiave restrittiva, mette a dura prova gli uomini e le donne in divisa. In questo contesto, il S.U.M. – Sindacato Unico dei Militari – interviene nel dibattito pubblico, rivendicando il proprio ruolo di sentinella dei diritti e proponendo una strategia unitaria per il futuro della categoria.

Le ragioni di una crisi che colpisce le famiglie

Il disagio espresso dai militari non è circoscritto ai soli confini degli uffici ministeriali di via XX Settembre o delle grandi caserme romane, ma si riflette pesantemente sul bilancio familiare di decine di migliaia di operatori. Il costo della vita, che ha eroso costantemente il potere d’acquisto delle retribuzioni fisse, rappresenta solo la punta dell’iceberg. La cosiddetta “specificità” del comparto Difesa e Sicurezza, che dovrebbe garantire tutele particolari per chi mette a rischio la propria incolumità al servizio del Paese, viene percepita oggi come una scatola vuota, o peggio, come una condizione che genera sacrifici senza adeguati contrappesi economici.

Antonello Arabia, presidente nazionale del S.U.M., non usa giri di parole. Per il sindacato, la tutela della dignità professionale non può essere subordinata a calcoli matematici legati alla rappresentatività numerica. La voce dei militari deve essere ascoltata indipendentemente dalle soglie formali, perché i diritti non conoscono gerarchie. La critica mossa dallo Stato Maggiore della Difesa in merito a recenti disposizioni, accusate di privilegiare la dirigenza sindacale a scapito della base, segna un solco profondo. Il sindacato punta il dito contro meccanismi che rischiano di creare una casta, preferendo invece un impegno diretto verso il miglioramento delle condizioni di vita quotidiane di ogni singolo soldato.

Verso una strategia unitaria per il comparto

Il S.U.M. ha già avviato contatti con le sigle organizzatrici della protesta del 18 luglio, con l’obiettivo di confluire in una battaglia comune che superi le frammentazioni attuali. L’idea di fondo è trasformare la protesta in una proposta articolata, che obblighi il Governo a cambiare passo. Il punto centrale del programma proposto dal sindacato ruota attorno alla richiesta di un tavolo di confronto realmente inclusivo. Non basta ricevere solo le sigle dotate di maggiore rappresentatività: in una fase storica di tale complessità, ogni voce, anche quella non ancora certificata dai numeri ministeriali, deve poter concorrere alla definizione delle politiche di settore. Lo slogan “le idee non hanno grado” sintetizza la volontà di abbattere le barriere burocratiche per far emergere le esigenze reali del personale.

La proposta degli stati generali a settembre

Guardando oltre la manifestazione estiva, il sindacato propone un appuntamento di alto profilo per il prossimo mese di settembre. L’obiettivo è quello di convocare gli Stati Generali delle A.P.C.S.M. per stilare un documento programmatico univoco. Il tavolo di negoziazione con l’esecutivo non deve essere una passerella, ma un momento in cui presentare istanze concrete: previdenza complementare dedicata, revisione della legge istitutiva dei sindacati militari e una reale agibilità sindacale.

L’attuale normativa, seppur rappresenti un passo in avanti rispetto al passato, necessita di correzioni per evitare che la rappresentanza resti prigioniera di lacci burocratici. Solo attraverso una convergenza su temi tecnici e politici, le sigle potranno trasformare la rabbia delle caserme in una forza contrattuale capace di incidere nelle leggi di bilancio. Il futuro del comparto Difesa, secondo il S.U.M., dipende dalla capacità di abbandonare i particolarismi in favore di una missione comune: garantire che chi serve la patria possa farlo con la serenità di una tutela reale, equa e trasparente per sé e per i propri cari. La mobilitazione di Roma, dunque, si configura come un primo banco di prova per verificare se il settore saprà finalmente parlare con una sola voce.

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Esteri

Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze

“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

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Zelensky

Redazione-  “Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Attualità

L’Elefante di Peter Gomez su Rai 3, ospiti Aldo Cazzullo e Mario Capanna: confronto generazionale, politica e satira con Campi, Francini e Vergassola

Nuovo appuntamento con «L’Elefante» di Peter Gomez sabato sera su Rai 3: faccia a faccia tra Aldo Cazzullo e Mario Capanna, i reportage di Chiara Francini e l’ironia tagliente di Dario Vergassola 👇

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Gomez LElefante

Roma – La riflessione critica sulla complessità del presente, l’analisi senza filtri della scena politica e il recupero della memoria storica tornano a essere protagonisti nel fine settimana del servizio pubblico. Sabato 24 ottobre 2026, alle ore 20:15 su Rai 3 e in streaming su RaiPlay, va in onda una nuova e attesissima puntata de L’Elefante, il format di approfondimento culturale, sociale e d’inchiesta ideato e condotto dal giornalista Peter Gomez. Un appuntamento collocato strategicamente nell’access prime time della terza rete che intende scardinare le semplificazioni del dibattito mediatico odierno, offrendo agli spettatori uno spazio di confronto aperto, rigoroso e plurale su scala nazionale e sul territorio.

A fare da solido contrappunto intellettuale alle inchieste e ai temi sollevati da Gomez sarà come di consueto il politologo, saggista e docente universitario Alessandro Campi, compagno di viaggio fidato nel decifrare i mutamenti istituzionali, le fratture ideologiche e le dinamiche sotterranee che agitano la società italiana contemporanea.

Il faccia a faccia: la memoria di Aldo Cazzullo e l’eredità ribelle di Mario Capanna

Il piatto forte della serata sarà rappresentato dall’intenso dialogo incrociato che vedrà attorno al tavolo due protagonisti di primo piano della cultura e della testimonianza civile: Aldo Cazzullo e Mario Capanna. Da un lato la firma di punta e vicedirettore del Corriere della Sera, scrittore capace di scalare costantemente le classifiche editoriali raccontando l’identità profonda dell’Italia, le radici cristiane dell’Occidente e le ferite mai del tutto rimarginate del Novecento; dall’altro il leader storico del movimento studentesco milanese del Sessantotto, saggista e testimone lucido di una stagione che cambiò per sempre i costumi, la politica e le relazioni sociali nel nostro Paese.

Il confronto tra Cazzullo e Capanna offrirà una rilettura di straordinaria attualità sui grandi nodi irrisolti del Paese: dal rinnovato dibattito civile e generazionale che oggi vede le nuove generazioni scendere in piazza tra proteste scolastiche e ansie per la precarietà lavorativa, fino al distacco sempre più marcato tra cittadini e rappresentanza partitica. Un viaggio ideale tra passato e presente per comprendere se l’anelito alla disobbedienza e alla giustizia sociale di mezzo secolo fa possa ancora parlare alle inquietudini dei giovani del ventunesimo secolo.

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Lo sguardo di Chiara Francini sui territori e l’ironia dissacrante di Dario Vergassola

Uno degli elementi distintivi de L’Elefante è la sua capacità di non restare rinchiuso nel perimetro rassicurante dello studio televisivo romano, ma di viaggiare attraverso le pieghe della provincia italiana. In questo percorso gioca un ruolo cruciale la partecipazione di Chiara Francini, attrice e scrittrice poliedrica che con i suoi reportage filmati porta sullo schermo testimonianze autentiche, ritratti inediti e storie di comunità che lottano per preservare le proprie tradizioni o per superare ataviche disuguaglianze. Il suo sguardo curioso, empatico e disincantato regala uno spaccato antropologico prezioso per decifrare le reali priorità dei territori lontano dai palazzi del potere.

A spezzare la liturgia dei talk show tradizionali ci penseranno le immancabili incursioni di Dario Vergassola. Il comico e cantautore ligure, con la sua proverbiale verve sarcastica e il talento nell’assestare domande pungenti sotto l’apparente ingenuità della battuta, metterà alla prova gli ospiti della puntata, smontando ipocrisie e conformismi della classe dirigente con il sorriso disarmante della satira d’autore.

La scommessa di Rai 3: informazione rigorosa e pluralismo nell’access prime time

Con la conduzione asciutta e investigativa di Peter Gomez, L’Elefante si conferma un presidio irrinunciabile per una televisione pubblica che intende fare servizio alla collettività. Nel panorama dell’access prime time del sabato, troppo spesso dominato dall’intrattenimento leggero o da dibattiti urlati e polarizzanti, la trasmissione di Rai 3 sceglie la strada della profondità, del tempo dedicato all’ascolto e della dialettica argomentata.

Il confronto tra voci così autorevoli e distanti come quelle di Aldo Cazzullo, Mario Capanna e Alessandro Campi — arricchito dal tocco cinematografico di Chiara Francini e dalla vivacità di Dario Vergassola — dimostra come sia ancora possibile fare cultura televisiva divulgativa senza abdicare al rigore dell’inchiesta, regalando ai telespettatori gli strumenti conoscitivi indispensabili per comprendere le sfide storiche del nostro tempo.

Riproduzione riservata – Cavaliere News

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Economia

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi 👇

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Impiegata

Milano – I grafici e le statistiche ufficiali descrivono un mercato del lavoro italiano apparentemente effervescente, con tassi di occupazione che toccano vertici storici mai raggiunti in passato. Eppure, fuori dai palazzi della macroeconomia, la percezione reale delle famiglie racconta una verità diametralmente opposta: per milioni di cittadini avere un impiego stabile non rappresenta più il passaporto per il benessere economico, né tantomeno una garanzia di emancipazione sociale e serenità finanziaria. Dietro la crescita esponenziale del numero degli occupati si cela infatti un’inquietante anomalia strutturale: gli stipendi reali continuano a perdere terreno rispetto al costo della vita, trasformando il lavoro in un mero strumento di sussistenza anziché di arricchimento.

Il fenomeno investe ogni categoria professionale e tocca da vicino le famiglie in ogni singolo territorio del Paese, dove la distanza tra il dato statistico e la reale capacità di spesa quotidiana genera un senso diffuso di frustrazione e precarietà esistenziale.

Il paradosso italiano: record di occupati ma potere d’acquisto in caduta libera

A certificare la spaccatura sono le stesse rilevazioni previsionali diffuse dall’Istat. Sebbene l’occupazione sia attesa crescere a un ritmo superiore rispetto al Prodotto Interno Lordo, sul fronte delle buste paga si è consumata una vera e propria emorragia. A settembre 2025, le retribuzioni contrattuali reali risultavano ancora dell’8,8% inferiori rispetto ai livelli di gennaio 2021. In parole povere: nonostante l’ondata inflazionistica degli ultimi anni e il rincaro vertiginoso di beni di prima necessità, energia, affitti e mutui, gli stipendi sono rimasti sostanzialmente congelati, erodendo drammaticamente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.

Ci troviamo così di fronte al paradosso dei cosiddetti “working poor”, persone che lavorano regolarmente quaranta ore a settimana ma che a fine mese faticano a far quadrare i conti o a far fronte a una spesa medica imprevista. L’ascensore sociale – quel meccanismo che nel secondo dopoguerra garantiva ai figli di raggiungere una condizione economica migliore rispetto a quella dei genitori – sembra essersi definitivamente bloccato, lasciando spazio a una diffusa sensazione di immobilità.

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L’analisi degli esperti: «Il conteggio dei posti non basta, serve qualità»

A fotografare con precisione chirurgica le cause di questa frattura è Carola Adami, CEO di Adami & Associati, primaria realtà nazionale attiva nella ricerca e selezione del personale qualificato: «Il numero puro degli occupati è certamente un indicatore importante, ma da solo non basta più a descrivere la salute economica del Paese. Se lo stipendio non tiene il passo con il costo della vita, la crescita numerica dell’occupazione rischia di non tradursi in sicurezza. Oggi è indispensabile guardare insieme a tre fattori: quantità, qualità e prospettive di carriera».

Il problema investe anche la struttura stessa dei contratti e la stagnazione professionale. Molti lavoratori si trovano intrappolati in mansioni a basso valore aggiunto o con scarse possibilità di avanzamento, al punto che per ottenere un ritocco salariale significativo l’unica via d’uscita rimane il cosiddetto job hopping, ovvero il cambio continuo di azienda. Questa dinamica si riflette pesantemente sul tessuto imprenditoriale: quando il divario tra responsabilità richieste e compenso economico diventa incolmabile, aumentano le dimissioni volontarie, si allungano i tempi per coprire posizioni strategiche e le aziende faticano a trattenere i propri migliori talenti.

Oltre la busta paga: welfare, flessibilità e la sfida per il futuro

Per uscire da questo vicolo cieco, il mondo delle imprese è chiamato a una profonda revisione dei propri modelli organizzativi. La sola remunerazione economica, per quanto primaria, non è più sufficiente a garantire la fedeltà aziendale. Le nuove generazioni di lavoratori valutano l’offerta professionale nel suo complesso, ponendo in cima alle proprie priorità la qualità della leadership, la flessibilità oraria, lo smart working, la formazione continua e il rispetto dell’equilibrio tra vita privata e attività lavorativa.

«Le organizzazioni non possono competere per i talenti limitandosi a rilanciare sullo stipendio all’ultimo minuto, quando il dipendente ha già deciso di andarsene», ammonisce ancora Carola Adami. «Occorre costruire un progetto professionale coerente, credibile e trasparente, nel quale competenze, responsabilità e riconoscimento economico camminino di pari passo». La vera sfida per l’Italia non sarà dunque soltanto contare quanti contratti vengono firmati nei prossimi mesi, ma restituire al lavoro la sua originaria promessa costituzionale: essere il motore primo della prosperità e del miglioramento concreto della vita delle persone.

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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