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Tecnologia

Cloud gaming: la comodità del gioco a distanza

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Cloud gaming: la comodità del gioco a distanza

Redazione- Il cloud gaming rappresenta una delle evoluzioni più significative del settore videoludico contemporaneo, poiché consente di giocare a titoli complessi senza la necessità di possedere hardware ad alte prestazioni. Il principio alla base di questa tecnologia è la centralizzazione dell’elaborazione: i giochi non vengono eseguiti localmente sul dispositivo dell’utente, ma su server remoti dotati di infrastrutture informatiche avanzate. Il video del gioco viene poi trasmesso in streaming al dispositivo finale mentre i comandi dell’utente vengono inviati al server in tempo reale.

Questo modello si basa su una logica simile a quella dei servizi di streaming video, con la differenza che, nel cloud gaming, l’interattività è continua e bidirezionale. La qualità dell’esperienza dipende in modo diretto dalla stabilità della connessione internet, dalla latenza e dalla capacità dei server di gestire simultaneamente numerosi utenti. Per questo motivo, connessioni in fibra ottica o reti 5G sono generalmente considerate le più adatte a garantire prestazioni fluide.

Dal punto di vista tecnico, le piattaforme di cloud gaming utilizzano data center distribuiti geograficamente per ridurre il tempo di risposta tra input e output visivo. Sistemi di compressione video avanzati vengono impiegati per trasmettere immagini ad alta risoluzione, spesso fino al 4K, mantenendo un consumo di banda ottimizzato. Alcuni servizi permettono anche il supporto a frame rate elevati, fino a 120 fps, per migliorare la reattività nei giochi competitivi.

Il principale vantaggio del cloud gaming è la riduzione della dipendenza dall’hardware locale. Non è più necessario disporre di console di ultima generazione o PC con schede grafiche dedicate: tablet, smartphone, smart TV e computer di fascia media possono diventare dispositivi di gioco avanzati. Questo ha ampliato l’accessibilità al mercato videoludico, riducendo le barriere economiche all’ingresso e permettendo una fruizione più flessibile. Anche perché al giorno d’oggi non si sta più parlando di un settore marginale ma di un mercato che vale 2 miliardi solo nel contesto italiano.

La diffusione di queste piattaforme ha inoltre modificato le abitudini di consumo dei contenuti digitali, favorendo un approccio sempre più immediato e on-demand. L’integrazione con abbonamenti mensili consente l’accesso a cataloghi ampi di giochi, spesso aggiornati periodicamente, con modelli simili a quelli già consolidati nello streaming audiovisivo. Giocare a distanza è comodo non solo per chi ama i videogame, ma anche per chi cerca passatempi più rapidi come quelli tipici del web. Tra i giochi di carte digitalizzati e le stanze di roulette online dal vivo, le partite sono diventate anche più rapide, ma a prescindere è proprio la possibilità di interagire da lontano a rivelare i vantaggi della connettività. Un concetto che viene sublimato nell’ambito dell’intrattenimento proprio dal cloud gaming.

Le piattaforme più diffuse, come servizi sviluppati da grandi aziende tecnologiche e produttori di hardware, si basano su architetture cloud ibride, che combinano server dedicati e infrastrutture scalabili in base alla domanda. Questo consente di gestire picchi di traffico senza compromettere la qualità del servizio, soprattutto nei periodi di lancio di titoli molto attesi.

Un aspetto rilevante riguarda anche la sincronizzazione dei salvataggi e dei progressi di gioco, che vengono archiviati direttamente nel cloud. Questo permette di continuare una partita da dispositivi diversi senza interruzioni, favorendo una continuità di esperienza indipendente dal luogo o dal mezzo utilizzato. In ambito competitivo, inoltre, il cloud gaming sta introducendo nuove forme di accesso ai tornei online, con infrastrutture centralizzate che riducono la necessità di installazioni locali e aggiornamenti manuali.

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Tecnologia

Meta lancia il Parental Control su WhatsApp: le nuove regole per proteggere gli adolescenti

Rivoluzione epocale per la sicurezza digitale dei più giovani! Meta ha ufficialmente rilasciato un nuovissimo e potentissimo pacchetto di funzioni “Parental Control” su WhatsApp, dedicato agli adolescenti. Da oggi, i genitori potranno blindare l’account dei propri figli tramite un PIN segreto, decidendo chi può aggiungerli ai gruppi, limitando l’uso dell’Intelligenza Artificiale e ricevendo notifiche in tempo reale sulle chat affollate. L’azienda americana ci tiene però a precisare un dettaglio fondamentale: la crittografia resta inviolabile, quindi mamme e papà non potranno mai leggere i messaggi privati né ascoltare le telefonate. Basterà a proteggere i nostri ragazzi dai pericoli della rete?👇

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Whatsapp

Menlo Park – L’impatto dirompente, pervasivo e spesso incontrollabile dei moderni social network e delle applicazioni di messaggistica istantanea sulla delicata e complessa psiche degli adolescenti rappresenta, senza ombra di dubbio, una delle sfide educative e tecnologiche più calde e dibattute del nostro tempo. Rispondendo alle crescenti, pressanti e legittime preoccupazioni espresse a gran voce da milioni di genitori, educatori e legislatori di tutto il mondo, il colosso tecnologico Meta (l’azienda madre che possiede e gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp) ha ufficialmente e globalmente annunciato, proprio in queste ore, l’attesissimo rilascio di un nuovissimo, sofisticato e strutturato pacchetto di funzioni dedicato al “Parental Control” (Controllo Parentale) specificamente studiato per l’ecosistema di WhatsApp. Questa rivoluzionaria e importante mossa strategica si prefigge il nobile, ambizioso e vitale obiettivo di fornire finalmente ai genitori e ai tutori legali uno strumento pratico, digitale ed efficace per monitorare, gestire e mettere in sicurezza l’esperienza online dei propri figli adolescenti, arginando alla radice i crescenti e temuti pericoli legati al cyberbullismo, all’adescamento online da parte di sconosciuti e alla pervasiva dipendenza da smartphone, senza però calpestare brutalmente il diritto alla riservatezza dei minori.

Come funziona il nuovo controllo parentale tramite PIN segreto

L’architettura tecnica e concettuale alla base di queste nuove funzioni di supervisione familiare è stata studiata nei minimi dettagli dagli ingegneri informatici di Meta per risultare sia intuitiva per gli adulti che difficilmente aggirabile per i giovani utenti.
Il sistema di sicurezza si basa interamente e strutturalmente sulla creazione di un codice PIN segreto e univoco, che deve essere rigorosamente impostato, conosciuto e conservato esclusivamente dal genitore. Una volta attivata la delicata procedura di collegamento (che avviene scansionando un QR code e accoppiando il dispositivo del genitore con quello dell’adolescente), tutte le principali e sensibili impostazioni di privacy dell’account WhatsApp del minore vengono virtualmente e digitalmente “congelate”. Se il ragazzo o la ragazza tentasse impulsivamente di modificare queste restrizioni, cercando ad esempio di rendere il proprio profilo meno sicuro o più visibile al pubblico esterno, l’applicazione richiederà obbligatoriamente l’inserimento del PIN genitoriale per autorizzare e convalidare la modifica. Tra i potentissimi poteri di gestione concessi ai supervisori, spicca la possibilità di decidere unilateralmente e precisamente chi possa visualizzare la foto profilo del minore, chi abbia l’autorizzazione per scrivergli per la prima volta e, soprattutto, chi possa inserirlo all’interno di nuove chat di gruppo, arginando così il fastidioso e pericoloso fenomeno dei gruppi spam o delle catene di Sant’Antonio.

Allarmi sui gruppi e forti restrizioni sull’Intelligenza Artificiale

Un altro capitolo fondamentale, innovativo e cruciale di questo imponente aggiornamento software riguarda la complessa gestione delle sempre più caotiche chat di gruppo e l’utilizzo dei nuovissimi assistenti virtuali.
La nuova interfaccia del Parental Control prevede l’invio immediato e automatico di speciali notifiche di allerta (Alert) direttamente sullo smartphone del genitore ogniqualvolta l’adolescente entri a far parte di un nuovo gruppo o ne abbandoni uno. Non solo: il sistema è in grado di avvisare il supervisore se una specifica chat di gruppo in cui è presente il minore raggiunge dimensioni critiche e numericamente pericolose (superando le soglie di allarme impostate a 30, 100 o 250 partecipanti). Ma la vera, grande e discussa novità tecnologica di questo 2026 riguarda le severe restrizioni applicabili all’intelligenza artificiale generativa “Meta AI”, ormai integrata profondamente in WhatsApp. I genitori più apprensivi potranno infatti attivare la modalità “Contenuto Limitato”, che applicherà un rigido e invalicabile filtro algoritmico agli argomenti che l’IA potrà discutere con l’adolescente, impedendogli categoricamente di cercare informazioni su temi sensibili, violenti, espliciti o inappropriati per la sua età, e disattivando totalmente le complesse funzioni di sintesi dei messaggi privati.

Il rispetto della crittografia: i messaggi restano totalmente invisibili

Nonostante l’introduzione di questa massiccia, ramificata e capillare architettura di monitoraggio e controllo esterno, Meta ha voluto precisare, ribadire e sottolineare con grandissima fermezza e chiarezza un aspetto legale e tecnologico assolutamente inviolabile: la privacy personale delle comunicazioni.
I genitori, per quanto forniti di nuovi e potenti strumenti di supervisione e allerta, non avranno in alcun modo e per nessuna ragione al mondo la possibilità tecnica di leggere di nascosto il contenuto dei messaggi privati scambiati dai propri figli, né tantomeno potranno ascoltare le loro chiamate vocali, le note audio o le videochiamate. WhatsApp ha infatti strenuamente difeso e mantenuto intatto il suo celebre e impenetrabile sistema di crittografia end-to-end (da punto a punto), che rende matematicamente illeggibili i testi a chiunque non sia il diretto mittente o destinatario. L’obiettivo primario dichiarato dall’azienda californiana non è assolutamente quello di trasformare madri e padri in spie informatiche o in poliziotti domestici, ma quello di fornire una solida e sicura cornice di riferimento entro cui stimolare un dialogo aperto, costruttivo e basato sulla fiducia reciproca tra adulti e ragazzi. Questo fondamentale aggiornamento autunnale si inserisce perfettamente nel più ampio percorso di tutela giovanile inaugurato da Meta all’inizio dell’anno, quando furono introdotti per la prima volta i rigidi “account gestiti” dedicati esplicitamente agli utenti preadolescenti con un’età inferiore ai 13 anni.

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Tecnologia

Quando scegliere il silenzio online è rispetto: le insidie dei social network

Siamo davvero consapevoli del peso distruttivo delle nostre azioni digitali? In un’epoca frenetica e iperconnessa, dove un singolo clic o un banale screenshot rubato in chat possono rovinare pubblicamente la reputazione di chiunque, diventa di vitale e fondamentale importanza fermarsi a riflettere. L’interessante, lucida e profonda analisi della dottoressa Menda Vreto ci invita a non trasformare i social network in spietati tribunali pubblici guidati unicamente dalla rabbia e dalla vendetta istintiva. Essere maturi significa saper gestire i conflitti privati senza cercare l’umiliazione mediatica altrui. Perché dietro ogni freddo schermo e ogni foto profilo, c’è sempre e comunque una persona reale che soffre👇

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Rispetto

Roma – Viviamo quotidianamente, freneticamente e inconsapevolmente immersi in un’era tecnologica complessa e iperconnessa, un delicato e scivoloso periodo storico in cui è sufficiente un singolo, rapido e distratto clic sullo schermo di uno smartphone per poter condividere istantaneamente un pensiero, un’immagine o un segreto inconfessabile con decine, centinaia o persino migliaia di perfetti sconosciuti. La rivoluzione digitale ha portato innegabili vantaggi alla nostra società, ma ha anche pericolosamente assottigliato il sacro e fondamentale confine che separa nettamente la sfera intima dalla piazza pubblica. Un banalissimo messaggio privato inviato di getto, una conversazione confidenziale scambiata in chat o un rapido screenshot catturato di nascosto possono infatti uscire improvvisamente, rapidamente e brutalmente dalla loro dimensione originale, protetta e circoscritta, per trasformarsi in un attimo in contenuti virali, gogne mediatiche e armi di distruzione psicologica di massa. Proprio per questo gravissimo e latente pericolo, soprattutto nei momenti in cui ci sentiamo profondamente arrabbiati, delusi, frustrati o traditi dalle azioni altrui, risulta essere di vitale e fondamentale importanza riuscire a fermarsi a riflettere un momento prima di premere il fatidico tasto “pubblica”, come magistralmente sottolineato dalla profonda riflessione della dottoressa Menda Vreto sul valore del silenzio come forma suprema di rispetto.

Condividere conversazioni private: tra rabbia e umiliazione

La dinamica tossica dell’esposizione pubblica è purtroppo diventata una pericolosa e consolidata abitudine comportamentale.
Immaginiamo, per esempio pratico e quotidiano, che un nostro compagno di classe, un’amica stretta o un semplice conoscente decida di scriverci privatamente su WhatsApp per esprimere una sua sincera opinione, per muoverci una critica costruttiva (o anche pungente) o semplicemente per raccontarci uno sfogo personale. È assolutamente legittimo e umano poter non essere d’accordo con le parole che quella determinata persona ha scritto. Possiamo, giustamente e comprensibilmente, sentirci profondamente feriti, infastiditi o persino offesi dal tono utilizzato nel messaggio. Ma provare rabbia significa necessariamente ed esclusivamente dover pubblicare l’intera conversazione privata nelle nostre Storie di Instagram, taggando spietatamente e vendicativamente quella persona e dandola in pasto al giudizio feroce e sommario di tutti i nostri contatti? La risposta, civile ed etica, dovrebbe essere un secco e categorico no. Prima di compiere un gesto così estremo, irrimediabile e lesivo della privacy altrui, potrebbe infatti rivelarsi estremamente saggio, maturo e utile porsi una domanda interiore molto semplice ma potentissima: “Se fossi io la persona taggata ed esposta pubblicamente in questo preciso momento, come mi sentirei dentro?”. L’empatia digitale è la chiave di tutto.

L’empatia digitale e i danni collaterali della gogna social

L’impatto psicologico ed emotivo devastante generato dall’essere improvvisamente, brutalmente e ingiustamente esposti davanti al giudizio sommario dei propri compagni, dei colleghi o delle innumerevoli persone che conosciamo superficialmente può creare danni enormi.
Questa spiacevole situazione genera un senso di profondo imbarazzo, un fortissimo disagio sociale e un’ansia paralizzante per la propria reputazione. La vittima di questa gogna digitale può, infatti, iniziare inesorabilmente a tormentarsi, a pensare ossessivamente a chi abbia visto o salvato il post incriminato, a cosa staranno malignamente sussurrando gli altri alle sue spalle e, soprattutto, a quale pessima e distorta impressione avranno d’ora in avanti di lei. Non possiamo mai sapere con assoluta certezza matematica come reagirà internamente una persona a un simile attacco, poiché ognuno vive, metabolizza e affronta queste difficili e stressanti situazioni di esposizione mediatica in modo del tutto diverso e strettamente personale. Ma proprio perché non conosciamo l’effettivo grado di fragilità, il background emotivo e le battaglie interiori che l’altra persona sta silenziosamente combattendo e vivendo, è moralmente e civilmente importante imparare a usare sempre la massima attenzione e cautela con le parole. Ovviamente, adottare questa saggia linea di condotta non significa affatto doversi trasformare in vittime passive, dover accettare supinamente qualsiasi comportamento tossico o rinunciare codardamente a difendersi quando ci si sente trattati male. Significa, molto più profondamente, scegliere con attenzione, lucidità e intelligenza come affrontare di petto e risolvere una situazione di crisi senza trascendere nella vendetta.

La maturità: dietro ogni schermo respira una persona vera

Se c’è un problema relazionale o un contrasto acceso, abbiamo sempre la sacrosanta e matura possibilità di parlarne direttamente e civilmente con la persona interessata, guardandola negli occhi o telefonandole.
Possiamo chiedere garbatamente ulteriori spiegazioni, chiarire un banale malinteso linguistico o, se la situazione ci mette in seria e reale difficoltà oggettiva, possiamo e dobbiamo rivolgerci immediatamente a un adulto di fiducia, a un genitore, a un insegnante preparato o a qualcuno che possa concretamente aiutarci a gestire la faccenda. Portare sistematicamente ogni minimo conflitto privato sui caotici tribunali dei social network, invece, rischia unicamente di trasformare un banale problema circoscritto tra pochissime persone in uno scandalo tossico che coinvolge, ferisce e divide un’intera comunità. Per i giovani studenti, in particolare, questa riflessione è particolarmente cruciale, vitale e fondamentale. A scuola, nelle chat online e nei ristretti gruppi di amici, le parole scritte hanno un peso specifico enorme e devastante. Un commento sarcastico scritto velocemente può essere drammaticamente frainteso, e uno screenshot malevolo può continuare a circolare per anni nei telefoni, anche quando noi stessi abbiamo già dimenticato di averlo pubblicato per rabbia. Per questo, prima di cliccare invio, possiamo e dobbiamo fermarci un istante, respirare a fondo e chiederci: “Sto cercando di risolvere costruttivamente un problema oppure sto solo reagendo istintivamente alla mia rabbia cieca?”. Essere davvero maturi non significa reprimere e non arrabbiarsi mai, ma significa imparare a dominare e gestire la rabbia senza lasciare che sia un display a decidere al posto nostro. Prima di un clic, scegliamo sempre il rispetto civile. Perché dietro un nome utente freddo, una foto profilo filtrata e un account virtuale non c’è soltanto un agglomerato di pixel: c’è un cuore, c’è un’anima, c’è una persona viva e reale.

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Cronaca

Risponde “ok” a un finto sms dei carabinieri: parroco truffato per 120mila euro

Ha risposto “ok” a un semplice sms credendo fosse dei Carabinieri, ma in quell’istante gli hanno svuotato il conto. È la clamorosa e drammatica truffa hi-tech da 120.000 euro subita ad Altamura dal parroco don Vito Colonna. Il denaro rubato dai cybercriminali serviva a mantenere la parrocchia e l’asilo del paese. Dopo mesi di indagini segrete su un’organizzazione criminale internazionale, il sacerdote ha raccontato l’incubo e ha lanciato un accorato appello a tutti i cittadini: “Vi prego, aiutatemi a ripristinare il salvadanaio rubato”👇

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chat su smartphone

Altamura (Bari) – A volte, nel moderno e insidioso mondo delle comunicazioni digitali, basta compiere un gesto apparentemente innocuo, banale e istintivo per innescare conseguenze economiche letteralmente catastrofiche e rovinose. Sembrerebbe essere bastato semplicemente digitare e inviare un laconico “ok” di risposta a un banale messaggio ricevuto sul proprio smartphone (proveniente da una numerazione telefonica che sembrava erroneamente e fraudolentemente riconducibile al comando locale dei Carabinieri) per far scattare e innescare in modo letale una colossale truffa informatica del valore complessivo di ben 120mila euro. L’incredibile e drammatica disavventura telematica, che ha letteralmente scioccato un’intera comunità pugliese, ha avuto come sfortunata e ignara vittima don Vito Colonna, lo storico e amatissimo parroco della grande parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, situata nel cuore del comune di Altamura. La gravissima e spiacevole vicenda giudiziaria, dai contorni ancora in parte tutti da chiarire, è diventata improvvisamente di dominio pubblico soltanto nelle scorse ore, dopo essere rimasta doverosamente coperta dal più stretto e assoluto riserbo investigativo per diversi e tormentati mesi, il tempo strettamente necessario affinché venissero avviati i primi, complessi accertamenti tecnici da parte delle forze dell’ordine e, parallelamente, se ne desse doverosa notizia formale ai vertici della diocesi locale.

La truffa ad Altamura: colpiti anche i fondi della scuola dell’infanzia

Il danno economico e sociale provocato da questa elaborata e spietata truffa digitale è purtroppo incalcolabile, poiché non va a colpire e a ferire solamente il singolo individuo, ma l’intero tessuto sociale e assistenziale che gravita quotidianamente attorno alle attività della chiesa locale.
L’ingentissima e mostruosa somma di denaro sottratta dai cybercriminali con un rapido click sui conti correnti, infatti, non apparteneva esclusivamente alle casse ordinarie della parrocchia, fondamentali per la quotidiana gestione pastorale, ma attingeva a piene mani anche ai fondi vitali destinati al sostentamento della scuola dell’infanzia paritaria “Pasquale & Maria Sabini”, un vero e proprio fiore all’occhiello educativo per l’intera cittadina barese. A completare il tragico e spietato quadro economico di questo colossale furto 2.0, i truffatori senza scrupoli sono riusciti a prosciugare e drenare completamente anche i faticosi e onesti risparmi personali di un’intera vita messi da parte dallo stesso anziano e sfortunato sacerdote.

La dinamica del phishing: un semplice messaggio e il conto svuotato

Sebbene i contorni tecnici della frode restino attualmente al vaglio degli esperti informatici della polizia postale, la ricostruzione temporale dei dolorosi fatti (effettuata puntualmente dalla Gazzetta del Mezzogiorno) andrebbe a collocare storicamente l’inizio del sofisticato attacco hacker in un periodo temporale compreso approssimativamente tra l’inizio di marzo e la fine del caldo mese di agosto.
La dinamica precisa e informatica del crudele raggiro, tuttavia, al momento non appare ancora del tutto limpida e chiara agli occhi dell’opinione pubblica. Non ci sono infatti elementi e dettagli pubblici sufficienti per affermare con matematica certezza tecnica in che modo l’ingente somma di denaro sia stata materialmente trasferita e bonificata verso lidi esteri, né come i misteriosi truffatori siano riusciti inizialmente a profilare ed entrare così intimamente in contatto con l’anziano parroco. Don Vito, stando a quanto si legge sulle pagine di Repubblica, avrebbe candidamente e ingenuamente raccontato ai militari di aver semplicemente risposto con un rassicurante “ok” a un testo arrivato sul proprio telefono. Un semplice, banale e istintivo cenno d’assenso digitale che, sfruttando quasi certamente alcune subdole tecniche di ingegneria sociale e di spoofing telefonico, avrebbe involontariamente autorizzato e innescato a catena una serie di operazioni bancarie e transazioni finanziarie per ora imprecisate, in quello che assume sempre più chiaramente e palesemente i classici contorni di un clamoroso caso di smishing (ovvero il phishing realizzato e perpetrato attraverso la rete degli SMS) in piena e assoluta regola.

Il silenzio e la denuncia: nel mirino un’organizzazione internazionale

A informare ufficialmente, e con il cuore gonfio di tristezza, i propri fedeli del gravissimo ammanco finanziario occorso è stato lo stesso e coraggioso parroco, il quale ha deciso di metterci la faccia diramando una fitta comunicazione pubblica ufficiale, giunta solamente in seguito al formale avvio delle complesse iniziative giudiziarie da parte degli inquirenti e dopo aver lungamente e preventivamente informato dei fatti il proprio diretto superiore spirituale.
Nella sua lunga, onesta e accorata nota diffusa alla cittadinanza, il sacerdote parla esplicitamente, sulla base delle prime risultanze d’indagine, di una gravissima “truffa economica architettata ai miei danni da parte di una radicata e complessa organizzazione criminale (molto probabilmente di matrice internazionale)”. Inoltre, Don Vito ha voluto spiegare limpidamente e apertamente ai suoi concittadini il motivo per cui sia rimasto nel più totale e assoluto silenzio fino a questo specifico momento: “Dopo aver provveduto in rigorosa e totale riservatezza alle previste, complesse e dolorose azioni giudiziarie, e aver tempestivamente e dettagliatamente informato il vescovo, monsignor Giuseppe Russo, ho finalmente ricevuto dalle autorità competenti il permesso formale di mettere al corrente dell’accaduto tutti voi fedeli”.

L’appello disperato ai fedeli: “Aiutatemi a ripristinare il salvadanaio”

L’amara e dolorosa conclusione della lunghissima vicenda giudiziaria e umana si traduce in un vero e proprio dramma pratico e gestionale, che rischia concretamente di paralizzare del tutto e di mettere in ginocchio le essenziali e irrinunciabili attività pastorali, caritatevoli, educative e scolastiche della grande chiesa di Altamura.
Per cercare disperatamente di tappare l’enorme, sanguinoso e inatteso buco di bilancio creato in pochi istanti dai cinici hacker informatici, al povero parroco non è rimasta davvero altra soluzione percorribile se non quella di rivolgersi direttamente, con immensa umiltà e grande fiducia, al cuore grande e generoso della sua amata e solida comunità di parrocchiani altamurani. Il suo è un vero e proprio e commovente grido di aiuto: “Aiutatemi a ripristinare il salvadanaio della parrocchia e della scuola”, ha supplicato il sacerdote, sperando che la grande solidarietà paesana possa in qualche modo lenire e sanare la profonda ferita sociale ed economica inferta dai pirati del web.

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