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Il teatro che si ascolta: Muricena Teatro porta in scena a Napoli l’inclusione sensoriale

🎭 Debutto al Campania Teatro Festival per “Dimenticata Pace”, lo spettacolo di Muricena Teatro dove gli attori non vedenti guidano il pubblico in un’esperienza sensoriale che supera la vista. Un viaggio tra mito aristofaneo e lingua napoletana all’interno del Teatro Tedér di Napoli.

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#Napoli #Teatro #CampaniaTeatroFestival #Inclusione

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Muricena Teatro

Redazione-  Napoli si prepara ad accogliere una prima nazionale di grande impatto culturale all’interno del prestigioso cartellone del Campania Teatro Festival. Il prossimo 4 luglio 2026, alle ore 20:30, il Teatro Tedér, incantevole chiesa sconsacrata trasformata in spazio di sperimentazione artistica nel cuore del capoluogo partenopeo, aprirà le sue porte per il debutto di Dimenticata Pace. Lo spettacolo, firmato da Muricena Teatro, rappresenta un caso unico nel panorama artistico italiano, essendo interpretato interamente da una compagnia di attori professionisti non vedenti e ipovedenti.

Il progetto non si limita a proporre una rappresentazione teatrale, ma mira a rovesciare il consolidato paradigma dell’inclusione: qui gli artisti con disabilità visiva non sono i destinatari di un’agevolazione, ma diventano le guide autorevoli di un percorso sensoriale alternativo aperto a tutto il pubblico. La scelta della location, il Teatro Tedér, non è affatto casuale. La struttura architettonica antica, con le sue risonanze acustiche e l’atmosfera raccolta, dialoga perfettamente con la natura immersiva del lavoro, che punta a stimolare udito, tatto e olfatto, riducendo il primato della visione per lasciare spazio a un’esperienza intima e profonda.

Il mito di Aristofane riletto attraverso il cunto napoletano

L’opera trae linfa vitale dalla celebre Pace di Aristofane, rielaborandola per interrogare l’attualità lacerata dai conflitti bellici. Se nel testo originale il vignaiolo Trigeo compiva l’impresa titanica di liberare la dea Eirene, in questa riscrittura drammaturgica la narrazione prende direzioni inaspettate. Il protagonista è un mendicante che percorre le strade del mondo accompagnato solo da Nuvola, il suo cane-guida, in una ricerca ostinata di una pace che sembra sparita dai radar della modernità.

A fare da bussola narrativa interviene la figura di Opora, un personaggio che richiama la mitologia classica attraverso l’immagine di una Parca intenta a filare e lavorare a maglia. Lei, vera narratrice, utilizza la lingua napoletana per tessere il “cunto” della “guagliuncedda”, un racconto che affonda le radici nella memoria collettiva e popolare. La guerra, sullo sfondo, viene rappresentata attraverso la lente della satira aristofanea, mantenendo intatta la forza grottesca dell’originale ma filtrata attraverso una sensibilità nuova. La compagnia, che opera stabilmente all’interno del laboratorio “Fare Teatro…oltre lo sguardo”, ha saputo trasformare i propri limiti fisici in un linguaggio espressivo dirompente.

Un riconoscimento ministeriale per una pratica d’eccellenza

Il valore del lavoro di Muricena Teatro ha ottenuto un importante sigillo istituzionale lo scorso gennaio 2026, quando il Ministero della Cultura ha inserito il laboratorio “Fare Teatro…oltre lo sguardo” — attivo dal 2018 — tra i dodici progetti finanziati a livello nazionale nel settore degli organismi che impiegano professionalmente artisti con disabilità. Questo riconoscimento colloca la compagnia in un alveo di eccellenza, validando un metodo di lavoro che non punta all’assistenzialismo, ma alla crescita professionale del performer.

Raffaele Parisi, regista e autore della drammaturgia, chiarisce la genesi creativa dello spettacolo: «Ci siamo chiesti dove cerchiamo la nostra pace in un mondo costantemente in conflitto. Il punto di partenza non è stato il testo scritto, ma i corpi degli attori. Abbiamo lavorato su suoni, respiri, passi e vibrazioni. In un’epoca in cui la vista è saturata di immagini di guerra, i nostri attori offrono una prospettiva diversa: loro quelle immagini non le vedono, le ascoltano, le attraversano con il corpo. Abbiamo cercato di capire se la pace possa essere ritrovata partendo dalla bellezza del prendersi cura dell’altro e dalla dimensione comunitaria».

La rappresentazione al Teatro Tedér diventa così non solo un evento teatrale, ma una riflessione filosofica sulla capacità dell’essere umano di immaginare ciò che appare perduto. La lingua napoletana funge da collante identitario, rendendo il mito classico accessibile e vicino, una scommessa che unisce tradizione e innovazione in un mix di potente carica emotiva. Il pubblico che varcherà la soglia del teatro in occasione del Campania Teatro Festival potrà sperimentare una diversa forma di presenza scenica, dove il teatro torna a essere, come all’origine, un rito di comunità.

Per maggiori dettagli sulle modalità di accesso e per acquistare i titoli d’ingresso, è possibile consultare il sito ufficiale del festival all’indirizzo https://campaniateatrofestival.it/, oppure mettersi in contatto direttamente con l’organizzazione tramite l’indirizzo email muricena.teatro@gmail.com.

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Metti un pugno di sale grosso nella lavatrice: il trucco segreto (ed economico) che gli idraulici non ti dicono per salvare l’elettrodomestico

La tua lavatrice emana un cattivo odore e i panni non profumano più? Non chiamare l’idraulico e non buttare soldi in prodotti chimici! Scopri il trucco miracoloso del sale grosso! 🧂 🧺 Un rimedio della nonna a costo zero che risolverà il problema in 5 minuti. Basta mettere un pugno di sale nel cestello per distruggere muffa, batteri e calcare, allungando la vita del tuo elettrodomestico! Leggi la guida su come usarlo nel nostro articolo. 👇

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Sale grosso nella lavatrice

Redazione – La lavatrice è indubbiamente l’elettrodomestico più utilizzato e indispensabile in ogni casa italiana. Tuttavia, con il passare del tempo e a causa dei lavaggi frequenti a basse temperature, capita sempre più spesso di aprire l’oblò e venire investiti da un odore sgradevole, simile a quello dell’acqua stagnante o della muffa. I capi d’abbigliamento, pur essendo appena stati lavati, non profumano più di pulito e le guarnizioni interne iniziano a macchiarsi di nero. Molte persone, prese dal panico, corrono subito ad acquistare costosi prodotti chimici al supermercato o, nei casi peggiori, decidono di chiamare l’idraulico pensando che l’elettrodomestico sia ormai guasto e da sostituire. In realtà, esiste un trucco formidabile, antichissimo ed estremamente economico che pochissimi conoscono: l’utilizzo del comunissimo sale grosso da cucina.

Il nemico numero uno: calcare e residui di detersivo

Prima di svelare il segreto, è fondamentale capire perché la nostra lavatrice inizia a puzzare e a lavare male. Il colpevole principale non è l’usura meccanica, bensì l’accumulo spaventoso di calcare, unito ai residui appiccicosi del detersivo liquido e dell’ammorbidente. Questi prodotti, sciogliendosi male alle basse temperature (i classici lavaggi a 30 gradi), si depositano nelle tubature, nel filtro e nelle pieghe della guarnizione in gomma dell’oblò. Questo mix micidiale crea un ambiente umido perfetto per la proliferazione di germi, batteri e muffe, responsabili dei cattivi odori che si trasferiscono sui nostri vestiti. A lungo andare, il calcare calcifica e blocca la pompa di scarico, portando alla rottura definitiva della lavatrice. Ed è qui che entra in gioco il nostro alleato naturale.

Il potere igienizzante e sgrassante del sale grosso

Il sale grosso non serve solo per salare l’acqua della pasta! È un portentoso igienizzante naturale, un anti-odore formidabile e, soprattutto, svolge un’azione leggermente abrasiva capace di disincrostare i residui senza rovinare i componenti interni. Inoltre, possiede un potere addolcente che contrasta la durezza dell’acqua, limitando pesantemente la formazione del tanto odiato calcare sulle serpentine riscaldanti dell’elettrodomestico. Utilizzare il sale grosso significa allungare la vita della lavatrice di anni, risparmiando centinaia di euro in costosi interventi di manutenzione tecnica e in bollette, poiché una resistenza pulita dal calcare consuma molta meno energia elettrica per scaldare l’acqua.

Come eseguire il trattamento: il trucco passo dopo passo

Mettere in pratica questo rimedio naturale è semplicissimo e richiede meno di un minuto del vostro tempo. Vi basterà prendere un pugno abbondante di sale grosso (circa due o tre cucchiai colmi) e inserirlo direttamente all’interno del cestello della lavatrice, rigorosamente vuoto. Per potenziare l’effetto sgrassante e disinfettante, potete aggiungere al sale un bicchiere di aceto di vino bianco o, in alternativa, due cucchiai di bicarbonato di sodio. Chiudete l’oblò e avviate un ciclo di lavaggio a vuoto ad alta temperatura (almeno 60 o 90 gradi).
L’azione combinata dell’acqua bollente e dei granelli di sale scrosterà letteralmente lo sporco accumulato nei tubi e scioglierà la melma batterica annidata ovunque. Ripetendo questo trattamento economico e super ecologico almeno una volta al mese, la vostra lavatrice tornerà a brillare come nuova, i vostri vestiti profumeranno di un pulito inebriante e il vostro portafoglio vi ringrazierà sentitamente.

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L’INTERVISTA | Menda Vreto si racconta alla stampa algerina: «Scrivere per rinascere. La macchina crea la frase, l’uomo ci mette la vita»

“Una macchina può costruire una bella frase, ma solo un essere umano può infilarci dentro la Vita”. La magnifica intervista alla scrittrice albanese Menda Vreto 🖋️ 📖 Emigrare, ripartire da zero in un Paese straniero, affrontare lavori durissimi e malattie in famiglia, per poi trovare la salvezza e la voce attraverso le pagine di un libro. È la storia da brividi di Menda Vreto, autrice dell’acclamato “I Muri Non Parlano” (finito anche sulle pagine internazionali di Marie Claire). In una profonda e commovente intervista rilasciata alla testata algerina “El Massar El Arabi”, Menda si racconta a cuore aperto: dalle sue nobili radici storiche (è pronipote di Jani Vreto) all’amore per le donne, dall’importanza della fede musulmana fino a un bellissimo pensiero sull’Intelligenza Artificiale. “Ogni dolore può trasformarsi in uno strumento per far sentire le persone meno sole”, dice Menda. Scopri il suo incredibile viaggio umano e letterario nel nostro articolo esclusivo! 👇 ✨ Voi avete mai usato la scrittura per superare un momento difficile?

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Menda Vreto

Redazione – Ci sono percorsi di vita che assomigliano a romanzi, fatti di cadute dolorose, sradicamenti improvvisi e rinascite miracolose. La storia di Menda Vreto, scrittrice di origini albanesi emigrata in Italia, è esattamente questo: un inno alla resilienza umana e al potere salvifico delle parole. Discendente di una delle figure chiave del Rinascimento Albanese, Jani Vreto, Menda ha affrontato le immense difficoltà dell’immigrazione e della malattia familiare, trovando nella scrittura e nella fede la forza per non arrendersi mai. Il suo primo libro autobiografico, “I Muri Non Parlano”, ha attirato l’attenzione della stampa internazionale (fino ad approdare su Marie Claire), trasformando il suo dolore in un faro di speranza per chiunque stia attraversando il buio.
Oggi, Menda Vreto si racconta a cuore aperto in questa profonda intervista realizzata dai giornalisti della testata algerina El Massar El Arabi, con il prezioso contributo di Turkia Loucif.


1. Quando è iniziato veramente il suo percorso nella scrittura? E qual è stato il primo testo nel quale ha sentito: “Questa sono veramente io”?
«Credo che il mio rapporto con la scrittura sia iniziato molto prima che io comprendessi pienamente cosa significasse. La scrittura faceva già parte della storia della mia famiglia. Il mio bisnonno, Jani Vreto (1822–1900), fu una delle figure importanti del Rinascimento nazionale albanese. Sapere di essere una sua discendente ha per me un significato molto speciale. Non so se l’amore per le parole possa davvero essere ereditato, ma mi piace pensare che una parte di quella sensibilità sia arrivata fino a me. Ho iniziato a scrivere poesie da bambina. La scrittura non è mai stata semplicemente una professione per me: è diventata un modo per dare un significato a ciò che ho vissuto».

2. Perché ha scelto in particolare il saggio e la poesia? Che cosa rappresentano per lei queste forme letterarie?
«Amo la poesia, i saggi e i libri, ma mi sento particolarmente attratta dalle biografie e dalle storie vere. La poesia permette di dire moltissimo con pochissime parole. È emozione, intuizione e silenzio. Il saggio mi dà la possibilità di fermarmi, osservare la realtà e approfondire temi importanti. Le storie vere mi interessano perché non hanno bisogno di essere inventate per essere straordinarie: le vite delle persone sono già piene di dolore, coraggio, cadute e nuovi inizi. Sento la responsabilità di restituire dignità alla persona che ha vissuto quelle storie».

3. Come descriverebbe la sua identità di scrittrice?
«Mi considero una scrittrice semplice. E la semplicità è una delle cose più difficili da raggiungere nella scrittura. Scrivo perché voglio essere compresa. Cerco uno stile diretto e umano, capace di arrivare al cuore senza alzare la voce. Affronto temi come l’immigrazione, il bullismo, la condizione delle donne, la violenza e la solitudine. Non scrivo per dimostrare quanto so, ma per condividere qualcosa che possa essere utile a chi mi legge».

4. Quali tipi di saggi scrive più frequentemente?
«Mi attirano le questioni sociali e personali. Voglio esplorare cosa accade quando una persona sente che tutti i problemi le sono caduti addosso e, nonostante tutto, trova la forza di rialzarsi. La mia risposta a questo è legata alla mia fede. Sono musulmana e ho una profonda fede in Dio, che mi ha insegnato a non avere paura delle difficoltà. Cerco di trasmettere speranza. Non una speranza ingenua, ma quella che nasce dopo aver conosciuto il dolore».

5. Quali sono i temi a cui ritorna più spesso?
«L’immigrazione è il primo tema, perché è una realtà che conosco profondamente. Quando emigri, porti con te la tua lingua, i tuoi ricordi, le tue paure, e molto spesso devi ricominciare da zero. Un altro tema fondamentale è l’emancipazione femminile. Ho scritto molto sulla violenza fisica e psicologica e ho ricevuto un Premio Speciale della Giuria per questo. Nessuna donna deve mai pensare che la sofferenza sia il suo destino. E poi c’è la semplicità: più una persona è autentica, più guadagna rispetto».

6. Per chi scrive?
«Scrivo perché non voglio che ciò che ho vissuto e imparato rimanga chiuso dentro di me. Quando scrivo, penso a qualcuno che potrebbe attraversare un momento difficile e che, leggendo una mia frase, potrebbe sentirsi un po’ meno solo. I miei libri sono stati pubblicati in Italia e all’estero, e alcuni miei lavori sono arrivati su prestigiose riviste come Marie Claire. Considero tutto questo con enorme gratitudine».

7. Perché non ha scelto il self-publishing?
«Scrivo in italiano, che non è la mia lingua madre, per questo considero fondamentale il lavoro degli editor e dei professionisti. Pubblicare significa affidare agli altri una parte di sé ed essere disposti ad accettare osservazioni e revisioni. Oggi i miei libri sono nelle librerie fisiche e online, arrivando persino su Barnes & Noble negli Stati Uniti».

8. Il suo primo libro ha avuto un percorso particolare. Come è nato?
«Il mio primo libro, I Muri Non Parlano, racconta la mia esperienza di immigrata. Avevo studiato per curare le malattie delle piante, ma in Italia ho dovuto ricominciare da zero. Avevo due figlie piccole, la barriera della lingua, e mio marito subì tre interventi chirurgici. Ho svolto i lavori più difficili per proteggere la famiglia. Non mi considero un’eroina, ma una donna che ha cercato di andare avanti. Poi alcuni giornalisti lessero il libro e mi chiamarono per Marie Claire. L’ho vissuto come un dono di Dio. A volte ci conduce per strade difficili per portarci dove non avremmo mai immaginato».

9. Ha incontrato difficoltà nel mondo editoriale?
«A dire il vero no. Inviai il manoscritto e dopo dieci giorni fui chiamata da una casa editrice. Il libro ebbe tre ristampe. Attribuisco questo alla provvidenza divina. Per quindici anni mi sono presa cura di mia suocera paralizzata a letto; penso che anche le sue preghiere abbiano accompagnato il mio cammino. A volte possiamo solo essere grati».

10. Cosa pensa dell’intelligenza artificiale e delle nuove forme di scrittura?
«La tecnologia è un’opportunità, ma mi preoccupa quando l’IA sostituisce la sensibilità dell’autore. Rischiamo di perdere ciò che rende la scrittura umana: la capacità di pensare, sentire e raccontare un’esperienza. Una macchina può costruire una frase. Ma solo un essere umano può mettere una vita dentro quella frase».

11. Cosa significa oggi per lei essere una scrittrice?
«Significa avere una voce e scegliere di usarla. Ho conosciuto le difficoltà dell’immigrazione, la responsabilità di una famiglia, il dolore. Forse scrivo per questo: perché credo che ogni persona porti dentro di sé una storia che merita di essere ascoltata. A volte la vita ci mette davanti una pagina bianca non perché non abbiamo più nulla da dire, ma per darci la possibilità di un nuovo inizio. Ringrazio di cuore la redazione di El Massar El Arabi e la giornalista Turkia Loucif per avermi dato voce».

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“Il mondo che dovremo aspettarci”: l’epifania pittorica di Francesco Guadagnuolo come cruda diagnosi del XXI secolo

L’arte come profezia: la maschera antigas e l’apocalisse tecnologica nella sconvolgente opera del Maestro Francesco Guadagnuolo 🎨 🌍 Nel caos del XXI secolo, l’arte smette di essere semplice “quadro” e diventa una spietata radiografia della nostra società. La nuova, potentissima opera pittorica del Maestro Francesco Guadagnuolo (Ambasciatore di Pace ONU) ci sbatte in faccia le nostre paure più recondite: un uomo con una maschera antigas circondato da droni, armi e un ecosistema impazzito. “L’umanità soffoca in un mondo artificiale”, avverte l’autore in un’esclusiva intervista. Una riflessione profondissima che unisce la sociologia di Zygmunt Bauman alla cruda realtà dei conflitti moderni, dove la guerra è diventata algoritmica e la Pace è l’unica “infrastruttura” che l’uomo non ha ancora imparato a costruire. Un saggio critico e visivo imperdibile per capire il presente. Leggi l’intervista integrale e l’analisi dell’opera nel nostro articolo! 👇 🕊️

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Francesco Guadagnuolo - Il Mondo che dovremo aspettarci

Redazione – Nel panorama artistico contemporaneo, l’immagine smette spesso di essere una mera e passiva rappresentazione della realtà per farsi diagnosi precoce, anatomia spietata di una crisi profonda. La nuova opera pittorica di Francesco Guadagnuolo si colloca esattamente in questo solco: non si limita a descrivere il dramma del nostro tempo, ma lo scarnifica, offrendoci un’istantanea che è al contempo cronaca e profezia. Al centro della tela, un uomo con una maschera antigas si staglia contro un orizzonte saturo di detonazioni, vettori balistici e costellazioni di droni, riconfigurando lo spazio visivo in un sistema planetario bellico che riflette le nostre paure più recondite. Da questa epifania plastica prende corpo una riflessione radicale sull’autentica patologia del XXI secolo: la liquefazione del domani e la conseguente perdita del futuro. Attraverso un dialogo ravvicinato con l’autore – Ambasciatore di Pace dal 2010 per l’Universal Peace Federation (ONU) – emerge il ritratto di un’umanità prigioniera di un eterno presentismo, incapace di abitare e persino di immaginare il tempo che verrà.

Il valico visivo nell’apocalisse quotidiana

Ci sono manufatti estetici che non si limitano a riflettere il reale, ma aprono una feritoia nella sua superficie. L’opera di Guadagnuolo (un fecondo sincretismo di olio, smalti e collage su cartone pressato) rifiuta la sterile cronaca per prediligere la collisione visiva. La tavolozza cromatica orchestrata dal Maestro si muove su contrasti stridenti: l’oscurità dei bruni si scontra con improvvisi squarci di blu elettrici, freddi come schermi radar. Sfumature ocra evocano paesaggi contaminati. Su questo sfondo instabile, l’esplosione della luce avviene attraverso gialli accecanti e rossi incendiari, come se il dipinto fosse stato ferito da un lampo termonucleare.

Al centro di questa tempesta si staglia l’icona-chiave del nostro secolo: un giovane uomo il cui volto è obliterato da un respiratore artificiale. Non è il profugo di un conflitto, ma l’archetipo del sopravvissuto globale. È la carne costretta a filtrare l’ossigeno perché l’atmosfera stessa del pianeta – geopolitica, ecologica, antropologica – è divenuta tossica. Attorno a lui, un mandala tecnologico del terrore: droni MQ-9, fucili, cingolati Leopard. A destra, un elmo vuoto simboleggia l’obsolescenza del soldato, ridotto a relitto naturale.

La contrazione della Storia: Bauman, Virilio e l’eterno presente

La tesi profonda del quadro è che il vero dramma della nostra epoca sia la cancellazione del futuro. Come analizzato dal sociologo Zygmunt Bauman parlando di “modernità liquida”, viviamo in una stasi iperattiva, un presente consumistico e precario, privo di ancore ideologiche. Il domani smette di essere un territorio di conquista utopica per trasformarsi in un vuoto pneumatico che genera paralisi. A questo si unisce la teoria di Paul Virilio sulla dromologia (la velocità come motore della storia): l’invenzione della rete globale e dell’intelligenza artificiale bellica rappresenta l’invenzione dell’incidente totale e istantaneo. La guerra si dematerializza e si cronicizza: il nemico non ha un volto, il bersaglio è la vulnerabilità dei sistemi informatici.

Di fronte a questo scenario, la Pace rimane un’infrastruttura mancante. Non può più essere intesa solo come utopia morale, ma come una “tecnologia complessa” ancora da sviluppare, fatta di protocolli globali capaci di disinnescare i conflitti prima del collasso. Oggi, purtroppo, la Pace rimane inascoltata perché non produce plusvalore immediato.

Il dialogo con il Maestro Francesco Guadagnuolo

Nel silenzio del suo studio, il Maestro Guadagnuolo ci aiuta a decodificare la grammatica profonda della sua opera attraverso uno scambio denso di significati.

Maestro Guadagnuolo, la sua tela colpisce per la durezza assertiva. Qual è la genesi di quest’urgenza profetica?
«La genesi risiede nella constatazione che la realtà fenomenica ha superato la capacità di astrazione dell’arte. L’individuo recluso nella maschera antigas è lo specchio dell’antropocene: l’umanità intera che tenta disperatamente di respirare all’interno di un ecosistema artificiale e concettuale che non le appartiene più, e che rischia di soffocarla».

Le deflagrazioni ai margini dell’opera hanno una qualità cosmica. Non è semplice cronaca bellica…
«Esatto. Quelle non sono semplici bombe, sono interruzioni ontologiche. Il XXI secolo si caratterizza per l’interruzione dei flussi: reti digitali che si dissociano, metropoli in blackout. La guerra contemporanea non rade al suolo le città; disattiva le connessioni che le mantengono in vita».

L’elmo vuoto e abbandonato è il dettaglio più lirico e spettrale. Quale solitudine custodisce?
«Custodisce la fine dell’umanesimo bellico. Quell’elmo appartiene a un soggetto rimosso, diventato superfluo. I conflitti postmoderni non si combattono con l’eroismo dei corpi, ma attraverso l’automatizzazione algoritmica dei sistemi. Quell’oggetto è il fossile dell’umano all’interno di uno scenario radicalmente post-umano».

L’arte può ancora salvare il domani?
«Il pericolo è immediato. La vera minaccia non è la distruzione fisica del pianeta, ma l’estinzione del desiderio di futuro. L’assenza di grandi narrazioni ci ha condannati a un eterno presente terapeutico. L’arte ha il dovere di squarciare questo velo, anche a costo di ferire lo sguardo».

Dove si colloca la Pace in tutto questo?
«Come ricorda costantemente il Santo Padre, essa è una voce nel deserto perché non risponde alle logiche del profitto o dei vantaggi strategici. La Pace è un’entità pura e non strumentalizzabile: non può essere usata come un’arma, può solo essere custodita come l’ultimo baluardo del nostro futuro».

L’uomo sul bordo del vuoto

L’opera di Francesco Guadagnuolo si offre come un dispositivo critico essenziale per decifrare la nostra complessa transizione d’epoca. Il mondo che ci attende non sarà necessariamente un cumulo di macerie fumanti, ma una civiltà interrotta e iper-connessa che ha smarrito la capacità di produrre senso. Di fronte a questo orizzonte, la maschera antigas dipinta sulla tela si eleva a imperativo etico: è la necessità vitale di preservare una riserva di ossigeno intellettuale per sottrarsi alla dittatura del presente e tornare, finalmente, a respirare il futuro.

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