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Cultura

In ricordo di José Maria Sciutto, direttore d’orchestra e grande educatore musicale

Il fecondo viaggio del Maestro nel mondo, seminando cultura di Pace attraverso la Musica

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José Maria Sciutto con sua figlia Virginia e famiglia ricevuti dal Presidente della Repubblica

L’AQUILA – Scrivo questa nota in ricordo di José Maria Sciutto a distanza d’una settimana dalla sua scomparsa, rispettando la richiesta di sua figlia Virginia, che ci ha pregato di attendere a darne notizia e di aspettare il suo rientro dall’Argentina per commemorare il Maestro, iniziativa programmata a L’Aquila il 2 luglio alle 16:30 nella basilica di San Giuseppe Artigiano. Un gesto di delicatezza che sembra riflettere la stessa misura con cui José María viveva la musica e le relazioni: mai un passo affrettato, mai una parola superflua, sempre un ascolto attento, sempre un sorriso che illuminava. José Maria Sciutto è deceduto il 20 giugno 2026 a La Plata, città dove, rientrato dall’Italia, da qualche anno viveva con la sua amata compagna Cristina Blake. Chi scrive ha avuto con il Maestro Sciutto un bel rapporto di amicizia e stima, talvolta di confidenza, che si era rafforzato durante due importanti missioni culturali e musicali, cui avevo partecipato in rappresentanza del Comune dell’Aquila una ventina di anni fa, in Australia e poi in Argentina-Brasile.

Sciutto è stato un Maestro insigne, direttore d’orchestra e di cori, docente e pedagogista musicale di vasta traiettoria nella direzione sinfonica e nella formazione corale dei bambini. Straordinaria la sua giovialità, l’ironia e l’empatia nelle relazioni, quanto l’eccezionale sua capacità di coinvolgere bambini e adulti nell’esperienza della musica, sia essa corale che strumentale. Era nato il 10 febbraio 1947 a Junín, nella provincia di Buenos Aires, dove aveva studiato pianoforte e cantato come tenore nel Coro polifonico, per poi trasferirsi a La Plata, dove aveva seguito gli studi di direzione orchestrale. Il Maestro Sciutto ha diretto enti musicali in Argentina, in Europa e America. In Argentina, tra le altre formazioni musicali, è stato direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale, dell’Orchestra del Teatro Argentino de La Plata, dell’Orchestra da Camera di La Plata, dell’Orchestra sinfonica di Bahía Blanca e dell’Orchestra sinfonica di Tucuman. All’estero ha svolto la sua attività in Italia, Romania, Costa Rica, Repubblica Dominicana e Stati Uniti. In Italia è stato docente titolare al Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara, ha diretto il Coro delle Voci Bianche di Roma, il Laboratorio Corale dell’Accademia di Santa Cecilia ed ha svolto incarichi di direzione al Teatro dell’Opera di Roma. Sciutto ha dedicato gran parte del suo lavoro alla pedagogia corale infantile. Ha inoltre tenuto masterclass universitarie per la formazione di direttori di coro e d’orchestra ed è l’autore del Metodo Global di alfabetizzazione musicale e coralità, applicato sia in America Latina che Italia. È stato anche direttore artistico del programma ONU “Musica per la Pace”.

Ho conosciuto Josè Maria Sciutto a L’Aquila, dove il Maestro è vissuto per molti anni, lasciando una traccia profonda del suo talento, della sua creatività musicale, della sua sensibilità. Ma soprattutto dei suoi valori profondi legati ai temi della pace e del dialogo interculturale, attraverso il linguaggio universale della musica. L’Aquila è stata per il Maestro Sciutto il crogiuolo dove fondere al meglio il suo insuperabile metodo di formazione musicale, specialmente rivolto ai bambini. A L’Aquila, città che custodisce il messaggio di Celestino V e la Perdonanza –  e che papa Francesco nel 2022 ha definito Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace -, nel 1988 Sciutto fondò l’Associazione “Musica per la Pace” e la Bottega Ars Musicalis, che hanno operato ed operano tuttora secondo i sui suoi princìpi didattici ed etici, nella formazione corale e musicale di bambini e giovani. Con lui e con l’Associazione “Musica per la Pace”, insieme al coro di sole voci femminili Cappella Ars Musicalis, ebbi l’onore di partecipare, in rappresentanza della Municipalità aquilana, a due missioni culturali: nel 2005 in Australia (Sydney, Canberra, Melbourne e Hobart, quest’ultima città gemellata con L’Aquila) e nel 2007 in Argentina (Buenos Aires, Junin, La Plata) e Brasile (San Paolo, Campinas e Rio de Janeiro), dove il Maestro Sciutto portò l’eccellenza della sua direzione corale, con una messe di consensi e di successi.

Credo utile e significativo richiamare, in sintesi, la sua straordinaria opera culturale e musicale a L’Aquila, dove egli era arrivato nel 1980, su impulso dell’Università della Pace dell’ONU e del suo Presidente, Rodrigo Carrazo, già Capo di Stato della Costa Rica. Come appena detto, Sciutto fondò a L’Aquila l’associazione “Musica per la Pace”, presieduta sin dalla fondazione da Giuseppe Leuzzi. Nell’associazione si faceva e si fa tuttora attività d’insegnamento musicale specialmente rivolta ai bambini, cui s’aggiunge l’attività corale, per Voci bianche e adulte. Con il Coro femminile da camera Cappella Ars Musicalis molte sono state le missioni dell’associazione, sia in Italia che all’estero. Il primo viaggio all’estero nel settembre 1995 in Germania, a Rottweil, città gemellata con L’Aquila. L’anno dopo, in dicembre, la missione musicale in Costa Rica. Nel 1998 la prima trasferta del Coro Cappella Ars Musicalis in Australia, su mandato del Comune dell’Aquila, per il patto di gemellaggio tra la città capoluogo d’Abruzzo e la città di Hobart, capitale della Tasmania. Sguì poi la serie di tournées nell’ambito delle relazioni con le comunità abruzzesi nel mondo: la prima ad Hamilton, in Canada,  l’anno successivo in Argentina, dove si tennero diversi concerti (Buenos Aires, Mar del Plata e Junin). L’attività del coro all’estero continuò con una seconda tournée in Australia, nel 2005, nelle città di Sydney, Canberra, Melbourne, Hobart. Seguì, nel 2007, la seconda tournée in Argentina, nell’ambito d’un progetto di cooperazione internazionale approvato della Regione Abruzzo tra l’associazione Musica per la Pace e l’associazione Dante Alighieri di Junin. Nell’occasione si tennero concerti a Junin, La Plata e Buenos Aires, poi in Brasile, a San Paolo, Campinas e infine a Rio de Janeiro dove il Sax Quartet della Bottega Ars Musicalis tenne un concerto nella favela Rocinha, la più grande della città carioca, in un centro sociale impegnato nel recupero dei bambini di strada tramite la musica e le attività culturali. Sempre a Rio, presso l’Istituto Italiano di Cultura, il Coro Cappella Ars Musicalis, il Sax Quartet e il Gruppo di percussionisti della favela Rocinha tennero insieme un concerto emozionante.

“Oggi il palco è vuoto – ha scritto in una bella testimonianza Germana Rossi, docente e musicista di rara sensibilità -. Un omino minimo, uno speedygonzales venuto in città a rivoluzionare e a far capire che la musica non si impara sui banchi o nelle quattro mura, ma si respira, si vive, si vive assieme agli altri, come avveniva nelle botteghe dove gli ingredienti diventavano capolavori attraverso il lavoro collettivo con a capo un maestro. José Maria Sciutto è stato la vera rivoluzione nella storia della musica aquilana, intuendo come l’espressione artistica non appartiene al singolo solitario, ma alla coralità di una comunità. Ha scardinato uno schema che considerava i musicisti studenti, o solo come strumentisti o solo come coristi. Lui ha preso i musicisti studenti e li ha trasformati in un unico organismo vivente. Vero è che questa modalità c’era anche nel Conservatorio, ma lui ha capito che, nell’ambito di un ente di formazione privato, far dialogare strumenti differenti e unire le voci umane significava creare un microcosmo sociale: un luogo dove l’ascolto dell’altro diventa fondamentale e l’esperienza corale totale. Oggi il palco è vuoto e il silenzio fa male – aggiunge Germana Rossi -, eppure, se ascoltiamo con attenzione, quel silenzio è pieno dell’eco di tutte le note che ci ha insegnato a cantare e suonare ed è pieno del suo sorriso. Sciutto ci ha lasciati, ma la sua vera opera d’arte non muore oggi. La sua opera d’arte siamo noi: sono i bambini che sono cresciuti con i suoi insegnamenti, gli adulti che hanno condiviso con lui anni di sacrifici e applausi, e tutti coloro che, grazie a lui, hanno scoperto che la musica è la forma più alta di amore collettivo. Grazie Maestro Sciutto!”

 

La nascita della Bottega Ars musicalis, su iniziativa di José Maria Sciutto, è stata un grande lascito concettuale, che ha trasformato l’insegnamento musicale in scuola-bottega, dove ognuno si sente parte di un totale, dove si cresce assieme, e dove soprattutto si matura anche la trasformazione e tramutazione dei ruoli: da allievo a maestro, da corista a segreteria per la scuola stessa, dove gli alunni più esperti aiutano i principianti, creando una catena di trasmissione del sapere viva e continua. Nella Bottega la musica ha smesso di essere unicamente una tecnica da padroneggiare per diventare una lingua da parlare collettivamente. I numerosi musicisti e docenti di musica che oggi abbiamo in città sono anch’essi l’eco di questa rivoluzione.

Il mondo musicale aquilano e nazionale è rimasto attonito alla notizia della scomparsa di Sciutto. Il M° Vincenzo Di Carlo, che nell’associazione ha ereditato la bacchetta di direttore del Coro, ha dichiarato: “L’Associazione Musica per la Pace, con profonda e sincera commozione, piange la scomparsa del suo indimenticabile fondatore, il carissimo Maestro José Marìa Sciutto, protagonista indiscusso della trasformazione della didattica musicale, nonché fautore e interprete della divulgazione della Musica come linguaggio universale di Pace. La sua irreprensibile coerenza e dedizione professionale, unita a un’instancabile creatività e a una rara sensibilità musicale e umana, hanno definito la storia e l’identità dell’Associazione e hanno lasciato un segno autentico nella formazione artistica di tutti coloro che lo hanno conosciuto. L’auspicio è che il suo carisma possa sempre risuonare nelle voci di chi ha avuto la fortuna di camminare accanto a lui, mentre la sua eredità morale e artistica continuare a guidare e ispirare quanti fanno della Musica una vera arte del vivere. A lui la nostra gratitudine, oggi e sempre!”.

Manifestazioni di cordoglio sono state espresse dal Teatro dell’Opera di Roma: Con dolore apprendiamo della scomparsa di José Maria Sciutto, direttore d’orchestra e di coro che ha dedicato una parte importante della sua attività artistica alla formazione musicale dei più giovani, guidando a lungo la Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma. Ai suoi cari giunga il più sentito cordoglio del Teatro dell’Opera di Roma.”. L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia “…esprime il proprio cordoglio per la scomparsa di José Maria Sciutto, musicista, direttore e didatta. Primo direttore, dal 2005 al 2011, del Coro di Voci Bianche, della Cantoria e del Laboratorio Corale dell’Accademia di Santa Cecilia, ha accompagnato con passione e competenza la crescita musicale di generazioni di allievi, lasciando un ricordo profondo in quanti hanno avuto la fortuna di condividere con lui un percorso di formazione artistica e umana.” Il Conservatorio “L. D’Annunziodi Pescara: “Con grandissimo dispiacere abbiamo appreso dell’improvvisa scomparsa di Josè Maria Sciutto. Pioniere della formazione e della crescita artistica dei cori di voci bianche, restano nel nostro ricordo la sua leggendaria intransigenza e la sua passione inesauribile per la musica, le sue camicie fantasmagoriche e la sua impagabile arguzia. Salutiamo oggi con rimpianto un collega, un impareggiabile Maestro e un grande amico.”

 

Numerosissime le dichiarazioni di affetto e di stima per l’uomo, il docente e il Maestro. A L’Aquila davvero una messe di ricordi e di pensieri di gratitudine da parte di coloro che si sono formati al suo insegnamento. Tra essi segnalo per brevità solo i nomi più noti e famosi: Simona Molinari, Fabrizio Mancinelli, Jacopo Sipari di Pescasseroli. Simona Molinari, la cantante che da bambina con lui si è formata, lo ha ricordato queste parole: “Il mio primo insegnante di musica era argentino, José Maria Sciutto, e ieri ha lasciato questa terra. Non potevo sapere allora quanto quell’incontro avrebbe segnato la mia vita. Ma sapevo che il Maestro credeva in me e che questo mi affidava una responsabilità enorme. Mi ha insegnato che il canto non è un dono da esibire, ma un mestiere da imparare ogni giorno. Che il talento non è nella perfezione, ma negli errori che si è disposti a ripetere, correggere e attraversare, per diventare migliori. Nel suo lavoro con i bambini era un visionario. Ha dedicato la vita alla musica, inventando un metodo che metteva al centro la crescita della persona, prima ancora della prestazione. Grazie Maestro. Per la musica, per la visione, per l’umanità.

Fabrizio Mancinelli, direttore d’orchestra e insigne compositore di musica da film che vive a Los Angeles, ha scritto: “Ci sono persone a cui dobbiamo tanto, persone il cui impatto sulla nostra vita semplicemente non può essere espresso a parole. Una di queste persone, per me, è stata il mio primissimo insegnante di musica José Maria Sciutto. È stato il primo a credere che potessi diventare un musicista. Il primo che credeva che potessi scrivere musica. Il primo che ha visto qualcosa in me che valeva la pena nutrire. Non è stato solo un musicista brillante, ma uno straordinario educatore musicale che ha dedicato la sua vita all’insegnamento dei bambini, creando per loro un metodo musicale speciale. Era qualcuno che rispettavo e amavo profondamente. Mi sento incredibilmente fortunato che siamo rimasti in contatto per tutti questi anni. Parlavamo spesso di musica, dei nostri primi ricordi e di dove ci aveva portato questo viaggio. Oggi mi ritrovo a ripensare alla mia primissima lezione di musica, alla prima volta che ho cantato nel coro dei bambini, e al momento in cui è iniziato questo viaggio di tutta la vita con la musica. Addio, maestro querido!”. Jacopo Sipari di Pescasseroli, affermato direttore d’orchestra, è stato tra i primi a commentare la perdita del grande Maestro: “Certo uomini pensi che siano eterni. Invece purtroppo no. Con immenso dolore apprendo della scomparsa del mio primo maestro Jose Maria Sciutto, straordinario musicista e grande didatta. A lui devo la mia passione per la musica. Che la musica ti accompagni in cielo caro maestro!”

 

Lungo sarebbe ancora l’elenco delle testimonianze. Mi soffermo tuttavia solo sull’emozione molto intensa che la scomparsa di José Maria Sciutto ha destato a L’Aquila, città che quest’anno è Capitale italiana della Cultura, e in tutta Italia, dov’egli era noto e stimato non solo nel mondo musicale. Questo ricordo vuole essere un modesto tributo personale verso il Maestro, denso di affetto e di gratitudine per la sua amicizia, che serberò per sempre come un dono prezioso. Oggi si piange la scomparsa d’un grande musicista e direttore, ma soprattutto si raccoglie l’eredità straordinaria d’un uomo che ha dedicato ogni istante della sua esistenza ad unire le persone attraverso la bellezza della musica. José Maria lascia una scia di canti, armonie e ricordi indelebili. Direttore preparatissimo, eccellente, stimolante: la sua bacchetta sembrava muoversi in virtù d’una energia interiore instancabile. Abbattendo ogni barriera generazionale, Egli ha messo sullo stesso piano i grandi in orchestra a fianco dei più piccoli nel coro, i professionisti e i bambini che si affacciavano per la prima volta al mondo delle note. Perché per lui non esistevano gerarchie, ogni voce era un tassello fondamentale di un mosaico più grande!

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Cultura

John Cabot University: il presidente Franco Pavoncello conclude il suo mandato dopo ventuno anni di guida

🎓 Dopo oltre vent’anni al vertice della John Cabot University, Franco Pavoncello lascia la presidenza, avendo trasformato l’ateneo in un pilastro internazionale nel cuore di Roma. Un traguardo straordinario per la Capitale.

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#JohnCabotUniversity #Roma #FrancoPavoncello #FormazioneInternazionale

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il presidente Franco Pavoncello

Roma – Un’era accademica giunge al termine nel cuore pulsante di Trastevere. Il prossimo 30 giugno 2026, Franco Pavoncello lascerà ufficialmente la presidenza della John Cabot University, chiudendo un ciclo durato ventuno anni alla guida dell’ateneo americano situato nella Capitale. La sua uscita di scena segna il culmine di un percorso professionale e umano che ha visto l’istituzione trasformarsi radicalmente, passando da piccola realtà accademica legata alle arti liberali a punto di riferimento internazionale in Europa.

Il legame tra Pavoncello e l’ateneo capitolino affonda le radici nel 1990, quando fece il suo ingresso nei ranghi accademici in qualità di docente di scienze politiche. Da allora, il suo impegno costante lo ha portato a scalare ogni gradino della carriera interna, ricoprendo il ruolo di Preside e Vicepresidente degli Affari Accademici tra il 1996 e il 2005. La nomina a Presidente ad interim, arrivata nel 2005 e seguita dalla conferma ufficiale nel 2006, ha dato il via a una stagione di cambiamenti strutturali e didattici che hanno riscritto la geografia urbana e formativa del rione di Trastevere e delle aree limitrofe.

La crescita infrastrutturale tra le vie di Trastevere

Sotto la direzione di Pavoncello, la John Cabot University ha vissuto una trasformazione fisica tangibile. Quando assunse l’incarico, l’università operava in spazi limitati; oggi, la presenza dell’ateneo è radicata in sette edifici dislocati nel cuore storico di Roma. L’espansione non ha riguardato solo le aule, ma ha incluso l’inaugurazione di tre nuove residenze studentesche e il potenziamento della Frohring Library, struttura divenuta centrale per la ricerca accademica.

Questo sviluppo ha avuto un impatto diretto sul tessuto urbano della zona di Lungotevere Raffaele Sanzio e piazza Trilussa. Proprio per suggellare questo legame indissolubile tra l’università e il territorio, nel settembre 2025 il Consiglio di Amministrazione ha deliberato l’intitolazione dell’edificio situato al civico 11 di Lungotevere Raffaele Sanzio come “Franco Pavoncello Campus”. Un riconoscimento che premia non solo la gestione manageriale, ma anche la capacità di integrare una comunità internazionale di studenti e docenti all’interno della quotidianità romana.

Eccellenza accademica e prestigio internazionale

L’eredità di Pavoncello non si limita alle mura degli edifici romani, ma si estende alla qualità dell’offerta formativa. La popolazione studentesca, tra il 2006 e il 2026, ha registrato una crescita esponenziale, triplicando le iscrizioni. Parallelamente, l’ateneo ha ottenuto traguardi accademici di rilievo, come l’accreditamento AACSB per la Frank J. Guarini School of Business, che ne ha certificato gli standard qualitativi a livello globale.

L’inserimento di nuovi percorsi di laurea magistrale, in particolare in Storia dell’Arte e Affari Internazionali, ha permesso alla John Cabot University di consolidare il proprio posizionamento competitivo. La fondazione di centri specializzati, tra cui l’Institute for Entrepreneurship, ha inoltre favorito il collegamento con il mondo professionale, offrendo agli studenti sbocchi concreti in un mercato del lavoro sempre più interconnesso. Il riconoscimento ricevuto dal Primo Municipio di Roma per la sinergia creata tra l’università e il quartiere rappresenta la sintesi di un percorso mirato all’integrazione culturale.

Nel saluto rivolto alla comunità accademica, Pavoncello ha ripercorso con lucidità i passi compiuti: «Da un edificio di due piani in una zona residenziale di Roma a sette edifici a Trastevere, è stato un percorso significativo. Sono onorato di aver fatto parte di questa comunità di studiosi e professionisti». Oltre ai successi gestionali, il docente è stato recentemente insignito del titolo di ‘Amico’ dall’Accademia dei Lincei e ha ricevuto il premio alla carriera da parte di We the Italians, confermando come la sua figura abbia rappresentato un ponte tra la cultura accademica americana e la tradizione intellettuale italiana. Con il suo addio, l’ateneo si prepara ora ad affrontare una nuova fase, forte di una struttura solida e di un’identità globale ormai pienamente consolidata nel panorama educativo europeo.

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Cultura

L’Aquila, la città che si rivela al mondo | Intervista a Goffredo Palmerini

L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

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LAquila, Basilica di S.Maria di Collemaggio

Redazione- L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

Custode di uno dei più importanti centri storici d’Italia, di straordinari monumenti, di una tradizione culturale viva e della Perdonanza Celestiniana, patrimonio immateriale dell’UNESCO, L’Aquila si presenta oggi come un luogo in cui memoria e innovazione convivono armoniosamente. Una città che continua a produrre cultura, ricerca, arte e conoscenza.

A raccontare il significato profondo di questo anno speciale è Goffredo Palmerini, giornalista, scrittore ed ex vicesindaco dell’Aquila, da sempre tra i più autorevoli interpreti della storia e dell’identità aquilana. Attraverso il suo racconto emerge il volto autentico di una città che ha saputo trasformare le prove più difficili in occasioni di crescita e che oggi, da Capitale Italiana della Cultura, offre all’Italia e al mondo un messaggio di bellezza, resilienza, dialogo e speranza.

L’Aquila è stata nominata Capitale Italiana della Cultura 2026. Da aquilano e protagonista della vita amministrativa cittadina per quasi trent’anni, che significato attribuisce a questo riconoscimento?

L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 non è soltanto un titolo, è uno specchio che finalmente restituisce al Paese l’immagine autentica di una città straordinaria. Da un lato, certifica la ricchezza del suo patrimonio artistico: un centro storico vastissimo, racchiuso da oltre sei chilometri di mura trecentesche, dove quasi duemila emergenze architettoniche e monumentali sono censite e protette dal Ministero. Dall’altro, riconosce la vitalità di una produzione culturale che, per qualità e densità, non ha paragoni in Italia in rapporto al numero degli abitanti.

C’è però un significato più profondo. Questo riconoscimento premia una comunità che ha saputo resistere e rinascere dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’Aquila non è una città che si reinventa. È una città che si rivela. La sua storia lo dimostra. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli, ciascuno chiamato a edificare un quartiere “al massimo della bellezza”, nacque come progetto urbano armonico, non per aggregazioni casuali. Come ricorda Pierre Lavedan, nella storia dell’urbanesimo europeo non era mai accaduto nulla di simile. Solo San Pietroburgo nel 1703 e Brasilia nella seconda metà del Novecento avrebbero riproposto un’idea così visionaria. Questa è la prima, irripetibile modernità dell’Aquila.

Lei ha raccontato L’Aquila in molti suoi libri. Quali caratteristiche rendono questa città unica nel panorama culturale italiano?

Per tre secoli L’Aquila fu una città di rango europeo, seconda città del Regno dopo Napoli, protagonista dei commerci della lana e dello zafferano, dotata di una governance civile e politica originalissima. La Civitas nova e i Castelli fondatori erano legati da un sistema di diritti e doveri reciproci che anticipava forme di democrazia partecipata. Le cinque Arti, depositarie del potere cittadino, seppero valorizzare il privilegio di essere città di confine, conquistando un’autonomia che oggi definiremmo “avanzata”. La città aveva una sua “costituzione” negli Statuti, batteva moneta, godeva di un regime fiscale favorevole e, dal 1464, del diritto di istituire un’università. Era un luogo aperto all’innovazione: nel 1482 Adam Burkardt di Rottweil, allievo di Gutenberg, vi fondò una delle prime stamperie d’Italia (la terza, dopo quelle di Venezia nel 1469 e Foligno nel 1470). Una borghesia colta e illuminata completava il quadro di una città dinamica, moderna, sorprendentemente europea.

Poi vennero la rivolta del 1528 contro i dominatori spagnoli, la repressione e la cesura tra città e contado, cui seguì una decadenza lunga oltre un secolo, anche per le conseguenze del devastante terremoto del 2 febbraio 1703. Ma L’Aquila ha una caratteristica che la rende unica, la capacità di risorgere. Dai terremoti, dalle guerre, dalle dittature. Nel secondo dopoguerra, con la libertà riconquistata e con la Repubblica, nascono la Società dei Concerti, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese con un’orchestra stabile, il Teatro Stabile dell’Aquila, poi d’Abruzzo, l’Università degli Studi, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di Musica, l’Istituto Cinematografico “La Lanterna Magica”, l’Accademia per le Arti e le Scienze dell’Immagine, il Teatro d’innovazione “L’Uovo”, infine il Gran Sasso Science Institute. L’Aquila non distribuisce cultura. La produce. La genera. La rinnova. E custodisce un patrimonio spirituale che non ha eguali: la Perdonanza Celestiniana, primo giubileo della cristianità (1294), oggi Patrimonio UNESCO. Papa Francesco ha definita L’Aquila «Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace». Non è un titolo del passato, è un destino.

Da anni promuove l’immagine dell’Aquila presso le comunità italiane all’estero. Qual è oggi la percezione della città nel mondo?

Dopo il sisma del 2009, L’Aquila è diventata una città universale. Il mondo l’ha conosciuta attraverso la sua tragedia, ma anche attraverso la dignità con cui ha saputo affrontarla. Le sue ferite, poi ricucite dalla ricostruzione, hanno fatto il giro del pianeta. E con esse la straordinaria solidarietà ricevuta da ogni parte d’Italia e del mondo. Questo patrimonio morale è oggi una delle sue ricchezze più grandi, un esempio di umanità che contrasta con un mondo segnato da guerre, violenze, tragedie civili. La Perdonanza, con il suo messaggio di pace e riconciliazione, è un ponte ideale tra L’Aquila e il mondo. Il titolo di Capitale della Cultura può amplificare questo messaggio, trasformandolo in un invito universale al dialogo e alla pace.

Quali luoghi, eventi o simboli consiglierebbe a chi visiterà L’Aquila per la prima volta nel 2026?

L’Aquila è un giacimento di bellezza diffusa. Nel solo centro storico si contano oltre settanta chiese, un centinaio di palazzi gentilizi, piazze, fontane, porte urbiche, scorci che sembrano usciti da un trattato di urbanistica rinascimentale. Luoghi simbolo imprescindibili della città sono la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, cuore spirituale della città e della Perdonanza, che custodisce le spoglie di Celestino V; la Basilica di San Bernardino, con lo splendido mausoleo rinascimentale, che custodisce il corpo di San Bernardino da Siena, e la Resurrezione, pala d’altare con le ceramiche di Andrea della Robbia; la Fontana delle 99 Cannelle, edificata nel 1274, enigma delle origini e simbolo identitario; il Castello cinquecentesco con il Museo Nazionale d’Abruzzo, scrigno di collezioni e mostre d’arte; poi le piazze, le fontane, le porte della cinta muraria, e in ogni angolo dettagli intriganti e sorprese, una storia tutta da raccontare. L’Aquila è una città che non si visita, si attraversa. E ogni attraversamento è una scoperta.

Quando e come è nata la sua vocazione alla scrittura?

La scrittura è nata come un’estensione naturale del mio impegno civile. Dopo quasi trent’anni nelle istituzioni cittadine, nel 2007 ho scelto di dedicarmi al giornalismo internazionale e alla produzione letteraria. Era un modo diverso di servire la mia città, l’Abruzzo, l’Italia. Raccontare l’Italia meno conosciuta – quella dei borghi, delle province, delle eccellenze nascoste – è diventato un modo per colmare un vuoto comunicativo evidente. All’estero i pacchetti turistici si concentrano sulle solite mete. Ma l’Italia profonda custodisce meraviglie che meritano di essere scoperte. La scrittura odeporica è per me un atto di restituzione: informare, incuriosire, far nascere il desiderio di conoscenza.

Da cosa nasce il suo interesse per l’emigrazione italiana?

Nasce dall’incontro diretto con le nostre comunità all’estero, durante gli otto anni nel Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo. Da lì si è aperto un mondo: quello degli 80 milioni di oriundi italiani, una “seconda Italia” che vive fuori dai confini ma custodisce la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra memoria. Le visite sono diventate racconti, articoli, libri. Una circolarità di informazioni che ha arricchito la mia comprensione del fenomeno migratorio italiano, una delle più grandi diaspore dell’umanità. Una conoscenza che non tengo gelosa, ma che volentieri metto a disposizione di tutti attraverso la mia attività perché diventi consapevolezza comune.

Quale immagine dell’Italia ha trovato più viva tra gli emigrati e i loro discendenti?

Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine seria, affidabile, laboriosa. Sono i migliori ambasciatori del Paese. Hanno conquistato rispetto e stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persistono stereotipi che impediscono di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni successive alla prima emigrazione hanno raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire legami, di portare creatività, stile e modo di vivere ovunque.

Come interpreta i cambiamenti che stanno interessando l’Italia e le nuove forme di mobilità giovanile?

L’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali nell’economia e nell’organizzazione statuale, l’innovazione industriale e nei servizi in ritardo, stanno generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione: fino a 150mila espatri l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze, di capitale umano qualificato. Molti giovani, pur diplomati o laureati, non trovano lavoro adeguato o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più meritocratiche. Servono politiche strutturali, non episodiche, per invertire la tendenza. Concludendo, abbiamo il dovere morale di conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e perfino politica di portata globale.

https://www.ciaomag.com/home/laquila-cultura-2026

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Giornalista e scrittrice, è esperta di comunicazione e autrice di pubblicazioni in italiano, inglese e spagnolo. Da molti anni promuove attivamente l’Italia nel mondo attraverso una fitta rete di relazioni internazionali. È stata consigliere dell’Associazione Donne Italiane di Hong Kong, co-fondatrice e responsabile della comunicazione per l’Italian British Association, co-fondatrice e direttore di Ciao Praga e responsabile globale delle Pubbliche Relazioni per l’A.I.M. – Associazione per l’Italia nel Mondo. Ha, inoltre, ricoperto incarichi per l’Università di Cambridge, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Mondiale, l’Iniziativa Centro Europea, BP, ENI, AGIP e Alitalia. Attualmente è Direttore di Ciao Magazine e della casa editrice Ciao Publishing (CP Cambridge).

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Cultura

L’Ashura: memoria, significato e valori universali

L’Ashura è una ricorrenza religiosa importante per i musulmani, in particolare per la comunità sciita. Essa commemora gli eventi della battaglia di Karbala del 680 d.C., in cui l’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, e i suoi compagni furono uccisi.

Questo evento viene ricordato ogni anno il decimo giorno del mese islamico di Muharram.

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’Ashura

 Oggi coincide con il decimo giorno del mese islamico di Muharram, il giorno dell’Ashura

Redazione- L’Ashura è una ricorrenza religiosa importante per i musulmani, in particolare per la comunità sciita. Essa commemora gli eventi della battaglia di Karbala del 680 d.C., in cui l’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, e i suoi compagni furono uccisi.

Questo evento viene ricordato ogni anno il decimo giorno del mese islamico di Muharram. La commemorazione dell’Ashura non è limitata a un solo Paese: viene osservata in molte parti del mondo musulmano, tra cui Iran, Iraq, Libano, Pakistan, India, Azerbaigian, Bahrein e in diverse comunità della diaspora in Europa e nelle Americhe.

Il significato dell’Ashura non si limita alla memoria storica. Per molti credenti rappresenta un simbolo di giustizia, resistenza contro l’oppressione e fedeltà ai principi morali, anche a costo del sacrificio personale.

In alcune occasioni, i media occidentali associano l’Ashura esclusivamente a pratiche come l’autoflagellazione o la cosiddetta “zang-zani” (auto-colpimento con catene) o la “qama zani” (uso di lame sulla testa). Tuttavia, è importante chiarire che queste pratiche non sono rappresentative di tutte le comunità musulmane e sono oggetto di dibattito religioso e culturale. In molti Paesi e tra numerosi studiosi islamici, tali forme di espressione non vengono incoraggiate o vengono addirittura scoraggiate.

Oggi, in molte comunità, il centro della commemorazione è soprattutto spirituale e sociale: si riflette sul messaggio dell’Imam Hussein, che è quello di difendere la giustizia, la dignità umana e la verità contro l’ingiustizia.

Per questo motivo, l’Ashura viene sempre più interpretata anche come un momento di riflessione universale sui valori etici e sulla responsabilità morale, che possono essere compresi anche al di fuori del contesto religioso.

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