Attualità
CARBURANTI, SCADE IL TAGLIO DELLE ACCISE: I RINCARI DAL 1° MAGGIO
Redazione- A partire dal primo giorno di maggio del 2026, l’Italia si troverà ad affrontare un aumento dei costi per benzina e gasolio, poiché la misura di riduzione delle accise, introdotta in via emergenziale, giungerà al termine. Questo scenario posizionerà l’Italia tra i paesi dell’Unione Europea con i prezzi dei carburanti più elevati.
In precedenza, il governo aveva attuato una riduzione di circa 25 centesimi al litro per entrambi i tipi di carburante. Attualmente, non è ancora chiaro se vi sarà una proroga di questa agevolazione. Pertanto, si deve considerare la data di scadenza ufficiale del 30 aprile.
Le stime indicano che, dal 1° maggio, il prezzo della benzina potrebbe avvicinarsi a 1,98 euro al litro, mentre il gasolio potrebbe superare la soglia dei 2,30 euro al litro. Questi valori, in particolare per il diesel, rappresentano un onere considerevole per chi percorre molti chilometri.
È importante sottolineare che queste cifre sono delle proiezioni, influenzate da fattori complessi come le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e recenti lievi cali nei prezzi internazionali dei carburanti.
L’Italia, insieme alla Spagna, è stata una delle poche nazioni nell’UE ad aver tagliato le accise, mantenendo così i prezzi dei carburanti relativamente bassi. Tuttavia, alla scadenza di questa misura, si prevede un notevole rincaro.
La preoccupazione maggiore riguarda il prezzo del gasolio, che potrebbe superare anche i costi attuali di altri carburanti in diversi paesi europei, come il gasolio in Olanda, la benzina in Francia e la benzina in Germania. Questo si tradurrebbe in circa 23 euro per 10 litri di gasolio, o poco più di 8,5 litri con 20 euro.
Il taglio delle accise ha comportato per il governo una perdita di circa 1 miliardo di euro in mancate entrate fiscali, rendendo economicamente svantaggiosa la sua continuazione a lungo termine.
Esteri
Afghanistan: quando la disoccupazione sotto i Talebani trasforma la disperazione in tragedia
Redazione- In Afghanistan, dietro molte delle notizie di dolore e violenza si nasconde una crisi più profonda: la mancanza di lavoro, la perdita della speranza e il peso psicologico di una società dove milioni di giovani non riescono a costruire il proprio futuro.
A Kandahar, la morte di Muslim, un giovane di 25 anni che da tempo cercava un’occupazione senza riuscire a trovarla, non è soltanto una tragedia familiare. È il simbolo di una ferita sociale più ampia: quella della disoccupazione crescente e della disperazione che entra nelle case.
Secondo le fonti locali, una discussione familiare è degenerata fino alla morte del giovane. Un padre ha perso il controllo e una vita è stata spezzata. Dietro questo dramma non c’è soltanto un momento di rabbia, ma anche il peso di anni di difficoltà economiche, frustrazione e assenza di prospettive.
In Afghanistan, la disoccupazione non è solo una cifra nei rapporti economici: è il volto di un giovane che cerca inutilmente un lavoro, di una famiglia che vive nell’incertezza e di una generazione che vede il proprio futuro diventare sempre più lontano.
Molti cittadini afghani, soprattutto a Kandahar, attribuiscono l’aumento della crisi economica e della mancanza di opportunità al fallimento dei Talebani nel creare posti di lavoro e nel garantire condizioni economiche migliori per la popolazione. Secondo queste critiche, dopo il ritorno dei Talebani al potere, la situazione occupazionale è peggiorata e molte famiglie hanno dovuto affrontare una pressione sempre maggiore.
La tragedia di Muslim non è soltanto la storia di una famiglia distrutta; è un avvertimento per tutto l’Afghanistan. Quando un giovane perde la possibilità di lavorare, quando la speranza scompare e la povertà aumenta, le conseguenze possono andare oltre la crisi economica e colpire anche i legami umani più profondi.
Dietro ogni numero sulla disoccupazione c’è una persona, un sogno e una vita.
La domanda che rimane è dolorosa: quanti giovani afghani dovranno ancora vivere nell’ombra della disperazione prima che il mondo ascolti il grido silenzioso di una generazione senza futuro?
Politica
Caso Lazio, Sforzini (Rinascimento Nazionale) tuona contro Rocca: «La proprietà privata non si decide con l’applausometro, gravissimo rischio di aggiotaggio»
Il Caso Lazio si infiamma: Luca Sforzini demolisce le ingerenze di Rocca e avverte sul rischio “aggiotaggio” in Borsa! 🦅 💼 Non si placa la bufera sulle dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che aveva “invitato” Claudio Lotito a passare la mano e vendere la S.S. Lazio. A intervenire a gamba tesa è ora Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale), con una lezione magistrale di diritto e libertà d’impresa. “La Lazio NON è una partecipata della Regione, la proprietà privata non si decide con l’applausometro!”, tuona Sforzini. Ma l’allarme più grave riguarda il mercato: essendo la Lazio una società quotata in Borsa, le parole di un governatore regionale possono influenzare gli investitori, innescando addirittura il rischio di “AGGIOTAGGIO”. Un durissimo invito a Rocca a occuparsi delle infrastrutture (come il Flaminio) e a non invadere il campo dei privati. Leggi il comunicato integrale e l’analisi politica nel nostro articolo! 👇 🏛️ Siete d’accordo con le parole di Sforzini? Scrivetelo nei commenti!
Redazione– Il calcio, a Roma, non è mai soltanto un gioco. Spesso si trasforma nell’arena perfetta in cui si consumano scontri politici, si misurano i poteri e si testano i confini delle istituzioni. Ma in queste ore, il dibattito incandescente sul futuro della S.S. Lazio ha superato ampiamente la linea del fallo laterale. Al centro della bufera ci sono le recentissime e pesanti dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale è intervenuto a gamba tesa suggerendo a Claudio Lotito che la sua “stagione” alla guida del club biancoceleste sarebbe di fatto conclusa, invitandolo apertamente a valutare interlocutori interessati a subentrargli. Un’ingerenza pubblica in un affare privato che ha scatenato la reazione durissima e puntuale di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.
Lo scontro istituzionale: quando la politica invade il campo dell’impresa
In un comunicato denso di passione civile e rigore giuridico, Sforzini non fa sconti e riporta la discussione sui binari del diritto: «Con le ultime dichiarazioni di Francesco Rocca è stato superato un limite che riguarda assai meno il calcio di quanto possa sembrare. Il presidente della Regione non si limita più a criticare la “postura” di una società privata, ma arriva addirittura ad affermare che la stagione di Lotito sarebbe conclusa. No. Non funziona così. Non in una società occidentale».
Il presidente di Rinascimento Nazionale chiarisce subito di non voler entrare nelle dispute del tifo laziale o di voler assegnare pagelle sportive alla dirigenza, ma sottolinea l’urgenza di difendere un principio costituzionale sacro: il limite del potere pubblico. «Come Centro Studi esaminiamo dove finisce il potere pubblico e dove cominciano la libertà dell’individuo, dell’impresa e della proprietà. Su questo, il confine va tracciato con il righello».
Il diritto di proprietà: la Lazio non è una “partecipata” della Regione
Il cuore dell’intervento di Sforzini è una difesa a spada tratta della libertà d’impresa. La Lazio, ricorda, non è un ente di Stato. «La Lazio non è una partecipata della Regione, Lotito non è un amministratore nominato da Rocca e il presidente della Regione non è l’assemblea degli azionisti della S.S. Lazio. La proprietà privata non è sottoposta all’applausometro dei tifosi o della politica».
Le regole dell’economia di mercato sono chiare e inossidabili, spiega Sforzini: il proprietario vende solo se vuole, quando vuole e alle condizioni che ritiene di accettare, senza subire pressioni esterne. «Questo si chiama diritto di proprietà. Se domani comparirà un compratore e Lotito riterrà conveniente vendere, sarà il mercato a produrre il passaggio. Se non vorrà farlo, continuerà a esserne il proprietario finché ne avrà titolo. È sorprendente doverlo ricordare nel 2026».
L’allarme gravissimo: il mercato, la Borsa e il rischio di aggiotaggio
Ma c’è un aspetto ancora più delicato e potenzialmente esplosivo che Sforzini porta alla luce: la S.S. Lazio non è una società qualunque, ma è una S.p.A. quotata in Borsa. E in ambito finanziario, le dichiarazioni pubbliche pesano come macigni.
«Quando il presidente di una Regione interviene pubblicamente per sostenere che la stagione del proprietario è conclusa e per prospettare una cessione, le sue parole sono come pietre. Le parole di un’autorità istituzionale possono incidere sulle aspettative e sulle percezioni degli investitori, influenzando il mercato. C’è il rischio aggiotaggio». Un avvertimento durissimo, che rimarca come chi ricopre funzioni pubbliche dovrebbe osservare la massima cautela. Essere quotati significa rispondere alle autorità di vigilanza e agli azionisti, precisa Sforzini, e non significa certo «diventare una società a sovranità limitata sottoposta all’indirizzo del presidente della Regione».
L’appello a Rocca: “Pensi al Flaminio, non allo sconfinamento del potere”
La chiosa finale di Sforzini è un richiamo all’ordine istituzionale. Francesco Rocca ha tutto il diritto di essere un tifoso laziale appassionato e di sognare, nel suo privato, un altro presidente per la propria squadra del cuore. Ma la “disciplina istituzionale” impone di separare i desideri del tifoso dai poteri dell’Istituzione che rappresenta.
«Rocca lavori sul progetto dello stadio Flaminio, sulle infrastrutture e sui servizi della Regione. Non vada oltre: è uno sconfinamento del potere», tuona Sforzini in chiusura. «Ed è precisamente su questo terreno che Rinascimento Nazionale conduce una battaglia culturale che va ben oltre il caso Lazio: lo Stato deve essere forte nelle poche cose che gli competono, e ritirarsi da quelle che non gli competono. Regole chiare e controlli rigorosi, per poi lasciare spazio alla libertà d’impresa e al mercato. Contro ogni sconfinamento del potere, noi staremo sempre dalla parte della libertà».
Attualità
Amatrice, 10 anni dal sisma: il dolore senza fine di una terra ferita. Macerie, burocrazia e l’infinita attesa di una ricostruzione a metà
24 Agosto 2016 – 24 Agosto 2026: 10 anni dal dramma di Amatrice. Tra promesse e burocrazia, il nostro reportage in una terra ancora in attesa di rinascere 🖤 🏚️ Sono passati esattamente dieci anni da quella maledetta notte delle ore 3:36, quando un potentissimo sisma ha spazzato via Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, spezzando 299 vite. Ma a che punto è oggi la ricostruzione? La realtà è amara e stringe il cuore. Mentre a Roma i Governi firmano decreti per la “fine dello stato di emergenza”, nel cratere sismico il tempo sembra essersi fermato. Nel centro di Amatrice c’è solo un’enorme spianata vuota. E nelle frazioni più piccole, come a Capricchia, le macerie sono ancora lì, avvolte dalle erbacce. La ricostruzione non è mai partita e i pochi abitanti rimasti, riuniti in una coraggiosa Pro Loco, sono costretti a combattere perfino contro l’assurdità della burocrazia pur di non far morire il loro paese e far tornare chi aveva perso tutto. Leggi il nostro lungo speciale a cuore aperto dedicato all’Appennino Centrale, per non dimenticare MAI. 🙏 👇
Redazione – Ci sono date che rimangono scolpite nella memoria collettiva di una Nazione come cicatrici indelebili. Il 24 agosto 2016 è una di queste. Alle ore 3:36 di quella drammatica notte, mentre il mondo dormiva, una scossa di terremoto di magnitudo 6.0 ha squarciato il silenzio e devastato per sempre il cuore dell’Appennino Centrale. In manciata di pochissimi e interminabili secondi, interi borghi ricchi di storia e tradizioni sono stati spazzati via, polverizzati come se fossero fatti di sabbia. Il bilancio di quella notte fu apocalittico: 299 vittime innocenti. Amatrice fu il comune che pagò il prezzo di sangue più atroce, con 237 vite spezzate sotto le macerie. Oggi, a esattamente dieci anni di distanza da quel disastro, siamo tornati a viaggiare in quei territori per capire cosa è cambiato. E purtroppo, lo scenario che si è parato davanti ai nostri occhi è fatto ancora di un’infinita, logorante e desolante attesa.
Non fu un solo sisma: la terra spaccata per 70 chilometri
La memoria collettiva ricorda questa enorme tragedia semplicemente come “il terremoto di Amatrice”. Ma la verità scientifica è molto più cruda: quella notte di dieci anni fa fu solo l’innesco di una delle sequenze sismiche più lunghe, complesse e devastanti mai registrate in tutta la storia d’Europa. Fu l’inizio di un catastrofico “effetto domino” che riattivò un intero sistema di faglie sotterranee adiacenti. Nei mesi successivi, l’incubo non smise mai di tormentare i sopravvissuti.
Ci furono migliaia di scosse. Come dimenticare il 26 ottobre, con magnitudo superiore a 5 vicino Visso e Ussita? E soprattutto il mostruoso colpo di grazia del 30 ottobre, con magnitudo 6.5 ed epicentro a Norcia, il terremoto più violento registrato in Italia dopo quello dell’Irpinia del 1980. Tra agosto 2016 e gennaio 2017, la terra tremò con magnitudo sopra il grado 5 per ben sette volte. Alla fine dell’incubo si contarono oltre 124.000 scosse. Le fratture del sottosuolo raggiunsero un’estensione di oltre 70 chilometri, spaccando la terra fino in superficie con voragini profonde 10 chilometri che ancora oggi, in alcuni punti, sono visibili a occhio nudo.
Fine dello stato di emergenza, ma la realtà è desolazione
Oggi si parla tanto di “rinascita”, di progetti e di fondi sbloccati. I primi di agosto il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure con una programmazione burocratica che arriva fino al 2029. Si è stabilito, sulla carta, che il 31 dicembre 2026 segnerà la fine formale dello “stato di emergenza nazionale”, sancendo il passaggio allo “stato di ricostruzione”. Dal 2027 cesseranno le attività residue della Protezione Civile, che verranno trasferite a una nuova struttura commissariale operativa fino al 2029.
Questo è ciò che si legge nei freddi e rassicuranti decreti emessi dal Governo a Roma. Ma la realtà che si respira camminando tra la polvere del cratere sismico è diametralmente opposta. Il centro di Amatrice, oggi, è nient’altro che un’enorme spianata deserta, la famosa “zona rossa” da cui svetta, solitario e malinconico, solo il campanile superstite.
Il caso di Capricchia: frazioni abbandonate tra erbacce e macerie
Basta allontanarsi dal centro nevralgico e addentrarsi nelle frazioni circostanti per trovarsi di fronte a uno scenario agghiacciante, letteralmente congelato a quella maledetta notte del 24 agosto 2016. A Capricchia, una delle 69 storiche frazioni di Amatrice (che oggi conta appena 15 abitanti d’inverno e circa 150 irriducibili d’estate), la ricostruzione è partita solo per tre o quattro abitazioni isolate. Tutto il resto del paese è un cimitero di mattoni. Le macerie sono ancora lì, immobili, avvolte da un’erba sempre più alta e incolta che sembra voler abbracciare pietosamente ciò che resta di case sventrate, abbandonate da un decennio.
La resilienza della gente: “Ci siamo salvati da soli”
In questo abbandono istituzionale, la vera e unica forza motrice è l’amore viscerale della gente per la propria terra. A Capricchia la Pro Loco locale non si è arresa e ha deciso di fare da sola. Nel luglio 2017 ha costruito un piccolo villaggio indipendente, fatto di casette su ruote donate da benefattori. Oggi quel villaggio ospita quello che viene definito “il popolo delle seconde case”, persone che pur non avendo più nulla tornano lì ogni estate per mantenere vivo il respiro del paese.
Le maglie della burocrazia, però, sembrano fatte apposta per complicare le cose: «Alcune casette di emergenza (le SAE) sono ormai vuote, perché le persone anziane sono morte o le famiglie hanno trovato un’altra sistemazione stabile», raccontano i responsabili della Pro Loco. «Abbiamo chiesto di poterle prendere in gestione noi, per metterle in affitto a chi veniva qui solo per l’estate, in modo da ripopolare il paese. Ma il Comune ci ha risposto di no, perché essendo di proprietà della Protezione civile la cosa non è burocraticamente possibile». E così, un villaggio nato nell’emergenza per non far morire la comunità, è diventato l’unico vero punto di riferimento per chi, tra lentezze statali e cantieri inesistenti, continua disperatamente ad amare il proprio paese. A dieci anni dal buio, la luce della rinascita è ancora troppo, troppo lontana.
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