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Attualità

PRIMO MAGGIO DI LOTTA E DI RESISTENZA

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PRIMO MAGGIO DI LOTTA E DI RESISTENZA

Redazione-  “Una grande manifestazione – è deciso – sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i Paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare a effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”. 20 luglio 1889 Il Congresso della Seconda Internazionale  riunito  a Parigi  auspica  una Festa internazionale dei lavoratori che sarà fissata per il primo maggio di ogni anno.

Ma quando si parla di  festa dei lavoratori tornano alla mente anche i tragici avvenimenti  del 1886 negli Stati Uniti d’America.  Per il primo maggio di quell’anno  fu organizzato uno sciopero generale che i sindacati chiamarono significativamente “La Grande Rivolta”, con manifestazioni che seguirono anche nei giorni successivi fino al 3 maggio per chiedere la riduzione a otto ore della giornata lavorativa.

Durante le manifestazioni ci furono scontri con la polizia  contro la quale fu lanciata una bomba che causò la morte di un poliziotto. Al lancio della bomba fu risposto con una sparatoria  che uccise tre manifestanti . Sebbene non sia mai stato trovato il responsabile della morte della morte del poliziotto  , otto anarchici furono accusati di cospirazione e omicidio.Successivamente tutti condannati a morte.  Due delle condanne furono poi commutate in carcere a vita mentre a uno degli otto imputati fu condannato a 15 anni di prigione. Un altro ancora si suicidò in carcere in circostanze mai chiarite. Gli altri quattro furono impiccati l’11 novembre 1887.

La lotta per la riduzione a otto ore  della giornata lavorativa fu una lotta dura e lunga. “Oggi il proletariato d’Europa e d’America passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito – scrive  da Londra Friedrich Engels – sotto una sola bandiera, per un solo fine prossimo, la giornata lavorativa normale di otto ore, proclamata già nel congresso di Ginevra dell’Internazionale del 1866 e di nuovo nel Congresso operaio di Parigi nel 1889 da introdursi per legge. Oggi i proletari di tutti i Paesi si sono effettivamente uniti. Fosse Marx accanto a me a vederlo coi suoi occhi!”.

La giornata del primo 1 maggio come festa del lavoro fu adottata in molti paesi compreso il nostro ma  durante il ventennio  fascista la festa venne soppressa, in favore della “Festa del lavoro italiano” il 21 aprile, Natale di Roma.  “Il regime – scrive Giuseppe Sircana – non riesce però a fare breccia nella coscienza delle masse operaie. Il Primo Maggio, soppresso, mantiene e anzi rafforza la sua carica ‘sovversiva’, divenendo occasione per esprimere in forme diverse – dal garofano rosso all’occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria – la fedeltà a un’idea”.

Con le “Disposizioni in materia di ricorrenze festive” del 1946, la Festa del Lavoro viene riconosciuta  di nuovo festività nazionale, e ricollocata nella data del primo  maggio.   La prima Festa del lavoro del dopoguerra, nel 1947 in Italia si ricorda il modo particolare per la Strage di Portella della Ginestra dove  su un corteo di contadini  che protestavano contro le condizioni di lavoro  nelle campagne siciliane  la banda di Giuliano  aprì il fuoco  facendo undici morti e decine di feriti. Una vicenda in cui non si è riuscìti ancora ad  individuare i mandanti .

“Il Primo Maggio – affermava qualche anno prima Giuseppe Di Vittorio – i lavoratori del mondo intero, celebrando la potenza invincibile del lavoro, rivendicando il loro diritto alla conquista di migliori condizioni di vita riaffermano la loro volontà collettiva di accelerare la marcia verso l’emancipazione del lavoro, che libererà tutta l’umanità dal timore delle crisi, dalla paura della fame, dall’incubo della guerra, e aprirà a essa la via radiosa del benessere crescente e d’un più alto livello di civiltà. Il lavoro è creatore di beni; il lavoro eleva gli uomini, li rende migliori e li affratella; il lavoro è pace”.

Primo maggio : festa dei lavoratori . Una storia  tra diritti e futuro. Ecco appunto una festa  da far vivere non solo  attraverso la memoria  e quindi attraverso la Storia. In un momento in cui nel nostro paese  si riscrive la Storia ad “ usum delphini “come per esempio  in questi giorni è avvenuto a proposito della ricorrenza del giorno della Liberazione , il 25 aprile    .Primo maggio, una festa che come il 25 aprile  richiama l’attenzione su una “ liberazione”  dal timore delle crisi geopolitiche,  della paura della recessione, della guerra, delle disuguaglianze, della povertà non solo materiale ma anche culturale. Attrraverso il lavoro ,non solo come mezzo di sostentamento ma soprattutto  come strumento di emancipazione, dignità e piena realizzazione della persona, essenziale per rimuovere gli ostacoli che generano disuguaglianze ,la lunga battaglia  per  l’affermazione dei diritti della persona  è giunta fino ad oggi con un monito preciso : la libertà è fragile e bisogan fare di tutto per difenderla, rafforzarla, farla crescere.

Mai però come in questo anno , nel nostro paese la festa del lavoro  si lega indissolubilmente ai valori della democrazia  e della libertà attuando in pieno l’art. 21  della Costituzione  che  afferma che tutti hanno” diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero “, quindi di  esercitare concretamente  la democrazia  non solo con lo scritto  e con opgni mezzo di diffusione ma anche con la parola. Le parole dunque : lavoro , democrazia  che vanno impoverendosi .Che non devono essere” proclamate “ , né affidate alla “ speranza” ma  per le quali bisogna “ fare” ,  concretamente . Perchè il lavoro  , come la democrazia è costantemente minacciato  a causa, per esempio  dell’insicurezza . E a ricordarcelo qualche rempo fa è stato lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella : “Quella delle morti del lavoro è una piaga che non accenna ad arrestarsi e che, nel nostro Paese ha già mietuto, in questi primi mesi, centinaia di vite, con altrettante famiglie consegnate alla disperazione”. Oltre a quello che definiamo il lavoro povero. in crescita in Italia ed Europa. Riguarda lavoratori che, pur occupati, vivono in povertà assoluta a causa di stipendi troppo bassi, contratti precari o orari ridotti. Coinvolge circa l’11-13% degli occupati in Italia, con impatti maggiori su giovani, donne e nel settore dei servizi.

Che esista  però un rapporto semplicemente imprescindibile tra lavoro e democrazia è proprio la Costituzione a dircelo, in numerosissimi riferimenti, a partire  dall’art 1 : “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” . Sono i padri costituenti che guardano al futuro, guardano ad un altro tempo e possono permettersi di affermare che la nascente repubblica è una repubblica fondata sul lavoro perchè  cemtoquaranta  mila morti  della guerra partigiana  hanno un peso non indifferente in una questione vitale. Restituire liberamente ad un paese, ad un popolo una carta costituzionale che non venga redatta sotto dettatura ma rappresenti il meglio che una generazione di uomini e donne che hanno sofferto e pagato di persona durante il ventennio fascista sono state in grado di dare . Qyegli uomini e quelle donne che scrissero la costituzione guardavano al futuro. Noi  a distanza di ottanta anni non ne siamo capaci. Stando alle notizie di cronaca di questi giorni che  ci fanno volgere ancora una volta in senso negativo lo sguardo all’indietro. A dimostrano del fatto che quegli avvenimenti oggetti oggi delle cronache hanno profondamente permeato questo paese che ha bisogno di liberarsene per affermare un risoluto cammino vero un futuro diverso .

Primo maggio dunque per la dignità del lavoro  diritto fondamentale, sancito dalla Costituzione italiana (artt. 1, 3, 36) e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, per  garantisce condizioni lavorative rispettose, sicurezza, retribuzione equa e un ambiente libero da discriminazioni e violenze. Essa include la tutela professionale, la salute, la libertà di opinione e il diritto a un salario che permetta un’esistenza dignitosa .

Primo maggio di lotta e di resistenza . Perchè si riverbera su questo giorno di festa , di impegno , di lotta,  di resistenza  la luce di un altro giorno , quello del 25 aprile che ricorda il giorno della “liberazione” dall’occupazione nazifascista. Tanto che lo stesso  Presidente Sergio Mattarella, celebrando l’80° anniversario della Liberazione a Genova il 25 aprile  di quest’annoi , ha dichiarato che “è sempre tempo di Resistenza“. La Resistenza non solo come evento storico, ma come un impegno continuo per difendere i valori di libertà, democrazia, pace e giustizia, attuali e fondanti per la Costituzione italiana.  Senza accontentarsi dei risultati  acquisiti .

Una lotta continua per la giustizia , per esempio, per il salario.  Da tempo si discute  nel nostro paese del salario minimo e proprio a ridosso della giornata del primo maggio  il Governo  vara un decreto cosidetto “Primo maggio “   sul lavoro in cui il salario viene definito “ giusto” .Un  trattamento economico complessivo riconosciuto dai contratti collettivi più rappresentativi. Chi non lo applica non potrà accedere ai bonus per le assunzioni.

Rispetto alla norma per il salario minimo però, nel caso del decreto appena varato dal Governo, la politica  non fissa  un’asticella  e non c’è una spinta ai contratti collettivi perché si avvicinino a quell’asticella. Una norma  che quindi ignora la proposta  per il salario minimo, che Giorgia Meloni in conferenza stampa ha criticato,  che  stabiliva una soglia  di pagamento orario a 9 euro lordi l’ora, sotto la quale i contratti non potessero essere considerati validi. L’introduzione sarebbe stata graduale, nel giro di qualche anno.

I risultati di questo decreto lavoro si vedranno. Ora in attesa restano in evidenza i problemi del mondo del lavoro : sicurezza, occupazione donne e giovani, retribuzione adeguata, lotta alla disoccupazione . Sono crticità strutturali sulle quali prima o poi bisognerà  intervenire  forse con più decisione  .Soprattutto in tema di sicurezza del lavoro . Nel 2025 le denunce di infortuni sono aumentate dell’1,4% (oltre 597.000) e le malattie professionali sono cresciute dell’11,3%.  A gennaio 2026 si è registrato un calo delle vittime in occasione di lavoro rispetto a gennaio 2025, ma il fenomeno resta strutturale, con circa 72 decessi in occasione di lavoro nel primo bimestre 2026. È stata introdotta la legge PMI 2026, attiva da aprile, che mira a semplificare gli adempimenti per le piccole imprese e rafforzare le tutele. Il tasso di occupazione femminile, seppur cresciuto al 53-54% all’inizio del 2026, resta il più basso tra i 27 paesi dell’UE, quasi 18 punti inferiore a quello maschile. L’occupazione è spesso precaria (part-time involontario) e c’è un forte scarto tra madri e non madri. Malgrado il  decreto Lavoro del 28 aprile 2026 abbia  introdotto nuovi “Bonus Donne 2.0” e “Bonus Giovani 2.0”, con sgravi contributivi del 100% (fino a 500-650 euro mensili) per 24 mesi.

Primo maggio festa dei lavoratori. Il Primo Maggio 2026 tornerà dunque  a riempire piazze e territori in tutta Italia con le iniziative promosse da CGIL, CISL, UIL. Temi della mobilitazione sono il lavoro dignitoso, la qualità dell’occupazione, i diritti e la necessità di nuove politiche industriali e sociali.

Una giornata che unisce grandi appuntamenti nazionali e centinaia di iniziative locali per rimettere al centro il lavoro come fondamento della democrazia.Il cuore delle celebrazioni nazionali è a Marghera, un simbolo della storia industriale del Paese, dove si tiene la manifestazione unitaria. Dal palco previsti gli interventi dei Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil: Maurizio Landini, Daniela Fumarola e PierPaolo Bombardieri.

Ritorna anche  il Concertone in Piazza San Giovanni in Laterano a Roma, per la 37° edizione.. Conducono l’evento Big Mama, Arisa e l’attore Pierpaolo Spollon. L’evento, promosso da CGIL, CISL e UIL, vedrà la partecipazione di oltre 45 artisti, tra grandi nomi della scena nazionale, ma anche nuove proposte che stanno conquistando rilevanza negli ultimi anni. La 37° edizione dell’evento avrà come titolo dell’edizione “Lavoro dignitoso: contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale”, con il focus artistico “Il domani è ancora nostro”. IL concerto  potrà essere seguito sulla  Rai. in diretta su Rai 3, Rai Radio 2 e in streaming su Rainews.it e RaiPlay dalle ore 15 fino al termine dell’evento, intorno alla mezzanotte. Rai garantirà anche la visione per coloro che risiedono all’estero sul canale Rai Italia.

Esteri

Afghanistan: quando la disoccupazione sotto i Talebani trasforma la disperazione in tragedia

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Afghanistan: quando la disoccupazione sotto i Talebani trasforma la disperazione in tragedia

Redazione- In Afghanistan, dietro molte delle notizie di dolore e violenza si nasconde una crisi più profonda: la mancanza di lavoro, la perdita della speranza e il peso psicologico di una società dove milioni di giovani non riescono a costruire il proprio futuro.

A Kandahar, la morte di Muslim, un giovane di 25 anni che da tempo cercava un’occupazione senza riuscire a trovarla, non è soltanto una tragedia familiare. È il simbolo di una ferita sociale più ampia: quella della disoccupazione crescente e della disperazione che entra nelle case.

Secondo le fonti locali, una discussione familiare è degenerata fino alla morte del giovane. Un padre ha perso il controllo e una vita è stata spezzata. Dietro questo dramma non c’è soltanto un momento di rabbia, ma anche il peso di anni di difficoltà economiche, frustrazione e assenza di prospettive.

In Afghanistan, la disoccupazione non è solo una cifra nei rapporti economici: è il volto di un giovane che cerca inutilmente un lavoro, di una famiglia che vive nell’incertezza e di una generazione che vede il proprio futuro diventare sempre più lontano.

Molti cittadini afghani, soprattutto a Kandahar, attribuiscono l’aumento della crisi economica e della mancanza di opportunità al fallimento dei Talebani nel creare posti di lavoro e nel garantire condizioni economiche migliori per la popolazione. Secondo queste critiche, dopo il ritorno dei Talebani al potere, la situazione occupazionale è peggiorata e molte famiglie hanno dovuto affrontare una pressione sempre maggiore.

La tragedia di Muslim non è soltanto la storia di una famiglia distrutta; è un avvertimento per tutto l’Afghanistan. Quando un giovane perde la possibilità di lavorare, quando la speranza scompare e la povertà aumenta, le conseguenze possono andare oltre la crisi economica e colpire anche i legami umani più profondi.

Dietro ogni numero sulla disoccupazione c’è una persona, un sogno e una vita.
La domanda che rimane è dolorosa: quanti giovani afghani dovranno ancora vivere nell’ombra della disperazione prima che il mondo ascolti il grido silenzioso di una generazione senza futuro?

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Politica

Caso Lazio, Sforzini (Rinascimento Nazionale) tuona contro Rocca: «La proprietà privata non si decide con l’applausometro, gravissimo rischio di aggiotaggio»

Il Caso Lazio si infiamma: Luca Sforzini demolisce le ingerenze di Rocca e avverte sul rischio “aggiotaggio” in Borsa! 🦅 💼 Non si placa la bufera sulle dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che aveva “invitato” Claudio Lotito a passare la mano e vendere la S.S. Lazio. A intervenire a gamba tesa è ora Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale), con una lezione magistrale di diritto e libertà d’impresa. “La Lazio NON è una partecipata della Regione, la proprietà privata non si decide con l’applausometro!”, tuona Sforzini. Ma l’allarme più grave riguarda il mercato: essendo la Lazio una società quotata in Borsa, le parole di un governatore regionale possono influenzare gli investitori, innescando addirittura il rischio di “AGGIOTAGGIO”. Un durissimo invito a Rocca a occuparsi delle infrastrutture (come il Flaminio) e a non invadere il campo dei privati. Leggi il comunicato integrale e l’analisi politica nel nostro articolo! 👇 🏛️ Siete d’accordo con le parole di Sforzini? Scrivetelo nei commenti!

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Contestazione tifosi della Lazio

Redazione– Il calcio, a Roma, non è mai soltanto un gioco. Spesso si trasforma nell’arena perfetta in cui si consumano scontri politici, si misurano i poteri e si testano i confini delle istituzioni. Ma in queste ore, il dibattito incandescente sul futuro della S.S. Lazio ha superato ampiamente la linea del fallo laterale. Al centro della bufera ci sono le recentissime e pesanti dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale è intervenuto a gamba tesa suggerendo a Claudio Lotito che la sua “stagione” alla guida del club biancoceleste sarebbe di fatto conclusa, invitandolo apertamente a valutare interlocutori interessati a subentrargli. Un’ingerenza pubblica in un affare privato che ha scatenato la reazione durissima e puntuale di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.

Lo scontro istituzionale: quando la politica invade il campo dell’impresa

In un comunicato denso di passione civile e rigore giuridico, Sforzini non fa sconti e riporta la discussione sui binari del diritto: «Con le ultime dichiarazioni di Francesco Rocca è stato superato un limite che riguarda assai meno il calcio di quanto possa sembrare. Il presidente della Regione non si limita più a criticare la “postura” di una società privata, ma arriva addirittura ad affermare che la stagione di Lotito sarebbe conclusa. No. Non funziona così. Non in una società occidentale».

Il presidente di Rinascimento Nazionale chiarisce subito di non voler entrare nelle dispute del tifo laziale o di voler assegnare pagelle sportive alla dirigenza, ma sottolinea l’urgenza di difendere un principio costituzionale sacro: il limite del potere pubblico. «Come Centro Studi esaminiamo dove finisce il potere pubblico e dove cominciano la libertà dell’individuo, dell’impresa e della proprietà. Su questo, il confine va tracciato con il righello».

Il diritto di proprietà: la Lazio non è una “partecipata” della Regione

Il cuore dell’intervento di Sforzini è una difesa a spada tratta della libertà d’impresa. La Lazio, ricorda, non è un ente di Stato. «La Lazio non è una partecipata della Regione, Lotito non è un amministratore nominato da Rocca e il presidente della Regione non è l’assemblea degli azionisti della S.S. Lazio. La proprietà privata non è sottoposta all’applausometro dei tifosi o della politica».

Le regole dell’economia di mercato sono chiare e inossidabili, spiega Sforzini: il proprietario vende solo se vuole, quando vuole e alle condizioni che ritiene di accettare, senza subire pressioni esterne. «Questo si chiama diritto di proprietà. Se domani comparirà un compratore e Lotito riterrà conveniente vendere, sarà il mercato a produrre il passaggio. Se non vorrà farlo, continuerà a esserne il proprietario finché ne avrà titolo. È sorprendente doverlo ricordare nel 2026».

L’allarme gravissimo: il mercato, la Borsa e il rischio di aggiotaggio

Ma c’è un aspetto ancora più delicato e potenzialmente esplosivo che Sforzini porta alla luce: la S.S. Lazio non è una società qualunque, ma è una S.p.A. quotata in Borsa. E in ambito finanziario, le dichiarazioni pubbliche pesano come macigni.

«Quando il presidente di una Regione interviene pubblicamente per sostenere che la stagione del proprietario è conclusa e per prospettare una cessione, le sue parole sono come pietre. Le parole di un’autorità istituzionale possono incidere sulle aspettative e sulle percezioni degli investitori, influenzando il mercato. C’è il rischio aggiotaggio». Un avvertimento durissimo, che rimarca come chi ricopre funzioni pubbliche dovrebbe osservare la massima cautela. Essere quotati significa rispondere alle autorità di vigilanza e agli azionisti, precisa Sforzini, e non significa certo «diventare una società a sovranità limitata sottoposta all’indirizzo del presidente della Regione».

L’appello a Rocca: “Pensi al Flaminio, non allo sconfinamento del potere”

La chiosa finale di Sforzini è un richiamo all’ordine istituzionale. Francesco Rocca ha tutto il diritto di essere un tifoso laziale appassionato e di sognare, nel suo privato, un altro presidente per la propria squadra del cuore. Ma la “disciplina istituzionale” impone di separare i desideri del tifoso dai poteri dell’Istituzione che rappresenta.

«Rocca lavori sul progetto dello stadio Flaminio, sulle infrastrutture e sui servizi della Regione. Non vada oltre: è uno sconfinamento del potere», tuona Sforzini in chiusura. «Ed è precisamente su questo terreno che Rinascimento Nazionale conduce una battaglia culturale che va ben oltre il caso Lazio: lo Stato deve essere forte nelle poche cose che gli competono, e ritirarsi da quelle che non gli competono. Regole chiare e controlli rigorosi, per poi lasciare spazio alla libertà d’impresa e al mercato. Contro ogni sconfinamento del potere, noi staremo sempre dalla parte della libertà».

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Attualità

Amatrice, 10 anni dal sisma: il dolore senza fine di una terra ferita. Macerie, burocrazia e l’infinita attesa di una ricostruzione a metà

24 Agosto 2016 – 24 Agosto 2026: 10 anni dal dramma di Amatrice. Tra promesse e burocrazia, il nostro reportage in una terra ancora in attesa di rinascere 🖤 🏚️ Sono passati esattamente dieci anni da quella maledetta notte delle ore 3:36, quando un potentissimo sisma ha spazzato via Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, spezzando 299 vite. Ma a che punto è oggi la ricostruzione? La realtà è amara e stringe il cuore. Mentre a Roma i Governi firmano decreti per la “fine dello stato di emergenza”, nel cratere sismico il tempo sembra essersi fermato. Nel centro di Amatrice c’è solo un’enorme spianata vuota. E nelle frazioni più piccole, come a Capricchia, le macerie sono ancora lì, avvolte dalle erbacce. La ricostruzione non è mai partita e i pochi abitanti rimasti, riuniti in una coraggiosa Pro Loco, sono costretti a combattere perfino contro l’assurdità della burocrazia pur di non far morire il loro paese e far tornare chi aveva perso tutto. Leggi il nostro lungo speciale a cuore aperto dedicato all’Appennino Centrale, per non dimenticare MAI. 🙏 👇

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Amatrice

Redazione  – Ci sono date che rimangono scolpite nella memoria collettiva di una Nazione come cicatrici indelebili. Il 24 agosto 2016 è una di queste. Alle ore 3:36 di quella drammatica notte, mentre il mondo dormiva, una scossa di terremoto di magnitudo 6.0 ha squarciato il silenzio e devastato per sempre il cuore dell’Appennino Centrale. In manciata di pochissimi e interminabili secondi, interi borghi ricchi di storia e tradizioni sono stati spazzati via, polverizzati come se fossero fatti di sabbia. Il bilancio di quella notte fu apocalittico: 299 vittime innocenti. Amatrice fu il comune che pagò il prezzo di sangue più atroce, con 237 vite spezzate sotto le macerie. Oggi, a esattamente dieci anni di distanza da quel disastro, siamo tornati a viaggiare in quei territori per capire cosa è cambiato. E purtroppo, lo scenario che si è parato davanti ai nostri occhi è fatto ancora di un’infinita, logorante e desolante attesa.

Non fu un solo sisma: la terra spaccata per 70 chilometri

La memoria collettiva ricorda questa enorme tragedia semplicemente come “il terremoto di Amatrice”. Ma la verità scientifica è molto più cruda: quella notte di dieci anni fa fu solo l’innesco di una delle sequenze sismiche più lunghe, complesse e devastanti mai registrate in tutta la storia d’Europa. Fu l’inizio di un catastrofico “effetto domino” che riattivò un intero sistema di faglie sotterranee adiacenti. Nei mesi successivi, l’incubo non smise mai di tormentare i sopravvissuti.

Ci furono migliaia di scosse. Come dimenticare il 26 ottobre, con magnitudo superiore a 5 vicino Visso e Ussita? E soprattutto il mostruoso colpo di grazia del 30 ottobre, con magnitudo 6.5 ed epicentro a Norcia, il terremoto più violento registrato in Italia dopo quello dell’Irpinia del 1980. Tra agosto 2016 e gennaio 2017, la terra tremò con magnitudo sopra il grado 5 per ben sette volte. Alla fine dell’incubo si contarono oltre 124.000 scosse. Le fratture del sottosuolo raggiunsero un’estensione di oltre 70 chilometri, spaccando la terra fino in superficie con voragini profonde 10 chilometri che ancora oggi, in alcuni punti, sono visibili a occhio nudo.

Fine dello stato di emergenza, ma la realtà è desolazione

Oggi si parla tanto di “rinascita”, di progetti e di fondi sbloccati. I primi di agosto il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure con una programmazione burocratica che arriva fino al 2029. Si è stabilito, sulla carta, che il 31 dicembre 2026 segnerà la fine formale dello “stato di emergenza nazionale”, sancendo il passaggio allo “stato di ricostruzione”. Dal 2027 cesseranno le attività residue della Protezione Civile, che verranno trasferite a una nuova struttura commissariale operativa fino al 2029.

Questo è ciò che si legge nei freddi e rassicuranti decreti emessi dal Governo a Roma. Ma la realtà che si respira camminando tra la polvere del cratere sismico è diametralmente opposta. Il centro di Amatrice, oggi, è nient’altro che un’enorme spianata deserta, la famosa “zona rossa” da cui svetta, solitario e malinconico, solo il campanile superstite.

Il caso di Capricchia: frazioni abbandonate tra erbacce e macerie

Basta allontanarsi dal centro nevralgico e addentrarsi nelle frazioni circostanti per trovarsi di fronte a uno scenario agghiacciante, letteralmente congelato a quella maledetta notte del 24 agosto 2016. A Capricchia, una delle 69 storiche frazioni di Amatrice (che oggi conta appena 15 abitanti d’inverno e circa 150 irriducibili d’estate), la ricostruzione è partita solo per tre o quattro abitazioni isolate. Tutto il resto del paese è un cimitero di mattoni. Le macerie sono ancora lì, immobili, avvolte da un’erba sempre più alta e incolta che sembra voler abbracciare pietosamente ciò che resta di case sventrate, abbandonate da un decennio.

La resilienza della gente: “Ci siamo salvati da soli”

In questo abbandono istituzionale, la vera e unica forza motrice è l’amore viscerale della gente per la propria terra. A Capricchia la Pro Loco locale non si è arresa e ha deciso di fare da sola. Nel luglio 2017 ha costruito un piccolo villaggio indipendente, fatto di casette su ruote donate da benefattori. Oggi quel villaggio ospita quello che viene definito “il popolo delle seconde case”, persone che pur non avendo più nulla tornano lì ogni estate per mantenere vivo il respiro del paese.

Le maglie della burocrazia, però, sembrano fatte apposta per complicare le cose: «Alcune casette di emergenza (le SAE) sono ormai vuote, perché le persone anziane sono morte o le famiglie hanno trovato un’altra sistemazione stabile», raccontano i responsabili della Pro Loco. «Abbiamo chiesto di poterle prendere in gestione noi, per metterle in affitto a chi veniva qui solo per l’estate, in modo da ripopolare il paese. Ma il Comune ci ha risposto di no, perché essendo di proprietà della Protezione civile la cosa non è burocraticamente possibile». E così, un villaggio nato nell’emergenza per non far morire la comunità, è diventato l’unico vero punto di riferimento per chi, tra lentezze statali e cantieri inesistenti, continua disperatamente ad amare il proprio paese. A dieci anni dal buio, la luce della rinascita è ancora troppo, troppo lontana.

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