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Salute

ARTETERAPIA: QUANDO IL COLORE DIVENTA LINGUAGGIO ESPRESSIVO E PREZIOSO SUPPORTO PER RAGAZZI CON BES E DSA. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA

Lucattini: “Attraverso i materiali, i colori e il gesto creativo, tensioni emotive come paura, rabbia o tristezza possono essere trasformate e rese più comprensibili, favorendo una progressiva integrazione affettiva e una diminuzione dello stato di ansia. Un elemento chiave è l’esperienza diretta del creare: vedere nascere qualcosa dalle proprie mani genera un senso di efficacia personale che contrasta il vissuto di inadeguatezza spesso presente in particolare, nei BES”.

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Redazione-  Esiste uno spazio, tra il foglio bianco e il colore, dove le difficoltà di apprendimento smettono di essere un ostacolo e diventano una possibilità. Per i bambini e gli adolescenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) o Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), la parola scritta o parlata può talvolta, trasformarsi in una barriera frustrante. È qui che l’arteterapia plastico-visiva interviene come una chiave silenziosa ma potentissima: un linguaggio fatto di forme, materia e simboli capace di riattivare canali comunicativi spesso rimasti in ombra.

L’arte non è più solo estetica, ma si trasforma in un processo terapeutico che favorisce la crescita cognitiva, l’integrazione emotiva e, soprattutto, il recupero di una fiducia profonda nelle proprie capacità. Attraverso l’uso sapiente del mezzo artistico, il disagio trova una forma e la mente scopre nuove strade per apprendere e relazionarsi. In questa intervista, abbiamo chiesto al riguardo, alla Dott.ssa Adelia Lucattini, Medico, Psichiatra, Psicoanalista Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, un approfondimento clinico, al fine di comprendere come l’arteterapia possa diventare un pilastro fondamentale nel percorso di crescita di ogni ragazzo.

 

Dott.ssa Lucattini, entrando nel vivo della Medicina, quali processi psichici si attivano nel bambino con BES attraverso il gesto artistico e in che modo l’espressione creativa riesce a colmare quei vuoti comunicativi che la parola non riesce a raggiungere?

 

L’arteterapia è particolarmente utile per bambini e adolescenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) perché offre un canale di espressione alternativo alle parole, spesso ancora insufficienti per comunicare emozioni complesse. Attraverso il disegno, la pittura o altre forme artistiche, il bambino può dare forma ai propri vissuti interni in modo spontaneo e non giudicante.

A differenza di approcci più centrati sulla prestazione, l’arteterapia valorizza il processo creativo, sostenendo l’autostima e riducendo ansia e frustrazione, molto frequenti nei disturbi dell’apprendimento. I benefici riguardano più aree, infatti, migliora la regolazione emotiva, facilita la comunicazione, potenzia le abilità cognitive e rafforza la coordinazione oculo-manuale, spesso coinvolta nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Molte ricerche tra cui una publicata su Malaysian Journal of Medicine and Health Sciences (2025), confermano questi effetti ed evidenziano come l’arteterapia contribuisca a migliorare competenze sociali, funzioni esecutive e benessere emotivo, rappresentando un intervento efficace e globale per la crescita del bambino.

 

Dott.ssa Lucattini, spesso si pensa all’arte come “a pura astrazione”, ma la gestione dello spazio sul foglio richiede grandi capacità di pianificazione. In che modo, l’atto di creare aiuta a strutturare le funzioni esecutive e a potenziare la percezione visuo-spaziale di chi fatica a organizzare il proprio apprendimento?

 

L’arteterapia agisce su un aspetto fondamentale dello sviluppo: l’integrazione tra percezione, motricità fine e pensiero. Attività come disegnare, modellare o manipolare materiali richiedono una coordinazione fine tra ciò che il bambino immagina, ciò che osserva e ciò che realizza con le mani. In questo processo si sviluppano la percezione visiva e spaziale, essenziali per orientarsi nello spazio, organizzare il foglio e, successivamente, per competenze come lettura, scrittura e calcolo.

Queste esperienze coinvolgono contemporaneamente più sistemi (visivo, motorio e sensoriale) creando proficua integrazione tra mente e corpo, tra inconscio e pensiero. La stimolazione delle mani attraverso materiali diversi (come creta, colori o strumenti) rafforza le connessioni tra percezione e movimento, favorendo una maggiore precisione psicomotoria, coordinazione e capacità di pianificazione sia nel lavoro scolastico che nella vita quotidiana.

Dal punto di vista della capacità di apprendimento, questo si traduce nello sviluppo di nuove idee e strategie migliori, più adatte a sé stessi e alle situazioni esterne. Il bambino non si limita a eseguire dei compiti con i genitori o un insegnante, ma impara a organizzare il mondo interiore e lo spazio fisico, immagine e anticipare i risultati, correggere gli errori, trasformare un’emozione in un’idea o un progetto e quindi in un’azione finalizzata. In altre parole, l’arteterapia facilita il passaggio al pensare, attraverso attività manuali, creazioni artistiche e opere realizzate (Cureus, 2022).

L’arteterapia,  concretamente, può offrire la possibilità di superare le difficoltà emotive e rafforzare l’autostima nei bambini e negli adolescenti con BES?

 

L’arteterapia rappresenta un intervento particolarmente efficace perché offre ai bambini e agli adolescenti uno spazio sicuro in cui dare forma ai vissuti interiori, anche quando questi non trovano ancora espressione nel linguaggio. Attraverso i materiali, i colori e il gesto creativo, tensioni emotive come paura, rabbia o tristezza possono essere trasformate e rese più comprensibili, favorendo una progressiva integrazione affettiva e una diminuzione dello stato di ansia.

Un elemento chiave è l’esperienza diretta del creare: vedere nascere qualcosa dalle proprie mani genera un senso di efficacia personale che contrasta il vissuto di inadeguatezza spesso presente nei BES. Nel tempo, questo processo alimenta un’immagine di sé più solida e positiva, sostenuta da esperienze ripetute di riuscita e riconoscimento.

I dati della ricerca confermano questi effetti: programmi strutturati di arteterapia mostrano una riduzione significativa dell’ansia e un incremento dei comportamenti prosociali e della capacità di comprensione emotiva. Uno studio pubblicato su RREM Journal (2025) evidenzia, inoltre, come queste esperienze contribuiscano a rafforzare il benessere psicologico e la qualità delle relazioni nei contesti educativi. In questo senso, l’arteterapia non si limita a offrire un’area protetta, rassicurante e ansiolitica, ma diviene un processo trasformativo, infatti, aiuta i bambini a dare senso a ciò che provano, costruendo nel tempo una maggiore stabilità emotiva e un’autentica fiducia in se stessi.

Esistono studi scientifici che confermano l’impatto dell’arteterapia nella riduzione dei sintomi ansioso-depressivi e nel miglioramento del tono dell’umore nei  ragazzi con bisogni speciali?

 

La letteratura scientifica degli ultimi anni conferma che l’arteterapia rappresenta un intervento utile, soprattutto come approccio complementare, nei bambini e negli adolescenti con BES e disturbi dell’umore. Si tratta di una modalità che utilizza il processo creativo per favorire il benessere psicologico, offrendo un contesto protetto in cui emozioni difficili possono emergere ed essere elaborate anche senza il supporto del linguaggio verbale.

Dal punto di vista clinico, l’esperienza artistica facilita l’espressione emotiva, rafforza il senso di controllo e promuove processi di consapevolezza e autoefficacia, aspetti particolarmente rilevanti nei quadri ansioso-depressivi. Le evidenze empiriche indicano che queste pratiche possono contribuire a ridurre i sintomi internalizzanti, migliorando il tono dell’umore e la regolazione affettiva.

In particolare, si è dimostrata efficace nel ridurre ansia e depressione in età evolutiva. L’arteterapia migliora il benessere emotivo e le competenze socioaffettive nei contesti educativi e clinici, pur evidenziando la necessità di studi più rigorosi e standardizzati. L’arteterapia rappresenta una risorsa clinica valida e sempre più supportata da studi scientifici, non sostituisce altri trattamenti che sono sempre necessaria, psicoterapia dinamica e psicoanalisi, ma li integra efficacemente, offrendo ai bambini e agli adolescenti uno strumento concreto per comprendere e trasformare il proprio mondo emotivo (Clinics Sao Paulo, 2025).

 

In adolescenza, il corpo cambia e le emozioni diventano spesso travolgenti e difficili da verbalizzare. In che modo l’arteterapia funge da ‘contenitore’ sicuro per queste trasformazioni e perché è fondamentale che questo canale espressivo resti aperto anche dopo l’infanzia?

 

L’età evolutiva è un processo continuo, in cui ogni fase si costruisce sulla precedente senza soluzione di continuità. Le esperienze precoci, soprattutto quelle legate al corpo, al gioco e alla creatività, non vengono mai perdute, ma restano come tracce attive che contribuiscono a strutturare l’identità. In questo senso, proseguire attività come l’arteterapia anche durante l’adolescenza significa mantenere e trasformare strumenti espressivi già acquisiti, adattandoli a una fase di sviluppo più complessa.

Nell’adolescenza, il linguaggio artistico può offrire uno spazio privilegiato per esplorare conflitti interni, sperimentare nuove modalità espressive e dare forma a vissuti spesso difficili da verbalizzare. La continuità con le esperienze creative dell’infanzia facilita questo processo, rendendolo più accessibile e meno minaccioso.

Dal punto di vista psicologico, l’arteterapia durante può svolgere una funzione di integrazione psichica e dell’identità, aiuta a collegare le esperienze passate con quelle presenti, sostenendo la costruzione di una narrazione personale coerente. Questo è particolarmente importante nei momenti di crisi o in presenza di difficoltà emotive, dove può emergere un senso di frammentazione o discontinuità del sé. Le attività artistiche in adolescenza favoriscano la regolazione emotiva, la consapevolezza di sé e la resilienza, contribuendo a un migliore adattamento psicologico.

L’arteterapia, quindi, rappresenta un filo continuo che accompagna lo sviluppo, permette di trasformare le esperienze precoci in risorse evolutive, sostenendo l’adolescente nel delicato lavoro di costruzione della propria identità (Frontiers in Psychology, 2025).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

 

-Utilizzare il disegno come strumento di ascolto, non di valutazione. È importante che il genitore non giudichi il risultato, ma si interessi al significato del disegno, chiedendo al bambino di raccontarlo. In questo modo, l’attività diventa un canale privilegiato per comprendere il suo mondo emotivo;

-Proporre attività artistiche nei momenti di maggiore fragilità emotiva. Nei periodi di tristezza, ansia o chiusura, disegnare o modellare può aiutare il bambino o l’adolescente a esprimere ciò che fatica a dire, riducendo la tensione interna;

-Favorire la continuità attraverso piccole abitudini e rituali regolari, tra i quali far rientrare anche le attività artistiche e l’arte terapia. La ripetizione nel tempo è fondamentale, anche brevi momenti settimanali dedicati all’attività artistica aiutano a costruire stabilità e sicurezza;

-Valorizzare il processo creativo per sostenere l’autostima. Nei bambini e adolescenti con BES e DSA è essenziale che il genitore riconosca l’impegno e l’espressione personale, piuttosto che il risultato estetico, offrendo al bambino un’esperienza di competenza;

-Integrare l’esperienza artistica con il contesto scolastico. Quando possibile, è utile condividere con gli insegnanti il percorso creativo, affinché possa essere valorizzato anche in classe come strumento di apprendimento e inclusione;

-Promuovere attività artistiche di gruppo. Favoriscono lo sviluppo delle competenze sociali, dell’empatia e della capacità di stare con gli altri, facilitando le interazioni e i rapporti interpersonali;

-Considerare l’arteterapia come parte di un percorso di cura più ampio. In presenza di depressione o disagio emotivo significativo, è importante che il genitore integri l’attività artistica con un supporto specialistico e psicoanalitico, affinché il bambino possa essere aiutato a elaborare in modo più profondo i propri vissuti.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Salute

Chirurgia personalizzata all’ospedale San Carlo di Nancy: salvato un giovane paziente oncologico

🏥 Un trentenne con una storia oncologica complessa torna a vivere dopo aver affrontato una calcolosi massiva, grazie all’intervento “su misura” del prof. Alessandro Calarco all’Ospedale San Carlo di Nancy. Un esempio di eccellenza urologica che restituisce dignità e salute oltre ogni previsione.

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#SanCarloDiNancy #Urologia #Medicina #SanitàRoma

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Alessandro Calarco Ospedale San Carlo di Nancy

Redazione-  Il percorso di cura che ha coinvolto A., oggi trentenne, rappresenta una sintesi estrema tra la resilienza del paziente e l’innovazione tecnologica applicata alla pratica clinica urologica. La sua storia, iniziata nell’infanzia con una diagnosi di neoplasia tra vescica e prostata a soli due anni, è un susseguirsi di chemioterapie, cicli di radioterapia e molteplici ricostruzioni chirurgiche dell’apparato urinario. Queste procedure, pur salvandogli la vita in tenera età, hanno lasciato in eredità un’anatomia profondamente alterata, caratterizzata da una fragilità cronica che ha segnato ogni fase della sua giovinezza.

Per decenni, A. ha convissuto con l’incontinenza e le limitazioni funzionali derivanti dagli esiti dei trattamenti oncologici. Tuttavia, la situazione è precipitata quando una calcolosi massiva ha colpito sia la neovescica che i reni. Gli stent, essenziali per il drenaggio urinario, si erano calcificati fino a diventare impossibili da rimuovere con le tecniche operatorie standard. Dopo aver ricevuto il rifiuto da parte di diverse strutture ospedaliere, che consideravano il quadro clinico ormai inoperabile, la svolta è arrivata presso l’Ospedale San Carlo di Nancy, struttura romana accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale e parte di GVM Care & Research.

Un approccio chirurgico sartoriale per sfide complesse

È qui che il giovane ha incontrato il professor Alessandro Calarco, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Urologia. La condizione di A. non richiedeva solo competenza tecnica, ma una visione d’insieme capace di superare i limiti della chirurgia tradizionale. Il paziente, arrivato al pronto soccorso in preda a dolori lancinanti e senza alcuna alternativa terapeutica, ha trovato nel team di Calarco la determinazione necessaria per affrontare una sfida che molti consideravano persa in partenza.

L’intervento risolutivo, eseguito con successo, ha previsto una procedura combinata di straordinaria precisione. I chirurghi hanno operato attraverso accessi simultanei: una tecnica chirurgica percutanea retroperitoneale sui reni, unita a un intervento transaddominale sulla neovescica. Questa modalità ha permesso di bonificare le aree critiche, superando le difficoltà poste da un’anatomia che presentava cicatrici estese e una conformazione interna notevolmente diversa da quella fisiologica. La capacità del team di adattare la chirurgia alle specifiche esigenze del ragazzo ha trasformato un caso clinico giudicato proibitivo in un successo terapeutico.

Il valore della personalizzazione in urologia

Il professor Calarco sottolinea come il successo non sia dipeso solo dalla destrezza manuale, ma dalla volontà di non rassegnarsi a prospettive limitanti. Per i medici di medicina specialistica, la gestione di pazienti con una storia oncologica pregressa così lunga rappresenta un terreno di confronto con i limiti della scienza medica. Ogni centimetro di tessuto operato ha richiesto una valutazione prudente, tale da garantire la massima efficacia senza compromettere l’equilibrio del paziente.

L’eccezionalità di questo approccio è stata riconosciuta anche dalla comunità scientifica di settore: il caso di A. è stato presentato al Congresso Nazionale di Urologia, venendo citato come esempio virtuoso di trattamento personalizzato. La medicina moderna, infatti, tende sempre più verso questa direzione “sartoriale”, dove il protocollo viene adattato al corpo del paziente e non viceversa. Per A., il risultato è un ritorno a una quotidianità finalmente priva del dolore costante che lo aveva perseguitato per mesi.

Nonostante la natura cronica della sua condizione richieda controlli periodici e possibili interventi di revisione futura, il cambiamento nella sua qualità di vita è radicale. Il giovane, che oggi può condurre una quotidianità quasi del tutto normale, definisce questo traguardo come il dono più grande ricevuto dopo anni di battaglie cliniche. La sua testimonianza funge da monito sul valore fondamentale della fiducia tra medico e paziente e sull’importanza di non interrompere mai la ricerca di soluzioni, anche quando le cartelle cliniche sembrano non lasciare più spazio alla speranza.

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La riforma della disabilità e il ruolo della medicina legale: una valutazione più giusta e vicina alla persona

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Redazione-Roma è stata il fulcro del dibattito nazionale sulla sanità e i diritti civili durante il 47° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA). Al centro della discussione, il dottor Lucio Di Mauro, segretario nazionale della SIMLA, ha delineato i contorni di una trasformazione epocale che punta a riscrivere il rapporto tra istituzioni e cittadini fragili. La riforma della disabilità, che si sta attuando in questa fase in Italia, non rappresenta solo un aggiornamento normativo, ma un cambio di paradigma culturale che sposta l’attenzione dal concetto di invalidità clinica a quello di dignità umana e partecipazione sociale.

La nuova valutazione di base come pilastro del cambiamento

Il cuore pulsante di questa riforma è identificabile nella nuova “valutazione di base” della condizione di disabilità. Fino a oggi, il sistema era spesso percepito come un complesso ingranaggio burocratico, dove la persona veniva ridotta a una serie di codici e percentuali. Il nuovo approccio intende superare questa frammentazione, ponendo al centro l’individuo con le sue necessità quotidiane. Che si tratti di un minore in attesa di un supporto educativo scolastico, o di un adulto che aspira all’inserimento lavorativo, la procedura di valutazione non deve limitarsi a certificare una patologia, quanto piuttosto a comprendere come tale condizione influenzi la vita relazionale e operativa del singolo soggetto.

Questo passaggio di testimone verso un modello biopsicosociale, ispirato alla classificazione ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, presuppone una capacità di analisi più ampia. La medicina legale, in questo contesto, smette di essere un freddo tribunale di accertamento per trasformarsi in un attore proattivo del sistema di welfare. Il compito dei professionisti del settore diventa quello di tradurre le oggettive limitazioni fisiche o sensoriali in bisogni concreti, necessari per costruire un progetto di vita personalizzato.

Medicina legale come garanzia di omogeneità territoriale

Una delle criticità storiche del sistema italiano riguarda la disparità di trattamento. Un cittadino residente in Lombardia potrebbe trovarsi a fruire di percorsi e diritti differenti rispetto a un residente in Sicilia o in un piccolo comune dell’Appennino. La riforma, sotto l’egida dell’uniformità metodologica proposta da SIMLA, mira a eliminare queste divergenze. La medicina legale assume una funzione di garante: l’applicazione di criteri standardizzati su tutto il territorio nazionale è il presupposto di una giustizia sociale reale.

L’omogeneizzazione delle procedure non è solo una nobile ambizione tecnica, ma una necessità pratica. Ridurre il contenzioso giudiziario significa, in primo luogo, sollevare le famiglie dalla pressione di dover ricorrere alle aule di tribunale per veder riconosciuto un diritto che dovrebbe essere già garantito dalla legge. Le lunghe attese, tipiche del passato, sono state spesso causate da interpretazioni discrezionali e difformi del quadro normativo. Attraverso una formazione continua e una condivisione dei protocolli valutativi, i medici legali possono contribuire in modo determinante alla riduzione dei tempi di risposta, garantendo che ogni cittadino riceva una valutazione tempestiva e, soprattutto, equa.

Dalla misurazione all’inclusione sociale effettiva

Il superamento della logica puramente amministrativa è il punto di arrivo di questo percorso. Quando la medicina legale si concentra sull’ambiente che circonda la persona — la scuola, il posto di lavoro, la barriera architettonica nelle città — si trasforma in un presidio di equità. Non si tratta più solo di quantificare il danno, ma di definire quali strumenti siano necessari affinché il cittadino possa esercitare pienamente la propria cittadinanza. Questo approccio richiede che la valutazione sia un processo dinamico, capace di adattarsi ai cambiamenti della vita di una persona, evitando che la certificazione diventi un documento statico e superato.

Il lavoro svolto dai medici legali, in collaborazione con le altre figure sanitarie e sociali, diventa quindi l’anello di congiunzione tra le tutele previste sulla carta e la realtà vissuta. In questo scenario, la dignità della persona non è più un concetto astratto, ma il risultato di una procedura che rispetta la specificità di ogni storia individuale. L’impegno profuso da SIMLA durante il congresso conferma la volontà della categoria di porsi al servizio della collettività, interpretando il proprio ruolo deontologico come strumento per trasformare una pratica burocratica in un’occasione di autentica inclusione, dove il diritto alla salute e il diritto all’integrazione camminano finalmente di pari passo.

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Salute

Il premio Carlo Lauri valorizza le nuove eccellenze della ricerca odontostomatologica alla Sapienza

🦷 La prima edizione del Premio Carlo Lauri celebra il talento dei giovani ricercatori della Sapienza, unendo il ricordo di un professionista esemplare al futuro della ricerca odontostomatologica. Scopri i dettagli della premiazione e l’importanza del connubio tra accademia e territorio.

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#Sapienza #Odontostomatologia #RicercaScientifica #RomaCampidoglio

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 Redazione-  l’Aula Capozzi del Policlinico Umberto I è diventata il palcoscenico di un evento significativo per il mondo accademico e sanitario italiano. Si è tenuta la cerimonia conclusiva della prima edizione del Premio Carlo Lauri, un riconoscimento istituito per premiare le migliori tesi di laurea discusse presso la Sapienza Università di Roma durante l’anno accademico 2023/2024. Il progetto nasce da una collaborazione strategica tra il prestigioso ateneo romano e il Rotary Club Roma Campidoglio, con l’obiettivo dichiarato di sostenere i giovani clinici nel loro percorso di inserimento professionale e scientifico.

Un legame solido tra università e società civile

La giornata ha visto la partecipazione della Magnifica Rettrice, la professoressa Antonella Polimeni, che ha sottolineato il valore simbolico e concreto di questa iniziativa. Nel suo intervento, la Rettrice ha evidenziato come l’assegnazione di borse di studio in memoria di un professionista stimato rappresenti una doppia opportunità: da un lato, preservare l’eredità umana e professionale di Carlo Lauri, offrendolo come modello di integrità ed eccellenza agli studenti; dall’altro, concretizzare il diritto allo studio attraverso il riconoscimento tangibile del merito.

Il concetto di “terza missione” dell’università, ovvero la capacità dell’istituzione di dialogare attivamente con il territorio e le sue realtà sociali, è stato al centro dell’analisi del professor Umberto Romeo, Direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo Facciali. Secondo il docente, il partenariato con un ente radicato nella comunità come il Rotary Club Roma Campidoglio è fondamentale. Questo ponte tra il bagaglio di conoscenze accademiche e le necessità del tessuto sociale permette di trasformare la ricerca teorica in un contributo utile per la collettività, creando i presupposti per una crescita costante della qualità delle prestazioni sanitarie.

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Memoria, rigore scientifico e futuro clinico

Il momento più intimo della giornata è stato affidato a Carla Testa Lauri, che ha rievocato la figura del marito. La sua testimonianza ha restituito l’immagine di un uomo che, oltre alla competenza tecnica, ha saputo coniugare la professione medica con una profonda passione per la vita e per la libertà, valori che il premio intende tramandare alle nuove generazioni di dentisti e ricercatori. Il ricordo, dunque, non come atto formale, ma come guida etica per chi si affaccia oggi al mondo della sanità.

Sul piano squisitamente accademico, il presidente della commissione esaminatrice, il professor Alberto De Biase, ha tracciato un bilancio tecnico della selezione. Gli elaborati sottoposti al vaglio degli esperti hanno mostrato un livello qualitativo elevato, confermando la solidità del percorso didattico offerto dalla Sapienza. La qualità della ricerca presentata dai giovani neodottori indica una generazione di clinici rigorosa, capace di affrontare le sfide dell’odontostomatologia moderna attraverso l’applicazione di metodologie innovative e un approccio basato sull’evidenza scientifica.

La chiusura della giornata è stata affidata a Gabriele e Giorgio Lauri, che hanno consegnato ufficialmente le borse di studio ai vincitori. Il gesto ha segnato una sorta di passaggio di testimone, consolidando il legame tra la storia professionale e l’avvenire della ricerca. Con questa prima edizione, il Premio Carlo Lauri si propone come un appuntamento fisso nel panorama universitario capitolino, ribadendo l’importanza del sostegno ai talenti emergenti in un settore, quello della salute orale, che richiede un aggiornamento continuo e uno spirito analitico sempre acceso. L’attenzione verso il merito e l’integrazione tra eccellenza scientifica e finalità solidaristiche restano le pietre miliari su cui si fonda questa iniziativa, capace di unire istituzioni diverse in un unico obiettivo condiviso: il miglioramento della formazione medica italiana.

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