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Cronaca

Sorelle ritrovate dopo 14 giorni, arrestati madre, compagno e nonno: l’accusa è sequestro di persona

🚨 Svolta nel caso delle sorelle scomparse da Civitella Alfedena: Sarah e Alisya sono state ritrovate vive a Formia dopo 14 giorni. All’alba sono scattati tre fermi per sequestro di persona, tra cui quello della madre delle ragazze. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

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Procura della Repubblica Sulmona

Redazione- La svolta è arrivata all’alba, dopo due settimane di angoscia e ricerche che avevano tenuto con il fiato sospeso Abruzzo e Lazio. Sarah e Alisya, le due sorelle di 12 e 16 anni scomparse dalla casa famiglia di Civitella Alfedena nella notte tra il 6 e il 7 giugno, sono state ritrovate vive nella serata di ieri a Formia, in provincia di Latina. Poche ore dopo, intorno alle 5 del mattino, tre persone sono state sottoposte a fermo di polizia con l’accusa di sequestro di persona: si tratta della madre delle ragazze, Valentina Dacunto, del compagno della donna, Vincenzo Esposito, e del padre della stessa donna, Marco Dacunto.

I tre sono stati interrogati nella notte negli uffici della Procura della Repubblica di Sulmona dal procuratore capo Luciano D’Angelo e, al termine degli accertamenti, sono stati condotti in carcere. L’inchiesta resta aperta e gli investigatori stanno verificando se nel sequestro delle due minori possano essere coinvolte anche altre persone.

Il ritrovamento a Formia e il blitz nella casa della parente

Le due minorenni sono state rintracciate grazie a un’operazione congiunta condotta dai carabinieri dei Comandi provinciali dell’Aquila e di Latina, con il supporto del Ros e sotto il coordinamento diretto della Procura di Sulmona. Alle attività ha collaborato anche la Procura di Cassino, guidata da Carlo Fucci. Il procuratore D’Angelo era presente durante le operazioni che hanno portato al ritrovamento.

Secondo quanto emerso, Sarah e Alisya si trovavano all’interno dell’abitazione di un’anziana di circa 80 anni, parente della madre e chiamata “zia” dalle ragazze. Sarebbero rimaste nascoste lì per 14 giorni, lontano dalla casa famiglia e dalle ricerche che per due settimane hanno battuto la zona del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise tra droni, cani molecolari, controlli nei casolari e verifiche su auto, telefoni e contatti. Gli inquirenti stanno ora ricostruendo con precisione i rapporti di parentela e il ruolo avuto da ogni persona coinvolta nella vicenda.

Dall’allontanamento alla pista dell’aiuto esterno

Il ritrovamento conferma uno dei sospetti principali su cui si erano concentrate le indagini negli ultimi giorni: le due ragazze non si erano allontanate da sole, ma con il supporto di adulti. Fin dall’inizio gli investigatori avevano ritenuto difficile che due minorenni potessero lasciare nel cuore della notte una struttura situata in una zona isolata del Parco d’Abruzzo e restare irreperibili così a lungo senza una rete di appoggio.

La pista dell’aiuto esterno si era rafforzata con il passare dei giorni, anche alla luce delle verifiche sui telefoni agganciati alle celle della zona, delle immagini delle telecamere di videosorveglianza e dei sopralluoghi nei ruderi e nelle abitazioni abbandonate dell’Alto Sangro. Ora quella linea investigativa trova un riscontro preciso nel ritrovamento a centinaia di chilometri di distanza dal luogo della scomparsa, in un contesto familiare che potrebbe aver garantito alle due sorelle protezione e occultamento.

Il sospetto depistaggio e le parole del legale della madre

Con i fermi eseguiti questa mattina assume un significato completamente diverso anche quanto sostenuto fino a poche ore fa dalla madre delle ragazze. Attraverso il suo avvocato, Enrico Mastantuono, la donna aveva dichiarato di temere che le figlie non fossero più vive, lasciando intendere di non avere alcuna informazione sulla loro sorte. A questo punto, quelle dichiarazioni vengono lette dagli investigatori come un possibile tentativo di depistaggio, mentre la donna avrebbe continuato a sostenere per giorni di essere estranea alla scomparsa.

Il legale aveva anche parlato di un possibile lieto fine, osservando che il mancato ritrovamento di corpi lasciava aperta la speranza che le ragazze fossero ancora vive. Aveva inoltre definito il compagno Vincenzo Esposito come “un’altra vittima” della vicenda. Una ricostruzione che oggi viene completamente ribaltata dai provvedimenti della magistratura, che indicano proprio nella madre, nel compagno e nel nonno materno tre dei principali sospettati.

Una vicenda nata nel contesto familiare più fragile

Sarah e Alisya erano entrate nel circuito dei servizi sociali nel 2020, dopo la separazione conflittuale dei genitori. Dopo un primo passaggio in casa famiglia a Cassino nel 2023 e un periodo trascorso in strutture diverse, erano state riunite nel 2024 nella comunità di Civitella Alfedena. Apparentemente, fino alla scomparsa, la loro permanenza nella struttura sembrava essersi svolta senza particolari tensioni.

Pochi giorni prima della sparizione, però, il tribunale aveva disposto la decadenza della responsabilità genitoriale della madre, riconoscendola soltanto al padre, Stefano Di Giacinto. Un passaggio giudiziario che potrebbe aver inciso profondamente sulla vicenda e che ora assume un peso centrale nella ricostruzione del movente e delle scelte che hanno portato all’allontanamento delle due sorelle.

I dettagli completi dell’operazione saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa fissata in Procura a Sulmona. Ma già da ora il quadro appare radicalmente cambiato: da caso di scomparsa a presunto sequestro organizzato in ambito familiare.

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Cronaca

“Arrestatemi, non sopporto più la mia fidanzata!”. Ai domiciliari, evade in piena notte e bussa alle porte del carcere per trovare un po’ di pace

“Vi prego, mettetemi in cella… a casa con la mia compagna non ne posso più!”. 😱 🔗 Ha dell’incredibile la notizia che arriva da Genova! Un uomo di 38 anni, che si trovava agli arresti domiciliari dallo scorso maggio, ha litigato pesantemente con la fidanzata con cui conviveva h24. Pur di non sopportarla un minuto di più, l’uomo è letteralmente “evaso”, ha attraversato la città a piedi in piena notte ed è andato a sbattere i pugni sul portone del carcere di Marassi, implorando gli agenti di arrestarlo per trovare “un po’ di pace”. I giudici hanno dovuto esaudire il suo desiderio aggravando la pena! A mali estremi… estremi rimedi! Voi cosa ne pensate di questa assurda fuga “al contrario”? Leggete tutta la storia nel nostro articolo! 👇 🚓

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Genova – Nell’immaginario collettivo, e nella quasi totalità dei casi di cronaca giudiziaria che leggiamo quotidianamente, l’evasione dagli arresti domiciliari ha sempre uno scopo ben preciso: darsi alla macchia, fuggire il più lontano possibile dalle forze dell’ordine per assaporare, anche solo per qualche ora, l’ebbrezza della libertà perduta. Ma la storia che arriva oggi da Genova ribalta completamente le regole del buonsenso e ci regala uno spaccato di vita di coppia dal sapore tragicomico. Il protagonista di questa assurda vicenda ha infatti organizzato e portato a compimento la fuga dai domiciliari più paradossale della storia: non è scappato per cercare la libertà, ma è evaso appositamente per farsi rinchiudere in una cella del carcere.

Dalla convivenza forzata al carcere volontario: la fuga disperata

Il teatro di questa tragicommedia è il popolare quartiere genovese del Cep. Qui, un uomo di 38 anni di origini marocchine si trovava sottoposto al regime degli arresti domiciliari dallo scorso mese di maggio. Una misura cautelare che, sulla carta, dovrebbe rappresentare un privilegio rispetto alla durezza del carcere, permettendo al condannato di scontare la propria pena (o attendere il giudizio) tra le mura domestiche. C’era però un enorme, insormontabile “dettaglio”: l’uomo condivideva l’appartamento, in una sorta di convivenza forzata 24 ore su 24, con la propria compagna. Nella serata di ieri, tra i due è scoppiata l’ennesima, furibonda lite domestica. Una discussione talmente accesa e insopportabile che il 38enne ha preso una decisione tanto drastica quanto irrevocabile: meglio la prigione della propria fidanzata.

I pugni sul portone nel cuore della notte: “Voglio solo un po’ di pace”

Invece di fare i bagagli e fuggire per nascondersi (come farebbe un evaso “tradizionale”), l’uomo è uscito di casa nel cuore della notte e si è incamminato a piedi per le strade di Genova con una destinazione chiara e inequivocabile stampata nella mente: la Casa Circondariale di Marassi. Arrivato davanti al massiccio portone di ferro dell’istituto penitenziario genovese, ha iniziato a sbattere i pugni con foga per richiamare l’attenzione degli agenti di guardia. Quando le guardie, probabilmente incredule, gli hanno aperto per chiedergli cosa volesse a quell’ora della notte, si sono sentite rivolgere la più inaspettata delle suppliche: «Vi prego, arrestatemi, mettetemi in una cella. Voglio solo trovare un po’ di pace!».

L’evasione al contrario: quando il carcere diventa un rifugio

L’uomo ha candidamente confessato agli agenti penitenziari la sua situazione: pur di non dover passare un minuto di più a litigare con la compagna nell’appartamento del Cep, ha scientemente violato gli obblighi imposti dal giudice, allontanandosi dal domicilio senza alcuna autorizzazione. Per la legge italiana, un simile comportamento fa scattare l’automatica denuncia per evasione ai sensi dell’articolo 385 del Codice Penale. Gli agenti di Polizia Penitenziaria, compresa la surreale situazione, non hanno potuto fare altro che allertare le pattuglie di turno per procedere con il formale e ufficiale arresto in flagranza di reato del soggetto… che si era letteralmente autoconsegnato.

La reazione dei giudici: desiderio esaudito a norma di legge

Il paradossale iter giudiziario si è poi concluso sulla scrivania del Pubblico Ministero di turno, il dottor Federico Panichi. Essendo venuti meno (per palese ed esplicita volontà dell’indagato) i presupposti di idoneità per la convivenza presso il domicilio designato, ed essendosi configurato il reato di evasione, al magistrato non è rimasta altra scelta logica e giuridica se non quella di accogliere, di fatto, le bizzarre richieste dell’uomo. Il PM ha infatti disposto l’immediato aggravamento della misura cautelare. Il 38enne ha così visto il suo desiderio esaudito: dopo i necessari accertamenti di rito, le porte del carcere di Marassi si sono chiuse alle sue spalle. Finalmente lontano dalle liti di coppia e, a suo dire, nella pace assoluta della sua nuova cella.

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Cronaca

Orrore a Guidonia: salma abbandonata per 5 giorni al caldo nell’agenzia funebre in attesa del saldo. A dare l’allarme dei veterinari per il forte odore

Una storia che fa stringere lo stomaco e ribollire il sangue per l’indignazione. 😡 ⚰️ A Guidonia (Roma) il corpo di una donna defunta di Fonte Nuova è stato abbandonato per CINQUE GIORNI nel caldo torrido all’interno di un’agenzia funebre, in una semplice bara di legno senza protezioni interne. Il motivo? L’agenzia pare stesse aspettando il saldo del pagamento per trasferire la salma a Rieti. A dare l’allarme sono stati alcuni veterinari in visita in uno stabile adiacente, allertati dall’odore nauseabondo. I Carabinieri stanno indagando, l’ASL è intervenuta e il Comune ha firmato un’ordinanza d’urgenza. Si può davvero perdere la pietà umana per una questione di soldi? Leggi i dettagli di questo orrore nel nostro articolo ed esprimi la tua solidarietà alla famiglia colpita! 👇 🚓

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Guidonia Montecelio (Roma) – Ci sono limiti morali, umani e di semplice pietà cristiana che non dovrebbero mai essere superati, nemmeno di fronte alle spietate logiche del business o del recupero crediti. Eppure, quanto accaduto nelle scorse ore alle porte della Capitale ha i contorni macabri e inaccettabili di un film dell’orrore. Una donna residente a Fonte Nuova, tragicamente scomparsa e che avrebbe dovuto riposare in pace nella provincia di Rieti, è stata al centro di un episodio di degrado umano e sanitario che ha lasciato l’intera comunità sotto shock. Il suo corpo senza vita è stato infatti letteralmente abbandonato per ben cinque giorni all’interno dei locali di un’agenzia funebre di Guidonia Montecelio. Il presunto, agghiacciante motivo? Pare che la ditta non avesse ancora ricevuto l’intero saldo pattuito per effettuare il trasferimento della salma.

Cinque giorni nel caldo torrido: una mancanza di pietà inaccettabile

I dettagli che stanno emergendo dalle primissime fasi dell’indagine descrivono una situazione di incuria totale, al limite dello scempio. Il corpo della povera donna era stato adagiato all’interno di una semplice cassa di legno, del tutto sprovvista della fondamentale e obbligatoria “controcassa” interna in zinco, solitamente necessaria per garantire la tenuta stagna e le norme igienico-sanitarie durante i trasporti o le lunghe soste. In questi giorni di metà agosto, caratterizzati da un’ondata di calore africano con temperature che sfiorano costantemente i 40 gradi, gli esiti di questa gravissima negligenza sono stati devastanti. Il caldo torrido ha accelerato i naturali e drammatici processi di decomposizione all’interno della struttura, trasformando una sosta burocratica in una vergognosa emergenza sanitaria.

Scatta l’allarme: il forte odore e l’intervento tempestivo 

A far saltare il coperchio su questa vicenda assurda e indecorosa non sono stati i controlli interni, ma un intervento del tutto fortuito. A lanciare l’allarme sono stati alcuni medici veterinari che si trovavano in visita in uno stabile adiacente a quello dell’agenzia funebre. Richiamati da un odore nauseabondo e pungente, ormai impossibile da ignorare a causa delle oggettive condizioni climatiche, i professionisti hanno immediatamente allertato le autorità competenti, innescando una macchina dei soccorsi che ha portato alla macabra scoperta.

Indagini a tappeto: l’intervento dei Carabinieri e dei tecnici dell’Asl

Sul posto si sono precipitati i militari dell’Arma dei Carabinieri, che hanno immediatamente avviato le indagini per ricostruire l’esatta catena di responsabilità e verificare se la motivazione del mancato pagamento giustifichi in qualche modo, seppur mai moralmente, il comportamento della ditta di onoranze funebri. Insieme a loro, i tecnici e gli ispettori dell’ASL competente hanno effettuato tutti i meticolosi rilievi igienico-sanitari del caso, mettendo in sicurezza i locali e restituendo, finalmente, un briciolo di dignità alle spoglie della donna.

L’indignazione del Comune: ordinanza urgente e solidarietà alla famiglia

L’eco dello scandalo ha raggiunto in pochi minuti i palazzi istituzionali. Il Comune di Guidonia Montecelio, appresa la gravità inaudita dei fatti, è intervenuto con decisione firmando un’ordinanza urgente per il ripristino delle condizioni sanitarie e lo sgombero della salma. Le istituzioni locali hanno inoltre voluto esprimere, con una nota ufficiale, la propria vicinanza e tutta la solidarietà possibile alla famiglia della defunta, già provata dal dolore del lutto e ora costretta a subire questo ulteriore, insopportabile oltraggio.

Mentre gli inquirenti proseguono il loro lavoro per accertare eventuali risvolti penali, nell’opinione pubblica resta l’amaro in bocca per una vicenda che solleva interrogativi pesantissimi: è davvero possibile che, nell’Italia del 2026, il rispetto sacrosanto per la morte venga barattato in questo modo per un ritardo nei pagamenti?

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Cronaca

Civitanova Alta sotto assedio: branco di lupi sbrana otto capre a pochi passi da casa. Il terrore dei residenti: “Abbiamo paura a uscire di notte”

“Ho paura a uscire in cortile di notte a casa mia!”. 🐺 🩸 È l’urlo disperato di un residente di Civitanova Alta (in contrada Mornano) che ha visto il suo gregge letteralmente sterminato da un branco di lupi affamati arrivati a due passi dalla porta di casa. Il bilancio è un massacro: 8 capre sbranate, uccise e trascinate via. L’allevatore ha dovuto barricare i vitelli con reti elettrosaldate, mentre ai vicini è stato sbranato il cane da guardia. I lupi (che ricordiamo essere una specie protetta) sono sempre più audaci e vicini ai centri abitati. Quanto dovranno ancora rischiare gli allevatori prima che le istituzioni intervengano? Leggi i dettagli della strage e dicci la tua nei commenti! 👇 🚜

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Civitanova Marche (Macerata) – Quando scende la notte nelle campagne marchigiane, il silenzio non è più sinonimo di pace, ma di terrore. È uno scenario degno di un incubo quello che si è consumato nella notte tra venerdì e sabato scorsi in contrada Mornano, a Civitanova Alta, dove un branco di lupi affamati ha fatto irruzione in una proprietà privata, compiendo una vera e propria strage. Il bilancio dell’assalto è pesantissimo e drammatico per l’azienda agricola colpita: otto capre sono state brutalmente sbranate e uccise. Un episodio che riaccende con violenza il delicatissimo (e finora irrisolto) dibattito sulla convivenza forzata tra la fauna selvatica, sempre più spinta dalla fame verso i centri abitati, e la sacrosanta sicurezza di allevatori e liberi cittadini.

La dinamica dell’assalto: reti saltate e una strage nel buio

Secondo le ricostruzioni, i lupi avrebbero agito con precisione chirurgica sfruttando il favore delle tenebre. Hanno saltato senza alcuna difficoltà la recinzione che delimitava la casa di campagna e si sono accaniti con ferocia inaudita sugli ovini che riposavano ignari nel terreno di pertinenza dell’abitazione. L’amara, macabra e scioccante scoperta è avvenuta solo alle prime luci dell’alba, quando il proprietario, uscito per governare gli animali, si è trovato davanti a uno scenario di sangue agghiacciante: tre capre sono state letteralmente trascinate via nel bosco dal branco, una è stata completamente divorata sul posto, mentre le restanti quattro sono state trovate senza vita, sgozzate dai morsi letali dei predatori.

“Adesso ho paura a uscire di notte”: l’incubo di un allevatore

La rabbia, unita a un profondo senso di impotenza, è palpabile nelle parole del proprietario del terreno, che ora si trova costretto a barricarsi in casa propria. «Adesso ho pure paura ad uscire di notte, anche solo per fare due passi nel mio cortile», racconta l’uomo, ancora visibilmente scosso dall’accaduto. L’istinto di sopravvivenza per chi vive e lavora con gli animali ha preso il sopravvento, costringendolo a prendere misure drastiche ed economicamente dispendiose per evitare che il disastro si ripeta. «Ho anche due piccoli vitelli in un’altra stalla qui vicino», prosegue l’allevatore, «e per tentare di salvarli ho dovuto montare d’urgenza una pesante rete elettrosaldata tutto intorno per proteggerli dai prossimi, probabili attacchi».

Lupi a ridosso delle case: l’allarme si allarga tra i residenti

Il massacro di contrada Mornano, purtroppo, non sembra essere un caso isolato. Il branco di lupi si sta muovendo con sempre maggiore audacia, perdendo il naturale e innato timore reverenziale verso la presenza dell’uomo. «Ho saputo che sono stati anche da alcuni vicini e, purtroppo, gli hanno ucciso il cane da guardia», rivela amaramente il residente. Da diverse settimane, infatti, si moltiplicano a dismisura le segnalazioni di avvistamenti di lupi, spesso in branco, nelle immediate e pericolosissime vicinanze delle abitazioni sparse nella zona rurale compresa tra Civitanova Alta e Montecosaro Alto.

Specie protetta e danni al cittadino: un equilibrio ormai saltato?

La vicenda ripropone con forza un problema normativo e sociale di vastissima portata. Il lupo, giustamente e per legge, è una specie rigorosamente tutelata dallo Stato italiano. Tuttavia, l’aumento esponenziale degli esemplari e la carenza di prede nei boschi spinge questi straordinari (ma letali) predatori a spingersi fin dentro i cortili delle case pur di sfamarsi. A pagare il prezzo altissimo di questa dinamica sono, per il momento, solo i cittadini e i piccoli allevatori, lasciati spesso soli ad affrontare i danni. Oltre alla perdita affettiva ed economica del proprio bestiame o dei propri animali d’affezione, il residente di Civitanova Alta ha dovuto persino farsi carico, a proprie spese e superando non pochi ostacoli burocratici, del doloroso smaltimento delle carcasse delle sue capre sbranate. Fino a quando i cittadini delle aree rurali dovranno vivere barricati in casa per difendere il proprio lavoro e le proprie famiglie?

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