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Attualità

Sicurezza stradale, la proposta di Meritocrazia Italia per insegnare la guida consapevole nelle scuole

🚗 La sicurezza dei giovanissimi passa dai banchi di scuola: Meritocrazia Italia chiede l’educazione stradale obbligatoria per fermare la strage dei weekend e formare guidatori più consapevoli.

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Sicurezza stradale, la proposta di Meritocrazia Italia per insegnare la guida consapevole nelle scuole

Redazione- Roma è lo scenario da cui parte l’accorata denuncia di Walter Mauriello, Presidente di Meritocrazia Italia, che torna a sollevare il tema della sicurezza stradale dopo un fine settimana segnato da un bilancio drammatico. I dati parlano di 28 vite spezzate in soli pochi giorni, un numero che sale a 43 se si considera il periodo a partire dal venerdì. Tra le vittime, la presenza di giovanissimi – ben nove under 18 – rende il fenomeno non solo una questione di pubblica sicurezza, ma una vera e propria emergenza educativa che scuote le coscienze dell’intero Paese. Il Movimento chiede ora un cambio di passo radicale nelle politiche di prevenzione, puntando sulla formazione sistematica dei futuri conducenti.

Oltre il codice della strada: il valore della prevenzione

La riflessione di Mauriello parte dall’analisi di episodi recenti, come la terribile tragedia avvenuta a Senago, nel milanese, dove un’auto omologata per cinque persone ne trasportava nove. L’incidente ha causato la morte di due minorenni e di una ragazza di diciotto anni, portando alla luce comportamenti pericolosi che spesso sottovalutano le leggi della fisica e del codice. Secondo il Presidente di Meritocrazia Italia, le attuali misure legislative e il nuovo Codice della strada risultano necessari ma non sufficienti. La repressione, sebbene utile per sanzionare le condotte illecite, non riesce a incidere sulle abitudini profonde dei ragazzi, che spesso approcciano il volante con una leggerezza alimentata da incoscienza e scarsa percezione del limite.

Il cuore della proposta risiede nel superamento del modello puramente punitivo a favore di un approccio metodologico basato sull’educazione. La tesi sostenuta è che i giovani non vadano soltanto spaventati con il timore di sanzioni o revoche della patente, ma messi di fronte alla realtà cruda del rischio. Comprendere cosa significhi gestire un veicolo significa anche interiorizzare la responsabilità civile verso gli altri e verso se stessi. La spensieratezza tipica della giovane età, se non accompagnata da una solida consapevolezza delle conseguenze di un errore, può trasformarsi rapidamente in un evento irreversibile.

L’educazione stradale come materia curricolare dal primo grado

La richiesta formale che Meritocrazia Italia intende avanzare al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, è l’inserimento dell’educazione stradale come disciplina obbligatoria già a partire dalla scuola secondaria di primo grado. Non si tratta di una lezione sporadica, ma di un percorso strutturato che accompagni i ragazzi nel loro processo di crescita, preparando il terreno prima ancora che arrivino all’età necessaria per conseguire la patente automobilistica o del ciclomotore.

Introdurre questa materia nei programmi scolastici significa istituzionalizzare il tema della sicurezza, trasformandolo da un concetto astratto in una competenza di cittadinanza attiva. Gli insegnanti, supportati da esperti del settore e dalle forze dell’ordine, avrebbero l’opportunità di mostrare le dinamiche degli incidenti, spiegando come distrazioni, velocità elevata e guida sotto l’effetto di sostanze alterino i tempi di reazione. Il fine ultimo è rendere il giovane consapevole che l’errore al volante non sconta l’età di chi guida: la strada non perdona, indipendentemente dall’esperienza maturata.

Il Movimento punta a implementare questa iniziativa già dal prossimo mese di settembre, convinto che il sistema scolastico sia il luogo deputato a formare la cultura del rispetto delle regole. Se riusciremo a radicare nelle nuove generazioni l’idea che la guida sia un atto di responsabilità sociale, potremo sperare in un futuro dove i bollettini dei weekend estivi non siano più scritti con il sangue dei nostri ragazzi. L’educazione, in questo contesto, rappresenta l’unico investimento capace di generare un cambiamento duraturo nella percezione del pericolo. Meritocrazia Italia si dichiara pronta a collaborare con le istituzioni per trasformare questa visione in una realtà operativa, auspicando una risposta tempestiva del dicastero dell’Istruzione di fronte all’urgenza di un’emergenza che sta privando la società italiana di innumerevoli promesse.

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Esteri

Terrore sul volo FlyDubai per Tel Aviv: copilota accoltella il comandante per far precipitare l’aereo

Tragedia aerea e strage sventata per un soffio nei cieli del Medio Oriente. Pochi minuti fa, un gravissimo incidente ha trasformato in un incubo il volo FlyDubai decollato dagli Emirati e diretto a Tel Aviv. Secondo i passeggeri (e le indagini della sicurezza), il copilota omanita ha accoltellato brutalmente il comandante, mandando deliberatamente l’aereo in picchiata per farlo schiantare. Grazie all’intervento eroico ed estremo di alcuni passeggeri israeliani che hanno sfondato la porta blindata, l’assalitore è stato immobilizzato. Scattato il codice di dirottamento 7500, due caccia militari israeliani si sono alzati in volo👇

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FlyDubai,aereo

Gerusalemme – Lunghissimi, spaventosi e interminabili minuti di purissimo e cieco terrore ad altissima quota hanno drammaticamente squarciato la routine di quello che doveva essere un normalissimo viaggio commerciale tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Un gravissimo, inaudito e inquietante incidente di sicurezza, che ha assunto rapidamente e spaventosamente i drammatici e caotici contorni di un vero e proprio e sanguinoso tentativo di dirottamento aereo, si è infatti consumato nelle scorse ore a bordo del volo FZ 1073 della nota compagnia aerea FlyDubai. Il velivolo, originariamente decollato dall’hub internazionale di Dubai e regolarmente diretto verso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con a bordo circa 150 ignari passeggeri, si è improvvisamente trasformato nel tragico e claustrofobico teatro di una violentissima, sanguinaria e inimmaginabile lite scoppiata nel luogo più inaccessibile e sacro in assoluto: la cabina di pilotaggio. Secondo le ultimissime, sconvolgenti e dettagliate ricostruzioni fornite dalle autorevoli fonti della sicurezza israeliana, il copilota del Boeing (identificato dai media come un cittadino originario dell’Oman) avrebbe improvvisamente e brutalmente estratto un affilato coltellino tascabile in pieno volo, scagliandosi con ferocia e accoltellando ripetutamente e a sangue il primo comandante (di nazionalità emiratina). L’obiettivo finale di questa folle, lucida e sanguinaria aggressione ad alta quota, secondo le primissime e inquietanti valutazioni degli esperti, sarebbe stato quello di prendere il totale controllo manuale dei comandi della cloche per far schiantare volontariamente l’aereo civile a terra, compiendo una strage spaventosa.

Il codice 7500 e la picchiata: l’inizio dell’incubo a bordo

Il panico assoluto e incontrollabile si è materializzato non appena il velivolo ha iniziato a comportarsi in modo palesemente, visibilmente e spaventosamente anomalo rispetto alla regolare e fluida rotta di crociera prevista dai rigidi piani di volo internazionali.
Dall’interno della cabina di pilotaggio trasformata in un mattatoio, in quei drammatici e convulsi secondi di colluttazione fisica disperata tra i due ufficiali, è partito immediatamente l’impulso automatico del transponder. Il volo FZ 1073 ha inizialmente e disperatamente trasmesso sui radar internazionali il “codice 7700” (che indica convenzionalmente un generico stato di gravissima emergenza a bordo), ma dopo pochissimi, fatidici istanti è clamorosamente scattato il temutissimo “codice 7500”. Nel rigido e universale linguaggio dell’aviazione civile internazionale, questo specifico e raro segnale lampeggiante indica senza alcuna possibilità di errore un imminente dirottamento o un gravissimo atto di illecita interferenza in corso. Contemporaneamente, sotto gli occhi sgranati e terrorizzati dei 150 passeggeri, l’enorme e pesante aereo di linea ha bruscamente e repentinamente ridotto la propria quota altimetrica, modificando pericolosamente e radicalmente la propria rotta e iniziando a compiere assurde e repentine manovre evasive, deviando in direzione dei deserti dell’Arabia Saudita invece di proseguire dritto e linearmente verso la costa israeliana. Il segnale di dirottamento 7500 ha fatto scattare all’istante l’allarme rosso assoluto in tutti i vertici della sicurezza aerea militare d’Israele: nel giro di pochissimi minuti, due velocissimi caccia intercettori dell’Aeronautica militare israeliana sono decollati d’urgenza armati per intercettare il velivolo sospetto, temendo che potesse essere vigliaccamente lanciato come un enorme missile contro obiettivi civili a terra.

Il racconto dei passeggeri: “Entrati con la forza, c’era sangue ovunque”

Se l’immenso disastro aereo e la strage di massa sono stati miracolosamente, eroicamente ed efficacemente evitati, il grandissimo e storico merito va attribuito unicamente all’immenso coraggio mostrato dai disperati passeggeri e dai coraggiosi membri dell’equipaggio di cabina presenti sul volo.
Capendo immediatamente la palese e mortale gravità della situazione (viste le manovre folli e le grida provenienti dal cockpit anteriore blindato), un folto e agguerrito gruppo di persone si è scagliato frontalmente contro la spessa porta blindata della cabina. “Solo noi passeggeri israeliani siamo prontamente intervenuti con forza”, ha raccontato freddamente, lucidamente e sotto shock un testimone diretto dell’accaduto ai microfoni di Channel 12. Diversi coraggiosi membri dell’equipaggio, aiutati dalla pura forza della disperazione di alcuni forzuti viaggiatori, sono incredibilmente e faticosamente riusciti a forzare e sfondare fisicamente l’accesso alla cabina di comando, riuscendo infine a immobilizzare fisicamente e brutalmente a terra il pericolosissimo copilota omanita armato di lama. “La scena era da film horror, c’erano persone che ci hanno aiutato con le magliette completamente inzuppate e ricoperte di sangue fresco”, ha aggiunto il superstite. Noa, un’altra e giovane passeggera terrorizzata che si trovava comodamente seduta nelle prime file del volo, ha raccontato piangendo quegli istanti infiniti: “È stato estremamente angosciante. L’aereo ha cominciato improvvisamente a muoversi in modo violento da una parte all’altra, sballottandoci. Abbiamo capito che i piloti avevano perso definitivamente il controllo della macchina perché uno di loro era stato ripetutamente accoltellato. L’aereo è sceso spaventosamente e rapidamente di quota verso il basso, è stato davvero e oggettivamente spaventoso”. Il coraggioso, disperato ed estremo intervento corale ha miracolosamente e tempestivamente sventato il folle piano omicida a un passo dall’impatto fatale col suolo.

Le indagini, l’ipotesi terrorismo e la fredda reazione di Netanyahu

Riuscito fortunosamente e brillantemente a stabilizzare la drammatica picchiata grazie all’intervento dei presenti, il velivolo è stato infine e prontamente dirottato (sotto stretta e attenta scorta militare) in Arabia Saudita, riuscendo a compiere un complicatissimo ma vitale atterraggio di estrema e assoluta emergenza presso le piste dell’aeroporto internazionale di Tabuk.
Appena atterrato e toccato l’asfalto, il copilota incriminato, ferito e bloccato, è stato immediatamente prelevato di peso, isolato e posto sotto strettissimo e durissimo interrogatorio da parte delle solerti autorità saudite del posto. A queste delicatissime, vitali e diplomatiche indagini internazionali sta partecipando attivamente, fittamente e costantemente anche la dura intelligence dello Stato di Israele (Mossad e Shin Bet). Fonti militari israeliane ammettono e confermano che è tuttora in corso una serrata e capillare inchiesta per accertare i veri, reali e oscuri moventi dell’accaduto: l’inquietante ipotesi predominante è che dietro la folle e inspiegabile aggressione si nasconda, in realtà, la mostruosa e calcolata intenzione di voler innescare volontariamente un clamoroso attacco terroristico (anche per la nazionalità dell’aggressore). Stranamente, però, la compagnia aerea civile FlyDubai ha diramato poche ore fa un secco, freddo e diplomatico comunicato stampa ufficiale che cerca goffamente di sminuire pesantemente l’incidente, parlando banalmente di una semplice “colluttazione avvenuta in cabina durante il volo, che ha portato uno dei due piloti a perdere i sensi”, negando testardamente che si tratti di un effettivo “incidente di sicurezza”. Questa morbida e istituzionale versione diplomatica emiratina contrasta però violentemente e apertamente con la testimonianza diretta e visiva del sangue versato per le coltellate, la picchiata mortale e lo scrambling armato. In Israele la tensione politica è, inevitabilmente, schizzata alle stelle in un secondo: il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno immediatamente e solennemente convocato una clamorosa e urgentissima riunione governativa del gabinetto di sicurezza per valutare la portata geopolitica del disastro sfiorato.

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Politica

Elezioni Milano, Jonghi Lavarini: “Uniamo il centrodestra, il volto ideale è Matteo Perego”

La corsa elettorale per la conquista di Milano entra prepotentemente nel vivo! Roberto Jonghi Lavarini rompe gli indugi e lancia un fortissimo appello per unire tutto il centrodestra in un unico e grande fronte civico, chiamando a raccolta ex sindaci storici come Albertini e Moratti, oltre a Riccardo De Corato. Mentre l’unico vero e ufficiale candidato sceso attivamente in campo resta il Generale Burgio (Futuro Nazionale), Jonghi Lavarini cala il suo personalissimo “asso” politico per guidare la coalizione moderata: “Per unire tutti serve un volto nuovo, giovane e lombardo doc. L’uomo giusto per me è Matteo Perego di Cremnago”👇

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Matteo Perego

Milano – La lunga, complessa, sotterranea e silenziosa marcia di avvicinamento strategico verso il cruciale, attesissimo e delicato appuntamento con le future elezioni comunali del capoluogo lombardo sta finalmente iniziando a produrre i primissimi, forti e chiassosi scossoni all’interno dei principali schieramenti politici nazionali e locali. In un clima di crescente e palpabile tensione pre-elettorale, caratterizzato storicamente da continue e logoranti tattiche di posizionamento, veti incrociati e innumerevoli nomi gettati in pasto alla stampa, interviene pubblicamente, con grande chiarezza dialettica e con una precisa e chirurgica analisi tattica, Roberto Jonghi Lavarini. La sua lunga e appassionata riflessione pubblica si sofferma doverosamente e lungamente sul caotico scacchiere del centrodestra milanese, analizzando spassionatamente i nomi dei papabili candidati attualmente in lizza e lanciando un fortissimo, chiaro e accorato appello alla totale e incondizionata unità d’intenti di tutte le principali forze politiche e civiche moderate in campo. L’obiettivo ultimo e dichiarato è uno solo e palesissimo: riuscire a strappare e riconquistare democraticamente l’ambita e fondamentale guida amministrativa di Palazzo Marino, mettendo in piedi una solidissima, allargata e formidabile coalizione politica capace di dialogare fluidamente e costruttivamente con tutte le anime dell’elettorato milanese, partendo dalla storica destra per arrivare fino alle vitali e radicate liste civiche e ai movimenti autonomisti lombardi. E in questo complesso e affollato rebus di nomi e candidature, Jonghi Lavarini non si nasconde affatto, tracciando coraggiosamente il profilo esatto di quello che ritiene essere il candidato ideale e perfetto per incarnare il futuro della metropoli.

Il rebus dei candidati e l’ufficialità del Generale Burgio

L’attenta, lucida e pragmatica riflessione politica dell’esponente milanese parte inevitabilmente da un dato di fatto oggettivo e innegabile, ovvero l’attuale e congestionato affollamento che si registra nel cosiddetto e affollato “totonomi” del centrodestra cittadino.
“Io conosco personalmente e stimo sinceramente il professor Stefano Zecchi, fin dai lontanissimi e gloriosi tempi della storica Alleanza Nazionale. Ritengo che sia oggettivamente una persona perbene, colta e intellettualmente libera”, esordisce pacificamente Jonghi Lavarini, riconoscendo l’altissimo spessore culturale del filosofo. Tuttavia, ammette amaramente: “Purtroppo il suo nobile nome va semplicemente ad aggiungersi a una già infinita, caotica e lunghissima lista dei tanti possibili candidati ipotizzati in questi mesi dal centrodestra, in cui figurano personalità politiche ed esponenti di spicco come Lupi, Sardone, Perego, Antonino La Lumia, Antonio Civita, Marina Brambilla e molti altri ancora”. Di fronte a questo vero e proprio vespaio di ipotesi teoriche e giornalistiche, Jonghi Lavarini sottolinea e fa notare puntualmente e strategicamente un dettaglio politico fondamentale e spesso trascurato: “Allo stato attuale delle cose, e guardando oggettivamente ai fatti sul tavolo, l’unico vero, reale e ufficiale candidato sceso in campo, peraltro già in piena e attiva campagna elettorale tra i cittadini, è solamente il generale Carmelo Burgio, fiero alfiere di Futuro Nazionale”. Una puntualizzazione netta e chiara, volta a richiamare energicamente i partiti storici della coalizione alla responsabilità, sollecitandoli caldamente a passare rapidamente dalle vane e vuote chiacchiere dei salotti alle azioni politiche concrete sul territorio.

L’appello all’unità: il ruolo di Albertini, Moratti e De Corato

La vera e propria ricetta politica e strategica suggerita apertamente da Roberto Jonghi Lavarini per tentare concretamente la storica espugnazione del Comune di Milano si fonda però saldamente e imprescindibilmente su un concetto assoluto, basilare e non negoziabile: la totale unità d’intenti e di vedute.
“Io credo fermamente, profondamente e razionalmente che per riuscire davvero a vincere le difficilissime prossime elezioni comunali della città di Milano, serva in primis tanta umiltà intellettuale, enorme intelligenza tattica e la totale, incondizionata unità d’azione di tutte le forze politiche su un vasto, serio e pragmatico programma civico e condiviso”. Per riuscire nell’epica e titanica impresa elettorale, Jonghi Lavarini chiama idealmente e politicamente alle armi la vera e storica classe dirigente che ha fatto grande la metropoli negli scorsi decenni d’oro: “Tutto questo processo unitario e programmatico deve avvenire necessariamente con il fondamentale, preziosissimo e irrinunciabile supporto morale e politico degli ex storici sindaci del passato, ovvero Gabriele Albertini e Letizia Moratti, uniti all’innegabile esperienza amministrativa decennale di Riccardo De Corato. Con una squadra politica e umana così eccezionalmente unita, coesa e forte sul territorio, va oggettivamente bene e andrà benissimo qualunque profilo di candidato che venga democraticamente scelto e indicato per rappresentare la coalizione”. Una coalizione che, nei desiderata dell’esponente politico, dovrà per forza di cose essere fortemente “rinnovata internamente e strategicamente allargata a destra, aperta totalmente alle preziose liste civiche locali e inclusiva anche verso le anime degli storici autonomisti del Patto con il Nord guidati da Roberto Bernardelli”. L’invito finale è chiaro: “Lavoriamo tutti sodo e seriamente in questa unica e virtuosa direzione, senza alcun veto, senza mai escludere nessuno e senza arroganza da questo vasto, vitale e necessario tavolo politico e milanese di serrato confronto sul futuro imminente della nostra amata città”.

Il volto ideale: l’identikit di Matteo Perego di Cremnago

Dopo aver lanciato pubblicamente e a gran voce il suo fortissimo appello all’unità e alla responsabilità della complessa e vasta classe dirigente moderata, Jonghi Lavarini non si sottrae però affatto al difficile “gioco dei nomi” e delle preferenze, mettendo le carte in tavola.
Pur ribadendo, con grande lealtà tattica e pragmatismo politico, il suo incondizionato e fermo sostegno per quello che lui stesso definisce onestamente “il candidato di bandiera, ovvero l’ottimo Generale Burgio”, Jonghi Lavarini decide di tracciare apertamente e coraggiosamente l’identikit preciso e perfetto per rappresentare idealmente una coalizione allargata ed eterogenea, facendo un nome pesantissimo. “Il mio candidato ideale? Per riuscire a guidare compattamente una coalizione unita verso la vittoria sicura, io ritengo che il volto migliore, l’immagine più fresca, politica, perbene e soprattutto da milanese e lombardo doc, sia senza alcun dubbio quello di Matteo Perego di Cremnago”. Una vera e propria investitura politica in piena regola e a tutto tondo, lanciata a freddo e destinata indubbiamente e inevitabilmente a far riflettere e discutere a lungo i vertici cittadini, romani e regionali dei principali partiti. Le grandi e infuocate manovre per la fatidica conquista elettorale di Milano sono ormai ufficialmente partite, e le prossime ed entusiasmanti settimane autunnali si preannunciano cariche di clamorosi colpi di scena, dietrofront inaspettati e fitte ed estenuanti trattative notturne.

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Politica

La Vocazione di San Matteo: Sforzini svela il filo rosso tra Renzi e Vannacci

Smascherata clamorosamente la strategia politica sotterranea! Nel suo ultimo e pungente editoriale, il presidente Luca Sforzini descrive la particolarissima e continua “Vocazione di San Matteo”: ogni singola volta che il generale Roberto Vannacci rimedia una brutta e pesante figuraccia politica, Matteo Renzi corre in tv in suo soccorso per difenderlo. È successo dopo i flop in Toscana, dopo il flash mob deserto a Montecitorio e dopo l’ultima e bruciante sconfitta elettorale subita in Calabria. Secondo Sforzini non ci sono complotti segreti, ma pura e cinica matematica: Renzi ha il disperato bisogno che Vannacci continui a esistere unicamente per togliere voti alla Meloni👇

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Vannacci

Roma – Nel celeberrimo, magnifico e oscuro dipinto capolavoro del Caravaggio, un incredulo Matteo è seduto al tavolo dei gabellieri quando un’improvvisa, decisa e salvifica mano divina lo indica fendendo il buio: è la chiamata assoluta, la vocazione. Nella complessa, fluida e spesso incomprensibile politica italiana di questo turbolento 2026, sembra incredibilmente esistere un’altra particolarissima “Vocazione di San Matteo”, infinitamente meno mistica, poetica e spirituale, ma decisamente e cinicamente più terrena. La dinamica, analizzata con enorme lucidità, è sorprendente: ogni singola volta che il discusso generale Roberto Vannacci attraversa pubblicamente un momento di forte e innegabile difficoltà politica o elettorale, Matteo Renzi “sente la chiamata” e accorre tempestivamente e rumorosamente in suo soccorso mediatico. A tracciare questo spietato, ironico e precisissimo quadro d’analisi politica è Luca Sforzini, stimato presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Attraverso un lungo, pungente e articolato editoriale, Sforzini definisce questa singolare e continua dinamica come «una sorta di soccorso rosso, naturalmente e unicamente nel senso prettamente politico del termine, perché Renzi, perlomeno formalmente e ufficialmente, continua ad abitare saldamente dall’altra parte del campo di gioco. Ma non servono affatto immaginare segreti accordi o complotti sotterranei: esiste una palese ed evidente convergenza di interessi. Una coincidenza può essere oggettivamente curiosa, due cominciano a diventare interessanti, ma quando gli episodi si ripetono con una certa matematica puntualità, è forse giunto il caso di metterli in fila per provare a capire lucidamente se, dietro quella esatta sequenza, esista una chiara logica politica».

Il “soccorso rosso”: dalla Toscana al flash mob deserto

L’attenta, chirurgica e spietata ricostruzione cronologica operata dal presidente Sforzini parte inevitabilmente e storicamente dalla Toscana.
Nell’ottobre del 2025, Matteo Salvini aveva incautamente e fiduciosamente affidato a Vannacci un ruolo assolutamente centrale e nevralgico nella gestione della campagna elettorale della Lega e nella complessa composizione delle liste territoriali. Il risultato finale emerso dalle urne fu drammatico e difficilmente equivocabile dai vertici: il Carroccio precipitò rovinosamente dal 21,7 per cento (registrato nel 2020) a un misero e deludente 4,5. Le maggiori agenzie di stampa parlarono apertamente di un “effetto Vannacci” esattamente, tragicamente e matematicamente opposto a quello sperato e atteso dalla coalizione. Eppure, proprio in quel difficilissimo frangente per il generale, Matteo Renzi cominciò progressivamente e stranamente a raccontare alle telecamere una storia totalmente diversa: non descriveva la figura di un Vannacci palesemente ridimensionato dai disastrosi risultati reali, bensì quella di un leader potenzialmente, numericamente e politicamente decisivo perché capace in futuro di dividere irreparabilmente il centrodestra. Il copione mediatico si ripete, ancora più clamorosamente, a gennaio 2026, quando il “Team Vannacci” organizza pomposamente un flash mob a Montecitorio. La scena finale è politicamente e visivamente impietosa: una piazza immensa, uno striscione enorme e soltanto nove, singole persone presenti. La stampa ironizza ferocemente sulla “marcetta su Roma”, ma appena due giorni dopo, puntuale, arriva l’avvertimento di Renzi: «State tutti sottovalutando il generale Vannacci». Nove persone fisiche in piazza, nota ironicamente Sforzini nell’editoriale, «e Matteo vede già in lui le folle di Nigel Farage. Questa sì che è avere fede cieca».

Il modello Farage e la cinica matematica del voto

Poche e calde settimane dopo questo innegabile flop di piazza, il generale Vannacci lascia burrascosamente e definitivamente la Lega, battezzando ufficialmente la nascita di Futuro Nazionale.
Matteo Renzi, da par suo, non aspetta nemmeno fisicamente che il neonato e fragile soggetto politico impari a muovere i primissimi passi. Il 4 febbraio dichiara ai giornali che le reali percentuali attribuite sondaggisticamente a Vannacci sarebbero in realtà molto, ma molto più alte di quelle che vorrebbero volutamente e maliziosamente far credere gli inquilini di Palazzo Chigi. Renzi si spinge addirittura a consegnare a favore di telecamera un vero e proprio modello tattico e politico già perfettamente confezionato, suggerendo pubblicamente: «Fossi in lui giocherei questa carta». A quel preciso punto temporale, nota giustamente e acutamente Sforzini, «il cosiddetto soccorso rosso sembra quasi e grottescamente trasformarsi in vera e propria consulenza strategica pura. E il motivo è palese: altro che inesistenti linee rosse di Futuro Nazionale. La spinosa questione è infinitamente più semplice e non ha alcun bisogno fisiologico di presunti complotti, dietrologie o incontri segreti tra i due. Renzi vuole soltanto battere Giorgia Meloni e, per riuscirci aritmeticamente, ha tutto il vitale interesse politico che l’attuale centrodestra di governo perda costantemente una fetta consistente dei propri voti alla sua estrema destra. Dal canto suo, Vannacci, per riuscire a costruire materialmente un solido spazio politico autonomo, deve per forza sottrarre e cannibalizzare voti all’attuale centrodestra. Non serve davvero immaginare e sognare nient’altro: basta e avanza la cruda e cinica aritmetica».

Il flop di Reggio e l’ultima chiamata a Otto e Mezzo

L’assunto teorico e matematico descritto da Sforzini trova la sua ennesima, clamorosa e incontrovertibile conferma pratica in occasione del primissimo e vitale test elettorale su strada del movimento Futuro Nazionale a Reggio Calabria.
I risultati delle urne producono un dato numerico e politico infinitamente lontano e distante dalla roboante “Sassonia” trionfante ripetutamente e spavaldamente evocata alla vigilia dallo stato maggiore del generale: il loro candidato si ferma infatti malinconicamente al 10,94 per cento, mentre il candidato unitario e ufficiale del centrodestra stravince agevolmente il collegio con un solido 51,02. Per qualche ora di panico, sembra fatalmente materializzarsi la domanda politicamente più pericolosa per Futuro Nazionale: e se il centrodestra in Italia potesse vincere facilmente anche senza il decisivo e ricattatorio apporto di Vannacci? «Ed ecco che, puntualmente, arriva la chiamata. San Matteo si materializza», ironizza amaramente Luca Sforzini. La sera stessa dei risultati, infatti, Matteo Renzi siede come ospite nel salotto televisivo di Otto e mezzo e spiega fiduciosamente agli italiani che non bisogna assolutamente lasciarsi ingannare dai piccoli numeri locali di Reggio Calabria, ribadendo convintamente che, a livello nazionale, Vannacci prenderà agilmente il 4-5 per cento, ovvero quel margine appena e strettamente sufficiente per far matematicamente perdere la maggioranza alla destra. Da questa impressionante e costante sequenza cronologica si evince chiaramente l’assoluta esistenza di un vero, proprio e visibile filo rosso. «Uno tira da una parte e l’altro, apparentemente, tira dall’altra, ma la corda è drammaticamente e politicamente la stessa. E ogni volta che quella fragile corda sembra maledettamente sul punto di allentarsi o spezzarsi per colpa dei risultati, puntualmente compare Matteo a reggerla», conclude magistralmente il presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.

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