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Attualità

Erri De Luca torna in tv a “Filorosso”: la difesa della parola come atto di libertà

🗣️ Erri De Luca torna a far discutere: a Filorosso lo scrittore difende il valore della parola come scudo contro la manipolazione e critica l’isolamento dei social network. Una riflessione profonda sulla libertà individuale e sulla precisione del linguaggio.

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Erri De Luca torna in tv a "Filorosso": la difesa della parola come atto di libertà

Redazione-  Negli studi televisivi di Rai 3, il ritorno di Erri De Luca nel corso della prima puntata stagionale di “Filorosso” ha segnato un momento di riflessione profonda sul valore del linguaggio e sulla responsabilità individuale. Lo scrittore napoletano, intervistato da Antonino Monteleone, ha scelto di non sottrarsi al confronto pubblico, ribadendo una visione del lessico che va oltre la semplice comunicazione. La sua celebre frase, “Le parole me le cerco, le difendo. Penso che le parole difendano me”, ha aperto un dialogo che ha toccato i temi della libertà, della formazione giovanile e della critica ai moderni strumenti di interazione digitale.

La precisione del linguaggio come scudo contro la manipolazione

Nel contesto odierno, caratterizzato da uno scambio rapido e spesso superficiale di opinioni, De Luca ha rivendicato con forza la necessità di una terminologia rigorosa. Non si tratta di un esercizio accademico o di una mera estetica letteraria, ma di un presidio di difesa civile. Secondo lo scrittore, le parole non possono essere considerate contenitori neutrali, poiché ogni termine porta con sé un bagaglio di effetti sentimentali che influenzano la percezione della realtà.

Il rischio, ammonisce De Luca, è quello di lasciarsi sopraffare dal vocabolario imposto dalla pubblicità o dalle narrazioni politiche dominanti. Per evitare questa subordinazione, occorre una continua igiene della lingua. Questo metodo deriva da una pratica costante: la lettura. “Ho letto molti più libri di quanti ne ho scritti”, sottolinea, evidenziando come la letteratura sia il laboratorio dove si affila la capacità di distinguere e scegliere i termini corretti, quelli capaci di offrire una definizione più fedele alla complessità del reale. Il confronto con gli anni della giovinezza è apparso chiaro: in passato, la precisione terminologica, legata anche a un’appartenenza politica, obbligava all’uso di categorie sociologiche definite — come la distinzione tra proletariato e popolo — che oggi paiono essersi evaporate in una vaga omogeneità.

Critica all’isolamento digitale e rivendicazione di indipendenza

Durante il colloquio, non sono mancate le stilettate al mondo del web. De Luca ha espresso una posizione netta riguardo ai social network, definendoli paradossalmente “a-social”. La critica si concentra sulla dinamica di isolamento che viene incentivata dietro la protezione di uno schermo. Per lo scrittore, la soddisfazione effimera di una pubblicazione online è la prova tangibile di una solitudine contemporanea camuffata da condivisione. Questo punto di vista si inserisce coerentemente nel ritratto di un uomo che ha sempre cercato di mantenere una propria autonomia intellettuale e fisica.

La narrazione della sua vita si è intrecciata con il concetto di anticonformismo, termine che lui stesso ha accettato solo in un secondo momento, dopo averlo percepito inizialmente come un’esclusione. Il suo essere fuori dal coro non è una posa, ma una costante autobiografica. Ha citato, a tal proposito, la sua scelta radicale di lasciare la casa dei genitori a diciotto anni, senza preavviso, come atto fondativo della propria libertà. Una libertà che non consiste nel sapere con certezza quale direzione prendere, ma nel rifiuto netto di restare in una condizione che non sente più propria.

Un confronto lucido oltre le polemiche

Pur essendo stato al centro di recenti e accese cronache – con particolare riferimento alle sue posizioni su questioni internazionali che hanno scatenato dibattiti pubblici – lo scrittore ha preferito non soffermarsi sulle polemiche contingenti. Ha scelto invece di rispondere alle critiche con una calma imperturbabile, dichiarando che la reazione del sistema non lo sorprende né lo disturba. Al contrario, ha voluto rimarcare come, a fronte delle critiche, abbia ricevuto anche molteplici segnali di stima e solidarietà da parte dei lettori.

In definitiva, l’intervento a “Filorosso” è apparso come un lucido manifesto di un intellettuale che considera la scrittura e la parola parlata come strumenti di resistenza. La coerenza tra le scelte compiute in giovinezza e la postura assunta oggi, durante questa fase di attenzione mediatica, conferma l’immagine di un autore che non intende negoziare la propria libertà di pensiero, indipendentemente dalle pressioni che derivano dal contesto pubblico. Il punto fermo resta il vocabolario: inteso come l’unico vero strumento in grado di proteggere l’individuo dall’appiattimento e dall’omologazione che caratterizzano gran parte del dibattito contemporaneo.

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Politica

Futuro Nazionale VCO: precisazione e integrazione sui Comitati Costituenti del territorio

Precisazione ufficiale sull’organizzazione territoriale di Futuro Nazionale nel VCO: il ruolo chiave del Comitato Costituente di Verbania. 🗳️ 📰

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Futuro Nazionale, Vannacci

Verbania – In merito a un recente articolo pubblicato su questa testata, relativo alla struttura e all’organizzazione territoriale del partito Futuro Nazionale (FN) nella provincia del Verbano Cusio Ossola, la Redazione ritiene doveroso e opportuno pubblicare un’importante integrazione. Nel precedente resoconto, erano stati elencati tre comitati costituenti (Falcioni, Pellegrini e Songa) come voci del movimento sul territorio, omettendo per un disguido di comunicazione una realtà fondamentale e centrale per la provincia: il Comitato Costituente di Verbania.

Il ruolo centrale del Comitato di Verbania

Al fine di garantire un’informazione corretta, trasparente e completa a tutti gli iscritti, ai militanti e ai cittadini interessati al progetto politico, precisiamo che nella città capoluogo di provincia è pienamente operativo, lecito e ufficialmente autorizzato il Comitato Costituente di Verbania (Riferimento n. 1709). Questo comitato rappresenta il presidio unico e ufficiale di Futuro Nazionale nella città più popolosa del comprensorio. Il referente ufficiale incaricato per questo comitato è Luca Partesana, il quale si occupa di coordinare le attività del partito e di dialogare con la cittadinanza del capoluogo (contatti ufficiali: email futuronazionale.verbania@gmail.com – tel. 350 19 22 049).

Nessuna gerarchia: il principio di uguaglianza dello Statuto

L’integrazione si rende necessaria non solo per una questione di completezza geografica, ma soprattutto per ribadire le regole fondanti del movimento. Come indicato chiaramente nello statuto ufficiale del partito, ad oggi Futuro Nazionale non prevede gerarchie interne, classifiche, esclusive territoriali o altre forme di “prevalenza” tra i vari comitati costituenti. Il peso, il valore, il merito e l’autorevolezza di ogni comitato sono assolutamente paritari, a prescindere dal numero di iscritti o dalla progressività del numero di autorizzazione (il comitato n.11 ha la stessa valenza del comitato n.1750). Pertanto, nessun comitato può arrogarsi il diritto di essere considerata “l’unica voce autorizzata” a discapito degli altri.

Trasparenza e pluralità per la crescita del movimento

Quando una forza politica si struttura sul territorio, ha bisogno di processi trasparenti e di una governance che dia voce a tutte le sue componenti, a maggior ragione in un capoluogo di provincia. Con questa doverosa precisazione, confermiamo ai cittadini e ai militanti di Verbania che il loro Comitato Costituente è una realtà solida e riconosciuta all’interno del quadro ordinato di Futuro Nazionale, pronta a dialogare con le istituzioni e con la stampa locale per la crescita civile e politica del territorio.

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Attualità

Cacciati da casa: il dramma dei giovani italiani senza un tetto sostenibile

La grave emergenza abitativa in Italia: l’inchiesta sul dramma dei giovani fuori sede schiacciati dal caro affitti e dall’invasione dei B&B. 🏠 📉

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Affitto casa

Roma – C’è un’intera generazione di giovani in Italia che si trova privata di un diritto fondamentale, antico e sacro: quello di avere una casa in cui abitare dignitosamente. Studenti universitari carichi di sogni e speranze, giovani lavoratori che cercano di farsi strada nella vita dopo anni di sacrifici e famiglie appena nate si trovano oggi uniti da una stessa, drammatica certezza: trovare una stanza o un piccolo appartamento a un prezzo accessibile è diventato un’impresa impossibile. La crisi degli affitti che sta colpendo le nostre città non è una questione passeggera e non può essere liquidata come un semplice sbilanciamento del mercato immobiliare. È un vero e proprio muro invisibile che blocca il futuro del Paese, una piaga sociale che consuma le energie migliori delle nuove generazioni e che lascia padri e madri nell’angoscia profonda di non poter garantire ai propri figli una vita indipendente e sicura.

I centri storici svuotati e l’invasione dei B&B per i turisti

Il cuore di questa emergenza risiede nella profonda e dolorosa trasformazione che ha colpito le nostre città più importanti. I quartieri storici, le vie che un tempo erano piene di botteghe di vicinato, di studenti e di famiglie residenti, sono stati progressivamente svuotati della loro anima e della loro identità rionale. La speculazione selvaggia legata al fenomeno degli affitti brevi ha spinto moltissimi proprietari di case a cacciare gli inquilini storici per trasformare gli appartamenti in sistemazioni temporanee per i turisti, attratti da guadagni facili e immediati. Questo meccanismo ha ridotto drasticamente il numero di alloggi disponibili per chi in città ci vive, studia o lavora ogni giorno, facendo impennare i canoni di locazione a cifre assurde e offensive. Per una stanza singola in un appartamento condiviso si arrivano a chiedere oggi anche settecento o ottocento euro al mese, una somma che supera la metà dello stipendio medio di un giovane impiegato.

Il dramma dei fuori sede e la schiavitù del pendolarismo

A pagare il prezzo più alto di questa assenza totale di regole e di tutele pubbliche sono i ragazzi fuori sede, costretti a fare i conti con una realtà ostile proprio nel momento in cui cercano di edificare il proprio percorso universitario o professionale. Molti studenti, non potendo fare affidamento sui rari posti letto messi a disposizione dagli enti per il diritto allo studio, si vedono costretti ad accettare sistemazioni precarie, in palazzi fatiscenti o in periferie degradate e prive di servizi essenziali, pur di non rinunciare alla didattica. Tantissimi altri lavoratori sono obbligati a trasformarsi in pendolari a vita, trascorrendo ore e ore ogni giorno all’interno di treni e autobus regionali per raggiungere il posto di lavoro dalle province più lontane. Questa schiavitù del viaggio non toglie solo tempo al riposo e agli affetti, ma logora la salute dei ragazzi, trasformando la quotidianità in una corsa contro il tempo che toglie la serenità e il desiderio di sognare.

L’impatto psicologico sui giovani: una vita bloccata dall’affitto

La scomposizione di questa crisi evidenzia un risvolto intimo che nessuna statistica ufficiale riesce a misurare: il trauma psicologico di vedere l’intero frutto del proprio lavoro divorato in pochi giorni dal canone d’affitto e dalle spese per le utenze domestiche. Un giovane che guadagna milleduecento euro al mese e ne spende ottocento per un tetto sperimenta un senso profondo di frustrazione, impotenza e solitudine relazionale. Diventa impossibile pianificare il domani, investire nella propria formazione, curare la salute o, semplicemente, concedersi un momento di svago con gli amici. Il sogno di costruire una famiglia, di convivere con la persona amata o di mettere al mondo un figlio viene continuamente rinviato a data da destinarsi, creando una ferita profonda nella stabilità emotiva dei ragazzi, che si sentono umiliati da un sistema che chiede loro di essere produttivi senza offrire in cambio le condizioni minime per una vita dignitosa.

La solitudine delle province e la fuga all’estero dei nostri talenti

Questa emergenza non colpisce solo le grandi metropoli, ma produce danni immensi anche nelle realtà di provincia e nelle aree interne, da dove i giovani fuggono non più solo per scelta, ma per necessità. Le università storiche rischiano di perdere la loro attrattività, diventando luoghi accessibili solo a chi proviene da famiglie ricche, azzerando il merito e la mobilità sociale. Chi non può permettersi i costi insostenibili delle locazioni urbane e non trova opportunità nei piccoli centri d’origine sceglie spesso la via dolorosa dell’emigrazione all’estero, privando l’Italia delle sue intelligenze migliori e accelerando lo spopolamento dei borghi. La perdita di questo immenso capitale umano è una sconfitta civile per l’intero Paese, che si impoverisce giorno dopo giorno, lasciando le comunità locali in una condizione di declino e di isolamento economico difficile da invertire.

Il bisogno di riforme stabili e di un nuovo patto per l’abitare

In ultima analisi, il dramma silenzioso dell’emergenza abitativa esige un intervento immediato, coraggioso e strutturale da parte della politica, dei Comuni e del Governo. Non sono più sufficienti piccoli aiuti una tantum o bonus temporanei che non risolvono la radice del problema; è necessario pianificare investimenti stabili per l’edilizia residenziale pubblica, convertire gli edifici demaniali abbandonati in alloggi per studenti e introdurre regole rigide che pongano un limite alla diffusione incontrollata degli affitti brevi nei centri storici. Proteggere il diritto alla casa significa difendere il futuro stesso della nostra comunità e la dignità del lavoro. Solo attraverso un patto di solidarietà nazionale che metta al centro la persona e il benessere delle famiglie potremo abbattere le barriere dell’esclusione sociale, restituendo alle nuove generazioni la libertà di abitare e di costruire un domani sicuro nella propria terra.

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Economia

La terra tradita: il dramma dei contadini che salvano il “Made in Italy”

Il dramma silenzioso dei contadini italiani: schiacciati da costi alle stelle, siccità e finto Made in Italy. L’inchiesta sulle campagne. 🌾 🚜

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Contadino in un campo

Roma – C’è un’Italia che si sveglia prima dell’alba, che ha le mani segnate dalla terra e la schiena spezzata dal lavoro nei campi. È l’Italia dei nostri agricoltori, dei piccoli produttori locali che per generazioni hanno custodito il paesaggio, le tradizioni e quella straordinaria eccellenza che tutto il mondo ci invidia con il nome di Made in Italy. Eppure, proprio questa parte così nobile e viva del nostro Paese sta attraversando una crisi silenziosa, profonda e drammatica, che rischia di cancellare per sempre la nostra civiltà contadina. Non si tratta di una fredda questione di numeri o di grafici statistici, ma di un vero e proprio dramma umano che consuma le famiglie, azzera i risparmi di una vita e spinge alla chiusura attività storiche che avevano resistito a guerre e carestie. Chi lavora la terra oggi si sente profondamente solo, abbandonato e tradito da un sistema economico che premia la speculazione e calpesta il sacrificio quotidiano.

I costi alle stelle e la morsa soffocante delle grandi catene

Il primo grande nemico di chi coltiva i nostri campi è l’aumento spropositato e fuori controllo dei costi necessari per produrre anche un solo chilo di pomodori, un litro di latte o un quintale di grano. Il prezzo del carburante per i trattori, le sementi antiche, i concimi e le tariffe per l’energia elettrica necessaria a far funzionare i pozzi hanno raggiunto cifre insostenibili per i bilanci delle piccole aziende familiari. Al tempo stesso, il guadagno riconosciuto ai contadini è rimasto fermo a trent’anni fa. Le grandi catene dei supermercati impongono prezzi di acquisto offensivi, pagando la frutta e la verdura pochi centesimi al chilo, per poi rivenderla sugli scaffali delle città a prezzi quadruplicati. Mentre i colossi della grande distribuzione accumulano guadagni miliardari, chi produce il cibo che portiamo in tavola non riesce nemmeno a coprire le spese vive, trovandosi costretto a indebitarsi per continuare a lavorare.

La piaga della siccità e i campi riarsi dall’assenza di pioggia

A rendere ancora più amaro il lavoro quotidiano si è aggiunta una crisi climatica che sta desertificando le aree interne e le pianure più fertili della nostra penisola. La prolungata assenza di piogge invernali e le temperature record di queste settimane estive hanno ridotto i fiumi a distese di fango e svuotato i canali di irrigazione, costringendo i sindaci e le autorità locali a imporre severe restrizioni sull’uso dell’acqua. I contadini assistono impotenti allo spettacolo straziante dei loro raccolti che seccano sotto il sole, delle piante che muoiono prima di dare i frutti e dei terreni che si spaccano per l’aridità. La mancanza di una programmazione pubblica per la pulizia dei bacini e per la raccolta delle acque piovane aggrava un’emergenza che non può più essere considerata passeggera, ma che rappresenta ormai una minaccia costante per la sopravvivenza stessa delle coltivazioni tipiche del nostro territorio.

L’inganno dei prodotti esteri e la concorrenza sleale che uccide il gusto

Il tradimento più doloroso per i nostri produttori arriva però dai banchi dei negozi, dove ogni giorno si consuma un inganno silenzioso ai danni dei consumatori e della legalità. Quintali di merci a basso costo — grano proveniente dal Canada, pomodori coltivati in Nord Africa, olio d’oliva che arriva da paesi extraeuropei — invadono il nostro mercato dopo viaggi lunghissimi all’interno di navi e container. Spesso questi prodotti vengono confezionati in Italia e spacciati per autentico Made in Italy grazie a etichette ambigue o a piccoli simboli tricolori che confondono le famiglie in cerca di qualità. Si tratta di una vera e propria concorrenza sleale: queste merci straniere vengono prodotte senza rispettare i rigidi controlli sanitari, ambientali e di tutela dei lavoratori che lo Stato impone giustamente alle nostre aziende, permettendo così la diffusione di cibi di scarso valore che deprimono i prezzi e tolgono spazio alle eccellenze locali.

La solitudine della provincia e il rischio di perdere le nostre radici

Questo scenario sta provocando una ferita profonda soprattutto nelle realtà di provincia e nei piccoli borghi collinari, dove l’agricoltura non è solo un settore economico, ma rappresenta il fulcro delle relazioni sociali, della cultura rurale e della difesa del suolo contro le frane e il dissesto idrogeologico. Quando una stalla chiude o un campo viene abbandonato, non si perde solo un posto di lavoro, ma si cancella un pezzo della nostra storia e della nostra identità. I giovani, privati di prospettive certe e di un giusto compenso per il proprio merito, scelgono di abbandonare i paesi d’origine per cercare impiego nelle grandi città o all’estero, alimentando lo spopolamento e lasciando gli anziani in una condizione di crescente solitudine. La fine della piccola proprietà contadina rischia di trasformare le nostre campagne in distese incolte in mano a grandi fondi di investimento speculativi, distanti dal cuore delle comunità.

Il risveglio delle coscienze: un nuovo patto tra cittadini e contadini

In ultima analisi, la difesa della nostra terra e del vero Made in Italy esige un cambio di rotta immediato, coraggioso e non più differibile da parte della politica e della stessa società civile. Sostenere chi lavora nei campi non significa varare piccoli aiuti di emergenza o promesse estemporanee nei momenti critici, ma attuare riforme stabili che garantiscano il prezzo minimo di vendita dei prodotti, vietando le speculazioni e bloccando l’ingresso delle merci straniere che non rispettano le nostre regole. Anche i cittadini hanno un ruolo fondamentale in questa battaglia di civiltà: scegliere la spesa nei mercati di vicinato, acquistare direttamente dai piccoli produttori ed esigere la massima trasparenza sull’origine dei cibi costituisce il primo passo per ridare dignità al lavoro contadino. Solo riallacciando questo patto di fiducia e solidarietà potremo salvare le nostre radici e garantire un futuro di benessere e libertà alle future generazioni del nostro Paese.

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