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Cultura

La mente degli altri, Lisa Di Giovanni indaga il potere invisibile del giudizio: identità, consenso e libertà nell’era digitale

Dalla psicologia sociale alle relazioni professionali, dal conformismo alla pressione dei social network: il nuovo libro della scrittrice, pubblicato da Edizioni Jolly Roger, affronta una delle questioni più profonde della contemporaneità. Quanto siamo davvero liberi di essere noi stessi quando lo sguardo degli altri influenza le nostre scelte? Con la prefazione del sociologo Francesco Pira, un percorso divulgativo che invita a riconoscere i condizionamenti sociali e a riscoprire il valore della consapevolezza personale.

Quanto di ciò che siamo appartiene davvero alla nostra individualità e quanto, invece, prende forma attraverso gli sguardi, le aspettative, le parole e i giudizi delle persone che incontriamo lungo il cammino? È una domanda che attraversa le relazioni affettive, le amicizie, gli ambienti professionali e, con un’intensità sempre maggiore, lo spazio digitale. Comprendere il rapporto tra identità personale e influenza sociale significa affrontare una delle questioni più delicate dell’esperienza umana: la possibilità di riconoscersi autenticamente, senza dipendere completamente dall’approvazione altrui.

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Lisa Di Giovanni

Redazione-  Dalla psicologia sociale alle relazioni professionali, dal conformismo alla pressione dei social network: il nuovo libro della scrittrice, pubblicato da Edizioni Jolly Roger, affronta una delle questioni più profonde della contemporaneità. Quanto siamo davvero liberi di essere noi stessi quando lo sguardo degli altri influenza le nostre scelte? Con la prefazione del sociologo Francesco Pira, un percorso divulgativo che invita a riconoscere i condizionamenti sociali e a riscoprire il valore della consapevolezza personale.

Quanto di ciò che siamo appartiene davvero alla nostra individualità e quanto, invece, prende forma attraverso gli sguardi, le aspettative, le parole e i giudizi delle persone che incontriamo lungo il cammino? È una domanda che attraversa le relazioni affettive, le amicizie, gli ambienti professionali e, con un’intensità sempre maggiore, lo spazio digitale. Comprendere il rapporto tra identità personale e influenza sociale significa affrontare una delle questioni più delicate dell’esperienza umana: la possibilità di riconoscersi autenticamente, senza dipendere completamente dall’approvazione altrui.

È proprio da questo interrogativo che prende forma La mente degli altri. Psicologia sociale del giudizio, del consenso e delle relazioni nell’era digitale, il nuovo volume di Lisa Di Giovanni, pubblicato da Edizioni Jolly Roger e disponibile in commercio dal 15 ottobre 2026. Un saggio di 314 pagine che accompagna il lettore attraverso i meccanismi, spesso invisibili, mediante i quali la presenza degli altri può influenzare ciò che pensiamo, proviamo e scegliamo.

Il punto di partenza è una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nelle implicazioni: «Quanto di ciò che chiamiamo “io” nasce davvero in solitudine?». È l’interrogativo centrale presentato nella descrizione editoriale del volume, capace di introdurre una riflessione che riguarda chiunque abbia sperimentato la difficoltà di sostenere un’opinione impopolare, il timore di essere escluso oppure il bisogno di ricevere una conferma esterna prima di sentirsi sicuro delle proprie decisioni.

Il giudizio degli altri, infatti, non si manifesta soltanto attraverso una critica esplicita o un’approvazione dichiarata. Talvolta si nasconde in un silenzio, in un’espressione di disappunto, in un’aspettativa mai pronunciata o nella sensazione di dover corrispondere a un’immagine che non ci appartiene fino in fondo. Sono condizionamenti che possono insinuarsi nella quotidianità, modificando gradualmente comportamenti e convinzioni, fino a rendere difficile distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che pensiamo di dover desiderare.

Il valore del lavoro di Lisa Di Giovanni risiede nella scelta di affrontare queste dinamiche attraverso la prospettiva della psicologia sociale, avvicinando temi complessi a esperienze nelle quali è possibile riconoscersi. Non occorre essere specialisti della materia per comprendere quanto il bisogno di appartenenza possa condizionare le decisioni individuali. È sufficiente aver rinunciato almeno una volta a esprimere un pensiero per evitare una discussione, aver modificato una scelta per timore di essere giudicati o aver avvertito il peso di un’opinione collettiva apparentemente impossibile da mettere in discussione.

L’identità, del resto, non si forma in isolamento. La famiglia, la scuola, le amicizie, il contesto culturale e le esperienze professionali contribuiscono a costruire il nostro modo di interpretare la realtà. Il confronto con gli altri è indispensabile per crescere, correggere le convinzioni e ampliare i propri orizzonti. Tuttavia, lo stesso bisogno di appartenenza può trasformarsi in una pressione capace di limitare l’autonomia individuale, soprattutto quando l’accettazione del gruppo diventa una condizione irrinunciabile per sentirsi adeguati.

È qui che si manifesta una delle contraddizioni più significative della vita relazionale: desideriamo essere riconosciuti per ciò che siamo, ma talvolta finiamo per modificare proprio ciò che ci rende riconoscibili pur di ottenere approvazione. Il rischio è confondere il consenso con il valore personale e interpretare la disapprovazione come una prova della propria inadeguatezza.

La riflessione proposta dall’autrice invita a distinguere tra la capacità di ascoltare gli altri e la necessità di dipendere dal loro giudizio. Non si tratta di rifiutare il confronto o di considerare ogni compromesso una rinuncia alla propria identità. La questione è comprendere quando l’adattamento nasce da una scelta consapevole e quando, invece, è dettato dalla paura di essere esclusi, criticati o fraintesi.

Il percorso si estende ai meccanismi del conformismo, alle dinamiche di gruppo, agli stereotipi e all’influenza dell’autorità. Perché una persona può arrivare a sostenere un’opinione che, in privato, non condivide? Per quale ragione il silenzio di molti viene talvolta interpretato come consenso? E che cosa accade quando il timore delle conseguenze diventa più forte della volontà di esprimere una posizione personale?

Sono interrogativi che riguardano la vita quotidiana, ma anche il funzionamento dei gruppi sociali e delle organizzazioni. L’appartenenza può rappresentare una risorsa preziosa, capace di generare solidarietà, collaborazione e senso di comunità. Quando, però, si trasforma nell’obbligo implicito di pensarla tutti allo stesso modo, rischia di impoverire il confronto e di ostacolare la possibilità che emergano idee differenti.

La difficoltà di dissentire non dipende necessariamente dalla mancanza di convinzioni. Talvolta è legata al timore di perdere la stima degli altri, compromettere una relazione, essere isolati oppure diventare il bersaglio di una valutazione negativa. Il conformismo, pertanto, non può essere letto soltanto come una debolezza individuale: occorre considerare anche il contesto nel quale si manifesta, le aspettative che lo alimentano e le conseguenze che una persona immagina di dover affrontare se decide di prendere le distanze dalla maggioranza.

Il dissenso, quando è espresso con consapevolezza e rispetto, può diventare una risorsa. Permette di mettere alla prova le convinzioni condivise, riconoscere eventuali errori e impedire che l’abitudine sostituisca il pensiero critico. Rispettare una persona, infatti, non significa necessariamente condividere le sue opinioni; allo stesso modo, manifestare una posizione diversa non equivale automaticamente a cercare lo scontro.

Questa distinzione assume un’importanza particolare nell’era digitale, dove il giudizio sociale ha acquisito nuove forme di visibilità e rapidità. I social network hanno ampliato le possibilità di comunicazione, moltiplicato le occasioni di incontro e consentito a un numero crescente di persone di esprimere le proprie idee. Contemporaneamente, hanno modificato le condizioni nelle quali si manifesta il bisogno di approvazione e si costruisce la reputazione personale.

Una fotografia, una dichiarazione o un’opinione possono raggiungere pubblici molto ampi, spesso lontani dal contesto nel quale sono stati originariamente concepiti. Un commento può essere condiviso, ripreso e interpretato da persone che non conoscono la storia di chi lo ha scritto. La complessità individuale rischia così di essere compressa in una rappresentazione parziale, mentre il giudizio può precedere la conoscenza e una reazione immediata sostituirsi a un confronto più approfondito.

Anche i numeri assumono un significato particolare. Visualizzazioni, interazioni e follower possono essere percepiti come misure del consenso, fino a confondere la popolarità con il valore e la visibilità con la qualità. Eppure, essere apprezzati da molti non significa necessariamente avere ragione, così come ricevere una critica non dimostra automaticamente di aver sbagliato.

Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene utilizzata e il significato che attribuiamo alle risposte degli altri. La connessione permanente può alimentare il confronto continuo, rendere più difficile proteggere la propria sfera privata e favorire la ricerca di conferme esterne. In questo scenario, la consapevolezza digitale diventa una competenza essenziale: imparare a comunicare senza trasformare ogni reazione in un verdetto sulla propria identità e imparare a giudicare senza dimenticare che dietro uno schermo esiste sempre una persona.

La responsabilità riguarda tutti. Chi pubblica un contenuto è chiamato a interrogarsi sul messaggio che trasmette; chi commenta dovrebbe considerare le conseguenze delle proprie parole; chi legge ha il compito di distinguere le informazioni verificabili dalle impressioni personali. Le parole possono informare, chiarire e costruire ponti, ma possono anche ferire, semplificare e alimentare dinamiche di esclusione. La libertà di espressione acquista maggiore valore quando si accompagna alla capacità di ascoltare, contestualizzare e rispettare la dignità altrui.

Un altro ambito significativo del volume è quello professionale. Il lavoro non è soltanto il luogo nel quale si esercitano competenze e responsabilità, ma anche uno spazio relazionale nel quale si confrontano personalità, ruoli, aspettative e differenti livelli di autorità. Le gerarchie possono essere necessarie all’organizzazione di un’attività, ma il modo in cui vengono esercitate incide sulla qualità delle relazioni e sulla possibilità di esprimere idee, segnalare problemi o proporre alternative.

Quando un ambiente professionale permette il confronto, la competenza può emergere anche attraverso il dissenso. Quando, invece, ogni osservazione viene interpretata come una sfida personale o una manifestazione di insubordinazione, il rischio è che le persone imparino a tacere, privilegiando la prudenza rispetto alla sincerità.

Il silenzio, tuttavia, non sempre equivale ad accordo. Può essere il risultato di una preoccupazione, di un calcolo o della convinzione che parlare non produrrà alcun cambiamento. È una dinamica che merita attenzione perché può compromettere non soltanto il benessere individuale, ma anche la qualità delle decisioni collettive.

La leadership, in questa prospettiva, non si esaurisce nella capacità di impartire direttive o raggiungere obiettivi. Conta anche la possibilità di creare condizioni nelle quali le persone possano contribuire, manifestare dubbi e assumersi responsabilità senza temere automaticamente conseguenze punitive per ogni opinione divergente. Un ambiente professionale nel quale il confronto è possibile può favorire la crescita delle competenze, mentre uno spazio dominato dalla paura del giudizio rischia di limitare l’iniziativa e rendere meno visibili contributi preziosi.

Il tema riguarda anche la percezione del merito. Competenze, impegno e qualità del lavoro dovrebbero essere valutati attraverso criteri trasparenti, senza che le dinamiche relazionali diventino l’unico metro di giudizio. Comprendere l’influenza delle gerarchie e delle aspettative sociali permette di leggere con maggiore lucidità le situazioni e di riconoscere quanto il clima relazionale possa incidere sulle opportunità e sulla libertà di espressione.

La struttura del libro affianca alla teoria psicologica situazioni quotidiane, casi interdisciplinari, domande di autoriflessione e strumenti concreti. Questa impostazione permette di avvicinare la materia all’esperienza del lettore, trasformando concetti come conformismo, stereotipo e influenza sociale in occasioni per osservare più attentamente i propri comportamenti.

Conoscere il conformismo, per esempio, non significa soltanto saperne dare una definizione, ma riconoscere il momento in cui si sta accettando una posizione esclusivamente perché è condivisa dalla maggioranza. Comprendere il peso degli stereotipi significa interrogarsi sulle convinzioni che applichiamo agli altri prima ancora di conoscerli. Riflettere sul giudizio sociale significa imparare a distinguere ciò che sappiamo da ciò che presumiamo.

Le domande di autoriflessione invitano così a rallentare, mettere in discussione alcuni automatismi e osservare con maggiore attenzione le proprie modalità di relazione. La psicologia sociale diventa uno strumento per interpretare esperienze che spesso vengono vissute senza essere comprese fino in fondo, offrendo al lettore la possibilità di acquisire nuove chiavi di lettura.

Comprendere un meccanismo non significa riuscire a modificarlo immediatamente. Significa, tuttavia, poterlo riconoscere e affrontare con maggiore lucidità. È in questo passaggio che la conoscenza può diventare consapevolezza e la consapevolezza tradursi in una maggiore responsabilità personale.

A introdurre il volume è Francesco Pira, sociologo e docente dell’Università degli Studi di Messina, studioso dei processi comunicativi. La sua prefazione colloca il lavoro in un dialogo interdisciplinare che mette in relazione psicologia sociale, comunicazione e trasformazioni della società contemporanea. Il rapporto tra individuo e collettività, infatti, non può essere compreso senza considerare il ruolo dei linguaggi, dei messaggi e dei sistemi attraverso i quali le persone costruiscono significati condivisi.

La comunicazione non si limita a trasmettere informazioni: contribuisce a definire le percezioni, orienta le interpretazioni e può influenzare il modo in cui un individuo viene riconosciuto all’interno di un gruppo. In una società attraversata dalla velocità delle informazioni e dalla moltiplicazione delle fonti, comprendere questi processi significa sviluppare una maggiore attenzione alla qualità del confronto pubblico e alla responsabilità di chi comunica.

Lisa Di Giovanni La mente degli altri

Lisa Di Giovanni, giornalista e scrittrice, attraverso questo lavoro affronta questioni che riguardano tanto la sfera privata quanto quella pubblica e professionale. Il suo sguardo si concentra sui processi attraverso i quali le relazioni contribuiscono alla formazione dell’identità e sulle possibilità che ciascuno possiede di riconoscere le influenze esterne senza rinunciare alla propria capacità di scelta.

La riflessione non invita a diventare impermeabili alle opinioni altrui, né a considerare ogni critica un attacco personale. Il confronto è indispensabile per crescere, correggere errori e comprendere prospettive differenti. La questione è imparare a distinguere tra un giudizio utile e uno fondato su informazioni insufficienti, tra un’osservazione costruttiva e una valutazione che pretende di definire una persona nella sua interezza.

Non ogni disapprovazione è un’ingiustizia, così come non ogni consenso rappresenta una conferma del nostro valore. La maturità relazionale si costruisce anche attraverso questa distinzione: ascoltare senza sottomettersi, accogliere un’osservazione senza annullarsi, riconoscere un errore senza trasformarlo in una condanna permanente.

In questa prospettiva, l’autonomia non coincide con l’assenza di influenze. È piuttosto la capacità di riconoscerle, valutarle e decidere quali meritino di orientare le nostre scelte. La consapevolezza richiede tempo e disponibilità a interrogarsi anche sulle proprie contraddizioni. È più semplice attribuire agli altri la responsabilità delle nostre reazioni che domandarsi quali paure, bisogni o aspettative abbiano contribuito a determinarle. Eppure, proprio nella disponibilità a guardarsi con maggiore onestà può aprirsi uno spazio di libertà.

‘La mente degli altri’ affronta un tema universale e lo colloca al centro di una riflessione attuale sul rapporto tra identità e consenso. Il volume non propone una separazione netta tra individuo e società, perché siamo esseri relazionali e cresciamo attraverso gli incontri, il confronto e le esperienze condivise. Riconoscere l’influenza degli altri, tuttavia, non significa consegnare loro il potere esclusivo di stabilire il nostro valore.

È possibile ascoltare senza imitare, appartenere senza annullarsi, confrontarsi senza rinunciare al pensiero critico. La libertà personale non si misura nella capacità di ignorare il mondo, ma nella possibilità di attraversarlo con consapevolezza, riconoscendo le pressioni esterne e mantenendo uno spazio autentico per le proprie decisioni.

In una società che moltiplica le occasioni di confronto e rende il giudizio sempre più immediato, fermarsi a riflettere diventa un esercizio di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Conoscere i meccanismi attraverso i quali siamo influenzati non ci rende automaticamente liberi, ma ci offre una possibilità in più: quella di non subirli inconsapevolmente.

La domanda iniziale torna così a interrogare il lettore: quanto di ciò che chiamiamo “io” nasce davvero in solitudine? Forse la risposta non consiste nel cercare un’identità completamente separata dagli altri, ma nell’imparare a distinguere le voci che ci aiutano a crescere da quelle alle quali concediamo un potere eccessivo sulle nostre scelte.

Perché nessuno diventa se stesso ignorando il mondo che lo circonda. Ma nessuno dovrebbe neppure essere costretto a smarrire la propria voce per trovare posto nel mondo degli altri.

È in questo equilibrio, delicato e mai definitivo, che si colloca il significato più profondo del volume di Lisa Di Giovanni: non insegnare a vivere senza il giudizio altrui, ma aiutare a riconoscerne il peso; non incoraggiare l’isolamento, ma rendere più consapevoli le relazioni; non promettere un’indipendenza assoluta, ma restituire valore alla possibilità di scegliere.

La mente degli altri. Psicologia sociale del giudizio, del consenso e delle relazioni nell’era digitale sarà disponibile dal 15 ottobre 2026 per Edizioni Jolly Roger, al prezzo di copertina di 20 euro. Il volume conta 314 pagine in brossura ed è identificato dal codice EAN 9791281914414. La prefazione è firmata da Francesco Pira, sociologo e docente dell’Università degli Studi di Messina. Un saggio rivolto a chi desidera comprendere meglio i meccanismi dell’influenza sociale e interrogarsi sul modo in cui le relazioni, le aspettative e il giudizio collettivo contribuiscono a plasmare la nostra identità.

La Mente degli Altri cover

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Cultura

“La geografia dello smarrimento” di Amaal Al-Ardawi: la potente voce poetica dell’Iraq contemporaneo

Dalle terre dell’Iraq contemporaneo arriva la voce lirica potente e viscerale di Amaal Al-Ardawi, giovane autrice e studentessa di scienze infermieristiche a Baghdad! Vi presentiamo in versione integrale la sua straordinaria poesia “La geografia dello smarrimento”, un viaggio poetico straziante e toccante che esplora il dramma dell’esilio, l’alienazione e la fuga disperata dalla follia del mondo contemporaneo. Un testo di rara bellezza in cui l’invocazione materna e la rottura delle speranze dipingono un ritratto indimenticabile della fragilità umana! Leggete l’articolo completo per scoprire il testo integrale della poesia e l’analisi critica del capolavoro! E per immergervi nella lettura dei grandi capolavori poetici con la massima definizione e il comfort del display antiriflesso, scoprite il nuovo Kindle Paperwhite Signature Edition in super offerta su Amazon! 👇

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Amaal Al-Ardawi:

Baghdad – Dalle terre della Mesopotamia, culla millenaria della scrittura e della grande tradizione lirica orientale, continuano a fiorire voci poetiche di disarmante potenza emotiva e modernità espressiva. Tra le figure emergenti più interessanti e promettenti del panorama culturale mediorientale spicca il profilo di Amaal Al-Ardawi, scrittrice irachena, autrice di racconti brevi e poetessa, attualmente al terzo anno del corso di laurea in scienze infermieristiche. Una doppia vocazione – quella per la cura del corpo ferito e quella per la scandagliatura dell’anima attraverso la parola – che conferisce alla sua scrittura una sensibilità viscerale, priva di retorica e profondamente ancorata alla fragilità della condizione umana. Fin dall’infanzia, attraverso le attività scolastiche di recitazione e declamazione, Al-Ardawi ha coltivato un legame intimo con la lingua, sfociato negli anni della scuola secondaria nella sperimentazione della prosa poetica e della narrazione breve.

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Il talento di Amaal Al-Ardawi tra penna e arti visive

Il percorso artistico della giovane autrice irachena ha già saputo attirare l’attenzione della critica accademica e della stampa nazionale. Al-Ardawi si è infatti classificata al secondo posto in un prestigioso concorso letterario universitario grazie a un suo racconto breve, mentre diverse sue liriche e narrazioni sono state ospitate sulle pagine dei principali quotidiani culturali di Baghdad. A nutrire la sua immaginazione poetica interviene inoltre la passione per il disegno e le arti visive: un’interazione feconda che le consente di tradurre sulla pagina scritta immagini di straordinaria forza plastica. La sua poetica scava senza sconti nelle piaghe dell’alienazione, dell’incertezza esistenziale, della solitudine dell’esilio e della speranza che fatica a morire, offrendo al lettore uno sguardo autentico, limpido e coraggioso sull’esperienza umana.

Il testo integrale: “La geografia dello smarrimento”

Proponiamo di seguito la lirica integrale di Amaal Al-Ardawi, un componimento in cui il moto febbrile della fuga si scontra con l’immobilità del dolore e l’ombra del destino:

Le mie ferite pendevano
dalle finestre degli abbandonati,
e i miei giorni si perdevano nelle strade degli emigrati.

Correvo,
poi correvo, e correvo ancora.

Madre,
oh, quanto sono stanca di correre!

Correvo

alla ricerca di qualcosa
che mettesse a tacere la follia degli uomini ubriachi,
che riecheggiava nei vicoli del mio esilio.

In un angolo,
trovai la mia ombra impaurita.

All’inizio della strada,
trovai i miei desideri che mi fissavano
con occhi che non battevano ciglio.

Ma alla sua fine,
mi attendeva la morte.

Correvo,
poi correvo, correvo…

Cercando qualcosa che lenisse
la follia di questa notte,
che si scioglieva come il kajal intorno ai miei occhi.

Trovai la corda delle mie speranze.
Era sfilacciata,
esausta,
sul punto di spezzarsi da un momento all’altro.

Le dissi:

«Sono giunta a te da una radura di tenebre.
Potrei avere un poco di ciò che custodisci?»

Non rispose.

Cominciò a disfarsi davanti ai miei occhi,
e io la supplicai:

«Restiamo insieme ancora un po’.»

Ma, con la mia ultima parola,
si spezzò.

Correvo,
poi correvo, e correvo ancora.

A ogni passo,
gli edifici torreggianti crollavano
e venivano inghiottiti dalla terra affamata.

Correvo
perché finalmente avevo capito
che questo mondo era un luogo per pazzi.

Eppure, la notte continuava ad allungarsi,
e la strada continuava a distendersi.

In fondo alla distanza,
vidi la mia ombra correre davanti a me.

Anche lei stava correndo.

Analisi critica: l’infinita corsa contro il nulla

La poesia di Amaal Al-Ardawi si struttura attorno al ritmo ossessivo e ansimante del verbo “correvo”, ripetuto come un mantra disperato che scandisce l’impossibilità di trovare approdo. La fuga dell’io lirico non è una scelta vigliacca, ma una necessità biologica e spirituale di fronte a un paesaggio urbano e interiore devastato dalla follia e dal crollo delle certezze (“gli edifici torreggianti crollavano e venivano inghiottiti dalla terra affamata”). Il grido rivolto alla figura materna (“Madre, oh, quanto sono stanca di correre!”) incarna il bisogno universale di protezione di una generazione cresciuta tra le macerie della storia. L’immagine delicatissima e orientale della notte che si scioglie come il kajal attorno agli occhi si contrappone alla tragica rottura della “corda delle speranze”, che si spezza nell’esatto istante in cui viene implorata. Nel finale memorabile, la scissione dell’identità si compie: l’ombra non segue più il corpo, ma corre davanti a esso, proiettando lo smarrimento verso un orizzonte privo di confini. Una testimonianza lirica di grandissimo valore che arricchisce la letteratura contemporanea di una voce necessaria e indimenticabile.

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Cultura

Amin Afzalpour e Tarashe’r: la rivoluzione tra poesia, lingua e immagine nel dialogo con Malik Al-Batli

La poesia contemporanea vive una straordinaria rivoluzione ontologica e visiva grazie a Tarashe’r, il movimento d’avanguardia fondato dal poeta e teorico iraniano Amin Afzalpour! In questo testo integrale e inalterato, Afzalpour espone il suo manifesto teorico che ridefinisce il rapporto tra parola, lettera, spazio e percezione visiva, trasformando la poesia in un evento percettivo totale prima ancora della lettura. A dialogare con questa visione è il celebre poeta e giornalista iracheno Malik Al-Batli con un saggio critico di rara bellezza sulla necessità della poesia di toccare l’anima umana oltre ogni sperimentazione. Leggete l’articolo completo per scoprire i segreti di questa nuova frontiera dell’arte! E per studiare, annotare e vivere la letteratura con la massima comodità tecnologica senza affaticare gli occhi, scoprite il Kindle Scribe con penna digitale in super offerta su Amazon! 👇

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Amin Afzalpour e Tarashe’r

Roma – Si apre uno spazio di riflessione estetica e filosofica di portata internazionale sulle pagine della nostra testata. Presentiamo in versione integrale e inalterata il manifesto teorico e l’intervista che definiscono i contorni di Tarashe’r, il movimento d’avanguardia fondato dal poeta e teorico iraniano Amin Afzalpour (membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e del PEN Svedese), arricchito dalla preziosa e profonda disamina critica del celebre poeta e giornalista iracheno Malik Al-Batli. Un viaggio straordinario che mette in discussione la natura stessa della parola scritta, trasformando la poesia da semplice testo da leggere a evento percettivo totale in cui la lettera si fa corpo, spazio e immagine visiva.

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Primo: Amin Afzalpour e il progetto Tarashe’r

Amin Afzalpour è uno scrittore, poeta e teorico iraniano, fondatore di Tarashe’r, un movimento che mira a ripensare il rapporto tra poesia, lingua, immagine e percezione. Il suo lavoro esplora le connessioni tra letteratura, arti visive, semiotica e strutture visive del linguaggio, con l’obiettivo di ampliare le possibilità della scrittura poetica al di là delle forme familiari.

Tra le sue opere più significative figurano Tarashe’r e Il Manifesto di Tarashe’r, insieme al Portfolio di Tarashe’r, pubblicato e archiviato sulla piattaforma Zenodo, che contiene esempi e documenti relativi al movimento. Il manifesto presenta il quadro teorico del progetto, concentrandosi sui ruoli delle lettere, delle parole, delle immagini, dello spazio e della composizione nella creazione del significato.

In questa visione, la lingua non è semplicemente un mezzo per trasmettere idee, ma diventa un materiale visivo e compositivo nel quale lettere e parole possono svolgere simultaneamente funzioni linguistiche e artistiche. La poesia, pertanto, non viene soltanto letta, ma anche vista e percepita, rendendo il rapporto tra testo e immagine, lingua e forma, lettura e visione una parte essenziale della sua struttura.

Afzalpour è inoltre membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e dell’Associazione PEN Svedese, e lavora per presentare il suo progetto all’interno di un orizzonte letterario che si estende oltre i confini tradizionali della scrittura poetica.

Secondo: che cos’è Tarashe’r?

Tarashe’r è un movimento della poesia iraniana contemporanea basato sull’interazione simultanea tra lingua e immagine. Secondo questa visione, una poesia non è semplicemente una raccolta di parole e suoni, ma una struttura visiva modellata da lettere, forme, spazi, colori, immagini e dalla disposizione degli elementi sulla pagina.

In Tarashe’r, la lettera acquisisce un ruolo che va oltre la sua convenzionale funzione scritta. Può diventare un’unità visiva indipendente, portatrice di significati aggiuntivi, pur mantenendo la propria leggibilità. La lettera diventa così sia un elemento linguistico sia una forma visiva.

Le immagini non vengono utilizzate come aggiunte decorative al testo, ma come componenti integranti della costruzione e del significato della poesia. Questo movimento mira a stabilire un dialogo tra parola e immagine, lingua e forma visiva, e tra ciò che viene letto e ciò che l’occhio percepisce direttamente.

Terzo: Tarashe’r e la rivoluzione ontologica nella poesia

L’idea teorica centrale di Tarashe’r risiede nel riesaminare una questione fondamentale: che cos’è la poesia?

Le tradizioni letterarie hanno generalmente considerato la poesia come un testo linguistico composto da parole, immagini figurative e strutture espressive, che raggiunge il suo pubblico attraverso la lettura. Anche con le trasformazioni apportate dalla poesia moderna e postmoderna, il testo scritto ha mantenuto la sua posizione centrale.

Tarashe’r, tuttavia, propone di considerare la poesia come un evento percettivo che emerge dall’interazione tra lingua, immagine, spazio, tempo e destinatario. In questo quadro, il significato non è confinato alle sole parole, ma si sviluppa anche attraverso le relazioni visive e spaziali e attraverso il modo in cui il destinatario vive l’opera.

Dalla rappresentazione alla presenza

Nel linguaggio ordinario, le parole rimandano a oggetti e concetti che esistono al di fuori di esse. In Tarashe’r, invece, una parte di ciò a cui una parola rimanda può diventare presente all’interno della sua stessa forma visiva.

Quando la lettera Alef assume la forma di una colonna, di sbarre o di fili di tessuto intrecciato, la lingua non si limita a indicare il mondo, ma porta alcune delle sue caratteristiche all’interno della propria struttura visiva. La poesia passa così dal rappresentare le cose al mostrarne direttamente determinati aspetti.

Dal segno al suo referente

Tarashe’r riconsidera la distanza tra un segno e l’oggetto a cui esso rimanda. Nel linguaggio convenzionale, una parola indica un oggetto senza diventare essa stessa quell’oggetto. Quando, tuttavia, una lettera si trasforma in una forma, un disegno o un simbolo, il segno si avvicina visivamente al proprio referente, permettendo ad alcuni aspetti di ciò che significa di diventare presenti nella sua manifestazione materiale.

Questa trasformazione conferisce alla lingua una presenza tangibile sulla pagina, consentendo a una lettera di conservare la propria identità leggibile e, al tempo stesso, di acquisirne una nuova, visiva. Questo processo può essere descritto come l’incarnazione visiva della lingua, attraverso la quale determinati elementi linguistici vanno oltre il semplice riferimento, avvicinandosi all’evocazione visiva degli oggetti e delle loro forme.

Ridefinire la materia della poesia

In Tarashe’r, la materia della poesia si amplia fino a comprendere lettere, parole, immagini, colori, spazio, aree vuote, silenzio visivo e impaginazione. L’opera letteraria diventa una rete di relazioni tra elementi linguistici e non linguistici, tutti partecipi della produzione del significato.

Cambia anche il rapporto tra l’opera e il suo destinatario. Il destinatario non si limita a ricevere un significato già pronto, ma si muove tra testo, immagine e spazio, scoprendo connessioni tra gli elementi e ricostruendone il significato. La realizzazione della poesia è quindi legata sia al momento della creazione sia al modo in cui essa viene percepita dal lettore.

Cambia anche il concetto di tempo poetico. La lettura lineare segue la sequenza dei versi e il loro sviluppo, mentre Tarashe’r permette all’occhio di muoversi tra il vedere e il leggere, di ritornare a elementi precedenti, riconoscere somiglianze e scoprire relazioni nascoste. La pagina non è più soltanto un luogo destinato alle parole, ma diventa parte della struttura della poesia attraverso i suoi spazi vuoti, le direzioni visive e la disposizione degli elementi.

Da questa prospettiva, Tarashe’r cerca di spostare la poesia dal testo all’evento percettivo, dalla rappresentazione alla presenza, dalla sola lettura a un’esperienza che combina visione e lettura, e da una forma fissa a una struttura stratificata alla cui scoperta il destinatario partecipa.

Quarto: Tarashe’r e la rivoluzione nella percezione della poesia

Tarashe’r non mira semplicemente a modificare la forma della poesia, ma anche a ripensare il modo in cui essa viene percepita.

Nella lettura convenzionale, il destinatario legge il testo, riconosce le sue unità linguistiche, comprende le loro relazioni semantiche e giunge quindi a un’interpretazione. In Tarashe’r, invece, l’interazione comincia non appena l’occhio incontra la poesia, prima ancora che la lettura sia completata.

Il destinatario può incontrare inizialmente le forme delle lettere, le immagini, i colori e gli spazi, formando impressioni e possibilità di significato prima di leggere l’intero testo. Da ciò nasce l’idea della percezione che precede la lettura, nella quale la visione diventa una fase attiva nella formazione del significato, anziché essere soltanto un mezzo per trasmettere le parole scritte alla mente.

In questo quadro, il primo momento della visione viene inteso come una fase in cui il destinatario interagisce con l’opera senza aver ancora stabilito un’interpretazione definitiva. Può essere descritto come la sospensione del significato nel momento della visione, quando i significati rimangono aperti mentre la mente comincia a scoprire relazioni tra forma, immagine e lingua.

Il processo di percezione di una poesia Tarashe’r può quindi essere compreso attraverso diverse fasi: vedere, percezione precedente alla lettura, scoperta delle relazioni visive e basate sulle lettere, lettura e interpretazione e, infine, ricostruzione del significato.

Ciò non significa che ogni poesia debba seguire una sequenza fissa. Piuttosto, visione e lettura possono sovrapporsi e integrarsi in un flusso continuo.

Conclusione generale

Il progetto Tarashe’r di Amin Afzalpour si basa sul ripensamento della natura della poesia, del rapporto tra lingua e immagine e del ruolo del destinatario nella formazione del significato. Propone che una poesia possa essere un’esperienza che combina lettura e visione, il segno linguistico e la forma visiva, nonché la struttura del testo e lo spazio in cui esso appare.

Le idee principali del progetto possono essere comprese attraverso cinque dimensioni interconnesse:

  • La natura della poesia: considerare la poesia come un evento percettivo che va oltre la sua natura di testo scritto.
  • La percezione della poesia: riconoscere il primo momento della visione come parte della formazione del significato, prima che la lettura e l’interpretazione siano completate.
  • Forma e composizione: ampliare la struttura della poesia fino a includere lettere, immagini, colori, spazi e impaginazione.
  • La lingua e la lettera: consentire alla lettera di acquisire un’identità visiva aggiuntiva, pur conservando la propria funzione linguistica.
  • Il ruolo del destinatario: passare dalla ricezione del significato alla partecipazione alla sua scoperta e ricostruzione.

L’importanza di questo progetto risiede nelle domande che solleva sui confini della poesia, sulle possibilità del linguaggio visivo e sulla capacità della lettera di unire lettura e visione in un’unica esperienza. Il valore di queste proposte dipende, in ultima analisi, dalla loro capacità di tradursi in opere poetiche che raggiungano un equilibrio tra sperimentazione formale, coerenza semantica e risonanza umana.

L’innovazione poetica non si definisce semplicemente attraverso l’allontanamento dalle forme familiari, ma attraverso ciò che aggiunge all’esperienza della scrittura e della lettura e attraverso le nuove possibilità che apre per la lingua e per il suo destinatario.

Tarashe’r può quindi essere considerato un progetto sperimentale che mira ad ampliare il concetto di poesia e a trasformare la lingua in un materiale visibile, aperto a essere rimodellato. La poesia diventa uno spazio in cui lettera, immagine e significato si incontrano, e la pagina stessa si trasforma da superficie destinata alla scrittura in uno spazio che partecipa alla costruzione dell’esperienza poetica.


Tarashe’r: quando la poesia cerca un’altra finestra

Di Malik Al-Batli, poeta, scrittore e giornalista iracheno

Ci sono poesie che leggiamo e poesie che ci spingono a mettere in discussione il significato stesso della lettura.

Noi, abituati a cercare nella poesia un’immagine bella, una storia che tocchi il cuore o una parola che apra una finestra nelle pareti delle nostre giornate, a volte abbiamo bisogno di avvicinarci a un testo con uno sguardo diverso, uno sguardo che non si affretti a comprendere e non chieda alla poesia di rivelare tutti i suoi segreti in una sola volta.

Da questa distanza possiamo avvicinarci all’esperienza del poeta e scrittore iraniano Amin Afzalpour, creatore di Tarashe’r, un progetto che solleva interrogativi sulla lingua, sulla struttura poetica e sui confini di ciò che tradizionalmente abbiamo chiamato poesia.

Tutto comincia con una domanda apparentemente semplice: le sole parole sono sufficienti a creare poesia?

Forse no.

Per quanti significati possa contenere una parola, essa rimane legata agli usi e alle associazioni che ha ereditato. Un poeta alla ricerca di una nuova strada non si limita a sostituire le parole, ma ripensa il modo in cui si affiancano le une alle altre, gli spazi che le separano e l’effetto che producono all’interno del testo.

È qui che Tarashe’r tenta di aprire una porta diversa. Secondo la visione di Afzalpour, la poesia non è semplicemente un significato scritto in versi. È un’esperienza plasmata dalla lingua stessa, dalle sue lettere, dalle sue strutture e dalle sue relazioni, nonché dal modo in cui l’occhio del lettore incontra il testo prima di giungere al suo significato.

È un tentativo di spingere la poesia oltre i confini dell’espressione familiare, verso uno spazio più ampio, nel quale la forma del testo diventa parte dell’esperienza e la lingua stessa si trasforma in un materiale di riflessione e scoperta.

Forse l’aspetto più interessante di questa impresa è che essa attribuisce una responsabilità anche al lettore. Non tutti i testi nuovi diventano chiari alla prima lettura, e non ogni ambiguità è prova di profondità. Esiste una differenza tra una poesia che apre lentamente le proprie porte e un testo che le chiude in faccia al lettore, tra una sperimentazione che corre dei rischi per scoprire qualcosa di nuovo e una che cerca soltanto di sfidare le convenzioni.

È questa distinzione a conferire il suo vero valore a qualsiasi progetto poetico.

Tarashe’r non può essere giudicato soltanto in base all’estraneità del suo nome o alla distanza che lo separa dalle forme consolidate. Le sperimentazioni letterarie non conquistano il proprio posto semplicemente dichiarando una rottura con il passato, ma aggiungendo qualcosa di valido al presente. Le idee di Afzalpour sulla lingua e sulla struttura poetica meritano di essere esplorate come parte di un progetto che cerca di mettere alla prova nuove possibilità di scrittura.

Eppure, rimane aperta una domanda: come possono queste idee trasformarsi in una poesia capace di raggiungere il cuore umano?

Un’idea può essere ampia, un termine può risultare affascinante e una teoria può offrirci un modo diverso di guardare un testo. Ma, in definitiva, una poesia ha bisogno di un’anima propria. Ha bisogno di lasciare un’impressione che rimanga con noi dopo che abbiamo chiuso la pagina, di un momento in cui sentiamo che la lingua ha toccato qualcosa all’interno della nostra esperienza, anche se non riusciamo a spiegarlo pienamente.

Credo che Tarashe’r affronti qui la sua sfida più grande: nella capacità di unire la sperimentazione a un tocco umano e di coniugare la ricerca di una nuova forma con un’autentica necessità di quella forma. L’obiettivo non è che la poesia abbandoni il proprio passato, ma che scopra ciò che ancora non ha detto.

Poiché la poesia non appartiene a una sola lingua, confrontarsi con un’esperienza iraniana come quella di Amin Afzalpour crea un’opportunità di dialogo tra due visioni letterarie e, forse, tra due culture che condividono una vicinanza geografica pur differendo nelle loro modalità espressive. Non abbiamo bisogno di essere d’accordo con tutto ciò che una determinata sperimentazione propone per poterla ascoltare. È sufficiente che ci offra una nuova domanda o ci incoraggi a ripensare qualcosa che un tempo consideravamo ormai definito.

Nella poesia, le domande possono essere più sincere delle risposte definitive.

Forse il valore di questa sperimentazione non è determinato da ciò che dichiara di essere, ma da ciò che la poesia riesce a realizzare quando abbandona le pagine della teoria e raggiunge il lettore. È lì, nello spazio tra ciò che il poeta intendeva e ciò che il lettore sente, che comincia la vera prova.

La lingua è la nostra prima casa, e la poesia è uno dei modi in cui cerchiamo di allargarne le finestre. Quando un poeta propone una nuova finestra, il poeta ha il diritto di sperimentare, il lettore ha il diritto di contemplare e la critica ha il diritto di porre domande.

Quanto alla poesia, non ha bisogno di dimostrare ogni volta di essere diversa. È sufficiente che ci dia una nuova ragione per amare la lingua e lasci nelle nostre anime qualcosa che cambi il modo in cui torniamo alle parole.

Vi invitiamo a unirvi a noi in un viaggio attraverso le immagini di questa forma poetica, percorrendo il linguaggio dell’occhio e scoprendo ciò che un’immagine può dire quando la poesia va oltre le parole.

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Cultura

L’arte di Lulzime Malaj conquista la Calabria: il ritratto di Scanderbeg esposto a Spezzano Albanese

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Lulzime Malaj

Spezzano Albanese – L’arte visiva si conferma ancora una volta come lo strumento più nobile, universale e potente per custodire la memoria storica dei popoli, costruire ponti identitari e favorire un dialogo fecondo tra culture che condividono radici secolari. In questo solco di straordinaria vitalità creativa si colloca il nuovo e prestigioso traguardo internazionale raggiunto dall’artista e scrittrice Lulzime Malaj. Parallelamente alla sua apprezzata produzione letteraria, la pittrice sta vivendo una stagione di intensa affermazione espositiva che la vede protagonista in importanti contesti europei, da Lisbona fino all’Italia meridionale. Al centro di questo percorso brilla un’opera di eccezionale valore simbolico ed emotivo: il ritratto monumentale di Gjergj Kastrioti Scanderbeg, leggendario eroe nazionale albanese e baluardo della libertà europea. L’evento e la valorizzazione del progetto sono magistralmente curati dalla poetessa, giornalista e traduttrice Irma Kurti, instancabile promotrice di scambi culturali internazionali tra le due sponde dell’Adriatico.

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Il concorso “Luigi Amato – Expo Arbëria” a Palazzo Luci

Il dipinto dedicato al condottiero è stato ufficialmente selezionato tra centinaia di candidature per la prestigiosa seconda edizione del concorso internazionale di pittura intitolato a “Luigi Amato – Expo Arbëria”, un’iniziativa di altissimo profilo che vedrà le opere finaliste esposte per l’intero biennio 2026–2027. La prima, solenne presentazione al pubblico si è tenuta all’interno della Pinacoteca dello storico e nobiliare Palazzo Luci a Spezzano Albanese, in provincia di Cosenza. Questo spazio museale rappresenta uno dei presidi culturali più importanti e identitari del Meridione italiano, da decenni custode geloso e attivo del costume tradizionale, della lingua e della memoria storica della straordinaria comunità arbëreshe (gli italo-albanesi insediatisi in Calabria a partire dal XV secolo a seguito della morte di Scanderbeg).

L’interpretazione su tela: la forza visionaria del condottiero

Nella sua opera, Lulzime Malaj non si è limitata a una fredda e accademica riproduzione iconografica dei ritratti rinascimentali del condottiero. L’artista ha scelto di offrire una lettura intimista, moderna e profondamente partecipe sul piano emotivo. Sulla tela, Gjergj Kastrioti Scanderbeg emerge con una presenza scenica intensa, fiera e autorevole: lo sguardo magnetico dell’eroe sembra bucare lo spazio pittorico, capace di guardare oltre le contingenze del proprio tempo per parlare direttamente alle generazioni future. L’uso sapiente del colore, dei contrasti chiaroscurali e delle pennellate dense riesce a instaurare un legame empatico e immediato con lo spettatore, trasmettendo al contempo il rigore del capo militare e la solitudine esistenziale di chi ha speso la propria vita per la difesa dell’identità del proprio popolo.

Il dialogo tra pittura, letteratura e diaspora arbëreshe

Questo prestigioso riconoscimento segna una tappa fondamentale nel percorso espressivo di Lulzime Malaj, confermando la sua capacità di far dialogare in modo armonico il linguaggio visivo della pittura con quello evocativo della letteratura. Come hanno confermato con soddisfazione gli organizzatori dell’evento – la prestigiosa Manifestazione Nazionale Arbëresh (MNA) e la vivace associazione culturale “Regno d’Arbëria” –, oltre alla mostra permanente presso il nuovo e innovativo spazio culturale denominato Lab Arbëresh, è già in fase di realizzazione la pubblicazione del catalogo ufficiale a colori della rassegna.

Una mostra itinerante verso Puglia e Sicilia

L’intero progetto non si esaurirà tra le suggestive mura di Spezzano Albanese, ma assume i contorni di una vera e propria ambasciata culturale itinerante. L’obiettivo primario è rinsaldare i nodi storici e affettivi che legano la madrepatria Albania con la storica diaspora presente in Italia da oltre cinque secoli. Dopo questa trionfale prima tappa nel cuore della Calabria cosentina, la mostra proseguirà il suo viaggio per fare tappa in altri centri nevralgici delle comunità arbëreshe situate in Puglia e in Sicilia. Un itinerario di bellezza e riscoperta delle radici che proietta l’arte di Lulzime Malaj e la curatela di Irma Kurti ai vertici dell’attenzione critica contemporanea.

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