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MULTIETNICITÀ E PROFESSIONALITÀ: LA TRASFORMAZIONE SILENZIOSA DEL LAVORO NEL XXI SECOLO

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MULTIETNICITÀ E PROFESSIONALITÀ: LA TRASFORMAZIONE SILENZIOSA DEL LAVORO NEL XXI SECOLO

Redazione – Nel XXI secolo la multietnicità non è più una condizione eccezionale delle società urbane, ma una struttura permanente dei sistemi sociali ed economici. Le città globali, i mercati del lavoro e le organizzazioni pubbliche e private si configurano sempre più come spazi in cui lingue, culture e modelli professionali differenti coesistono e interagiscono quotidianamente. In questo scenario, la professionalità non può più essere interpretata secondo parametri esclusivamente tecnici o nazionali, ma deve essere ridefinita alla luce della complessità culturale.

La multietnicità come fattore strutturale

La presenza di individui provenienti da contesti culturali differenti ha storicamente generato letture semplificate: o come problema di integrazione, o come generica risorsa sociale. Oggi, tuttavia, l’evidenza empirica proveniente da sociologia del lavoro e studi organizzativi suggerisce una realtà più articolata. La multietnicità è un fattore strutturale che incide direttamente sui processi produttivi, sulla gestione delle risorse umane e sulle dinamiche decisionali.

In ambienti lavorativi eterogenei, la diversità non agisce soltanto sul piano rappresentativo, ma modifica i meccanismi cognitivi collettivi: cambia il modo in cui i problemi vengono interpretati, le soluzioni vengono generate e le decisioni vengono validate.

Nuova definizione di professionalità

La professionalità tradizionale si fondava su tre pilastri principali: competenze tecniche, esperienza e conformità a standard condivisi. In contesti multietnici, questi elementi rimangono necessari ma non sufficienti.

Si afferma invece un modello più complesso, in cui assumono centralità competenze trasversali come:

capacità di mediazione culturale nei processi comunicativi;

gestione della diversità nei gruppi di lavoro;

adattabilità a sistemi valoriali differenti;

consapevolezza dei propri bias cognitivi e culturali.

Questa evoluzione segna il passaggio dalla professionalità “standardizzata” alla professionalità “contestuale”, cioè dipendente dalla capacità di operare efficacemente in ambienti socialmente eterogenei.

 

Innovazione e conflitto: due facce della stessa dinamica

La letteratura scientifica evidenzia un paradosso centrale: la multietnicità aumenta il potenziale innovativo dei gruppi, ma al tempo stesso può incrementare le probabilità di conflitto interno. La presenza di differenti schemi interpretativi produce infatti una maggiore varietà di soluzioni, ma anche un aumento dei punti di frizione.

Le organizzazioni più efficienti non sono quelle che eliminano la diversità, ma quelle che riescono a trasformare il conflitto cognitivo in risorsa produttiva. Ciò richiede leadership capaci di integrare differenze senza appiattirle, costruendo un equilibrio tra coesione e pluralismo.

 

Il ruolo della comunicazione professionale

Uno degli elementi più critici nei contesti multietnici è la comunicazione. Le barriere linguistiche sono solo la componente più evidente,

più sottili, ma spesso più incisive, sono le differenze nei codici comunicativi, nei livelli di formalità e nelle aspettative relazionali.

La comunicazione professionale contemporanea richiede quindi una competenza nuova .

La capacità di tradurre non solo le parole, ma i contesti culturali. In questo senso, la professionalità diventa anche una forma di traduzione continua tra mondi simbolici differenti.

Implicazioni sociali ed economiche

La gestione efficace della multietnicità ha implicazioni dirette sulla competitività economica. Le organizzazioni che valorizzano la diversità culturale tendono a mostrare maggiore capacità di innovazione, resilienza e apertura ai mercati internazionali.

Sul piano sociale, invece, la professionalità interculturale contribuisce a ridurre fenomeni di esclusione e marginalizzazione, favorendo processi di integrazione più stabili e meno conflittuali.

La multietnicità non è una variabile esterna al concetto di professionalità, ma uno dei suoi principali motori evolutivi. In un mondo interconnesso, la capacità di lavorare efficacemente in contesti culturalmente eterogenei diventa una competenza centrale, destinata a definire i profili professionali del futuro.

La sfida non consiste nel gestire la diversità come eccezione, ma nel riconoscerla come condizione normale del lavoro contemporaneo. In questa prospettiva, la professionalità non è più soltanto ciò che si sa fare, ma anche il modo in cui si riesce a collaborare nella complessità.

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L’arte che cura l’anima e il corpo: a Ripatransone torna ‘Indipendenti, Ribelli e Mistici’ con la medicina olistica del dottor Michel Mallard

L’arte di Mario Vespasiani incontra la forza terapeutica della medicina olistica! 🎨 🩺 Domani a Ripatransone si accende la 6ª edizione di “Indipendenti, Ribelli e Mistici” con l’atteso intervento del dottor Michel Mallard. 📜 🏛️ Un viaggio straordinario tra scienza, ascolto ed empatia per scoprire cosa fa davvero la differenza nella cura della persona. ❤️ ✨ Ingresso gratuito su prenotazione via Whatsapp, clicca per scoprire i dettagli dell’evento dell’estate! 🎟️ 🌌

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LOCANDINA INCONTRI

Ripatransone (AP) – Ci sono luoghi in cui la creatività non si limita a riempire le pareti di tele colorate, ma si trasforma in una calamita per le menti più brillanti e i pensieri più rivoluzionari del nostro tempo. Nelle Marche, tra le colline picene che profumano di storia e di terra antica, lo spazio creativo si fa salotto intellettuale per accogliere la sesta attesissima edizione di “Indipendenti, Ribelli e Mistici”. Domani, mercoledì 12 agosto 2026, a partire dalle ore 19:00, le porte dello Studio d’Arte di Mario Vespasiani, situato lungo Corso Vittorio Emanuele II, si apriranno ufficialmente per dare il via a una delle rassegne culturali più originali, controcorrente e dirompenti del panorama italiano contemporaneo.

Il manifesto di Mario Vespasiani e della musa Mara contro l’omologazione

Nata da un’intuizione profonda della musa Mara e dell’artista visivo Mario Vespasiani, intellettuale e autore da sempre impegnato nel concepire la pratica artistica come uno strumento di elevazione spirituale e indagine interiore, la rassegna ha saputo edificare negli anni una paratia di pura libertà espressiva. Il nome stesso della kermesse racchiude un solenne manifesto laico: indipendenza dai percorsi d’aula già tracciati, ribellione totale nei confronti del torpore e dell’omologazione del pensiero imperante, e misticismo inteso come inesausta capacità di scendere in profondità, oltre la superficie piatta della realtà quotidiana. In un’epoca dominata da specialismi asfittici, questo festival dimostra empiricamente come sia possibile fare grande cultura fuori dai flussi commerciali delle grandi metropoli.

L’inaugurazione del sesto capitolo del festival si preannuncia di eccezionale densità emotiva e storiografica grazie alla partecipazione straordinaria del dottor Michel Mallard. Il noto medico-chirurgo olistico, già amatissimo protagonista delle scorse stagioni, salirà sul proscenio dello studio per guidare i presenti in una densa scomposizione critica intitolata: “Cosa fa davvero la differenza nella cura del paziente?”. Una domanda appendice e apparentemente semplice che deostruisce i rigidi protocolli accademici della medicina fredda e burocratica per rimettere al centro della discussione la totalità biologica, psicologica e spirituale della persona malata, dalla testa ai piedi.

Dalla diagnosi olistica al rapporto umano: la lezione di William Osler

L’ordito dell’intervento del dottor Mallard esamina con calore e realismo l’immensa rete di relazioni umane che partecipa all’atto terapeutico. Curare, nella dottrina olistica, non significa somministrare una fredda combinazione chimica o limitarsi a un intervento chirurgico d’urgenza dopo un’accurata diagnosi, ma implica una totale e trasparente presa in carico del malato. In questa staffetta assistenziale h24, ogni figura ricopre un ruolo sussidiario fondamentale: dal medico di medicina generale all’infermiere rionale, dal fisioterapista al nutrizionista, fino all’abbraccio protettivo della famiglia. Ma il primo, vero attore del riscatto biologico rimane il paziente stesso, chiamato a risvegliare la propria forza interna per collaborare attivamente al cammino della propria guarigione.

Mallard supporterà la sua tesi attingendo a una ricca e rigorosa sorgente bibliografica internazionale, richiamando alla memoria dei lavoratori e delle famiglie le parole scolpite oltre un secolo fa da William Osler, considerato unanimemente uno dei padri fondatori della medicina moderna: “Il buon medico cura la malattia; il grande medico cura il paziente che ha la malattia”. Questo approccio basato sull’ascolto consapevole, sull’empatia profonda e sulla fiducia reciproca trasforma l’alleanza terapeutica in una vera e propria paratia contro le solitudini e le fragilità della degenza, dimostrando come l’umanità del professionista sia l’ingrediente che realmente fa la differenza nei momenti più bui della sofferenza.

Prenotazione obbligatoria su Whatsapp e replica a settembre

Sotto il profilo strettamente logistico e operativo, la direzione dell’evento ricorda che l’accesso ai locali dell’esposizione e dell’incontro sarà completamente gratuito, ma vincolato alla paratia della prenotazione nominale obbligatoria per via del numero limitato di posti a sedere disponibili nella corte dell’artista. I cittadini onesti e i visitatori interessati possono bloccare il proprio varco trasmettendo un semplice messaggio di testo tramite l’applicazione digitale di Whatsapp al recapito dell’organizzazione. Per andare incontro alle numerose richieste dei turisti e dei pendolari, la rassegna prevede inoltre una seconda sessione di replica ufficiale programmata per la serata di martedì 1° settembre, sempre alle ore 19:00, confermando lo studio di Vespasiani come un potente dinamo di coesione culturale per l’intera regione Marche.

Sesta edizione “Indipendenti, Ribelli e Mistici”

Ospite: Dott. Michel Mallard

Quando: Mercoledì 12 agosto, ore 19 (con replica martedi primo settembre alle 19)

Dove: Studio d’Arte di Mario Vespasiani – Corso Vittorio Emanuele II, 32-34 – Ripatransone AP

Ingresso: gratuito e su prenotazione con un messaggio al 333.6361829

Web: www.mariovespasiani.it

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Maria Teresa De Rosa, tante vite in una sola: quando il cinema diventa un altro modo di raccontarsi

Ci sono persone che sembrano attraversare una sola esistenza. E poi ce ne sono altre che, dentro la stessa vita, riescono a collezionare esperienze, incontri, passioni e trasformazioni sufficienti per riempirne molte. Maria Teresa De Rosa appartiene a questa seconda categoria.

La sua è una storia fatta di percorsi differenti, di esperienze che si sono intrecciate nel tempo e di una curiosità mai sopita verso il mondo dell’arte e dello spettacolo. Una donna che ha vissuto, per usare una metafora, tante vite in una vita, cambiando prospettiva, affrontando nuove sfide e lasciandosi guidare dalla voglia di sperimentare.

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Maria Teresa De Rosa

Redazione-  Ci sono persone che sembrano attraversare una sola esistenza. E poi ce ne sono altre che, dentro la stessa vita, riescono a collezionare esperienze, incontri, passioni e trasformazioni sufficienti per riempirne molte. Maria Teresa De Rosa appartiene a questa seconda categoria.

La sua è una storia fatta di percorsi differenti, di esperienze che si sono intrecciate nel tempo e di una curiosità mai sopita verso il mondo dell’arte e dello spettacolo. Una donna che ha vissuto, per usare una metafora, tante vite in una vita, cambiando prospettiva, affrontando nuove sfide e lasciandosi guidare dalla voglia di sperimentare.

È proprio attraverso i set cinematografici e pubblicitari che Maria Teresa De Rosa ha avuto l’opportunità di misurarsi con ruoli differenti, entrando ogni volta in una dimensione nuova. Perché interpretare un personaggio significa, prima ancora di recitare, imparare ad ascoltarlo, comprenderne le fragilità, le paure, le gioie e le contraddizioni.

E nel suo percorso c’è un ruolo che più di altri ha lasciato il segno: quello di Nonna Teresa nella serie televisiva Sara e Marti.

La fiction racconta la quotidianità di due sorelle adolescenti, Sara e Marti, trasferitesi da Londra a Bevagna, piccolo paese dell’Umbria, per seguire il padre. Un cambiamento radicale che per le due ragazze significa lasciarsi alle spalle una vita conosciuta per affrontare un mondo nuovo, fatto di amicizie, difficoltà, scoperte e sentimenti.

A Bevagna comincia così un anno intenso e impegnativo, nel quale le protagoniste si confrontano con incontri e scontri, vittorie e delusioni, risate e lacrime. È il racconto di quell’età in cui tutto sembra definitivo e ogni emozione può diventare gigantesca: l’amicizia, la famiglia, il desiderio di sentirsi accettati, le prime infatuazioni e quell’amore che arriva senza chiedere permesso.

Ed è proprio all’interno di questo universo narrativo che Maria Teresa De Rosa ha saputo dare anima e corpo a Nonna Teresa, trasformando il personaggio in una presenza capace di parlare non soltanto ai più giovani, ma anche agli adulti.

Nonna Teresa non è semplicemente una figura inserita nella storia. È una presenza che appartiene a quel mondo di affetti e di memoria che spesso rappresenta il punto di riferimento di una famiglia. Attraverso la sua interpretazione, Maria Teresa De Rosa ha portato sullo schermo una dimensione fatta di umanità, calore e autenticità.

È stato anche grazie a questo personaggio che il pubblico ha potuto riconoscere e apprezzare ulteriormente le sue qualità artistiche. Il mestiere dell’attore, del resto, non consiste soltanto nel pronunciare battute davanti a una macchina da presa. Significa riuscire a rendere credibile una vita che non è la propria. Significa prestare il proprio volto, la propria voce e la propria sensibilità a qualcuno che esiste soltanto sulla pagina di una sceneggiatura.

Maria Teresa De Rosa lo ha fatto attraversando personaggi e situazioni differenti, dimostrando quella versatilità che rappresenta una delle caratteristiche più preziose per chi lavora nel mondo dello spettacolo.

Il suo percorso racconta dunque qualcosa di più di una carriera: racconta una donna che non ha avuto paura di cambiare pelle. Ogni esperienza è diventata una tessera di un mosaico più grande, ogni set un luogo nel quale imparare qualcosa di nuovo, ogni personaggio un’occasione per guardare il mondo da un’altra angolazione.

E forse è proprio questa la magia della recitazione: poter vivere altre esistenze senza smettere di essere se stessi.

Nel caso di Maria Teresa De Rosa, le tante vite vissute in una sola hanno trovato nel cinema e nella televisione una nuova possibilità di espressione. E Nonna Teresa, con la sua umanità e il suo calore, rimane uno dei capitoli più significativi di questo viaggio.

Una storia che passa dall’esperienza personale alla finzione televisiva e che trova nell’Umbria, con Bevagna e i suoi paesaggi, uno scenario particolarmente suggestivo. Un territorio che nella serie diventa parte integrante della crescita delle protagoniste e che offre alla narrazione quella dimensione intima e riconoscibile nella quale le vicende di Sara e Marti possono prendere vita.

Alla regia di Sara e Marti Emanuele Pisano, che ha contribuito a dare forma a un racconto capace di mettere al centro il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta, con tutte le sue contraddizioni e le sue emozioni.

E dentro questa storia Maria Teresa De Rosa ha trovato il modo di lasciare la propria impronta.

Perché alcune interpretazioni si ricordano per ciò che accade sullo schermo. Altre, invece, rimangono nella memoria per ciò che riescono a trasmettere.

Quella di Nonna Teresa appartiene a questa seconda categoria: una presenza capace di trasformare un personaggio in una persona, una sceneggiatura in un frammento di vita e un set nell’ennesima, preziosa, tappa di una donna che ha saputo vivere tante vite in una sola.

Maria Teresa De Rosa

MARIA TERESA DE ROSA: «HO VISSUTO TANTE VITE, E OGNUNA HA LASCIATO UN POSTO SPECIALE NEL MIO CUORE»

Maria Teresa De Rosa

A tu per tu con Maria Teresa De Rosa, una donna che ha fatto della vita un viaggio attraverso mille storie, volti ed emozioni.

Maria Teresa, se dovesse raccontare la sua vita attraverso un’immagine, quale sceglierebbe?

Sceglierei quella di una strada con tante diramazioni. Ho avuto la fortuna di percorrere sentieri diversi, di incontrare persone, vivere esperienze e scoprire parti di me che forse non conoscevo ancora. In questo senso posso dire di aver vissuto tante vite in una sola. E ognuna di queste vite ha lasciato un posto speciale nel mio cuore.

Nel suo percorso ci sono stati anche il cinema, la televisione e la pubblicità. Che cosa significa per Lei entrare in un ruolo?

Significa prestare per un momento la propria anima a qualcun altro. Ogni personaggio mi ha insegnato qualcosa, perché ogni volta bisogna mettersi in ascolto e cercare di comprendere una storia diversa dalla propria. Anche quando si tratta di un’esperienza breve, come può essere uno spot pubblicitario, c’è sempre qualcosa che rimane.

Tra le sue esperienze c’è anche uno spot molto conosciuto, quello della birra Moretti. Che ricordo conserva di quel set?

Lo ricordo con grande piacere. È stata un’altra esperienza importante del mio percorso, diversa da quelle cinematografiche e televisive, ma proprio per questo interessante. Un set pubblicitario ha ritmi e dinamiche particolari e permette di confrontarsi con un linguaggio differente. Anche quell’esperienza è rimasta nel mio cuore, come tutte le altre.

C’è un filo rosso che unisce tutte le esperienze che ha vissuto davanti alla macchina da presa?

Credo sia la gratitudine. Non ho mai voluto considerare un’esperienza come qualcosa di scontato. Ogni incontro, ogni persona, ogni occasione mi ha lasciato qualcosa. Alcune esperienze mi hanno regalato emozioni, altre insegnamenti, altre ancora mi hanno fatto scoprire aspetti nuovi di me. Ma tutte, indistintamente, hanno avuto un valore.

Poi è arrivata Nonna Teresa nella serie Sara e Marti. Che cosa ha trovato in quel personaggio?

Ho trovato una parte molto umana. Nonna Teresa è una figura che porta con sé affetto, esperienza e quella particolare saggezza che appartiene a chi ha vissuto tanto. Interpretarla significava non limitarsi a recitare delle battute, ma cercare di restituire una persona, con la sua sensibilità e il suo modo di stare accanto agli altri. Le ho voluto bene proprio perché, attraverso di lei, ho potuto raccontare sentimenti autentici.

La serie racconta due adolescenti che arrivano a Bevagna e si trovano improvvisamente a dover ricominciare. Quanto è importante, nella vita, avere qualcuno che ci accompagni nei momenti di cambiamento?

È fondamentale. Nella vita tutti attraversiamo momenti nei quali dobbiamo ricominciare. A volte cambiamo città, lavoro, relazioni; altre volte cambia semplicemente il modo in cui guardiamo noi stessi. In quei momenti avere accanto qualcuno che sappia ascoltare può fare una differenza enorme. E credo che proprio questo sia uno dei messaggi più belli della serie.

Lei ha interpretato molti ruoli. Quale personaggio le ha insegnato qualcosa su Maria Teresa?

Probabilmente più di uno. È difficile sceglierne soltanto uno, perché ogni esperienza mi ha restituito qualcosa. Quando interpreti un personaggio, pensi di essere tu a dare qualcosa a lui. Poi scopri che è esattamente il contrario: è lui a lasciare qualcosa dentro di te. Per questo non riesco a considerare nessuna esperienza come semplicemente “lavoro”.

Cosa rimane quando le luci del set si spengono?

Rimane ciò che hai provato. Rimangono i volti, le risate, la fatica, le emozioni, le persone incontrate. Rimane la consapevolezza di aver vissuto un altro piccolo pezzo di vita. Le luci si spengono, ma certi ricordi continuano ad illuminarti.

Lei sorride molto. È una caratteristica del suo carattere o una scelta?

È soprattutto gratitudine. Io sono grata alla vita. Non significa che tutto sia stato sempre semplice o che non ci siano stati momenti difficili. Significa scegliere, nonostante tutto, di guardare anche ciò che c’è di bello. La gratitudine verso la vita mi spinge a sorridere sempre. Il sorriso, per me, è un modo per dire grazie.

Se potesse incontrare la Maria Teresa che muoveva i primi passi nel mondo dello spettacolo, che cosa le direbbe?

Le direi di non avere paura. Di vivere tutto intensamente, senza preoccuparsi troppo di dove porterà una determinata strada. Le direi di fidarsi degli incontri e di non smettere mai di imparare. E soprattutto le direi: “Ricordati di essere grata”. Perché oggi penso che il vero successo non sia soltanto essere riconosciuti dagli altri, ma riuscire a riconoscere il valore della propria vita.

Ha vissuto tante vite. Se dovesse ancora sceglierne una, quale sceglierebbe?

Sceglierei ancora la mia. Con i suoi errori, le sue sorprese, le persone incontrate e tutte le esperienze vissute. Non cambierei nulla, perché anche ciò che è stato difficile mi ha condotta fino a qui. E se oggi posso sorridere guardando indietro, è perché ogni pezzo di strada ha avuto un senso.

E quale desiderio affida al futuro?

Continuare a vivere con curiosità. Continuare a incontrare persone, a conoscere storie, a emozionarmi. Se arriveranno nuovi personaggi, nuovi set e nuove opportunità, li accoglierò con entusiasmo. Ma vorrei soprattutto conservare questa gratitudine. Perché finché avrò un motivo per dire grazie, avrò anche un motivo per sorridere.

Un’ultima domanda, forse la più importante. Se la sua vita fosse un film, quale titolo sceglierebbe?

Tante vite, un solo cuore. Perché alla fine credo che sia proprio questo il senso del mio viaggio: aver attraversato tante esperienze, aver indossato tanti ruoli, aver incontrato tante persone, ma essere rimasta sempre fedele a ciò che sono. E portare dentro di me un pezzetto di ogni vita che ho avuto la fortuna di vivere.

Maria Teresa De Rosa

Maria Teresa De Rosa porta con sé una vita ricca di incontri, affetti e passioni. Accanto a Lei c’è un marito che ama profondamente e ci sono le sue due figlie, Sara e Marta, che oggi vivono fuori dall’Umbria, senza però che la distanza abbia mai cancellato quel legame profondo con loro. E poi c’è l’Umbria, la sua terra del cuore, quella regione cara al Santo di Assisi che Maria Teresa ama e sente profondamente appartenerle.

Oggi, accanto alla recitazione e alle tante esperienze vissute, la fotografia occupa un posto prioritario nella sua vita. In ogni scatto Maria Teresa non si limita a fermare un’immagine: diventa custode dei ricordi degli altri, raccogliendo frammenti di vite, emozioni, sorrisi e istanti destinati altrimenti a sfuggire al tempo. Forse è proprio questa la sua ennesima vita: raccontare ciò che vede attraverso l’obiettivo, con la stessa sensibilità con cui, nel corso degli anni, ha raccontato personaggi e storie davanti a una macchina da presa.

E così, ancora una volta, Maria Teresa continua a vivere tante vite in una sola, con il cuore pieno di gratitudine e quel sorriso che sembra essere il suo modo più autentico di dire grazie alla vita.

 

Maria Teresa De Rosa

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Intervista al giornalista e scrittore calabrese Vinicio Leonetti

30 anni di cronaca nera passati a raccontare omicidi e silenzi di Stato, una passione travolgente per il jazz e il legame indistruttibile con le antiche tradizioni dell’Arbëreshë calabrese. 🍷 📚 Abbiamo intervistato in esclusiva l’autore di romanzi di successo come “Eroine” e “Seppellitemi qui!”. Ci ha raccontato la crisi del giornalismo moderno, i misteri della strage di Piazza Fontana e perché le donne del Sud sono le uniche, vere eroine della nostra storia. Un’intervista profonda e imperdibile, a ritmo di be-bop. Leggila qui! 👇 🖋️

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Vinicio Leonetti

Carfizzi  – Ci sono uomini che attraversano la vita in linea retta, e altri che scelgono invece di assecondare le infinite curve del destino, vivendo mille vite in una sola. L’intervista che vi proponiamo oggi è un affascinante viaggio nella mente e nei ricordi di un autore che ha saputo fondere anime apparentemente inconciliabili. Da un lato, il giornalista cinico e disilluso, temprato da quasi trent’anni di trincea nella cronaca nera e giudiziaria, dove il sangue e i silenzi omertosi si scontrano con l’eterna incertezza della legge. Dall’altro, lo scrittore dal cuore antico, visceralmente legato alle radici arbëresh della sua natia Calabria, capace di trasformare le memorie d’infanzia in letteratura pura. Tra le donne coraggiose dei suoi romanzi (da “Eroine” all’ultimo “Seppellitemi qui!”), la passione folle per il ritmo sincopato del jazz e l’amore per il lessico raffinato del vino, emerge il ritratto di un intellettuale irregolare e affamato di verità. Ecco la nostra intervista integrale:<<

Lei nasce in Calabria, con radici arbëresh e una nonna Varipapa di Carfizzi: quanto pesa tuttora quell’eredità invisibile nella sua scrittura e nella sua idea di giustizia?

Ogni volta che torno a Carfizzi, dopo tante curve e tornanti in macchina, è come fare un salto indietro nel tempo. C’erano le nonne, adesso le zie e i cugini, ritrovo l’odore dei camini e i vecchi sapori che funzionano come le madeleine di Proust, istintivamente s’attiva la memoria e sprizza sentimenti dolcissimi. Si parla l’antico arbëresh; scioglie i pensieri… all’inizio mi viene difficile tradurre, poi man mano capisco e rispondo. Quell’intercalare diverso dall’italiano, molto più marcato e ricco di sibili, mi ha molto aiutato nella scrittura, fin da bambino. Pensare e parlare in diversi modi fluidifica la parola, la rende liquida come un assolo di Mark Knopfler. Bisognerebbe fare di più per preservare e valorizzare questi tesori nascosti.

Ha trascorso quasi trent’anni nella cronaca nera e giudiziaria. Cosa resta dentro un uomo dopo aver raccontato per tanto tempo il lato più oscuro del potere e dell’animo umano?

Aver studiato giurisprudenza e poi seguito centinaia di processi nelle aule dei tribunali mi ha portato a vedere le cose sotto due aspetti: quello appunto giurisprudenziale, legato a leggi, codici e procedure, con rispetto per chi esercita il diritto, limitandomi a narrare tutto quello che succede in maniera il più possibile asettica; l’altro aspetto è intimo, del tutto personale, che credo debba restare fuori dalla cronaca. Non sempre ho digerito i verdetti dei giudici, ma li ho rispettati.
Ho visto tanti cadaveri insanguinati di persone uccise da altre persone, si sente un silenzio ovattato intorno, anche quando accade per strada. La pietas ti prende per un attimo, anche quando sotto il piombo è finito un bastardo, ma se sei un cronista devi raccontare non solo chi era quel morto, ma perché si trova là davanti a te, come l’abbiano eliminato, il luogo, i rumours, la fredda scheda della sua vita. Cinismo fa rima con giornalismo.

Dal diritto studiato alla “Federico II” di Napoli alla narrativa: quando ha capito che la legge non bastava a spiegare il mondo e che serviva la letteratura?

Nel diritto romano, che da noi in Italia si studia al primo anno d’università, c’era chi spiegava la cosiddetta “induzione storica” e la “opinio iuris ac necessitatis”, due principi cardine che certificano l’incertezza della legge. Non esiste una giustizia perfetta. Con la letteratura sono andato di pari passo partendo dai libri di testo, ma al liceo per conto mio leggevo i grandi classici italiani e stranieri, scrittori e poeti che lasciano il segno anche su un giovane. Molte cose a quel punto s’intersecano, trovi corrispondenze, emergono analogie.

Può fare un esempio concreto?

Ho capito che non c’era perfezione nella giustizia intorno ai 25 anni. Da corrispondente del quotidiano Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, ho seguito nell’aula bunker a Catanzaro decine di udienze del processo sulla strage di Piazza Fontana dove nel 1969 a Milano scoppiò una potentissima bomba innescata da neofascisti in una banca in cui morirono 17 persone e ne uscirono ferite un centinaio. I servizi segreti italiani ebbero un ruolo chiave, ma quando decine di politici di primo piano all’epoca in Italia, (era la fine degli anni ’80), sfilarono davanti alla Corte d’assise per testimoniare, sentii in aula soltanto dei “non so” o dei “non ricordo”. Ancora non capisco se chi governa manipola i servizi segreti, o se avviene il contrario. Di certo non avrei voluto essere nei panni di quei giudici. Ed ecco l’incertezza del diritto: ero un giovane cronista sorpreso da quell’andazzo, invece gli inviati dei grandi giornali seduti accanto a me sorridevano dando tutto per scontato.

In “Eroine” lei mette al centro le figure femminili. Un uomo cresciuto nel Sud, in una cultura spesso patriarcale, come arriva a scegliere le donne come epicentro narrativo?

La donna del Sud parte svantaggiata, come la protagonista del mio recente “Seppellitemi qui!”. Nel Dopoguerra non le facevano studiare oltre la terza media, dovevano soltanto aspettare passivamente che qualcuno le sposasse per far figli e badare alla casa. Se poi le donne nascevano e vivevano in una comunità etnica come quella arbëresh in Calabria, ancora più isolata e arcaica, finivano con l’essere sopraffatte in tutti i sensi. Il mio obiettivo, per quanto possa riuscirci, è quello di far rinascere queste donne, sottolineare la loro importanza, il protagonismo, la grande forza d’animo. Così avviene per Elvira, la cui storia è al centro del mio romanzo, con la sua forza e il suo coraggio pur nella sua grande umiltà; lo stesso è avvenuto per Marisa, protagonista della spy-story “Eroine”, passata dai soprusi mafiosi a dinamica agente di polizia e soprattutto ad abile “testa di cuoio” che salva vite in serio pericolo in mezzo mondo. Tanto da finire sulla copertina di “Time”. Poi nel mio racconto breve “L’amante del boss”, in cui involontariamente mi sono trovato coinvolto di persona, la giovane donna francese del padrino rimasta “vedova”, fonda un ospedale in Irlanda per bambini colpiti da malattie rare, invece di andare a godersi il sole ai Caraibi con l’eredità milionaria.

Ha attraversato redazioni diverse, dalla Rai ai grandi gruppi editoriali economici: il giornalismo italiano oggi è più libero o più fragile rispetto a quando iniziò a 23 anni?

Ho attraversato due momenti spartiacque. Il primo è stato il passaggio dall’amata e rumorosa Olivetti al computer, l’altro l’avvento del Web una decina d’anni dopo. Quest’ultimo molto più rivoluzionario del primo. È stato come quando si passò dalla linotype alla stampa offset, ma ero ancora bambino. Ai cambiamenti ci si adatta, chi più chi meno, non bisogna dire “mai” ma mettersi a lavorare col piglio di sempre. Oggi c’è molta incertezza sulle fonti, la ricerca dell’origine delle notizie da scrivere, c’è una carenza nel lavoro di verifica che ogni giornalista dovrebbe fare prima di pubblicare. Non è una situazione facilmente gestibile dai direttori e capi redattori. Le loro incertezze si riflettono sui singoli redattori in un momento, quello dei social, in cui ognuno crede di fare giornalismo scrivendo un post di quattro righe sul nulla, senza grammatica e piazzando una foto malmessa.

La sua passione per il jazz suggerisce improvvisazione e disciplina insieme. C’è qualcosa di jazzistico nel suo modo di scrivere o di condurre un’inchiesta?

Prima il blues e poi il rock, da giovane. Strimpellavo con la mia Fender. Finché per Radio Palermo Centrale all’ultimo anno di liceo mi hanno incaricato di andare in giro con un piccolo registratore a bobine a registrare in città spezzoni di concerti di grandi del jazz come Horace Silver, Roy Haynes, Dizzie Gillespie, Bill Evans. Poi il Roccella Jazz Festival in Calabria. Mi piaceva e mi piace il be-bop, quando su una stessa base ritmica cominciano gli assoli a sprazzi, fraseggi brevi, attimi di pausa, alternanze magiche, in un crescendo quasi rossiniano. Mentre ascoltavo questa musica leggevo tanto Jack Kerouac, Charles Bukowski, John Fante, versi di Ginsberg e Ferlinghetti della beat generation. Quando scrivo credo di avere una punteggiatura ossessionante, frasi brevi, parole isolate, raramente mi spingo oltre le quattro righe senza stop. Hai presente la famosa Take Five di Brubeck? Ecco, quella lì.

In “Ottomani sullo Stretto” il Mediterraneo non è solo geografia ma destino. La Calabria è periferia o centro nascosto della storia?

Si deve sperimentare. Ci siamo messi insieme quattro ex del quotidiano “Gazzetta del Sud” che nasce tra Messina e Reggio Calabria, nel pittoresco Stretto. Miles Davis negli anni ’60, riunì in uno studio di registrazione a New York cinque o sei grandi musicisti e gli disse: suonate quello che volete, registriamo su più tracce, poi montiamo tutto insieme. Nacque il free jazz, che non muore. Noi giornalisti pensionati di provincia, su iniziativa del capo servizio Aldo Mantineo, abbiamo scritto in tutto otto racconti d’una ventina di pagine, ognuno ne ha partorito due. Siccome 2 mani x 4 fa otto, abbiamo titolato incautamente “Ottomani”, ma stavolta i turchi non c’entrano. Il libro è scritto da tre bravissimi colleghi siciliani e soltanto un calabrese, ognuno ha tirato fuori i suoi scarti segnati sul taccuino, quelli che sul giornale non si possono scrivere e che noi invece abbiamo avuto la sfacciataggine di ritrovare nei fondi dei nostri cassetti. Abbiamo raccontato credo uno Stretto da poesia, quella più intima, anche grazie alla grande fiducia di un editore come Città del Sole di Reggio Calabria che fa della trasgressione la sua arma migliore.

Coordina “Trame a Sud”, spin-off del festival contro le mafie a Lamezia Terme. Dopo decenni di cronaca giudiziaria, crede nella repressione o nell’educazione culturale come vera risposta?

La repressione è roba recente, è facile partorire nuove leggi limitative ma fanno soltanto audience senza effetti significativi sulle mafie o qualsiasi tipo di criminalità. A educare s’impiega più tempo, ci vuole maggiore impegno, la forza di noi umani è maggiore della forza del destino. Il Festival Trame dei libri sulle mafie ci lavora da quindici anni. Resta il fatto che ormai la criminalità organizzata  s’è evoluta, rimangono pochi boss sullo stile tradizionale del Padrino di Mario Puzo, i clan con i loro miliardi hanno mandato i figli più meritevoli a studiare nelle migliori università del mondo. Tutta gente che sa investire il denaro sporco in modo tale da confonderlo con i capitali dell’imprenditoria legale. È nato un ibrido pericoloso ma fondamentale per i governi non solo occidentali, il più delle volte autoritari.

Essere sommelier Ais significa educare il gusto e la memoria. Il vino, come la scrittura, è un esercizio di pazienza? Cosa accomuna una grande annata a un buon romanzo?

Il vino dev’essere un divertimento per chi come me non lo produce e non lo vende. Mi sono avvicinato a questo mondo non solo per avere più consapevolezza del bere bene, ma soprattutto perché mi piace molto il linguaggio degli addetti ai lavori, che ha tutto un suo stile. Ho una passione per i linguaggi diversi: c’è il “giustizialese” per i tribunali e le forze dell’ordine, il “politichese” per chi sguazza nelle istituzioni, il “burocratese” parlato da chi vive nei palazzi. Il “vinese” è quello proprio di chi s’intende di vitigni, terroir, barrique, Docg, bollicine, gusti e palati fini, insomma. Potrei paragonare un ottimo Barolo maturo a un romanzo senza tempo di Dostoevskij, un Amarone corposo a una storia d’ordinaria follia di Bukowski, un forte e coraggioso Cirò classico con la fantasia di Calvino.

Nel suo nuovo romanzo “Seppellitemi qui!” il titolo suona come una dichiarazione definitiva. È un ritorno alle radici o una sfida al tempo? Dove vuole “rimanere sepolto”, in un luogo geografico o in una pagina che resti?

La bella protagonista arbëresh del romanzo ha giurato fedeltà e desidera raggiungere il suo amato nell’aldilà per ricongiungersi con lui. Finisce una vita e comincia un’altra nuova, col sigillo eterno dell’amore. L’ho ambientato ad Argjiro, dal nome della mitica Principessa – Princesha che sfuggì all’assalto Ottomano, ricordando le estati della mia infanzia e adolescenza in un paese albanofono in Calabria. Il romanzo è dedicato al mio primo e unico nipotino, Matteo, perché la vita continui nel ricordo di un amore.

Conosce la lingua o la letteratura albanese? Ha letto autori albanofoni?

La lingua moderna no, l’albanese di sei secoli fa lo capisco ma lo parlo così raramente che ho bisogno di qualche giorno d’allenamento sul posto. U fjet si neve – U flijua si ne.
Colpevole di non conoscere a fondo la letteratura albanese, ma solo la bravissima Anilda Ibrahimi che ha scelto di vivere in Italia e pubblica meritatamente per un grande come Einaudi. Ho preso un suo libro un paio d’anni fa non sapendo fosse albanese, mi ha attratto il titolo “Volevo essere Madame Bovary”, perché credo che proprio lei sia stata la prima donna davvero emancipata di Occidente, avendo il coraggio di mollare il marito pur vivendo nel lusso e andare per la propria strada. Tragico l’epilogo del suicidio. Ma la forza di una donna resta, Flaubert è tra i classici della letteratura mondiale. La Ibrahimi scrive pagine preziose. La consiglio, nel mio piccolo.

Quale messaggio vorrebbe dare ai giovani che desiderano diventare giornalisti e/o scrittori?

Tenere presente Cortazar quando scrive che bisogna lottare contro la lingua affinché non imponga le sue regole. Mi permetto di aggiungere che per farlo bisogna avere le basi, perché non puoi suonare jazz senza conoscere il blues. Così si può acquisire la giusta follia per riempire ogni pagina bianca di belle parole>>.

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