Rimani in contatto con noi
#

Salute

TEATROTERAPIA: UN LABORATORIO DI VITA. IL RUOLO CARDINE PER LO SVILUPPO EMOTIVO DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

Ne parliamo con Adelia Lucattini, Medico Psichiatra e Psicoanalista, Membro della Società Psicoanalitica italiana

Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

TEATROTERAPIA: UN LABORATORIO DI VITA. IL RUOLO CARDINE PER LO SVILUPPO EMOTIVO DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

Redazione-  La teatroterapia è un percorso terapeutico di crescita che utilizza il linguaggio teatrale per facilitare il benessere psicofisico. “Per bambini e adolescenti, il palco (anche quello immaginario di una stanza) – spiega in questa intervista Adelia Lucattini, Medico Psichiatra e Psicoanalista, Membro della Società Psicoanalitica italiana – è  “uno spazio protetto”, dove sperimentare se stessi senza il peso del giudizio reale”. In questa disciplina, approfondisce la psicoanalista Lucattini, “l’obiettivo non è la performance estetica o lo spettacolo finale, ma il processo creativo. Per i più giovani, il teatro funge da ponte tra il mondo interno (emozioni, paure, sogni) e il mondo esterno (relazioni, regole sociali)”.

Nell’intervista, approfondiamo, in particolare, come l’improvvisazione non sia solo un esercizio ludico, ma un vero e proprio motore di sincronia neurale e sviluppo emotivo, capace di attivare plasticità cerebrale e nuove modalità di ascolto profondo in un’età critica per la formazione della personalità e di come essa, possa essere “preziosa” nella regolazione dello stress e dell’ansia nei bambini e negli adolescenti.

Dott.ssa Lucattini, quale ruolo può assurgere in particolare, la teatroterapia nei bambini e negli adolescenti?

La teatroterapia può assumere un ruolo estremamente rilevante nello sviluppo psichico di bambini e adolescenti, configurandosi come un vero e proprio dispositivo trasformativo intermedio tra gioco e pensiero. In termini psicoanalitici, possiamo considerarla uno spazio transizionale cioè un’area protetta dell’esperienza in cui il bambino o l’adolescente può muoversi tra realtà interna ed esterna senza sentirsi esposto o giudicato.

Attraverso il linguaggio teatrale, infatti, diventa possibile mettere in scena ciò che spesso non è ancora pensabile o dicibile: conflitti inconsci, paure, desideri, fantasie trovano una forma rappresentabile e condivisibile. In questo senso, il teatro non è semplicemente espressione creativa, ma un luogo di simbolizzazione, dove vissuti grezzi o non mentalizzati possono trasformarsi in immagini, ruoli e narrazioni. Il bambino, in particolare, utilizza questo spazio per sviluppare e rafforzare la funzione simbolica, fondamentale per il pensiero e per la regolazione emotiva. L’adolescente, invece, può sperimentare identità diverse, esplorare parti di sé anche contraddittorie e sostenere il delicato processo di costruzione dell’identità e separazione-individuazione, in una cornice sufficientemente contenitiva.

In questo senso, la teatroterapia rappresenta un vero e proprio ponte tra mondo interno e mondo relazionale, permettendo un’integrazione più armonica tra emozione, corpo e pensiero (Frontiers Psychology, 2025).

Perché, a Suo avviso, l’attività teatrale può essere efficace nel lavoro clinico con bambini e adolescenti?

 

Il teatro offre una via privilegiata per trasformare ciò che viene agito in modo impulsivo o non consapevole (acting-out) in qualcosa che può essere rappresentato, pensato e condiviso. In questo senso, il passaggio dall’azione alla rappresentazione costituisce già di per sé un importante processo terapeutico. Attraverso il gioco dei ruoli, inoltre, il bambino o l’adolescente può sperimentare una forma di mentalizzazione incarnata: non solo pensa le emozioni, ma le vive nel corpo, le esprime, le osserva e progressivamente le comprende. Questo processo attiva dinamiche di identificazione e disidentificazione, consentendo di avvicinarsi a parti di sé anche complesse o contraddittorie, senza esserne sopraffatti.

Un altro elemento centrale è rappresentato dal gruppo teatrale, che funziona come un vero e proprio contenitore psichico plurale. All’interno di questo spazio condiviso, le emozioni possono emergere, circolare e trasformarsi senza diventare disorganizzanti, grazie alla presenza degli altri e alla struttura del setting. In questo senso, il teatro diventa anche un’esperienza profondamente relazionale, che sostiene lo sviluppo dell’empatia, dell’ascolto e della regolazione affettiva (Frontiers Psychology, 2026).

Spesso si pensa all’improvvisazione come a “un gesto puramente creativo”, quanto è importante invece?

 

L’improvvisazione è spesso considerata un gesto spontaneo e puramente creativo, ma in realtà rappresenta un processo psichico molto più articolato e profondo. Dal punto di vista psicoanalitico, implica innanzitutto la capacità di tollerare l’incertezza e il “vuoto”, cioè quella condizione in cui non esiste ancora una forma definita dell’esperienza.

Nel momento in cui il bambino o l’adolescente improvvisa, accede infatti a contenuti inconsci non ancora strutturati, dando loro una forma attraverso il corpo, la voce e l’azione scenica. Questo processo consente una trasformazione fondamentale: ciò che inizialmente può essere vissuto come angoscia o confusione interna diventa progressivamente narrazione, simbolo, pensiero condivisibile.

Non si tratta di “lasciarsi andare” in modo caotico, ma di sviluppare una forma di spontaneità regolata, in cui il soggetto impara a fidarsi del proprio mondo interno, mantenendo al tempo stesso una capacità di controllo e di integrazione. Per questo motivo, l’improvvisazione rappresenta uno strumento terapeutico estremamente importante: allena a stare nell’imprevisto senza esserne sopraffatti e favorisce un’esperienza di sé più flessibile, creativa e integrata (Communications Biology, 2025).

Come reagiscono di solito, i ragazzi più timidi o introversi davanti al vuoto di una scena da inventare sul momento?

I ragazzi più timidi o introversi, di fronte al “vuoto” di una scena da inventare sul momento, reagiscono spesso con un iniziale senso di smarrimento. Questo vuoto non è mai neutro: può attivare angosce di esposizione, sentimenti di inadeguatezza e paura del giudizio, soprattutto nei soggetti più sensibili o con una struttura psichica più inibita. In termini psicoanalitici, è come se venisse meno, temporaneamente, un contenitore interno stabile, e il ragazzo si trovasse esposto al rischio di sentirsi visto senza difese. Il vuoto scenico può quindi essere vissuto come assenza di contenimento, come perdita di riferimenti o come timore di non avere nulla di “valido” da esprimere. In questo spazio, il ragazzo può iniziare a sperimentare, anche in modo minimo e graduale, nuove possibilità espressive. L’ansia, inizialmente dominante, si trasforma lentamente in curiosità; il timore del giudizio lascia il posto a una maggiore fiducia nel gruppo; e ciò che prima era inibizione può evolvere in forme di espressione più autentiche e personali. Il gruppo, in questo processo, svolge una funzione fondamentale, non è solo spettatore, ma diventa un contenitore psichico condiviso, che permette di distribuire e regolare le emozioni. La presenza degli altri, insieme alla guida dell’adulto, rende possibile un’esposizione progressiva, sostenibile, non traumatica. In questo senso, il lavoro teatrale consente ai ragazzi più introversi di fare un’esperienza nuova: essere visti senza sentirsi giudicati, e quindi iniziare a esistere anche nello spazio relazionale con maggiore sicurezza (Drama Therapy Review, 2026).

Quali benefici offre nello specifico la teatroterapia nell’infanzia? Può stimolare la memoria emotiva e la riduzione dei neuromediatori dello stress proprio attraverso il gioco?

 

Nell’infanzia, la teatroterapia offre benefici profondi perché interviene su diversi livelli dello sviluppo psichico, corporeo ed emotivo, in una modalità che è naturalmente congruente con il linguaggio del bambino: il gioco. Attraverso l’attività teatrale, il bambino impara progressivamente a riconoscere, differenziare e nominare le emozioni, passando da stati affettivi indistinti a contenuti più pensabili e condivisibili. Questo processo implica un’integrazione tra esperienza corporea e rappresentazione mentale, ciò che viene sentito nel corpo può essere messo in scena, visto, trasformato.

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la memoria emotiva. Il gioco scenico consente infatti di riattivare tracce mnestiche implicite, legate a esperienze affettive precoci, che spesso non sono ancora accessibili al linguaggio verbale. Attraverso la drammatizzazione, queste esperienze possono essere rielaborate e progressivamente divenire racconto. In questo senso, la teatroterapia favorisce un passaggio fondamentale: da una memoria “agita” a una memoria “pensata”.

Infine, il lavoro teatrale di gruppo promuove quella che oggi viene descritta come “sincronia intersoggettiva”, il bambino impara a stare nel ritmo dell’altro, ad ascoltare, a coordinarsi. Questo processo sostiene lo sviluppo precoce delle competenze sociali e relazionali, favorendo empatia, cooperazione e capacità di regolazione reciproca (Children-Basel-, 2022).

E negli adolescenti quali effetti benefici può avere?

Nell’adolescenza, la teatroterapia assume un valore particolarmente significativo perché interviene in una fase dello sviluppo caratterizzata da una profonda riorganizzazione identitaria, in cui il soggetto è impegnato a ridefinire se stesso, il proprio corpo, le relazioni e il proprio posto nel mondo.

Attraverso il lavoro teatrale, l’adolescente ha la possibilità di esplorare molteplici configurazioni del Sé, senza doverle fissare rigidamente. Il gioco dei ruoli consente infatti, di avvicinarsi a parti di sé anche contraddittorie o conflittuali, mantenendo una distanza simbolica che le rende più tollerabili.

La teatroterapia offre uno spazio privilegiato per la trasformazione degli stati emotivi intensi, tipici dell’adolescenza. Rabbia, vergogna, ansia o sentimenti di esclusione trovano una forma espressiva che li rende comunicabili, evitando che restino confinati nel corpo o agiti nelle relazioni in modo disorganizzato. Un ulteriore aspetto centrale riguarda la mentalizzazione delle relazioni, attraverso l’interazione scenica, l’adolescente può osservare se stesso mentre entra in rapporto con l’altro, comprendere meglio le intenzioni, le emozioni e i punti di vista altrui. Questo processo è fondamentale soprattutto nei quadri di ansia sociale o ritiro, dove la difficoltà principale riguarda proprio la capacità di pensare le relazioni. In un’epoca fortemente dominata dalla comunicazione digitale, spesso disincarnata, il teatro restituisce anche una dimensione corporea e relazionale diretta: lo sguardo, la voce, il ritmo condiviso. Questo permette un’esperienza più integrata di sé e dell’altro, contribuendo a migliorare la regolazione emotiva e il senso di appartenenza (Adolescent Research Review, 2023).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

La teatroterapia aiuta i bambini a riconoscere e gestire emozioni come paura, rabbia o timidezza in modo naturale e non forzato, offre pertanto benefici importanti sulla regolazione emotiva;

Il lavoro di gruppo favorisce empatia, ascolto e cooperazione, competenze fondamentali già dalla prima infanzia, favorendo un miglioramento delle relazioni;

Sperimentare ruoli diversi permette al bambino di sentirsi capace, creativo e più sicuro anche nella vita quotidiana, accrescendo in tal modo l’autostima;

Fa diventare più spigliati. Abitua a parlare, muoversi ed esprimersi con più sicurezza, a creare nuove amicizie;

Aiuta nel rendimento scolastico. Migliora la concentrazione, il modo di comunicare e la sicurezza durante le verifiche.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Salute

Come la Terapia Manuale Viscerale rivoluziona la Riabilitazione. Ne parliamo con il Dott. Giulio Pancani

Spesso pensiamo alla fisioterapia come a una disciplina focalizzata esclusivamente su muscoli, articolazioni e ossa. Tuttavia, il corpo umano è un sistema integrato in cui gli organi interni giocano un ruolo fondamentale nella postura e nel movimento.

Oggi parliamo di Terapia Manuale Viscerale, un approccio che agisce sulla mobilità degli organi per trattare non solo disfunzioni digestive, ma anche dolori muscoloscheletrici, tensioni pelviche, favorendone in modo efficace il recupero. Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Dott. Giulio Pancani

Redazione-  Spesso pensiamo alla fisioterapia come a una disciplina focalizzata esclusivamente su muscoli, articolazioni e ossa. Tuttavia, il corpo umano è un sistema integrato in cui gli organi interni giocano un ruolo fondamentale nella postura e nel movimento.

Oggi parliamo di Terapia Manuale Viscerale, un approccio che agisce sulla mobilità degli organi per trattare non solo disfunzioni digestive, ma anche dolori muscoloscheletrici, tensioni pelviche, favorendone in modo efficace il recupero.

Per saperne di più e capire come questa tipologia di trattamento manuale possa influenzare in modo diretto la postura, la biomeccanica muscolo-scheletrica e il benessere generale di tutto il corpo, ne abbiamo parlato con il Dott. Giulio Pancani, fisioterapista specializzato in riabilitazione nelle cefalee e in Terapia Manuale Viscerale, co-fondatore e responsabile dello Studio Fisioterapico Cipro.

Dott. Pancani, cos’è la Terapia Manuale Viscerale e in che modo un organo interno può limitare o influenzare la postura e i dolori muscolari?

La Terapia Manuale Viscerale (VMT) è un approccio di terapia manuale (di origine osteopatica e integrato nella fisioterapia moderna), basato sull’applicazione di manovre delicate o profonde volte a migliorare la mobilità e la motilità degli organi interni, a rilasciare le tensioni fasciali e a modulare la segnalazione dolorosa.  Un organo interno può influenzare la postura e la muscolatura perché non vive “isolato”: è legato alle strutture scheletriche da legamenti, pieghe peritoneali e connettivo fasciale. Se un viscere perde la sua naturale mobilità fisiologica (a causa di interventi chirurgici, aderenze o infiammazioni come quelle intestinali), la tensione fasciale che ne deriva si ripercuote direttamente sul sistema muscoloscheletrico. Questo porta il corpo ad adottare posture di compenso per “proteggere” la zona viscerale tesa, sovraccaricando i muscoli e le articolazioni circostanti.  Non tutti i dolori dipendono da una disfunzione viscerale. La Terapia Manuale Viscerale rappresenta uno strumento aggiuntivo all’interno di un percorso fisioterapico completo e non sostituisce gli altri approcci riabilitativi. (Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Spesso i pazienti arrivano con lombalgie croniche o dolori pelvici che non rispondono alla sola fisioterapia “convenzionale”: qual è il legame nascosto tra la colonna vertebrale e i visceri?

Il corpo funziona come un sistema integrato. Nel nostro corpo la fascia, che è come una pellicola tridimensionale che avvolge tutte le strutture anatomiche, è il principale punto di unione tra i vari sistemi. Per fare capire il concetto di fascia ai miei pazienti faccio un semplice esempio pratico: metto in tensione leggermente la loro maglietta dall’addome, così possano percepire una risposta anche sul collo. Questo è un esempio banale di come una tensione fasciale ad esempio a livello del fegato possa sovraccaricare la zona cervicale o lombare. Quando un organo presenta una ridotta mobilità o una condizione infiammatoria persistente, il sistema nervoso può modificare il tono della muscolatura circostante come meccanismo di protezione. Nel tempo, questo aumento della tensione può contribuire al mantenimento del dolore lombare o pelvico, soprattutto se associato ad altri fattori come sedentarietà, stress, precedenti episodi dolorosi o ridotta attività fisica. Le revisioni scientifiche più recenti suggeriscono che la Terapia Manuale Viscerale possa rappresentare un’integrazione utile, in particolare nei pazienti con lombalgia cronica, soprattutto quando viene associata a un programma di esercizio terapeutico e fisioterapia convenzionale.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Dal punto di vista anatomico, in che modo un organo interno, come l’intestino o l’utero, riesce a influenzare la colonna vertebrale o la pelvi, generando un dolore che il paziente avverte nei muscoli o nelle articolazioni?

Gli organi non sono strutture isolate, ma sono sospesi e collegati attraverso un sistema continuo di fasce, legamenti e membrane che permette loro di muoversi durante la respirazione e i movimenti quotidiani.                    Quando queste connessioni perdono mobilità, possono modificare le tensioni trasmesse alle strutture vicine, influenzando il comportamento biomeccanico della colonna lombare, del bacino e dell’anca. Questo non significa che il viscere sia sempre la causa diretta del dolore, ma che possa rappresentare uno dei fattori coinvolti nel quadro clinico. Per questo motivo, il fisioterapista valuta sempre il paziente nel suo insieme, considerando contemporaneamente apparato muscoloscheletrico, funzione viscerale, respirazione e movimento. Per fare un esempio pratico, gli organi come l’intestino o l’utero sono ancorati direttamente alla parete posteriore dell’addome, alla colonna lombare e alla cavità pelvica attraverso i loro mesenteri e legamenti. Se, ad esempio, l’intestino presenta una tensione fasciale o la pelvi soffre per aderenze uterine, queste strutture tese trazionano  meccanicamente la colonna o le articolazioni sacro-iliache. Ciò limita il range di movimento (ROM) e costringe i muscoli paravertebrali o glutei a un iper-lavoro di stabilizzazione, trasformando la tensione interna in uno spasmo muscolare o in una rigidità articolare dolorosa. È importante sottolineare che le attuali evidenze suggeriscono un possibile ruolo di questi meccanismi, ma la ricerca è ancora in evoluzione e sono necessari ulteriori studi di elevata qualità metodologica.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Dal punto di vista neurologico e fasciale, cosa accade nello specifico quando il sistema nervoso riceve un segnale di tensione da un viscere e lo “reindirizza” verso la schiena?

Il sistema nervoso riceve continuamente informazioni sia dagli organi interni, sia dall’apparato muscolo scheletrico. A livello del midollo spinale, le afferenze nervose provenienti dai visceri e quelle provenienti da muscoli, articolazioni e cute possono convergere sugli stessi neuroni. Questo fenomeno, noto come convergenza viscero-somatica, può contribuire a fare percepire come muscoloscheletrico un dolore che ha origine da una sofferenza viscerale.

Parallelamente, il sistema fasciale rappresenta una rete continua che collega i diversi distretti del corpo. Un’alterazione della mobilità di un viscere può modificare le tensioni trasmesse ai tessuti circostanti, influenzando il controllo motorio e la distribuzione dei carichi. In questi casi, il trattamento manuale mira a ripristinare la mobilità dei tessuti e ad associarla a un percorso riabilitativo attivo, con esercizi specifici e rieducazione del movimento.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Qual è il meccanismo attraverso cui una sofferenza viscerale può trasformarsi nel tempo in una tensione muscolare cronica e dolorosa?

Quando uno stimolo proveniente da un viscere persiste nel tempo, il sistema nervoso può mantenere uno stato di aumentata protezione, con un incremento del tono di alcuni gruppi muscolari e una riduzione della loro capacità di rilassarsi completamente.      Il paziente tende così ad assumere schemi di movimento compensatori, spesso inconsapevoli, che alterano la biomeccanica del tronco e del bacino. Con il passare del tempo possono comparire rigidità, limitazioni funzionali e dolore persistente, non tanto per un danno del muscolo, quanto per un adattamento prolungato del sistema neuromuscolare.                                    La Terapia Manuale Viscerale, quando inserita in un programma riabilitativo completo, può contribuire a interrompere questo circolo vizioso migliorando la mobilità dei tessuti e facilitando il recupero funzionale. Le revisioni sistematiche indicano benefici soprattutto nel dolore e nella disabilità dei pazienti con lombalgia cronica, pur evidenziando che la qualità delle prove disponibili è ancora moderata o bassa.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review,2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

L’approccio viscerale offre anche un supporto importante nella salute della donna, dai dolori mestruali fino alla gestione delle tensioni in gravidanza: come agisce in particolare la terapia manuale viscerale in questi contesti specifici?

In ambito ginecologico e urogenitale, la Terapia Manuale Viscerale (ovviamente inserita in un percorso multidisciplinare) agisce riducendo la rigidità fasciale e migliorando la mobilità e l’irrorazione sanguigna dei tessuti pelvici (utero, ovaie, vescica). Gli studi clinici hanno dimostrato l’efficacia di queste tecniche: ad esempio, è stato evidenziato come la manipolazione viscerale sia in grado di produrre un miglioramento statisticamente significativo nella gravità dei sintomi legati al ciclo mestruale e al dolore pelvico (come ad esempio nelle donne affette da sindrome dell’ovaio policistico o dismenorrea). Agendo dolcemente sulla fascia addominale e pelvica, si riduce la stasi venosa e si decomprimono i plessi nervosi, alleviando non solo i crampi uterini, ma anche i dolori riflessi alla fascia lombare e al bacino tipici delle fasi del ciclo o della gravidanza. Per quanto riguarda la gravidanza, è fondamentale adottare un approccio prudente e personalizzato. L’obiettivo non è intervenire direttamente sull’utero, ma favorire il comfort della futura mamma attraverso tecniche delicate rivolte alle strutture muscolari, fasciali e respiratorie che possono andare incontro a sovraccarico durante la gestazione.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Come si integra la terapia viscerale all’interno di un percorso di riabilitazione globale e quali riscontri clinici efficaci si osservano più frequentemente nella pratica quotidiana?

La valutazione fisioterapica dovrebbe partire a mio avviso dal problema principale del paziente e considerare movimento, funzione muscoloscheletrica, e in secondo luogo valutare con test specifici eventuali tensioni fasciali associate. La letteratura scientifica più recente suggerisce che la Terapia Manuale Viscerale dia i migliori risultati quando viene integrata come supporto alla fisioterapia convenzionale (es. esercizio terapeutico, terapia manuale ortopedica e rieducazione posturale). Nei trial clinici analizzati dalle ultime revisioni sistematiche, l’aggiunta della terapia viscerale al trattamento standard ha mostrato:

-Una riduzione del dolore clinicamente significativa (con cali superiori ai 2 punti nelle scale del dolore NPRS/VAS);

-Un miglioramento della mobilità della colonna lombare e delle capacità

funzionali;

– Effetti positivi e duraturi a lungo termine sul dolore lombare (fino a 52 settimane di follow-up);

– Benefici secondari anche su stati di ansia/depressione correlati al dolore cronico e su sintomi digestivi concomitanti (come il reflusso gastroesofageo o la dispepsia).    Bisogna tuttavia, evidenziare che le prove scientifiche disponibili sono ancora limitate e richiedono studi di maggiore qualità.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

In che modo, cambia l’intervento del fisioterapista grazie all’introduzione della Terapia Manuale Viscerale?

La terapia manuale viscerale permette al fisioterapista di passare da una visione squisitamente localizzata del dolore a un approccio sistemico e globale. Nello screening iniziale, il fisioterapista non indaga solo traumi, posture o forza muscolare, ma approfondisce la storia clinica del paziente ricercando ad esempio precedenti interventi chirurgici addominali o pelvici (possibili aderenze cicatriziali), presenza di disturbi gastrointestinali (IBS, stitichezza, reflusso) o ginecologici, risposte del tessuto viscerale alla palpazione. Questo permette di identificare i pazienti, in cui la componente viscerale è primaria o concorrente, evitando trattamenti ortopedici infruttuosi o incompleti e impostando un piano terapeutico cucito su misura, “ad personam”. Allo stesso modo, questo non significa però, che ogni dolore muscoloscheletrico debba essere interpretato come un problema viscerale. Al contrario, la letteratura invita alla prudenza: gli studi disponibili utilizzano tecniche, pressioni, durata e numero di sedute molto differenti e non esiste ancora un protocollo universalmente validato. Per questo, considero l’approccio viscerale uno strumento aggiuntivo da utilizzare, quando indicato, all’interno di un quadro clinico definito e di un progetto riabilitativo individualizzato.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Spesso, chi ha dolore tende a immobilizzarsi, il che peggiora la rigidità. Quali consigli si sente di dare in merito?

L’immobilizzazione dettata dalla paura del dolore (la cosiddetta kinesiofobia) è uno dei principali nemici della guarigione. L’inattività peggiora la rigidità muscolare, riduce la circolazione sanguigna e riduce la motilità stessa degli organi interni, aggravando il problema viscerale. L’obiettivo deve essere quello di accompagnare progressivamente il paziente verso il movimento e il recupero delle attività quotidiane, adattandoli naturalmente alla sua condizione clinica e alla causa del dolore.

Continua a Leggere

Tecnologia

Allarme smartphone e social: lo studio shock che svela i danni a scuola. “Genitori, è ora di dire no”

Sei mesi di scuola letteralmente bruciati e polverizzati. 📱 📉 Uno studio shock su “Nature” accusa: dare lo smartphone o i social ai figli prima dei 14 anni distrugge irrimediabilmente i loro voti in matematica e italiano. L’allarme degli esperti, la solitudine dei genitori che non sanno dire “no” e lo scandalo delle pubblicità ingannevoli. Leggi questo articolo e scopri perché ritardare l’accesso al digitale è il più grande atto d’amore. 🛑 👧

Pubblicato

a

smartphone

Società e Famiglia – Ci guardiamo intorno, per strada, al ristorante, persino nei parchi, e la scena è sempre la stessa, tristemente identica. Bambini piccolissimi, preadolescenti o ragazzi poco più che bambini, con il volto pallido illuminato dalla luce blu di uno schermo, completamente assorbiti, ipnotizzati, isolati dal mondo reale. Finora ce lo siamo detti a mezza voce, tra i banchi di scuola o nelle chat delle mamme, cercando di giustificarci: “Lo fanno tutti”, “È il progresso”, “Almeno così sta buono”. Ma oggi, quelle che sembravano solo apprensioni di genitori ansiosi o riflessioni sociologiche, sono diventate una spietata verità scientifica. Lo smartphone, dato troppo presto in mano ai nostri figli, sta letteralmente bruciando il loro futuro.

Il crollo a scuola: mesi di vita e di apprendimento persi

A lanciare l’allarme definitivo, nero su bianco, non è un comitato di quartiere, ma una prestigiosa e inoppugnabile ricerca tutta italiana pubblicata sulla rinomata rivista internazionale “Nature Human Behaviour”. I ricercatori delle università di Milano-Bicocca e di Brescia hanno dimostrato, dati alla mano, l’esistenza di un rapporto di causa-effetto devastante: l’accesso precoce ai social media e l’uso dello smartphone prima dei 12-14 anni distrugge letteralmente il rendimento scolastico. E i danni non si contano in astratto, ma sui voti veri, quelli di italiano e matematica.

I dati, emersi incrociando l’indagine “EYES UP” con le prove INVALSI su un vastissimo campione di studenti lombardi, mettono i brividi. I ragazzini che vengono lasciati liberi di aprire un profilo social già in prima o seconda media registrano un crollo verticale nelle competenze logiche e linguistiche. Per tradurre i freddi numeri accademici in un linguaggio che fa male al cuore: l’effetto di uno smartphone dato troppo presto equivale a perdere circa sei interi mesi di scolarizzazione. Mezzo anno di vita, di studio, di fatica, polverizzato tra un video su TikTok e una notifica notturna.

L’appello disperato alle famiglie: la solitudine di chi non sa dire “no”

La ricerca svela anche i retroscena di questo declino. È la pervasività del mezzo a fare i danni peggiori. Il telefonino usato sotto le coperte rubando ore al sonno, il dispositivo acceso appena aperti gli occhi la mattina, lo schermo che lampeggia mentre si fanno i compiti. Questa distrazione costante spiega quasi la metà del crollo nei voti di matematica.

Di fronte a questa strage silenziosa di talenti, le famiglie si sentono spesso sole, schiacciate dal conformismo e dal terrore di veder piangere i propri figli o di farli sentire “esclusi” dal gruppo. Ma i ricercatori sono chiari: l’età in cui si inizia a usare i social media è un fattore drammaticamente critico per lo sviluppo cognitivo del cervello umano. Occorre trovare, ritrovare, il coraggio di dire “No”. Ritardare l’accesso ai dispositivi digitali durante la delicatissima fase della preadolescenza non è una crudele punizione, ma il più grande atto di amore e di tutela che un genitore possa compiere oggi.

Pubblicità ingannevoli e il silenzio assordante delle Istituzioni

Se le famiglie faticano, lo Stato certo non aiuta. L’Italia è un Paese demograficamente anziano, che avrebbe un disperato e vitale bisogno di tutelare il proprio capitale umano, i propri giovani, le menti che dovranno guidare il futuro. Eppure, in piena estate, quando i ragazzi hanno più tempo libero e rischiano di cadere ancora di più nella rete digitale, le provvidenziali campagne di sensibilizzazione governative come “Non è mai troppo presto – 9 consigli digitali per i neogenitori” sembrano sparite dai palinsesti televisivi e radiofonici, sacrificati sull’altare di calcoli politici o di distrazione generale.

In questo vuoto istituzionale, si inseriscono a gamba tesa le grandi multinazionali. Ha fatto benissimo in questi giorni l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza a denunciare duramente all’Antitrust una nota pubblicità televisiva (targata Tim e Apple) che mostra un bambino di età apparente inferiore ai due anni che sorride felice tenendo in mano un iPhone, accompagnata dallo slogan: “Tutto ok, è iPhone”. Un messaggio che viene percepito come rassicurante, ma che in realtà è pericolosissimo, perché sdogana l’idea folle che uno smartphone possa fare da baby-sitter a un neonato. Una speculazione commerciale sulla pelle e sul cervello dei nostri bimbi che meriterebbe sanzioni severissime.

Salviamo il nostro capitale più prezioso: il futuro dei nostri figli

In tutto il mondo, finalmente, si sta iniziando a ragionare seriamente sull’imposizione di un’età minima legale per l’accesso ai social. Ma la legge da sola non basta se non cambia la cultura. Non possiamo permettere che il capitale umano di un’intera generazione venga desertificato dalla nostra distrazione o dalla nostra incapacità di fissare delle regole.

Servono famiglie forti, scuole presenti e istituzioni che non si girino dall’altra parte. Perché un bambino che fissa per ore uno schermo non è un bambino “bravo” o “tranquillo”. È un bambino a cui stiamo silenziosamente, ma inesorabilmente, rubando il domani.

Continua a Leggere

Salute

Clima e psiche: sopravvivenza biologica e sopravvivenza mentale la nuova sfida della psicoanalisi per vincere il disorientamento esistenziale intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

Lucattini: “Particolarmente esposti a questo “cortocircuito” sono i giovani e gli adolescenti, chiamati a proiettare la propria esistenza nei prossimi cinquant’anni mentre l’incertezza climatica rende più difficile immaginare il proprio futuro. Quando l’orizzonte appare instabile e minaccioso, può venir meno quella fiducia di base che consente di desiderare, progettare e rappresentarsi nel tempo. È urgente chiedersi, allora, come sostenere la tenuta psichica di fronte a questo smarrimento e come favorire una nuova capacità di resistenza interiore e continuare a preservare con serenità la speranza”. Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Lucattini

Redazione-  Il cambiamento climatico ha smesso di essere una proiezione statistica a lungo termine per trasformarsi in una realtà accelerata e che desta preoccupazioni in moltissime persone. A dimostrarlo sono i recenti dati della letteratura scientifica unitamente al bollettino di casi sempre più frequenti di persone che stanno male evidenziato dagli esperti.

Una realtà percepita negli ultimi anni con una progressione non più lineare, ma esponenziale. Questo ritmo incalzante sta generando un fenomeno profondo e pervasivo: una crisi che non minaccia soltanto la sopravvivenza fisica del pianeta e dei suoi abitanti, ma che mette a rischio l’integrità stessa della mente di moltissime persone.

​Spiega Lucattini: “Il dibattito pubblico e istituzionale continua a concentrarsi soprattutto sugli aspetti tecnici, economici e ingegneristici della crisi climatica, come se il problema riguardasse soltanto la sopravvivenza biologica della Terra. Si parla ancora troppo poco di ciò che accade dal punto di vista esistenziale, intimo, e dei cambiamenti profondi che questa minaccia produce nel modo di percepire sé stessi e il proprio futuro. La psicoanalisi può offrire una chiave di lettura importante. La crisi climatica non incide soltanto sull’umore, ma può toccare la sensazione stessa di essere vivi, di avere un posto nel mondo e di poter continuare a credere con fiducia alla propria vita. Un disagio che diventa ancora più intenso quando si accompagna a difficoltà economiche concrete e alla fatica quotidiana di affrontare il domani”.

 

In questa intervista, Adelia Lucattini approfondisce le radici del nuovo disorientamento esistenziale, toccando diversi aspetti della vita e non solo degli adulti, ma anche dei giovani.

 

Dott.ssa Lucattini, partiamo da una constatazione: negli ultimi tre anni il cambiamento climatico non viene più vissuto come una tendenza progressiva, ma come un’accelerazione esponenziale. Dal punto di vista della salute mentale, cosa cambia nel modo in cui la psiche elabora questa rapidità?

 

Nei giovani questo sentimento è particolarmente intenso perché il 2050 o il 2075 non sono date lontane o astratte. Coincidono con la loro vita adulta, con il tempo in cui immaginano il lavoro, gli affetti, i viaggi e la possibilità di costruire una famiglia.

Uno studio pubblicato Proceedings of the National Academy of Sciences (2025), condotto su 2.834 giovani statunitensi tra i 16 e i 24 anni, ha mostrato che il disagio legato al clima è già presente in una parte consistente di questa generazione e può influenzarne le scelte future. Chi aveva vissuto direttamente eventi climatici estremi riportava livelli ancora più elevati di eco-ansia.

Anche una ricerca pubblicata su Nature Mental Health (2025) ha evidenziato come l’inazione politica e il senso di ingiustizia tra generazioni possano alimentare impotenza, rabbia e la sensazione di essere stati lasciati soli di fronte al futuro.

Bisogna però evitare di considerare automaticamente questa preoccupazione come una patologia. In molti casi, è una risposta comprensibile a un pericolo concreto. I giovani non hanno bisogno soltanto di essere rassicurati, ma di incontrare adulti e istituzioni capaci di riconoscere il problema, parlarne con chiarezza e offrire possibilità reali di partecipazione e di azione.

 

In che modo, l’incertezza sul futuro del clima altera, in particolare, i processi psichici profondi, soprattutto nelle nuove generazioni?

 

L’incertezza climatica modifica soprattutto il modo in cui si guarda al futuro, quando questo appare minacciato, tutto questo può essere accompagnato da paura, impotenza e da una sorta di lutto anticipatorio per un mondo che si teme di perdere prima ancora di averlo pienamente conosciuto.

Può incrinarsi anche la fiducia negli adulti e nelle istituzioni, vissuti come incapaci di proteggere il domani. Da qui, possono nascere rabbia, senso di tradimento, colpa per il proprio impatto sull’ambiente oppure una visione fatalistica, nella quale sembra che nulla possa davvero cambiare.

Il disagio climatico tende ad aumentare durante l’adolescenza, anche perché in questa fase cresce la capacità di immaginare scenari futuri complessi. Può quindi entrare nelle scelte concrete, influenzando lo studio, i viaggi, il luogo in cui vivere e persino la possibilità di avere figli, come rilevato da una ricerca pubblicata su (Nature Mental Health, 2025).

Il clima, però, non è soltanto qualcosa che accade fuori di noi. Ha a che fare con la vita stessa, con la sensorialità e con le dimensioni più profonde dell’inconscio. Il nostro immaginario si forma attraverso i suoni, i colori, le temperature, la luce e il ritmo delle stagioni, così come li abbiamo conosciuti fin dall’infanzia e come ci sono stati trasmessi dalle generazioni precedenti.

Quando questo ordine cambia rapidamente, viene meno una parte della familiarità del mondo. Si interrompe quella continuità degli eventi che contribuisce a farci sentire stabili e al sicuro. Da qui, possono nascere ansia, preoccupazione e un senso di precarietà esistenziale.

 

Il disorientamento esistenziale legato al clima non è solo un problema individuale, ma collettivo. Da un punto di vista psicoanalitico, come è possibile lavorare anche sul senso di isolamento che spesso accompagna chi sperimenta questo tipo di ansia e di angoscia?

 

Da un punto di vista soggettivo, è importante trasformare un’angoscia vissuta in solitudine in un’esperienza condivisa. La crisi climatica tocca anche l’inconscio collettivo, perché mette in discussione immagini profonde e comuni, la Terra come casa, il ritmo delle stagioni, la continuità tra le generazioni.

La solidarietà permette di dare parole alla paura, riconoscersi nell’esperienza degli altri e recuperare un senso di appartenenza e di possibilità d’azione. Uno studio pubblicato su BMJ Mental Health (2025) ha individuato proprio nel sostegno sociale, nella speranza e nel contatto con altri giovani preoccupati per il clima, importanti fattori protettivi. L’obiettivo, quindi, non è cancellare l’ansia, ma trasformarla da esperienza che paralizza in pensiero, in relazione e azione condivisa.

 

Secondo Lei, come si può restituire valore e vitalità alla psiche in questo scenario?

 

Per restituire vitalità alla psiche non basta cercare di ridurre l’ansia, bisogna aiutare le persone a ritrovare un rapporto armonioso con il mondo. Gregory Bateson, in Verso un’ecologia della mente, ci ricorda che la mente non è qualcosa di chiuso dentro l’individuo, ma nasce continuamente nelle relazioni, nel linguaggio, nella cultura e nel rapporto con la natura. Per questo, la crisi climatica riguarda anche il modo in cui sentiamo il nostro posto nel mondo e nel vivente.

L’introspezione è importante perché permette di riconoscere la paura, la rabbia e il senso di perdita. Ma queste emozioni non possono essere lasciate soltanto alla dimensione privata. La solidarietà serve proprio a evitare che il disagio venga vissuto come debolezza personale. La scuola e la famiglia possono avere un ruolo decisivo, offrendo spiegazioni chiare, adeguate all’età, senza negare il problema, ma anche senza trasformarlo in un cul-de-sac. Conoscere aiuta a dare un nome a ciò che altrimenti resta una sensazione di allarme confusa, mentre una verità condivisa con adulti affidabili è più facile da elaborare.

Servono poi azioni concrete, anche piccole. Agire permette di uscire dalla passività, recuperare un senso di efficacia e tornare a pensare il futuro non soltanto come qualcosa da temere, ma come uno spazio ancora possibile. Gli interventi più utili sembrano essere proprio quelli che uniscono educazione, espressione emotiva, contatto con la natura, legami di gruppo e partecipazione collettiva. In questo senso, conoscere, comprendere e agire possono avere una funzione terapeutica, perché aiutano a ricucire i legami che l’angoscia climatica tende a spezzare: con gli altri, con il mondo e con il proprio futuro (Journal of Adolescence, 2026).

 

Guardando ai prossimi decenni, quale ritiene debba essere la principale evoluzione dell’ascolto psicoanalitico per rispondere efficacemente a questa nuova frontiera del disagio umano?

 

la psicoanalisi può continuare ad aiutare le persone affinché superino questo senso di angoscia climatica, trasformando una paura indistinta in qualcosa che può essere riconosciuto, nominato e pensato. Non si tratta di rassicurare o di negare la gravità della situazione, ma di evitare che la minaccia occupi tutto lo spazio mentale e renda impossibile immaginarsi negli anni futuri.

Winnicott ha mostrato quanto il sentirsi vivi dipenda anche dall’esistenza di un ambiente sufficientemente affidabile. Quando il mondo esterno appare instabile e imprevedibile, può incrinarsi quella continuità interiore che consente di progettare, desiderare e sentire che la propria vita abbia una direzione. La relazione analitica può allora offrire un’esperienza di tenuta, nella quale la paura non deve essere nascosta e può essere attraversata senza diventare paralizzante.

Secondo lo psicoanalista statunitense contemporaneo Thomas Ogden, alcune esperienze sono inizialmente troppo vaste per essere elaborate e rimangono come sensazioni confuse, immagini catastrofiche o stati di allarme. È proprio nel lavoro psicoanalitico che possono trovare una forma e diventare pensabili.

Un articolo pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis (2025) ricorda che la crisi climatica riguarda sia il paziente sia l’analista, poiché vivono nel mondo, condividono i cambiamenti climatici e di vita, certamente ognuno in modo diverso. La psicoanalisi può essere davvero utile, poiché aiuta a guardare alla realtà senza esserne sopraffatti, a sopportare le fatiche dei cambiamenti, e riapre la possibilità di investire nella propria vita, negli affetti, nelle amicizie, nello studio, nel lavoro, nella famiglia. Di credere fortemente in un futuro personale e collettivo, da portare avanti e in parte ancora da costruire, riguardo i cambiamenti climatici che portano con sé cambianti, economici, sociali e culturali.

 

Quali consigli si sente di dare?

 

-Informarsi sempre e da più fonti attendibili;

 

-Non confondere la paura climatica con una patologia, va ascoltata e superata;

 

-Restare in contatto con ciò che dà un senso autentico alla propria vita, le emozioni profonde e le persone care;

 

-Parlarne con i genitori ed altre persone adulte in modo sincero, in modo da capire e affrontare i problemi;

 

-Trasformare la preoccupazione in partecipazione attiva per l’ambiente e per il clima.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza