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Politica

CHI HA PAURA DEL PROPORZIONALE E DELLE PREFERENZE ?

In vista della prossima tornata elettorale c’è’ agitazione nel centrodestra e nel Pd per potersi garantire ruoli chiave e per emarginare il fattore Vannacci. E se ci fosse già un accordo sottobanco?

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2022 speciale elezioni politiche

Redazione-  Nei corridoi i bene informati mormorano che la scelta di Marina Berlusconi di sostituire il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri con Stefania Craxi e il capogruppo alla Camera Barelli con Costa risponda alla logica di riposizionare Forza Italia al centro con uno sguardo attento verso il centrosinistra. Come se fosse in atto un tentativo di riesumare i valori laici del craxismo e del berlusconismo rivisti in chiave post mortem di entrambi e quindi riscritti ad uso e consumo della attualità.

Operazione discutibile. Non è detto che porti fortuna ai protagonisti. Ne’ alle sorti del centrosinistra. E probabilmente nemmeno al centrodestra che si vedrebbe togliere una colonna fondamentale per mantenersi in solido equilibrio. Sempre i molto bene informati  dicono che proprio ci sia un pessimo rapporto tra Marina Berlusconi e Giorgia Meloni.

Da cosa deriverebbe questo gelo improvviso? Scire

Nefas. Su questo nessuno accenna a nulla. Si trincerano tutti dietro uno stretto riserbo. Non confermano ne’ smentiscono ipotesi. Ma sui giornali escono trame di messaggeri e contatti col Pd.

Rimane il fatto che lo spauracchio dei dati veri di crescita di consenso del generale Vannacci nei territori ha convinto tutti, maggioranza e opposizione a voler cambiare la legge elettorale. Tant’è’ che oggi sono partiti formalmente i contatti dei capigruppo di maggioranza con l’opposizione.

C’è’ da sperare che non si tratti del solito teatrino visto e rivisto gia’ troppe volte, ovvero il tentativo gattopardesco di modificare la legge elettorale ad uso e consumo dei partiti più grandi, e dei leader in carica, convinti che sia meglio governare pochi voti che mettersi in gioco e adoperarsi affinché venga rispettato il criterio della rappresentanza popolare cioè l’esercizio pieno della democrazia.

Sarà interessante capire chi prenderà posizione pro preferenze e chi invece insisterà affinché sia un manipolo di privilegiati a decidere le sorti di coloro che entreranno in Parlamento e di coloro che ne resteranno esclusi. A riguardo ha preso la parola il Presidente di Patto Italia, l’imprenditore Stefano Ruvolo: “La legge elettorale – così come è  ora – incentiva l’astensionismo, perché i giochi sono già fatti nelle segrete stanze dei partiti. La democrazia e’ solo una illusione: gli italiani lo hanno capito benissimo perché si recano stancamente alle urne. Il dibattito che si sta aprendo in questi giorni  sulla legge elettorale sarebbe utile alla democrazia se ci fosse la buonafede dei partecipanti, cioè se fosse nell’interesse della democrazia. Invece temiamo che sotto sotto la paura faccia novanta cioè che ci sia il timore che il generale Vannacci sia talmente forte e molto al di sopra dei numeri rivelati dagli stessi sondaggisti “di fiducia” che previdero la vittoria del Sì al referendum. Questo potrebbe innescare una fretta indiavolata e convergenze politiche innaturali per modificare la legge elettorale al fine di impedire sconvolgimenti rivoluzionari e garantire poltrone certe ai soliti noti. Ebbene la cartina tornasole e’ una sola: la reintroduzione delle preferenze. A quel punto il gioco dei quattro cantoni e’ finito. Gli italiani avranno finalmente modo di scegliere chi e’ all’altezza di rappresentarli in Parlamento. Chi sposa la causa delle preferenze sposa la democrazia. Noi come Patto Italia siamo per la democrazia e per la reintroduzione delle preferenze senza se e senza ma”.

Stessa posizione pro preferenze hanno anche due ex Presidenti della Camera, l’ex Udc Pierferdinando Casini, oggi eletto nelle fila del Pd, il quale evidentemente sa di poter ancora spendere la propria immagine  personale a prescindere dagli schieramenti per ottenere consenso elettorale, e Luciano Violante per il quale “la legge elettorale proposta dal centrodestra segue la stessa strada delle proposte precedenti, quella di sottrarre ai cittadini il diritto di scegliere, contiene un messaggio di sfiducia nella capacità di scelta cittadini o peggio ancora un intento di dominio incontrastato dei partiti sulle istituzioni. Il messaggio che passa non è positivo”. Per Violante “si potrebbe tentare una strada diversa che dia un peso differente al voto dei cittadini senza scivolare verso la frammentazione: o riprendere il modello del Mattarellum senza lo scorporo che accentuava il carattere proporzionale della legge”, oppure inserendo il “voto di preferenza: conosciamo le critiche alle preferenze, ma si usano alle comunali, regionali, europee, ovunque tranne che alle elezioni nazionali”. Infine, ha osservato Violante, “un errore che si fa a volte, l’hanno fatto tutti i partiti, proporre una legge per vincere”.

Dello stesso avviso anche il Presidente del Centro  Studi Rinascimento Nazionale, Luca Sforzini,  vicinissimo al generale Vannacci, secondo cui  “ la legge elettorale va cambiata ma non per cercare di vincere a tavolino e inserire gli amici degli amici, quindi per proseguire indisturbati a governare senza consenso popolare. I dati sull’astensionismo testimoniano che gli italiani sono stanchi delle carte truccate. Quando invece gli elettori possono davvero far contare il loro voto, come e’ accaduto nel referendum sulla giustizia, allora si che a votare ci vanno in massa e con grande gusto.

Pensare di cambiare la legge elettorale solo perché l’attuale non consente più di decidere a tavolino chi entra fra gli eletti, visti i nuovi soggetti politici che si sono affacciati di recente nel panorama politico e che evidentemente fanno molta paura, vedi il consenso straordinario e popolarissimo del generale Roberto Vannacci, e’ un esercizio ipocrita. Se invece si vuole fare un ragionamento serio, non si può prescindere dalla reintroduzione delle preferenze che consente al popolo di scegliere chi deve rappresentarlo. Reintrodurre le preferenze significherebbe togliere alle segreterie dei partiti e a ristretti gruppi di potere opaco la possibilità di scegliere aprioristicamente chi deve entrare in Parlamento e chi invece deve rimanerne fuori, calpestando la Costituzione e la democrazia. Ci auguriamo – conclude Sforzini – che le forze politiche che siedono oggi alla Camera e al Senato abbiano l’onestà intellettuale di lavorare per una legge elettorale che ridia rappresentanza vera al popolo e non garanzie e sicurezze per le loro singole poltrone”.

Ma siamo sicuri che sottobanco Elly Schlein, Renzi e Meloni non abbiamo già fatto un accordo blindatissimo per garantirsi il futuro?

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Politica

Riforma dei comuni montani, Gianluca Quadrini e il partito Evoluzione e Libertà scendono in campo contro i tagli

🏔️ La montagna italiana rischia lo spopolamento a causa della nuova riforma dei comuni: Gianluca Quadrini e Evoluzione e Libertà sostengono i sindaci nei ricorsi al TAR contro il decreto Calderoli.

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#enti-locali #montagna #PoliticaItaliana #dirittideiterritori

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 Redazione-  Il panorama amministrativo italiano è attraversato da una profonda tensione a seguito della recente riclassificazione dei territori montani, un provvedimento che sta sollevando il coro di protesta di centinaia di primi cittadini. Al centro del dibattito si trova la nuova normativa legata ai decreti attuativi del Ministro degli Affari Regionali, Roberto Calderoli, che ha ridefinito i criteri per l’accesso allo status di comune montano. In questo scenario, il partito Evoluzione e Libertà ha ufficializzato il proprio posizionamento, schierandosi apertamente al fianco degli enti locali e annunciando un sostegno attivo ai ricorsi presentati dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio e presso le altre sedi giudiziarie competenti.

A guidare l’iniziativa politica è il Vice Segretario Nazionale Vicario, Gianluca Quadrini, figura di lunga esperienza nel comparto degli enti locali. Secondo Quadrini, la riforma adottata dal Governo rischia di produrre effetti irreversibili, trasformandosi in una mannaia burocratica per le aree interne della Penisola. Il cuore della protesta risiede nei numeri: la nuova classificazione porterebbe a una drastica contrazione della platea dei beneficiari, riducendo il numero dei comuni montani da circa 4.000 a 2.800 unità. Tale declassamento d’ufficio interesserebbe quasi 1.200 realtà, che perderebbero improvvisamente non solo la definizione giuridica, ma anche le tutele e i finanziamenti storicamente legati alla vita in quota.

Un algoritmo che ignora la fragilità sociale

La critica mossa da Quadrini si focalizza sulla natura tecnica, ma distaccata dal territorio, dei parametri prescelti per la riforma. Il dirigente di Evoluzione e Libertà sostiene che l’utilizzo esclusivo di criteri legati esclusivamente alla pendenza e all’altimetria media rappresenti, a tutti gli effetti, un errore di calcolo sistemico. L’accusa è rivolta a un algoritmo che, nella sua rigidità matematica, dimentica le variabili qualitative che definiscono la quotidianità di un borgo appenninico o alpino.

Il paradosso evidenziato dal movimento politico è evidente: mentre grandi centri costieri, caratterizzati da porzioni di territorio in quota seppur scarsamente abitate, potrebbero riuscire a mantenere lo status, molti piccoli comuni dell’entroterra verrebbero esclusi. Questi ultimi presentano disagi strutturali concreti, isolamento geografico e una fragilità demografica che una semplice analisi cartografica non è in grado di cogliere. Ad oggi, la mobilitazione ha già superato le 130 adesioni formali tra i comuni italiani, supportate dall’intervento di sigle come ALI (Autonomie Locali Italiane) e ASMEL, che vedono in questa riforma un attacco diretto alla tenuta del tessuto sociale locale.

Le conseguenze concrete della demontanizzazione

Le ripercussioni del provvedimento non si limitano a una questione di nomenclatura. La perdita dello status di comune montano comporterebbe la chiusura definitiva di canali di finanziamento e deroghe fondamentali per la sopravvivenza di tali comunità. Quadrini ha spiegato con chiarezza che le conseguenze si abbatterebbero in modo diretto sui servizi essenziali. In primo luogo, la revisione dei parametri scolastici rischierebbe di imporre la chiusura di plessi e istituti comprensivi, accelerando il fenomeno dello spopolamento nelle aree rurali.

Anche il comparto sanitario subirebbe un colpo severo, con la contrazione dei presidi minimi necessari per garantire il diritto alla salute dei cittadini. Sul fronte economico, gli imprenditori agricoli, le piccole realtà artigiane e gli agriturismi vedrebbero svanire l’accesso a specifici bandi di settore e ai crediti d’imposta per il miglioramento ambientale, strumenti vitali per chi sceglie di investire in territori difficili. Le dichiarazioni di Quadrini chiudono dunque ogni spazio di mediazione: il partito intende mantenere alta la pressione a tutti i livelli istituzionali, chiedendo la sospensione immediata dell’efficacia degli elenchi attuali. La richiesta del movimento è quella di integrare i dati geografici con l’Indice di Fragilità Comunale elaborato dall’Istat, affinché la politica possa finalmente tornare a guardare le persone e non solo le quote altimetriche.

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Il Psi L’Aquila lancia il manifesto per il buon governo: più servizi e meno centri commerciali

🚂 Il PSI L’Aquila sceglie la via dei contenuti: meno centri commerciali, più cultura e un collegamento ferroviario degno con Roma. A un anno dalle elezioni, i socialisti aquilani chiamano a raccolta i riformisti. 👉 Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇 #LAquila #PSI #BuonGoverno #Abruzzo

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psi laquila

Redazione- L’Aquila si prepara a un anno di vigilia elettorale all’insegna della proposta. Il PSI Avanti – Unità Riformista ha presentato oggi, nella sala preconsiliare di Palazzo Margherita, le linee guida per il futuro amministrativo del capoluogo, puntando il dito contro gli “estremismi privi di senso” e invocando un ritorno alla “buona politica”.

Il ritorno alla buona politica

In un contesto politico nazionale e locale caratterizzato da continue contrapposizioni ideologiche e da slogan vuoti, il coordinatore provinciale del PSI, Lelio De Santis, ha voluto rimarcare la necessità di mettere da parte gli interessi di parte. “È auspicabile un ritorno alla buona politica,” ha dichiarato De Santis durante la conferenza stampa tenutasi questo pomeriggio, “quella che rimette al centro gli interessi generali, lo sviluppo della città e del territorio, il decoro urbano e la valorizzazione della sua bellezza.” Il leader socialista ha criticato chi è “abituato a cambiare schieramento per opportunismo”, definendo tale comportamento incompatibile con la gestione seria di una comunità.

Le proposte per il territorio

Il cuore del manifesto presentato riguarda le opere e i servizi per la città. Il PSI aquilano ha proposto una gestione più efficiente dei parcheggi e dei servizi ai cittadini, ma ha anche avanzato idee più ambiziose sul piano urbanistico e culturale. In particolare, il partito si è detto favorevole alla realizzazione di meno centri commerciali e di più centri sociali e culturali, evidenziando la necessità di ricostruire il tessuto connettivo della città non solo attraverso il commercio, ma soprattutto attraverso la socialità e la cultura.

Un punto cardine della proposta è rappresentato dalle infrastrutture. Il PSI ha rilanciato con forza il tema del collegamento ferroviario tra L’Aquila e Roma, considerato fondamentale per riavvicinare il capoluogo alla capitale e favorire lo sviluppo economico. “Senza collegamenti efficienti,” si legge nel documento presentato, “non può esserci crescita.”

Un appello per il futuro amministrativo

La conferenza si è tenuta a circa un anno dal rinnovo del Consiglio comunale. De Santis ha dipinto un quadro politico cittadino “incerto e poco definito”, criticando il rischio che la scelta dei candidati sindaco venga “decisa nei bar o imposta dall’alto”, senza un vero confronto programmatico. Per contrastare questo scenario, il PSI intende far sentire la propria voce proponendo “con trasparenza, idee, progetti e persone perbene”.

L’appello finale è stato chiaro e diretto: “Riformisti aquilani, uniamoci per il buon governo della città!”. Un messaggio che vuole essere un invito all’unità di tutte le forze riformiste, in contrapposizione sia alla maggioranza uscente sia alle ali estreme dell’opposizione. Il partito ha ribadito la disponibilità a collaborare, affermando di saper riconoscere “gli atti amministrativi positivi dell’Amministrazione in carica”, pur riservandosi il ruolo di controllo e proposta costruttiva.

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Il fine settimana romano del Barone Nero: tra politica, diplomazia e tradizione

🌍 Roberto Jonghi Lavarini a Roma per un fitto calendario di incontri: dalla costituente di Vannacci alla remigrazione, fino al confronto con la nobiltà conservatrice. Il barone nero punta a ricompattare le forze identitarie in difesa della civiltà europea.

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#RobertoJonghiLavarini #Vannacci #PoliticaItaliana #Tradizione

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Redazione- Roma diventa in questi giorni il fulcro di un’intensa attività che vede protagonista Roberto Jonghi Lavarini, figura storica dell’area della destra sociale e identitaria italiana. Conosciuto nel mondo politico come il “barone nero”, Jonghi Lavarini si prepara a una serie di incontri che spaziano dal dibattito ideologico alla diplomazia informale, in un itinerario che tocca i temi della sovranità, dell’identità europea e della conservazione dei valori tradizionali. Questo calendario di appuntamenti, definito dallo stesso esponente come metapolitico e geopolitico, si articola su quattro pilastri che riflettono la galassia di interessi che ruotano attorno al movimento identitario italiano.

il sostegno al progetto di Roberto Vannacci

Il primo appuntamento in agenda riguarda l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, la compagine che fa capo al generale Roberto Vannacci. Jonghi Lavarini non ha mai fatto mistero di essere un sostenitore convinto del militare, arrivando a definirsi un suo consigliere politico — pur ammettendo, con una nota di autoironia, che il suo contributo non sempre sia richiesto o apprezzato dal diretto interessato. La partecipazione a questo evento segna la volontà di consolidare un fronte che punta a scardinare il dibattito pubblico attuale, portando istanze legate alla difesa dell’identità nazionale al centro dell’agenda legislativa del Paese. La presenza di Jonghi Lavarini in questo contesto è indicativa di un tentativo di saldatura tra l’attivismo militante di vecchia data e le nuove dinamiche di consenso che stanno caratterizzando la figura di Vannacci.

tra remigrazione e dinamiche diplomatiche

Altro punto focale della trasferta romana è la partecipazione alla manifestazione di piazza promossa dal comitato Remigrazione. Per Jonghi Lavarini si tratta di una battaglia che definisce storica, ricordando di aver sollevato il tema in Italia già un quarto di secolo fa. La proposta di un ritorno controllato e strutturato degli immigrati nei paesi d’origine rimane per lui e per i collaboratori del comitato un pilastro imprescindibile. Tuttavia, la visione di Jonghi Lavarini non si ferma alla piazza: il suo fine settimana romano prevede anche colloqui riservati con rappresentanti diplomatici ed ambasciatori di nazioni extra-Unione Europea. Questi incontri, lontani dai riflettori, mirano a costruire ponti tra il mondo identitario italiano e le realtà geopolitiche eurasiatiche, in un’ottica di collaborazione tra nazioni che si oppongono all’egemonia politica e culturale di Bruxelles.

l’appello alla nobiltà e la difesa della civiltà

A chiudere il cerchio degli impegni è l’incontro promosso dal conte romano Fernando Crociani Baglioni, figura di riferimento per la nobiltà cattolica tradizionalista e fedelissimo del cardinale Raymond Burke. Questa riunione, riservata a esponenti del conservatorismo più intransigente, rappresenta la base valoriale dell’intero progetto: la difesa della civiltà europea, definita in termini di identità culturale, etnica e religiosa. Secondo Jonghi Lavarini, la storia sta entrando in una fase di rapido mutamento, in cui si rende necessario un nuovo protagonismo da parte di coloro che definisce patrioti, cavalieri e aristoi. L’obiettivo dichiarato è la protezione dell’eredità europea contro minacce che egli identifica, senza mezzi termini, in forze parassitarie interne e in processi migratori che considera destabilizzanti per il continente.

Il tono di queste dichiarazioni rivela una strategia precisa: il tentativo di unire, sotto un unico ombrello, mondi eterogenei — dai reduci della destra sociale agli ambienti nobiliari conservatori — per arginare quello che viene percepito come un inarrestabile declino della civiltà bianca e cristiana. Roma, città eterna e simbolo di questa continuità storica, diventa dunque il palcoscenico ideale per tentare di rimettere in moto una visione del mondo che punta a rimettere in discussione le fondamenta dell’ordine globale contemporaneo. Resta da vedere quale sarà l’impatto reale di queste manovre sul panorama politico italiano, notoriamente fluido e capace di assorbire o respingere spinte radicali a seconda delle contingenze elettorali e sociali. La sfida, per il barone nero, resta quella di tradurre questi incontri di alto profilo in un consenso duraturo e in una visione politica di largo respiro, capace di superare la dimensione della pura testimonianza identitaria.

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