Esteri
Parun, una città dell’Afghanistan in lutto: l’alluvione devastante getta centinaia di famiglie nel dolore e nell’attesa
Redazione- Nella provincia di Nuristan, nel nord-est dell’Afghanistan, una devastante alluvione ha lasciato dietro di sé una grave tragedia: almeno 25 persone hanno perso la vita e oltre 150 risultano disperse. Il disastro ha inoltre provocato ingenti danni alle abitazioni, ai terreni agricoli e alle infrastrutture pubbliche.
La città di Parun, capoluogo della provincia, è tra le aree più colpite. Le acque impetuose hanno travolto diverse zone della città, causando gravi danni alle aree residenziali e commerciali. Molte famiglie sono rimaste senza casa e numerosi abitanti continuano a cercare i propri cari dispersi.
Il mercato, i negozi e diversi edifici situati vicino al fiume Parun sono stati pesantemente danneggiati dalla forza della corrente. L’edificio del municipio è stato completamente distrutto, mentre hotel e decine di attività commerciali hanno subito gravi perdite.
Tra le vittime e le persone disperse vi sono molti abitanti locali, lasciando intere famiglie nell’angoscia e nell’attesa di notizie. Tra fango e macerie, i parenti cercano ancora una traccia dei propri cari scomparsi.
Gli abitanti della zona e le squadre di soccorso hanno avviato le operazioni di ricerca, salvataggio e trasferimento dei feriti. Tuttavia, il territorio montuoso, le difficili condizioni di accesso e la mancanza di adeguate attrezzature di emergenza stanno rendendo le operazioni estremamente complicate.
Oggi il Nuristan affronta una delle più dolorose calamità naturali della sua storia recente: un’alluvione che non ha distrutto soltanto case e infrastrutture, ma ha lasciato molte famiglie immerse nel dolore, nella paura e nell’incertezza.
Esteri
La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan
Redazione- Il sole non è ancora completamente sorto dietro le montagne, ma in una delle strade di Khair Khana, a Kabul, una lunga fila di persone si è già formata. I passi dei bambini, il pianto dei neonati e le voci della gente si perdono nel calore del mattino. Ognuno stringe un contenitore tra le mani: taniche di plastica, secchi consumati dal tempo e bottiglie che rappresentano forse l’ultima speranza delle famiglie per portare a casa qualche litro d’acqua.
Tra quella folla ci sono bambini che a quest’ora dovrebbero essere seduti tra i banchi di scuola, con i libri davanti agli occhi, non in attesa davanti a una fonte d’acqua.
Piccole bambine con vestiti semplici e volti stanchi aspettano accanto alle loro madri. Alcune sono così piccole che le loro mani non arrivano nemmeno al manico delle taniche, ma sono costrette a restare in piedi per ore, sperando che arrivi il loro turno. Il sole diventa sempre più forte, le ombre dei muri si accorciano e il tempo della loro infanzia scivola via lentamente. Bambini che dovrebbero giocare imparano invece a contare le gocce d’acqua.
Una bambina di otto anni viene ogni giorno alla fila dell’acqua. Racconta che a volte, quando arriva il suo turno, l’acqua è già finita e deve tornare a casa con le mani vuote. Per lei l’acqua non è più una semplice necessità: è diventata un desiderio, un sogno.
Nelle case di Kabul, le madri dividono ogni giorno l’acqua con attenzione. Un recipiente per cucinare, poche gocce per lavarsi le mani e una piccola quantità per bere. I bambini hanno imparato a non lasciare aperto il rubinetto troppo a lungo, perché sanno che dietro ogni goccia c’è l’attesa di un’intera famiglia.
Ma la crisi idrica non riguarda soltanto le città. Nei villaggi dell’Afghanistan, terre che un tempo erano verdi oggi sono piene di crepe. Gli agricoltori, la cui vita dipende dalla pioggia e dall’acqua, guardano i campi aridi con le mani vuote. Hanno seminato, ma il cielo non ha risposto. I pozzi si stanno prosciugando, i canali sono rimasti senza voce e molte famiglie contadine non sanno come riusciranno a sopravvivere alla prossima stagione.
Per un agricoltore, la perdita della terra non significa soltanto perdere un raccolto; significa perdere il pane di una famiglia, il futuro dei figli e la speranza di rimanere nel proprio villaggio. Molti sono costretti ad abbandonare i loro campi e cercare fortuna nelle città o lungo le strade dell’emigrazione, con la speranza che altrove la vita possa essere più facile.
L’Afghanistan da anni affronta guerre, povertà e instabilità, ma oggi la sete è diventata una delle più grandi minacce alla vita delle persone. Il cambiamento climatico, la diminuzione delle piogge, la cattiva gestione delle risorse idriche e l’aumento della popolazione stanno mettendo una pressione enorme sulle poche riserve d’acqua rimaste.
A Kabul, un bambino che ogni mattina aspetta in fila per l’acqua forse non conosce il significato della crisi climatica. Ma il calore del sole, il peso della tanica sulle sue piccole mani e le ore sottratte alla sua infanzia raccontano tutto.
Questa non è soltanto la storia della mancanza d’acqua. È la storia di bambini che trascorrono la loro infanzia nelle file d’attesa, di madri che contano ogni goccia e di contadini che guardano un cielo che da troppo tempo porta sempre meno pioggia.
L’Afghanistan ha sete; non solo di acqua, ma di un giorno in cui i suoi bambini possano sedersi tra i banchi di scuola invece di aspettare nelle file per una tanica, e in cui le sue terre possano tornare a respirare.
Esteri
Mandati di comparizione ai cronisti del New York Times: il caso Air Force One riaccende il conflitto con la Casa Bianca
“Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense.
Redazione- “Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense. I cinque giornalisti avevano riportato che l’aereo presidenziale donato dal Qatar a Donald Trump, il nuovo Air Force One, non era sicuro e che il presidente era stato costretto ad usare il velivolo vecchio per ritornare in Inghilterra e poi negli Usa dopo il vertice NATO in Turchia. I giornalisti avevano riportato che il cambiamento di velivolo era dovuto alle preoccupazioni del Secret Service, che vedeva un pericolo data la vicinanza di Ankara all’Iran. Trump, che aveva lodato la bellezza del nuovo aereo presidenziale, ha spiegato il cambiamento con l’idea di farlo vedere ai militari americani in Inghilterra.
Una situazione imbarazzante per Trump perché i giornalisti hanno riportato che il nuovo aereo presidenziale, dopo essere stato rimodellato, non conteneva i sistemi di sicurezza necessari per la protezione. L’inquilino della Casa Bianca, dopo aver appreso le notizie, ha scatenato un’indagine per scoprire chi fosse il responsabile della fuga di informazioni che lui considera riservate. Gli atti di comparizione potrebbero costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti, il che sarebbe una violazione del Primo Emendamento della Costituzione americana. I giornalisti hanno fatto il loro lavoro, ma quando smentiscono Trump, facendo notare la sua ipocrisia se non le sue menzogne, lui ovviamente va su tutte le furie cercando di trovare un capro espiatorio.
I media sono un bersaglio che a lui piace tanto, anche perché i loro grandi proprietari hanno tanti altri interessi che oscurano quelli giornalistici e vogliono mantenere buoni rapporti con il potere, temendo ritorsioni che Trump non esita ad attuare. Nel mese di dicembre del 2024 la ABC News ha patteggiato con Trump, riconoscendo la colpa del conduttore George Stephanopoulos, che aveva accusato il Tycoon di essere stato condannato per aggressione sessuale nel caso di E. Jean Carroll. L’accordo ha incluso un risarcimento di 15 milioni di dollari destinati alla futura costruzione della biblioteca presidenziale di Trump, 1 milione per le spese legali e una scusa pubblica sul sito della ABC. Tutti gli analisti ritengono che in un eventuale processo la ABC avrebbe prevalso; tuttavia, la Walt Disney Company, proprietaria della rete televisiva, ha ceduto, preoccupata per altri affari che il presidente potrebbe mettere in pericolo.
Anche le piattaforme social, che dopo gli assalti al Campidoglio del 2021 avevano chiuso gli account di Trump, poco a poco hanno fatto marcia indietro. Facebook, Instagram e X (già Twitter) hanno riaperto le porte a Trump, ma lui ha preferito concentrarsi sull’uso della sua piattaforma Truth Social, anche per ragioni finanziarie. Mark Zuckerberg, padrone di Meta, ha patteggiato con Trump pagandogli 25 milioni di dollari per avergli sospeso l’account nel 2021. Anche X ha risolto una causa intrapresa da Trump per simili ragioni, pagando 10 milioni di dollari al 47esimo presidente. I padroni di questi media temono, anche se non lo ammettono, che il loro business ne soffra, sia perché hanno contratti miliardari con il governo, sia per l’influenza della Federal Communications Commission, agenzia del governo che regola le comunicazioni e che potrebbe revocare le loro concessioni.
Gli ovvi attacchi ai giornalisti del New York Times non avranno successo perché, a differenza degli altri media corporativi, la storica testata americana concentra tutti i suoi sforzi commerciali sull’informazione. Una denuncia di Trump per 15 miliardi di dollari, sostenendo l’esistenza di una diffamazione da parte del New York Times, è stata respinta da un giudice federale, anche se il presidente ha fatto ricorso in appello. Nonostante alcune critiche sulla sua linea editoriale, il giornale ha difeso i diritti dei giornalisti e i principi fondamentali del Primo Emendamento. Lo fa perché ne va della sua sopravvivenza, avvantaggiato dal fatto che non può essere colpito dal presidente in mancanza di attività commerciali extragiornalistiche.
Ma anche i media corporativi con altri interessi di tanto in tanto si comportano con una dose di integrità. La NBC e la ABC si sono recentemente rifiutate di trasmettere il discorso alla nazione di Trump perché si sapeva che avrebbe parlato della bufala dell’elezione rubatagli nel 2024. In effetti, queste reti hanno rifiutato di essere complici e di fare il gioco propagandistico del presidente. Trump lo ha notato e ha dichiarato che queste due reti dovrebbero perdere le loro concessioni: un’ovvia minaccia che fa pensare a un intervento della Federal Communications Commission.
Al momento di scrivere siamo informati proprio da Trump che l’uso dell’aereo donato dal Qatar sarà sospeso e il velivolo sarà sottoposto a manutenzione per una serie di aggiornamenti che dureranno un mese. Il presidente Usa ha aggiunto di essere “il bersaglio numero uno nella lista da uccidere dell’Iran”. In effetti, queste sue dichiarazioni confermano che le notizie dei giornalisti del New York Times sono affidabili. Confermano anche quanto un’informazione libera sia essenziale per il funzionamento della democrazia.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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Esteri
Albania, in questi giorni il giornalismo italiano scopre l’importanza di Agron Shehaj del Partito Mundësia (Opportunita’) in crescita di consenso esponenziale nel Paese
In Albania la temperatura e’ rovente e non solo per ragioni climatiche. La popolazione è avvelenata contro il governo per la decisione di aver acconsentito la costruzione del resort extra lusso legali alla società di Jared Kushner, genero di Trump, con la conseguente occupazione dell’area protetta di Viola-Narta, in cui da sempre ci sono migliaia di fenicotteri rosa.
Continuano le proteste dei fenicotteri, il deputato sempre presente in prima fila a fianco di chi si oppone alla costruzione del resort del genero di Trump e chiede le dimissioni di Edi Rama ha rilasciato una bellissima intervista a Lorenzo Mantiglioni del Quotidiano Nazionale
Redazione- In Albania la temperatura e’ rovente e non solo per ragioni climatiche. La popolazione è avvelenata contro il governo per la decisione di aver acconsentito la costruzione del resort extra lusso legali alla società di Jared Kushner, genero di Trump, con la conseguente occupazione dell’area protetta di Viola-Narta, in cui da sempre ci sono migliaia di fenicotteri rosa. Si tratta di una protesta che il deputato albanese Agron Shehaj – leader di Mundësia (Partito dell’opportunità) da lui fondato appena uscito dal Partito Democratico di Berisha non riconoscendone più la mission e gli estremismi – nonché affermato imprenditore dei call center e del digital in tutta Europa che nel 1991, all’età di tredici anni, emigrò in Italia, definisce «storica».
Parlando Agron Shehaj si comprende il reale stato dell’arte: non era mai successo che migliaia di albanesi scendessero in piazza per così tanto tempo. Merito anche della magistratura, forte della riforma della giustizia approvata all’unanimità dal Parlamento, che ha indagato e incarcerato molte figure vicine a Edi Rama, come i due vicepremier accusati di corruzione, Arben Ahmetaj (attualmente in Svizzera) e Belinda Balluku, e l’ex sindaco di Tirana Erion Veliaj (oggi in carcere).
Eppure l’Albania cresce economicamente, migliora il rapporto debito-Pil e vive una «golden age» nel turismo.
«Solo gli oligarchi, un ristretto gruppo di persone vicine a Edi Rama, stanno beneficiando della crescita economica. L’Albania resta uno dei Paesi più poveri d’Europa e dovrebbe viaggiare su una crescita a doppia cifra, non del 2%, per far sì che la popolazione possa condurre una vita dignitosa. Capisco che una crescita del 2 o del 2,5% possa sembrare elevata agli occhi dell’Italia, ma dobbiamo anche tenere in considerazione che circa un terzo degli albanesi ha lasciato il proprio Paese negli ultimi dieci anni. Il dilemma dei giovani è sempre lo stesso: meglio restare o andarsene?».
«L’accordo che Edi Rama ha fatto con la Meloni sui migranti non e’ – secondo il deputato dell’opposizione Agron – nell’interesse dell’Albania. Mai potrei essere a favore di un centro per migranti realizzato in un Paese terzo».
Quanto alla remigrazione, Shehaj e’ lapidario:
«Non so che cosa si voglia intendere: prendere le persone, metterle su un bus e riportarle indietro? E con quali criteri? Sono profondamente grato all’Italia per quello che mi ha dato e credo che l’integrazione sia la strada giusta».
Chi lo conosce bene sa che è un convinto europeista che si iscrive perfettamente nei valori della politica moderata che ha ritrovato anche in Forza Italia e nel PPE, non ha mai nascosto le sue simpatie per il centro e per Silvio Berlusconi: sicuramente avrebbe tanto da dare alla Albania qualora venisse candidato ed eletto Premier.
Di Monica Macchioni
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