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Esteri

Un caso in Norvegia: quando una relazione si è trasformata in una tragedia

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Donna

Redazione- In una tranquilla zona del sud-ovest della Norvegia, la regione di Jæren è stata scossa da un episodio che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Una storia iniziata come una relazione sentimentale è diventata una tragedia e ora è al centro di un’indagine della polizia e della magistratura.

Secondo i media norvegesi, un uomo afghano di 34 anni è stato accusato dalla polizia dell’omicidio della sua fidanzata norvegese. La donna, dopo essere stata trasferita in ospedale con gravi ferite, è deceduta. L’accusa nei confronti dell’uomo è quindi passata da “tentato omicidio” a “omicidio”.

La sera del 26 luglio, dopo una segnalazione riguardante una donna ferita, gli agenti sono intervenuti in un’abitazione nella zona di Jæren. La vittima è stata trovata con ferite gravi e, nonostante le cure mediche, è morta il giorno successivo.

L’uomo accusato ha respinto l’accusa di omicidio. Il suo avvocato ha dichiarato che il suo assistito fornisce una versione diversa dei fatti e avrebbe sostenuto che la donna potrebbe aver avuto un improvviso problema di salute. La polizia, tuttavia, non ha confermato questa versione e le indagini continuano.

Il caso ha suscitato ulteriore attenzione dopo che è emerso che l’uomo aveva già avuto una precedente condanna per violenza contro una ex compagna. Secondo i rapporti dei media norvegesi, nel 2019 era stato condannato a un anno e due mesi di carcere per diversi episodi di violenza e altri reati. In quella precedente vicenda, il tribunale aveva descritto una relazione caratterizzata da comportamenti violenti e controllanti.

Questo episodio ha riaperto in Norvegia il dibattito su come vengono gestite le segnalazioni di violenza nelle relazioni e su quali misure possano prevenire tragedie simili.

Dietro questa notizia, però, c’è soprattutto una storia umana dolorosa: una famiglia in lutto, una comunità sotto shock e un’indagine che dovrà chiarire cosa sia realmente accaduto.

Fino a quando il tribunale non emetterà una sentenza definitiva, l’uomo rimane legalmente considerato innocente. Saranno le prove e il processo a stabilire la verità dei fatti.

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Esteri

Dopo lo stop della Corte Suprema, Trump aggira la sentenza e rilancia la guerra dei dazi

Quando la Corte Suprema ha dichiarato illegali i dazi che Donald Trump aveva imposto nel cosiddetto “Liberation Day”, le casse del Tesoro Usa avevano incassato 166 miliardi di dollari, ai quali si sono aggiunti interessi per un totale di 171 miliardi. La sconfitta subita dinanzi ai magistrati ha imposto il rimborso di questi fondi alle aziende americane che erano state costrette a pagare tali dazi. All’inizio i rimborsi sono stati effettuati a rilento, ma poi sono stati accelerati, anche se si stima che fra gli 80 e i 100 miliardi non siano ancora stati rimborsati. Come abbiamo scritto in queste pagine, Trump è stato tutt’altro che felice della decisione e ha attaccato i giudici ferocemente. La sconfitta, però, non lo ha fermato e, lo stesso giorno dell’annuncio della Corte Suprema, Trump ha usato un’altra legge che gli ha permesso di imporre dazi temporanei fino al 24 luglio.

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Donald Trump

Redazione-  Quando la Corte Suprema ha dichiarato illegali i dazi che Donald Trump aveva imposto nel cosiddetto “Liberation Day”, le casse del Tesoro Usa avevano incassato 166 miliardi di dollari, ai quali si sono aggiunti interessi per un totale di 171 miliardi. La sconfitta subita dinanzi ai magistrati ha imposto il rimborso di questi fondi alle aziende americane che erano state costrette a pagare tali dazi. All’inizio i rimborsi sono stati effettuati a rilento, ma poi sono stati accelerati, anche se si stima che fra gli 80 e i 100 miliardi non siano ancora stati rimborsati. Come abbiamo scritto in queste pagine, Trump è stato tutt’altro che felice della decisione e ha attaccato i giudici ferocemente. La sconfitta, però, non lo ha fermato e, lo stesso giorno dell’annuncio della Corte Suprema, Trump ha usato un’altra legge che gli ha permesso di imporre dazi temporanei fino al 24 luglio.

Con la scadenza di questa seconda ondata di dazi, il presidente Usa ne ha escogitata un’altra, imponendo tasse dal 10 al 12,5 per cento su sessanta Paesi. Il presidente americano ha giustificato questa nuova serie di dazi asserendo che questi Paesi non hanno fatto sufficienti sforzi per proibire l’importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato. In effetti, Trump si è dichiarato protettore dei lavoratori, affermazione che dovrebbe far sorridere, perché in realtà non si è mai preoccupato dei diritti dei lavoratori né, tantomeno, del lavoro forzato.

Se Trump fosse veramente interessato a difendere quei lavoratori abusati, dovrebbe prima di tutto parlarne con Paesi come la Malesia, la Cina, l’India, il Bangladesh e altri, i cui prodotti esportati, quali vestiti, legname, prodotti agricoli, prodotti elettronici, minerari ecc., sono spesso realizzati con lavoro forzato, per spingerli a cambiare rotta. Invece, Trump ha usato la scusa del lavoro forzato per mettere pressione a una sessantina di Paesi, principalmente europei, affinché questi cambino strategia. Tocca a loro risolvere il problema del lavoro forzato perché, per Trump, rappresentano una concorrenza sleale per le aziende americane.

Se Trump fosse veramente interessato a risolvere la piaga del lavoro forzato potrebbe anche guardare a casa sua. In America, per esempio, i carcerati sono spesso costretti a lavorare senza il loro consenso. In Alabama i carcerati sono obbligati a lavorare, poiché queste attività involontarie fanno parte dei loro doveri. In altri Stati del Sud i carcerati vengono anche usati come lavoratori nel settore agricolo, secondo la American Civil Liberties Union (ACLU), l’organizzazione che protegge i diritti civili e le libertà individuali garantiti dalla Costituzione. Secondo l’ACLU, questa situazione viola il Tredicesimo Emendamento, che proibisce la schiavitù e la servitù forzata in America.

La questione del lavoro forzato, usata come pretesto per imporre i dazi, è quindi semplicemente un modo per giustificare il ricorso alla politica del bastone, al fine di colpire i suoi avversari e costringerli a inginocchiarsi, nel tentativo di mitigare gli effetti negativi, come abbiamo riscontrato dopo la prima ondata di dazi. Tanti leader del globo, dopo i primi dazi, si sono presentati davanti a Trump quasi come se stessero chiedendogli l’elemosina. Anche gli alleati europei avevano celebrato il fatto di essere riusciti a negoziare dazi del 15 per cento.

Gli ultimissimi dazi annunciati da Trump avranno la tipica conseguenza di causare aumenti dei prezzi, colpendo tutti i consumatori, inclusi quelli americani. Lo ha confermato Chrystia Freeland, ex vice prima ministra e ministra delle Finanze canadese, la quale ha lavorato con i governi di Justin Trudeau e Mark Carney, in un’intervista alla Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica americana. Freeland ha aggiunto che i dazi impoveriscono i Paesi e costringono i consumatori a pagare il prezzo della cecità politica.

Com’è avvenuto con i dazi del “Liberation Day”, che hanno scatenato ricorsi conclusisi con una vittoria davanti alla Corte Suprema, anche questi ultimi tentativi di Trump hanno già causato nuove azioni legali. Il Liberty Justice Center, che aveva rappresentato i piccoli imprenditori nella causa sui dazi del “Liberation Day”, ha presentato un nuovo ricorso. I legali sostengono che l’amministrazione Trump ha agito “in maniera arbitraria” nell’imposizione di dazi a 60 Paesi, senza aver seguito alcuna logica. Le cause richiedono tempo e non si sa se questa volta arriveranno alla Corte Suprema. Nel frattempo Trump ha usato di nuovo il bastone dei dazi, spingendo i Paesi in questione a iniziare negoziati per ottenere agevolazioni. Questa volta, però, tutti hanno imparato la lezione. Come ha detto Freeland, Trump capisce solo una cosa: la forza. È ovviamente difficile per un Paese piccolo lottare contro la poderosa economia americana, ma è “l’unica maniera”. Freeland cita giustamente l’esempio della Cina che, non solo non si è inginocchiata, ma ha usato il suo potere economico, specialmente il suo quasi monopolio sui minerali delle terre rare, per affrontare Trump sui dazi. Gli alleati europei, attaccati di nuovo col bastone dei dazi, farebbero bene a imparare la lezione cinese, agendo insieme invece di cercare una strada individuale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Esteri

Espulsione degli afghani: la Germania di fronte alle proteste

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Bandiera Afghana

Proteste a Lipsia durante il rimpatrio di circa 30 cittadini afghani: cresce la polemica sulle espulsioni verso l’Afghanistan

Redazione_ Mentre la Germania ha rimpatriato circa 30 cittadini afghani a Kabul, circa 250 persone si sono radunate all’aeroporto di Lipsia per protestare contro le espulsioni forzate e contro la cooperazione del governo tedesco con i Talebani. I manifestanti hanno chiesto l’immediata sospensione dei rimpatri, sostenendo che l’Afghanistan non è un Paese sicuro.

Secondo quanto riportato dai media tedeschi, la manifestazione si è svolta nella serata di lunedì all’interno del terminal dell’aeroporto. Tra i partecipanti erano presenti anche cittadini afghani, mentre la polizia ha predisposto un imponente dispositivo di sicurezza.

Perché sono stati espulsi?

Il governo tedesco ha dichiarato che le persone rimpatriate avevano perso il diritto di soggiornare in Germania e che, secondo le autorità, erano responsabili di gravi reati o considerate pericolose per la sicurezza pubblica.

Armin Schuster, ministro dell’Interno del Land della Sassonia, ha affermato che tra i passeggeri del volo vi erano individui classificati come ad alto rischio terroristico, autori di reati gravi e criminali particolarmente pericolosi. Ha inoltre ribadito che la sicurezza dei cittadini tedeschi ha la priorità rispetto all’interesse di tali persone a rimanere nel Paese.

Tuttavia, organizzazioni per i diritti umani e diversi esponenti politici sostengono che, indipendentemente dai reati commessi, il rimpatrio forzato verso un Afghanistan governato dai Talebani espone queste persone a gravi rischi per la loro sicurezza e rappresenta una possibile violazione dei diritti fondamentali.

La protesta

L’aeroporto di Lipsia è stato teatro di una protesta pacifica ma partecipata. I manifestanti hanno esposto cartelli e scandito slogan contro le espulsioni, chiedendo al governo tedesco di fermare i rimpatri verso un Paese che continua a vivere una grave crisi umanitaria e un forte deterioramento dei diritti umani.

I partecipanti hanno inoltre criticato il fatto che, da un lato, la Germania condanni il fondamentalismo islamista e, dall’altro, raggiunga accordi con i Talebani per rendere possibili le espulsioni.

Anche Juliane Nagel, deputata del partito Die Linke nel parlamento regionale della Sassonia, ha condannato l’operazione definendola «vergognosa». Secondo Nagel, il fatto che una persona abbia commesso o meno un reato non giustifica il suo rimpatrio in un Paese governato dai Talebani, dove la situazione dei diritti umani, dell’economia e delle condizioni sociali resta estremamente critica.

Il volo è partito nonostante le proteste

Nonostante le manifestazioni, l’aereo charter con circa 30 cittadini afghani è decollato dall’aeroporto di Lipsia alle ore 1:43 di martedì con destinazione Kabul.

Il Ministero dell’Interno della Sassonia ha precisato che due dei rimpatriati provenivano da questo Land e ha confermato che la Germania continuerà a espellere le persone che non hanno più il diritto di rimanere nel Paese.

L’operazione ha riacceso il dibattito in Germania sulla legittimità dei rimpatri verso l’Afghanistan. Mentre il governo sostiene che tali misure siano necessarie per garantire la sicurezza interna, le organizzazioni per i diritti umani continuano ad avvertire che il ritorno forzato sotto il regime dei Talebani può mettere a rischio la vita e i diritti fondamentali delle persone coinvolte.

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La nuova stretta sui diritti delle donne in Afghanistan: dalle cure sanitarie ai mercati fino all’istruzione e alle libertà personali

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Donne Afghane

Redazione_I talebani hanno ulteriormente ampliato le restrizioni imposte alle donne in Afghanistan durante il secondo trimestre del 2026. Le limitazioni non riguardano più soltanto l’istruzione, il lavoro e la libertà di movimento, ma hanno coinvolto anche l’accesso ai servizi sanitari, la possibilità di acquistare beni nei mercati e alcuni diritti fondamentali nella vita familiare.

Secondo il rapporto, alla fine del mese di Sawr, nella provincia di Uruzgan, i funzionari dell’«Amr bil Ma’ruf wa Nahi an al-Munkar» dei talebani hanno ordinato a un centro sanitario del distretto di Dehrawud di non fornire cure alle donne che si presentano senza un mahram, cioè un accompagnatore maschio della famiglia. Inoltre, alle lavoratrici sanitarie è stato imposto di recarsi al lavoro solo in presenza di un mahram, una misura che potrebbe rendere ancora più difficile per molte donne, soprattutto nelle aree rurali, accedere alle cure mediche.

Parallelamente, sono aumentate le pressioni sul modo di vestirsi delle donne. Nella provincia di Herat, tra il 16 e il 18 del mese di Jawza, almeno 30 donne sono state arrestate con l’accusa di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto dai talebani. Successivamente, il gruppo ha distribuito nelle moschee un documento di dieci pagine in cui ha ribadito le proprie direttive sul velo e ha chiesto agli imam di includere questo tema nei sermoni del venerdì.

Le restrizioni si sono estese anche alla vita quotidiana nei mercati. Nella provincia di Kandahar, ai commercianti è stato ordinato di non vendere prodotti alle donne che non sono accompagnate da un mahram. Casi simili sono stati registrati nelle province di Logar e Badakhshan, dove alcuni negozianti sono stati arrestati per aver venduto merci a donne senza accompagnatore, mentre alcuni negozi sono stati chiusi temporaneamente.

Il rapporto fa riferimento anche al nuovo regolamento denominato «Principi sulla separazione dei coniugi», che secondo l’ONU limita ulteriormente il diritto delle donne di chiedere il divorzio, lega la validità del matrimonio al consenso del tutore maschile e contiene disposizioni che potrebbero favorire il matrimonio precoce delle bambine.

Nel frattempo, continua il divieto imposto alle donne e alle ragazze di accedere all’istruzione superiore. Anche nell’esame nazionale di ammissione all’università di quest’anno hanno partecipato soltanto circa 120 mila candidati uomini, mentre le donne restano escluse dalle università e dall’istruzione superiore.

Questi casi sono stati documentati nel nuovo rapporto dell’UNAMA (Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan) sulla situazione dei diritti umani nel Paese, relativo al periodo compreso tra il primo aprile e il 30 giugno 2026.

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