Quando il libro diventa un gioco: Alberto Raffaelli porta la letteratura fuori dalle pagine
È da questa intuizione che prende forma una proposta particolarmente interessante di Alberto Raffaelli, ideatore e promotore di Segnalazioni Letterarie, community di quasi 48.000 membri dedicata al mondo dell’editoria, degli autori e dei lettori (https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie/?ref=bookmarks). L’idea è quella di affiancare alla lettura tradizionale anche la scoperta dei numerosi giochi da tavolo nati dal mondo della letteratura e degli universi narrativi.
Redazione- Dalla lettura condivisa ai giochi da tavolo ispirati ai grandi romanzi: la proposta del fondatore di Segnalazioni Letterarie per trasformare la passione per i libri in un’esperienza ancora più partecipata
C’è un modo per leggere un libro anche quando lo si è già chiuso: parlarne, ricordarlo, condividerlo. E, perché no, giocare con le sue storie.
È da questa intuizione che prende forma una proposta particolarmente interessante di Alberto Raffaelli, ideatore e promotore di Segnalazioni Letterarie, community di quasi 48.000 membri dedicata al mondo dell’editoria, degli autori e dei lettori (https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie/?ref=bookmarks). L’idea è quella di affiancare alla lettura tradizionale anche la scoperta dei numerosi giochi da tavolo nati dal mondo della letteratura e degli universi narrativi.
Un’intuizione che potrebbe sembrare soltanto ludica e che, invece, contiene una riflessione culturale molto più ampia. Perché è noto come il gioco possa diventare uno strumento di conoscenza e di socializzazione, e tale funzione può estendersi anche nei confronti delle sue applicazioni ai libri e alla lettura.
Esistono giochi ispirati a grandi romanzi, saghe e personaggi letterari. Alcuni invitano a risolvere enigmi, altri a riconoscere autori e opere, altri ancora trasformano le ambientazioni narrative in veri e propri percorsi strategici. Il denominatore comune è uno soltanto: la storia raccontata non rimane confinata alla pagina, ma diventa materia viva da condividere.
Dato che oggigiorno la lettura deve confrontarsi quotidianamente con una molteplicità di forme di intrattenimento, trovare nuovi modi per avvicinare le persone ai libri diventa una sfida importante.
E il gioco potrebbe rappresentare proprio uno di questi nuovi linguaggi. Non per sostituire il libro, ma per accompagnarlo. Non per rendere la letteratura più superficiale, ma per trasformarla in qualcosa di più accessibile e partecipato. Un gruppo di amici, una famiglia, una classe, una biblioteca o una comunità di lettori possono ritrovarsi intorno a un tavolo e trasformare la conoscenza letteraria in una sfida, una scoperta, una conversazione.
È una prospettiva che si sposa perfettamente con lo spirito di Segnalazioni Letterarie, realtà nella quale il libro non viene considerato semplicemente come un prodotto editoriale, ma come un punto d’incontro tra persone, idee e sensibilità differenti.
Abbiamo intervistato in videochiamata Alberto Raffaelli per parlare di libri, lettori e di questo stimolante rapporto tra letteratura e gioco.
Segnalazioni Letterarie è una community nata attorno alla passione per i libri. Da dove nasce l’idea di avvicinare la lettura al mondo dei giochi da tavolo?
Nasce innanzitutto dal desiderio di trovare nuove modalità per coinvolgere le persone parlando di libri. Essi rimangono naturalmente i protagonisti, ma credo che la cultura possa essere vissuta attraverso linguaggi differenti. I giochi da tavolo ispirati ai libri, agli autori e agli universi narrativi rappresentano una possibilità interessante perché permettono di trasformare la conoscenza in un’esperienza condivisa. Si legge e poi ci si confronta, si gioca, si ragiona, si ricorda. È un modo diverso, ma assolutamente complementare, di vivere la letteratura.
Esistono molti giochi in scatola ispirati a grandi opere letterarie e a celebri universi narrativi. Che cosa pensa possano offrire a un lettore?
Possono offrire innanzitutto un’altra prospettiva. Quando amiamo un libro, spesso desideriamo rimanere ancora un po’ dentro quella storia. Un gioco può consentirci di farlo in maniera diversa, mettendoci davanti a personaggi, ambientazioni, enigmi, parole e situazioni che appartengono a quell’universo narrativo. Penso che sia particolarmente interessante anche per i giovani, perché permette di avvicinare la cultura ludica alla cultura letteraria senza rendere la lettura un obbligo tout-court, ma trasformandola in una scoperta progressiva.
Quindi il gioco non deve essere considerato un’alternativa al libro?
Assolutamente no. Io lo vedo come un compagno di viaggio. La lettura offre profondità, immaginazione, riflessione; il gioco aggiunge relazione, confronto e partecipazione. Sono esperienze differenti che però possono dialogare. Anzi, in alcuni casi un gioco può persino suscitare la curiosità verso un libro che non si conosce. Si può partire dal gioco e arrivare alla lettura, oppure fare esattamente il contrario.
Quali tipologie di giochi letterari potrebbero funzionare maggiormente all’interno di una community come Segnalazioni Letterarie?
Ci sono moltissime possibilità. Quiz letterari, giochi dedicati agli autori, alle copertine e ai personaggi, sfide sulla conoscenza dei romanzi, giochi investigativi ispirati alla narrativa, percorsi nei quali bisogna riconoscere un’opera attraverso alcuni indizi… Mi piacerebbe soprattutto che fossero giochi capaci di coinvolgere sia il lettore abituale sia chi si avvicina alla letteratura con curiosità. La cosa importante è evitare che la cultura, nella nostra società tecno-liquida, non si trasformi in qualcosa di elitario.
Lei crede dunque che anche un gioco possa diventare uno strumento di promozione della lettura?
Certamente. Tutto ciò che genera curiosità può essere un veicolo culturale. Se una persona, dopo aver partecipato a una sfida letteraria o a un gioco ispirato a un romanzo, sente il desiderio di prendere quel libro e leggerlo, abbiamo già raggiunto un risultato importante. La promozione della lettura passa anche dalla capacità di creare occasioni nuove, piacevoli e inclusive.
In un’epoca dominata dagli schermi, tornare a sedersi intorno a un tavolo può avere anche un valore sociale?
Sicuramente. Il gioco da tavolo ha una caratteristica preziosa: mette le persone una di fronte all’altra. Si parla, si ride, si ragiona, ci si confronta. Se al centro del tavolo mettiamo anche un libro, abbiamo creato un piccolo spazio di cultura condivisa. Credo che oggi ne abbiamo particolarmente bisogno.
Quale messaggio vorrebbe rivolgere ai lettori della testata e ai tanti membri di Segnalazioni Letterarie?
Vorrei invitarli a non considerare il libro soltanto come qualcosa da leggere individualmente, ma anche come un’occasione per incontrarsi. Leggete, naturalmente, ma poi parlate dei libri, consigliateli, metteteli in discussione e, perché no, provate a giocare con le loro storie. La cultura diventa ancora più preziosa quando circola. E se un gioco riesce a far nascere una conversazione su un libro, a far conoscere un autore o a riunire intorno allo stesso tavolo persone che condividono una passione, allora ha già svolto una funzione importante.
Se dovesse immaginare il futuro di Segnalazioni Letterarie, potrebbe esserci anche un vero e proprio gioco dedicato alla vostra community?
Perché no? È un’idea che trovo stimolante. Immaginare un gioco firmato o intitolato Segnalazioni Letterarie significherebbe mettere insieme autori, lettori, domande, curiosità, generi letterari e naturalmente tanto divertimento. Potrebbe diventare un modo originale per raccontare la nostra community e, allo stesso tempo, per continuare a fare quello che ci sta più a cuore: portare i libri tra le persone e le persone dentro i libri.
Quando parliamo concretamente di giochi ispirati ai libri, quali esperienze possono incontrare oggi i lettori? Ci sono titoli o formule che ritiene particolarmente interessanti?
Il panorama è molto vario e proprio per questo affascinante. Esistono giochi ambientati in grandi universi letterari, come “Dune”, “Il Signore degli Anelli” e “Harry Potter”, ma anche esperienze più direttamente legate alla parola, alla conoscenza degli autori, alla capacità di riconoscere un’opera o di risolvere un caso attraverso degli indizi. Penso, per esempio, ai giochi investigativi di matrice narrativa, nei quali il giocatore deve leggere, dedurre e collegare informazioni. È un’evoluzione interessante: il lettore non è più soltanto colui che fruisce della storia, ma può diventare protagonista dell’esperienza. E credo che questa formula possa avere un enorme potenziale anche per la divulgazione letteraria.
E’ dunque immaginabile un futuro nel quale un lettore, dopo aver terminato un romanzo, possa continuare la sua esperienza attraverso un gioco dedicato proprio a quell’opera?
Assolutamente sì, ed è forse uno degli aspetti che trovo più stimolanti. Immaginiamo di terminare un romanzo e poi sederci intorno a un tavolo con altri lettori per mettere alla prova la nostra conoscenza della storia: riconoscere un personaggio, ricostruire una trama, individuare un autore, risolvere un enigma o affrontare una sfida a squadre. Il libro diventerebbe così il punto di partenza di un’esperienza più ampia. Non sarebbe più soltanto una lettura, ma un percorso capace di unire immaginazione, memoria, cultura e socialità. Ed è proprio questa contaminazione che vorrei proporre alla community di Segnalazioni Letterarie: scoprire i libri anche attraverso modalità nuove, senza perdere mai di vista il valore insostituibile della lettura.
La proposta di Alberto Raffaelli ha, in fondo, il merito di riportare al centro una parola che spesso rischiamo di dimenticare: condivisione.
Perché leggere è un gesto intimo, ma la letteratura nasce per essere raccontata, discussa, tramandata. Un romanzo può cominciare nelle mani di un lettore e finire al centro di una conversazione. Può diventare una domanda, una memoria, una sfida. Può persino trasformarsi in un gioco.
E forse è proprio questa la sfida più bella: fare in modo che i libri non siano soltanto oggetti da possedere o pagine da attraversare, ma mondi nei quali continuare ad abitare insieme. In fondo, una buona storia non finisce quando si chiude l’ultima pagina. A volte, proprio allora, comincia una nuova partita.
Il miracolo di Charlie: gatto smarrito nel 2016 torna a casa dopo 10 anni! Il commovente regalo di compleanno che sta facendo il giro del mondo
Preparate i fazzoletti, questa storia è un vero e proprio miracolo d’amore! 😭 ❤️ Mettetevi nei panni di Lucy: sta per spegnere le candeline dei suoi 30 anni, quando squilla il telefono. Dall’altra parte c’è il veterinario che le annuncia l’impossibile: il suo gatto Charlie, scomparso misteriosamente nel nulla ben DIECI ANNI FA, nel 2016, è stato ritrovato vivo! Un uomo di buon cuore lo ha sfamato e portato in clinica, dove l’infallibile (e fondamentale) MICROCHIP ha fatto scattare l’allarme! Dopo un decennio lontano da casa chissà dove, il dolce felino (che oggi ha 13 anni) non ha dimenticato la sua famiglia e ha riconosciuto la voce della sua padrona al primo istante! Una favola gallese che ci insegna a non perdere mai la speranza e ci ricorda l’importanza vitale di microchippare i nostri amici a 4 zampe. Leggete tutta la storia e le foto dell’emozionante abbraccio nel nostro articolo! 👇 🐾
Redazione– Ci sono regali di compleanno che si possono incartare, e poi ci sono quelli che la vita ti fa recapitare direttamente al cuore, quando ormai avevi perso ogni briciolo di speranza. La storia che vi raccontiamo oggi, riportata dai colleghi della rete britannica BBC, ha i contorni della favola a lieto fine e dimostra che il legame invisibile che ci unisce ai nostri animali domestici non può essere spezzato né dalla distanza, né dallo scorrere inesorabile del tempo. La protagonista di questa incredibile vicenda umana e animale è Lucy Robertson, una ragazza gallese che per i suoi trent’anni ha ricevuto una telefonata destinata a cambiarle per sempre la vita: il suo amato gatto tigrato Charlie, svanito misteriosamente nel nulla ben 10 anni prima, era incredibilmente vivo.
Il mistero del 2016: la fuga dopo il trasloco e le ricerche disperate
Per comprendere la portata di questo miracolo emotivo, bisogna fare un salto indietro nel tempo, riavvolgendo il nastro fino al 2016. In quell’anno, Lucy e la sua compagna Hannah avevano deciso di intraprendere una nuova avventura, trasferendosi dalla piccola cittadina di Newbridge alla vicina località di Abercarn, nel cuore del Galles. Con loro, ovviamente, c’era Charlie, all’epoca un gatto giovane, vivace e con uno spiccato spirito d’esplorazione.
I traslochi, si sa, rappresentano un momento di forte stress e disorientamento per i felini, creature estremamente abitudinarie e legate al territorio. E infatti, appena tre giorni dopo l’arrivo nella nuova abitazione, Charlie è riuscito a sgattaiolare fuori dalla porta, facendo perdere completamente le sue tracce. Da quel momento è iniziato un vero e proprio calvario per le due donne: mesi interi trascorsi a setacciare ogni strada, ogni giardino e ogni bosco del quartiere. Hanno affisso centinaia di volantini sui lampioni, bussato alle porte dei vicini, contattato i canili e lanciato disperati appelli sui social media. Tutto inutile. Il silenzio è stato assordante, e con il passare inesorabile degli anni, la logica e la rassegnazione avevano inevitabilmente preso il sopravvento, portando con sé il doloroso e silenzioso lutto per la perdita del piccolo amico a quattro zampe.
Il salvatore misterioso e l’importanza vitale del microchip
Ma il destino, a volte, ama scrivere copioni che sfidano la statistica. La svolta clamorosa e inaspettata è arrivata il 29 luglio scorso, grazie alla concatenazione di due elementi fondamentali: la bontà d’animo di uno sconosciuto e la tecnologia. Un residente del quartiere di Abercarn aveva notato da qualche tempo questo gatto tigrato aggirarsi circospetto ma affamato tra i cespugli vicino a casa sua. Convinto che si trattasse di un povero randagio abbandonato, l’uomo, dal cuore d’oro, ha iniziato a lasciargli del cibo, accudendolo e conquistando lentamente la sua fiducia per diverse settimane.
Una volta riuscito ad avvicinarlo, l’uomo ha compiuto il gesto che ha cambiato tutto: ha portato l’animale presso la locale clinica veterinaria per un banale controllo di routine. Sulla carta sembrava una prassi normale per un randagio, ma è bastato il passaggio dello scanner per il microchip sul collo del gatto per far saltare i veterinari dalla sedia. Il chip non solo era presente, ma i dati registrati riportavano ancora perfettamente al numero di telefono di Hannah, inserito ben un decennio prima. Una dimostrazione schiacciante di quanto la microchippatura non sia solo un obbligo di legge, ma il più grande atto d’amore e di tutela che possiamo garantire ai nostri animali.
L’emozionante ricongiungimento: “Ci ha riconosciute all’istante”
La telefonata che ha informato Lucy e Hannah del ritrovamento è arrivata proprio mentre Lucy si preparava a spegnere le 30 candeline della sua torta di compleanno. Inutile provare a descrivere l’incredulità, lo shock e poi le lacrime di gioia inarrestabili. Ma il timore era uno: dopo dieci lunghi anni di lontananza, si ricorderà ancora di noi?
La risposta è arrivata nel momento esatto in cui le porte del trasportino si sono aperte in clinica. Charlie, che oggi è uno splendido e saggio gatto di 13 anni, appena ha annusato il profumo di Lucy e ha sentito il suono della sua voce, non ha avuto un solo istante di esitazione: le si è avvicinato strofinando il muso e facendo le fusa, in un abbraccio tra anime che ha fatto piangere a dirotto persino il personale medico della clinica.
Dieci anni di avventure segrete e il meritato riposo a casa
La visita veterinaria completa ha aggiunto un ulteriore tassello di mistero a questa storia a lieto fine. Nonostante il decennio trascorso, chi lo sa dove e come, Charlie è stato trovato in condizioni fisiche sorprendentemente buone. Il suo pelo tigrato era folto, lucido e pulito, segno inequivocabile che durante la sua lunghissima assenza deve aver trovato rifugio, calore e cure informali presso qualcuno, prima di ritrovarsi nuovamente a vagare per le strade di Abercarn.
Dove sia stato Charlie per ben dieci anni, quali giardini abbia esplorato, quanti temporali abbia affrontato e quante vite feline abbia vissuto, rimarrà per sempre il suo magnifico ed esclusivo segreto. Oggi la famiglia, ritrovata la sua serenità, preferisce scherzare, sostenendo che Charlie sia stato semplicemente impegnato in un’avventura lunghissima e un po’ folle. Ora, riadattatosi in tempi record ai ritmi lenti e sicuri del focolare domestico, al divano morbido e alle coccole infinite, Charlie si gode il suo meritatissimo riposo. Bentornato a casa, piccolo grande esploratore.
Oltre il mare degli stereotipi, dove il futuro parla italiano: il libro di Giovanni Firera che svela l’Albania come nuova terra di sogni e investimenti
L’Albania che non ti aspetti è la terra del futuro! 🇦🇱✨ Esce “Trasferirsi in Albania”, il libro straordinario e contro ogni stereotipo del giornalista Giovanni Firera. Scopri perché questa nazione non è più solo una meta di vacanze, ma una vera alternativa per vivere, investire, lavorare e cambiare vita a due passi dall’Italia. 💼🚀 Un ponte d’amore e opportunità che vi lascerà senza parole. Leggi qui per scoprire tutti i segreti di questa terra in rinascita! 👇
Roma – Ci sono Paesi che per lungo tempo sono rimasti imprigionati nella memoria collettiva attraverso immagini sbiadite, cartoline di povertà o vecchi pregiudizi difficili da scardinare. Eppure, proprio oltre quella linea sottile che divide le sponde dell’Adriatico, si sta compiendo uno dei miracoli geopolitici e sociali più straordinari del nostro secolo. L’Albania non è più la terra da cui fuggire, né tantomeno una semplice e low-cost destinazione turistica per vacanze mordi e fuggi. Oggi l’Albania rappresenta una concreta, solida e affascinante alternativa per vivere, lavorare, investire e costruire un futuro nel segno dello sviluppo sostenibile. A raccontare questa metamorfosi profonda, capace di toccare le corde dell’anima e dell’ambizione umana, è un nuovo e preziosissimo libro che si propone di abbattere ogni barriera culturale.
Il volume, intitolato significativamente “Trasferirsi in Albania” e scritto dalla penna autorevole di Giovanni Firera, non si limita a essere un freddo manuale di istruzioni o una guida burocratica per italiani in cerca di fortuna. Questo testo è la testimonianza pulsante e viva di un cambiamento epocale nel modo in cui il Paese delle Aquile viene percepito a livello internazionale. Pagina dopo pagina, l’autore prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso le strade di una nazione dinamica, in continua e febbrile trasformazione, che guarda all’Europa con fierezza e che si candida a essere il nuovo porto sicuro per i progetti personali e professionali di migliaia di italiani.
La forza dell’esperienza: vent’anni di ponti gettati oltre l’Adriatico
Il valore e l’autenticità di questa opera letteraria e sociologica non nascono da una ricerca accademica distaccata, ma affondano le proprie radici nell’esperienza diretta e viscerale del suo autore. Giovanni Firera, torinese di nascita ma albanese d’adozione nello spirito, è un giornalista di razza che ha ricoperto il prestigioso ruolo di Console onorario dell’Albania in Piemonte. Oggi, nella sua veste di responsabile per l’Italia di BiznesAlbania, continua a tessere con amore e dedizione i fili dei rapporti bilaterali. Da oltre vent’anni, Firera promuove e segue in prima persona innumerevoli iniziative istituzionali, culturali, universitarie ed economiche, agendo come un vero e proprio costruttore di ponti umani tra le due sponde del mare.
Con questo volume, il giornalista lancia un invito accorato a superare le rappresentazioni distorte e ormai anacronistiche del passato. L’Albania viene finalmente presentata per ciò che è realmente oggi: un partner strategico fondamentale per l’Italia, una terra in cui la vicinanza geografica si fonde con una profonda e storica affinità culturale. Qui, le relazioni umane conservano ancora quel sapore antico di ospitalità sacra e rispetto reciproco, elementi che, uniti a una fiscalità vantaggiosa e a un mercato in forte espansione, creano l’ecosistema perfetto per far nascere nuove imprese e per dare una seconda, straordinaria opportunità a giovani, imprenditori e pensionati.
Un’Albania dinamica che cancella il passato e abbraccia l’Europa
Leggere questo libro significa immergersi nel respiro di una nazione che corre veloce verso il domani, senza però dimenticare la propria identità. L’Albania contemporanea è un cantiere a cielo aperto dove le infrastrutture moderne convivono con una natura incontaminata e selvaggia. Attrattiva come non mai, questa realtà sta dimostrando che il riscatto sociale passa attraverso l’innovazione, l’apertura ai mercati internazionali e la capacità di accogliere i talenti stranieri. Le congratulazioni più sincere vanno a Giovanni Firera per aver dato vita a un volume così prezioso, un’opera che rende giustizia a un popolo straordinario e che rafforza in modo definitivo i legami di profonda amicizia tra Italia e Albania.
In un momento storico in cui molti Paesi europei sembrano ripiegarsi su se stessi, stritolati dalla burocrazia e dalla sfiducia nel futuro, l’Albania offre una boccata d’aria fresca, un luogo dove è ancora possibile sognare in grande e vedere i propri sforzi premiati. “Trasferirsi in Albania” diventa così molto più di una lettura estiva: è una bussola per l’anima, un manifesto della mobilità umana e della cooperazione internazionale che ci ricorda come, a volte, per cambiare radicalmente la propria vita in meglio, basti solo avere il coraggio di guardare un po’ più in là del proprio orizzonte consueto.
Il coraggio di non vergognarsi mai della propria storia: quando la vita devia dai tuoi sogni ma tu scegli di salvare la famiglia a mani nude
Il lavoro che fai non definisce chi sei! ❤️ Lo splendido e commovente sfogo di Menda Vreto abbatte i pregiudizi di chi giudica le persone dalla professione o dai titoli di studio. 💼 I sacrifici per la famiglia, le mani sporche di fatica e le porte chiuse in faccia non sono una vergogna, ma il simbolo di una dignità immensa che nessuno può spegnere. Un testo potentissimo che vi farà riflettere nel profondo dell’anima. ✨ Leggi qui per scoprire questa storia di riscatto e coraggio! 👇
Roma – Ci sono ferite invisibili che non lasciano tracce sulla pelle, ma che scavano solchi profondi nell’anima, pesanti come macigni da trascinare ogni giorno. Esistono momenti nella vita in cui una persona può trovarsi a sentirsi improvvisamente piccola, fragile e inadeguata davanti agli altri. Non perché lo sia davvero, ma perché il mondo circostante, con i suoi metri di giudizio spietati e superficiali, riesce a farle credere di valere meno di quel che è. Menda Vreto affida a una confessione a cuore aperto una riflessione intima e universale sul peso del giudizio altrui, un’analisi dolorosa ma straordinariamente liberatoria che tocca da vicino chiunque abbia dovuto, almeno una volta, fare i conti con lo sguardo di sufficienza di chi valuta un essere umano solo per lo specchietto retrovisore dei suoi successi apparenti.
Questo senso di smarrimento e di inferiorità indotta si insinua nelle crepe della quotidianità quando vieni giudicato freddamente per il lavoro che svolgi, per i beni materiali che possiedi, per l’abito che indossi, per il titolo di studio che esibisci sulla parete o, semplicemente, per la strada tortuosa che hai dovuto percorrere per sopravvivere. A volte, per innescare questo meccanismo perverso, non servono grandi cattiverie: bastano pochissime parole, scagliate con distrazione o sottile arroganza durante una conversazione qualunque. Frasi come “Ma tu che lavoro fai?”, “Con i tuoi studi sei finito a fare questo?” oppure “Pensavo avessi fatto qualcosa di meglio nella vita” sembrano battute leggere, ma lasciano dentro un vuoto pneumatico e un senso di colpa lacerante.
La scelta dell’umiltà per proteggere il nido familiare
Dietro questa profonda disamina c’è l’esperienza diretta dell’autrice, che non si nasconde dietro un dito e racconta la propria verità senza filtri. Anche lei ha conosciuto quel peso sul petto, anche lei ha investito anni sui libri, ha coltivato sogni grandiosi, aspettative legittime e idee precise su quello che avrebbe voluto fare da grande. Ma la vita, si sa, possiede una sceneggiatura tutta sua e spesso si diverte a non seguire i binari lineari che avevamo immaginato e tracciato sulla carta. Ci sono stati momenti di svolta in cui è stato necessario accettare impieghi che, agli occhi della società del benessere e dell’apparenza, venivano considerati “umili” o dequalificanti rispetto al percorso accademico svolto.
Accettare quelle mansioni non ha significato arrendersi, né tantomeno seppellire i propri talenti o rinunciare definitivamente ai propri sogni. È stata, al contrario, la più alta manifestazione di responsabilità e d’amore: la necessità assoluta di proteggere e salvare la propria famiglia. Quando il destino ti mette alle strette e devi garantire un futuro ai tuoi cari, non puoi sempre permetterti il lusso di attendere il posto prestigioso o la poltrona comoda. In quel preciso istante devi scegliere quello che c’è sul mercato, rimboccarti le maniche con dignità, mettere da parte l’orgoglio personale e andare avanti a testa alta. Oggi, guardando quel passato con la lente della maturità, emerge la consapevolezza che in tutto questo non vi sia assolutamente nulla di cui vergognarsi, ma che ci sia, anzi, da esserne profondamente fieri.
Il peso del rifiuto nella scrittura: consegnare l’anima agli altri
C’è un’altra parte di questa storia che merita di essere portata alla luce e che riguarda l’universo intimo della creazione letteraria. Scrivere significa mettersi a nudo, e anche in questo campo il percorso è stato costellato dal sapore amaro del rifiuto e della porta sbarrata. Molte riviste e case editrici non hanno accettato i testi inviati, lasciando a volte la sgradevole sensazione che il diniego non fosse legato alla reale qualità della scrittura, quanto piuttosto a pregiudizi striscianti, simpatie personali o alla precisa volontà di far sentire piccolo l’interlocutore. Quando si scrive, infatti, non si consegnano mai semplici parole nere su un foglio bianco: si consegna una parte viva e sanguinante di se stessi, ed è drammaticamente facile, davanti a un rifiuto, scivolare nel pensiero fisso di non valere abbastanza.
La grande lezione appresa lungo questo cammino accidentato è che un no non può e non deve decidere il valore assoluto di un essere umano. Una rivista può decidere di non pubblicare un articolo, un editore può scartare un manoscritto, un lettore può non comprendere la tua urgenza espressiva, ma questo non significa che si debba spegnere la propria voce interiore. Non possiamo e non dobbiamo consegnare agli altri la chiave d’accesso della nostra autostima. Un rifiuto editoriale deve trasformarsi in un’opportunità per migliorarsi, studiare e imparare, ma subito dopo bisogna riprendere in mano la penna, perché la nostra voce non appartiene a una commissione di valutazione: la nostra voce appartiene solo a noi stessi.
La vera domanda da porsi: quanta strada hai dovuto fare?
Un lavoratore che pulisce i pavimenti, che consegna pacchi sotto la pioggia, che costruisce palazzi, che cucina in una stanza calda o che serve ai tavoli non vale un centimetro in meno di un dirigente seduto dietro una scrivania di vetro in un ufficio riscaldato. Il lavoro racconta semplicemente quello che fai in quel momento per sbarcare il lunario, non definisce la complessità e la bellezza di tutto ciò che sei dentro. Non racconta le notti insonni passate ad avere paura del domani, i sacrifici indicibili fatti nel silenzio, le cadute rovinose e le faticose risalite. La vera domanda che dovremmo porci davanti a un uomo o a una donna non è “Che lavoro fai?”, ma “Quanta strada hai dovuto percorrere per arrivare fin qui?”.
Dietro ogni persona si nasconde una battaglia invisibile di cui non conosciamo nulla: c’è chi con un lavoro semplice ha mantenuto una famiglia intera, chi ha pagato gli studi ai propri figli, chi ha perso tutto a causa di una crisi ed è dovuto ripartire da zero senza l’aiuto di nessuno. Questo testo si trasforma così in un manifesto universale della dignità umana: non bisogna mai provare vergogna per le mani ruvide con cui si è lavorato, né per i periodi bui. Chi prova a farti sentire piccolo non conosce il valore della tua storia. Finché avremo fiato in corpo e una voce da spendere, ogni porta chiusa in faccia sarà solo la spinta necessaria per continuare a cercare la prossima finestra che, finalmente, si spalancherà sul nostro futuro.
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