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Cultura

Due poesie di Michael Lee Johnson: lo scrittore vagabondo e il grido liberatorio del custode

La grande poesia contemporanea americana sbarca in Italia grazie alla magistrale traduzione della scrittrice Irma Kurti! Presentiamo due straordinarie liriche firmate da Michael Lee Johnson, pluripremiato autore statunitense e vincitore di otto prestigiosi Pushcart Prizes: “Scrittore vagabondo”, un viaggio crudo e spirituale lungo i binari gelidi dei treni merci, e “Il sollievo di un custode”, una confessione viscerale e toccante sul peso del dolore e sulla liberazione dell’anima. Un’occasione unica per scoprire l’opera di uno dei poeti più autentici del panorama internazionale e il suo ultimo libro “Lost Leaves”. Leggete l’articolo completo per immergervi nella lettura di questi versi indimenticabili! E se amate leggere, scrivere e custodire migliaia di poesie sempre con voi senza affaticare la vista, scoprite l’imperdibile Kindle Scribe con penna digitale in super offerta su Amazon! 👇

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Michael Lee Johnson

Chicago – La grande poesia contemporanea d’oltreoceano incontra la sensibilità della lingua italiana attraverso un dialogo artistico di rara intensità e potenza evocativa. Arrivano all’attenzione dei lettori italiani due liriche di straordinaria forza espressiva firmate da Michael Lee Johnson, una delle voci più prolifiche, premiate e stimate del panorama letterario americano, magistralmente tradotte e curate dalla poetessa e scrittrice Irma Kurti. Pubblicato in ben 47 Paesi nel mondo, insignito di otto prestigiosi Pushcart Prizes e candidato per altrettante volte al rinomato riconoscimento Best of the Net, Johnson ha saputo costruire nel corso dei decenni un ponte universale tra la parola scritta e i nuovi linguaggi multimediali, come testimoniano gli oltre 420 video-poesia realizzati su YouTube e la direzione editoriale di tre apprezzatissime antologie poetiche. Il suo ultimo volume, intitolato Lost Leaves: Short Poems of Nature & Love (Foglie perdute: brevi poesie sulla natura e sull’amore), scritto a quattro mani proprio con Irma Kurti, è già disponibile a livello internazionale e rappresenta la sintesi perfetta del suo lirismo asciutto, viscerale e privo di orpelli retorici.

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“Scrittore vagabondo”: il profeta della ruggine sui binari d’America

Membro autorevole dell’Illinois State Poetry Society e dell’associazione Poets & Writers, Michael Lee Johnson recupera nella prima lirica, intitolata “Scrittore vagabondo”, l’immaginario mitico e ruvido della Beat Generation e dei poeti hobo che hanno attraversato l’America a bordo dei treni merci. Il protagonista non è un intellettuale da salotto, ma un testimone della polvere, che conta le traversine dei binari come fossero i grani di un rosario laico, marchiando il proprio passaggio sulla lamiera gelida con mozziconi di gesso e matite trafugate. La ruggine, il vento sferzante e l’inchiostro che ghiaccia nella penna diventano metafore potenti di una ricerca spirituale solitaria e lacerante, che interroga Dio e il senso stesso della grazia:

Conta le traverse come grani
di un rosario—
ruote d’acciaio che urlano inni di ferro nell’oscurità.
Nelle sue tasche ci sono matite rubate
e gessetti con la punta smussata—
scarabocchia il suo nome sulle pance dei vagoni merci.

Un profeta della ruggine,
che legge il tempo con le nocche,
il vento soffia gelido tra le costole dello scalo.

Mette da parte la vita
e raramente prega—
il suo nido, un rifugio di calabroni.

L’inchiostro si congela nella sua penna di plastica,
nessuna pietà nel gelo, nessuna misericordia sui binari.
Scrive—chiedendosi se Gesù sia un poeta,
o un pungiglione nelle costole di Adamo.

Dio cancella l’amore dal suo cuore.

“Il sollievo di un custode”: il tabù del dolore e la liberazione

Se la prima poesia esplora l’erranza geografica e dell’anima, il secondo testo proposto, “Il sollievo di un custode” (La confessione di un custode), affronta con coraggio chirurgico uno dei temi più taciuti e complessi dell’animo umano: il peso psicologico ed emotivo del caregiver, ovvero di chi dedica la propria esistenza ad accudire un malato terminale o una persona intrappolata nel dolore. Il nome evocato, Jabez (figura biblica il cui nome significa etimologicamente “dolore” o “fonte di dolore”), diviene l’archetipo della sofferenza prolungata. Quando l’assistito se ne va, accanto al lutto emerge inevitabilmente una vertigine di sollievo, una leggerezza improvvisa e colpevole che il poeta confessa senza ipocrisie. Il ritorno alla vita, alla possibilità di mettersi in viaggio e di riappropriarsi della propria identità, si scontra con la polvere che avvolge le stanze e le poesie mai lette, in un contrasto emotivo di rara potenza catartica:

Quando te ne sarai andato.
Quando finalmente ti lascerò andare, Jabez,
un sollievo mi pervaderà le ossa,
una strana leggerezza sboccerà nel mio petto.
Non dovrò più curare i tuoi dolori,
le tue urla notturne, il rumore incessante.
Non dovrò più inseguire pillole perse nel buio.
Ora ricordo come prendermi cura di me stesso.
Ora le mie parole si attorcigliano
— come la lingua di un serpente a sonagli morto,
affilata dal dolore, velenosa, persistente.
Posso viaggiare di nuovo, mettermi in viaggio.
Progetti da elaborare, luoghi da abitare.
Una VERA carta d’identità nel portafoglio,
un biglietto per qualsiasi luogo.
Jabez, proprio come hai vissuto, senza necrologio,
nessun tributo sul giornale.
Le tue poesie — mai desiderate — raccoglieranno polvere,
in scatole, in stanze ingombre.
Nessun visitatore. Nessun lettore.
Il rimorso aleggia, indesiderato.
Solo un sollievo da custode.

La sinergia tra Michael Lee Johnson e Irma Kurti

L’operazione culturale portata avanti da Irma Kurti nel trasporre in lingua italiana i versi di Michael Lee Johnson merita un plauso particolare. Tradurre poesia non significa effettuare un mero travaso semantico, ma ricreare il ritmo interiore, la musicalità aspra e la crudezza delle immagini originali. Grazie a questo lavoro filologico accurato, il pubblico italiano ha l’opportunità di confrontarsi con una poesia statunitense autentica, che affonda le radici nella realtà quotidiana, nei drammi sociali e nelle contraddizioni più intime della natura umana, confermando come la vera letteratura rimanga il più potente strumento di condivisione e comprensione universale.

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Cultura

“The Breath of Life”, la poesia bilingue di Elisabetta Bonaparte: il respiro della vita tra memoria, pace e amore universale

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THE BREATH OF LIFE cover

Roma – Un cammino lirico ed etico che si snoda con passo leggero ma saldo dall’intimità dell’io alla vastità corale del noi, trasformando la fragilità del singolo in un abbraccio di fraternità capace di medicare le ferite sanguinanti della contemporaneità. Si presenta con questa straordinaria forza evocativa «The Breath of Life» (Il Respiro della Vita), la nuova silloge poetica bilingue (in lingua italiana e inglese) firmata da Elisabetta Bonaparte, autrice, avvocata e docente dalla spiccata sensibilità internazionale. Arricchita dalla prestigiosa prefazione dello studioso Kujtim Hajdari e dalla puntuale postfazione del critico Francesca Misasi, l’opera si articola in una rigorosa e armonica architettura a tre sezioni — Amore, Pace e Amore universale —, in cui la parola poetica torna a essere luogo primario di incontro, ascolto e rinascita.

Un’architettura tra verso e racconto: le tre soglie dell’opera

A rendere unica la struttura di The Breath of Life è la scelta compositiva di far precedere ciascuna delle tre sezioni da un racconto breve: «Perso all’orizzonte», «La lanterna» e «Cercando il sole». Non si tratta di mere note introduttive o appendici illustrative, ma di vere e proprie soglie narrative che preparano lo spirito del lettore ai temi dei versi successivi, costruendo un dialogo fluido e ininterrotto tra prosa d’atmosfera e ritmo poetico.

Nel primo capitolo, l’autrice esplora le molteplici declinazioni dell’amore: dal sentimento di coppia all’affetto familiare, dal legame materno e filiale alla devozione per la natura. La perdita, l’assenza e la separazione non sono vissute come voragini sterili, ma come occasioni feconde di trasmutazione interiore, in cui la memoria degli affetti diventa l’argine più solido per resistere alle intemperie della vita.

La poesia civile e il rifiuto della guerra

Con la seconda sezione, dedicata al tema universale della pace, la raccolta di Elisabetta Bonaparte compie un balzo verso la responsabilità civile. Il racconto La lanterna affida a un sopravvissuto ai conflitti bellici il compito sacro di trasmettere alle nuove generazioni il testimone della memoria. Nei versi che compongono questa partitura, la guerra viene spogliata di qualsiasi residuo di retorica eroica o celebrativa: il conflitto è restituito nella sua cruda e disarmante verità di polvere, macerie, vite spezzate e, soprattutto, straziante dolore degli innocenti.

La pace cessa così di essere un’astratta categoria diplomatica per farsi dovere morale quotidiano fondato sull’empatia, sull’accoglienza dell’altro e sul ripudio di ogni logica di prevaricazione. Il respiro dell’opera si allarga ulteriormente nella terza sezione, Amore universale, dove attraverso il viaggio della protagonista Eva nel racconto Cercando il sole, la ricerca della luce all’esterno si rivela essere una scoperta interiore: la consapevolezza che la cura di sé e il rispetto del creato sono le sole chiavi per accedere a una comunione cosmica con il genere umano.

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I giudizi critici: la chiarezza di Hajdari e la tessitura di Misasi

Il valore artistico della silloge trova riscontro unanime nei contributi saggistici che aprono e chiudono il testo. Nella sua prefazione, Kujtim Hajdari sottolinea la pulizia formale dell’autrice: «Il respiro della vita si distingue per sincerità, chiarezza e coerenza tematica. Elisabetta Bonaparte costruisce una poesia fondata su immagini naturali ricorrenti e su una forte tensione emotiva. La sua scrittura non ricerca né l’oscurità né l’esibizione formale: preferisce comunicare, evocare e accompagnare».

A fargli eco è l’intensa analisi di Francesca Misasi nella postfazione: «Una raccolta che resta dentro, che apre nuove soglie e dona vita a una tessitura poetica di indubbio valore letterario. Un florilegio dalla straordinaria forza suggestiva, che racchiude il bisogno interiore di raccogliere riflessioni ed emozioni in un rosario di esistenza. I versi, lucidi e profondi, di ampio respiro lirico ed emozionale, sono liberi e tra la parola e la realtà vi è una profonda corrispondenza. La dimensione narrativa e quella lirica si fondono con rara fluidità comunicativa».

Il profilo internazionale di Elisabetta Bonaparte

Autrice già di tre volumi di successo, Elisabetta Bonaparte gode di un profilo intellettuale di respiro globale. I suoi componimenti sono stati tradotti in inglese, spagnolo, albanese e arabo all’interno di antologie e riviste distribuite in Europa, Asia, Africa e nelle Americhe, conquistando le copertine di prestigiosi periodici esteri come Literary Barcelona in Spagna e Humanity Global Magazine in Venezuela.

Membro di istituzioni accademiche internazionali — tra cui il Circolo dell’Accademia di Farsala in Grecia, La Fenêtre de Paris in Francia, la Maison Naaman pour la Culture in Libano e la World Poet and Literature Organization in India —, l’autrice è stata insignita del titolo di “Messaggera di pace attraverso la letteratura” per il suo costante impegno a favore del dialogo interculturale e dei diritti umani. Presente su WikiPoesia, Elisabetta Bonaparte si conferma una delle voci più autentiche e luminose della nuova poesia civile europea.

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Cultura

Una vita tra arte, cinema e fotografia: intervista esclusiva al grande regista e documentarista albanese Kristaq Janushi

“Una vita tra arte, cultura e fotografia”: l’intervista esclusiva di Elda Keci al maestro Kristaq Janushi, celebre regista, documentarista e fotoreporter albanese, storico collaboratore della Rai con Luca Turi e Paolo Di Giannantonio. Dai concerti storici a Tirana e Tropoja ai reportage d’inchiesta, fino alla recente proclamazione a Cittadino Onorario. E per chi ama la fotografia d’autore e il cinema documentaristico, scoprite le migliori fotocamere mirrorless in offerta su Amazon. Leggete l’intervista integrale sul nostro giornale 👇

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Kristaq Janushi

Tirana – Un viaggio affascinante lungo oltre mezzo secolo di storia culturale, cinematografica e umana dei Balcani. Regista instancabile, documentarista di profonda sensibilità etnografica, autore e maestro dell’arte fotografica, Kristaq Janushi rappresenta una delle figure più poliedriche e autorevoli della scena audiovisiva albanese contemporanea. Storico collaboratore per l’Albania dei più importanti network televisivi europei — a partire dai lunghi reportage realizzati per la Rai al fianco di noti inviati italiani —, Janushi è stato recentemente insignito della cittadinanza onoraria di Bajram Curri per la sua straordinaria opera di valorizzazione della memoria delle Alpi Albanesi e delle tradizioni popolari. Proponiamo ai nostri lettori l’intervista integrale curata da Elda Keci, una toccante conversazione a tutto tondo tra memorie, cinema e amore incondizionato per l’arte.

UNA VITA TRA ARTE, CULTURA E FOTOGRAFIA

Intervista di Elda Keci

Oggi ho avuto il piacere di fare una piacevole conversazione con il regista albanese, amico e maestro della fotografia che rappresenta anche la sua più grande passione il sig. Kristaq Janushi.

Buongiorno sig. Kristaq! Lei è un artista poliedrico: regista, documentarista, sceneggiatore di numerosi documentari, senza dimenticare la sua grande passione per la fotografia. Quanto è riuscito a equilibrare queste diverse discipline artistiche?

«Cerco di adattarmi a ciò che mi appassiona di più. Ho sempre seguito questo principio, in modo da non sentire fatica o sacrificio, ma piacere».

Qual è stata la sua prima passione nel mondo dell’arte e come è iniziato il suo percorso professionale?

«Dopo aver terminato l’Istituto Superiore delle Arti nel 1975, nel Dipartimento di Cultura con specializzazione in Regia, fui nominato Direttore Artistico della Casa della Cultura di Tropoja (città nell’Albania del Nord).

Su raccomandazione di mio cugino, il Prof. Dr. Foto Toti (Maestro dell’Odontoiatria Albanese e pioniere dell’implantologia), incontrai a Bajram Curri (capoluogo di Tropoja, il sig. Ali Mula con il quale in seguito diventammo grandi amici – che mi presentò l’autista del “Saurel”, (il marchio dell’pullman usato in quelli anni in Albania), Bajram Aziraj. Fu lui ad accompagnarmi a Tropoja per incontrare il Segretario del Partito della città, il sig. Ibrahim Uka, un uomo straordinario, positivo e dotato di tutte le virtù dell’uomo montanaro.

Lì trovai persone meravigliose che mi stettero vicino affinché non sentissi troppo la lontananza dalla mia famiglia e dai miei amici. Per gratitudine desidero ricordare il calore ricevuto dalla famiglia Mula: Shaban Mula, vice direttore della Casa della Cultura, e suo padre Ram Mula.

Desidero inoltre ringraziare il magnifico corpo docente della Scuola Media Agraria di Tropoja: Zoj Malaj, Ferit Hyka, Mitika Trojani e molti altri, ai quali chiedo scusa se non riesco a ricordare tutti i nomi.

A Tropoja incontrai professionisti di grande valore: gli agronomi Fatbardh Volumi, Lluka Babe, Adem Berisha – uomo di principi – il veterinario Zef Paci, l’economista Vasillaq Mita e numerosi ufficiali, compresi quelli della frontiera, come Ibrahim Totani di Kavaja e Valentin Hida di Tirana. Tropoja è un luogo che amo profondamente e che mi fece innamorare di sé grazie alla bellezza della natura e alla magia della sua gente, che accolse a braccia aperte un ragazzo proveniente dalla capitale dell’Albania, da Tirana. Questa città mi insegnò il valore dell’ospitalità e dell’amore per il lavoro. È stata per me una seconda scuola.

Lì scoprii le bellezze naturali della regione, incontrai artisti talentuosi e amanti dell’arte locale come Shaban e Ram Mula, Ali Mula, Bashkim Kovaçi, Skënder Doishlani e i suoi fratelli, Mal Neziri e molti altri.

Con il gruppo artistico di Tropoja preparavamo concerti e partecipavamo ogni anno ai Festival Regionali e al Festival Folkloristico di Gjirokastër, ottenendo sempre il primo posto.

Anche gli attori amatoriali erano straordinari: Zeqe Neza, Emri Bytyçi e Dila Kola Bytyçi, che in seguito divenne la moglie di Emriu e amica d’infanzia dell’attrice Roza Anagnosti.

Ricordo questi nomi perché sono diventati parte della mia vita a Tropoja, dove ho imparato a comprendere il vero amore per l’arte, circondato da persone appassionate e autentici artisti, fieri e generosi come la splendida natura di Tropoja e il monte Shkëlzen (2407 m di altezza).

In questa atmosfera ricca di talento e passione, anche il mio amore per l’arte, la cultura e la regia trovò il proprio equilibrio».

Ci sono stati momenti particolari nella sua carriera in cui ha capito di voler continuare a organizzare concerti e lavorare con gruppi artistici?

«Non ho mai avuto dubbi sul fatto che questa fosse la mia strada: diventare regista e direttore artistico.

Dopo il mio trasferimento a Tirana, nell’agosto del 1982, grazie alla proposta del mio professore Spiro Gjikondi, il Comitato Esecutivo e il Comitato del Partito mi nominarono Direttore Generale del Concerto dell’Esercito Popolare Albanese, organizzato nella spianata dell’Università di Tirana – dove oggi si trova Piazza Madre Teresa – in occasione del 40º anniversario della sua fondazione.

La direzione artistica generale era affidata al noto compositore Limoz Dizdari e parteciparono circa duemila artisti professionisti e amatoriali di canto e danza.

Fu un concerto grandioso, che richiese enorme impegno da parte mia come direttore, e ricevette grandi apprezzamenti dalle autorità del tempo, in particolare dal Ministro della Difesa Prokop Murra.

Successivamente lavorai anche come Direttore organizzativo dell’Ottavo Congresso della Gioventù, svoltosi a Tirana in tre sale: due del Palazzo della Cultura e quella del Teatro dell’Opera e del Balletto. Anche questo fu un grande concerto organizzato con professionalità e dedizione.

Nonostante gli ottimi risultati e l’insistenza del vice presidente del Comitato Esecutivo dell’epoca, Omer Haxhiaj, non fui autorizzato a continuare a lavorare a Tirana. Il fatto di non essere membro del partito mi penalizzò.

Fui quindi nominato Direttore della Casa della Cultura di Shupal, oggi nota come Zall Dajt, periferia di Tirana. Anche lì lavorai per rilanciare un gruppo artistico di talento, che in seguito vinse il primo posto nei festival regionali e partecipò regolarmente ai concerti della “Decade di Maggio”.

Nel 1986 fui nominato Direttore della Casa della Gioventù N.1 di Tirana, dove lavorai molto per creare un gruppo di giovani artisti talentuosi, oggi molto conosciuti: Ilir Balla, Nestor Likoka, Rudin Bejtja, Alban Lishi, Redon Makashi, Bledar Sejko, Nilda Tahillari, Foel Grillo, Artiola Toska, Fabian Asllani, Altin Gunga, Brikel Gunga, Denis Dynjaja e molti altri.

Con questi giovani appassionati e ben equipaggiati nacque il secondo gruppo artistico più importante di Tirana dopo quello del compositore Vladimir Kotani. Il gruppo conquistò rapidamente il proprio pubblico nei concerti organizzati al Palazzo della Cultura, al Palazzo dello Sport “Asllan Rusi”, nella Sala del Fronte Democratico e nelle strutture turistiche del monte Dajti».

Come nasce l’idea di realizzare un documentario o un film, considerando che lei ha realizzato oltre 39 documentari e diversi film?

«Le fonti di ispirazione sono molto varie. I miei documentari e film non sono autobiografici.

Di solito un film o un documentario nasce da qualcosa: un fatto storico, un paesaggio o un personaggio. Per esempio, l’attrice Margarita Xhepa, alla quale ho dedicato il film “Margarita”, che racconta la sua vita.

Abbiamo girato in diversi luoghi, nella città natale dell’attrice e in Grecia, precisamente all’Acropoli, un sogno per ogni cineasta. Girammo sulle scale all’ingresso dell’Acropoli e l’interpretazione di Margarita rimane uno dei miei ricordi più belli».

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Possiamo ricordare alcuni dei film documentari nei quali ha lavorato come regista, assistente alla regia, operatore e sceneggiatore?

«Inizialmente fui assistente del regista Ilia Terpini nel Cinecittà Albanese, nel documentario “Una passeggiata ad Atene”, poi assistente alla regia nel documentario “L’amore di una donna francese per l’Albania”, dedicato alla sorella della Regina Madre Albanese.

Successivamente lavorai nel documentario “Le bellezze delle montagne”, regia di Sajmir Kumbaro, operatore Kristaq Janushi.

“Meteora della libertà”, dedicato al martire kosovaro Agim Ramadani: regia Kujtim Gjonaj, sceneggiatura Miradie Maliqi, operatore Kristaq Janushi.

“Apostolo ardente del Bektashismo”, dedicato a Baba Matohasanaj: regia Mihal Ciko, sceneggiatura Petrit Ruka, operatore Kristaq Janushi.

“L’Albania in Europa”, proiettato nell’ Ambasciata della Repubblica d’Albania a Roma e nell’Ambasciata della Repubblica d’Albania in Vaticano in occasione del 28 e 29 Novembre.

“Perché”, documentario dedicato al genocidio dei Çami (popolazione a sud dell’ Albania).

I film “ASP” e “ÇEZES”, entrambi diretti da Kristaq Janushi.

“Panajot Pano”, “Il sogno della Çameria”, “Tra due tempi”, “Tutto per il Kosovo”, dedicato a Ramush Haradinaj e molti altri.

Tra i miei lavori anche: “I Capitani di Gora e il Comintern Segreto”, “Insieme”, “L’amore di un pittore per l’arte”. Per elencare tutti i film e documentari servirebbe molto tempo. Questo lavoro mi ha dato la possibilità di conoscere l’Albania pezzo per pezzo.

È stata una grande esperienza, ricca di ricordi bellissimi e di collaborazioni con grandi professionisti e registi come Kristaq Dhamo, Kristaq Mitro, Kujtim Gjonaj, Ilia Terpini, Sajmir Kumbaro, Viktor Gjika e Piro Milkani».

Come cambia il processo creativo quando si dirige una televisione? Lei ha diretto circa 35 emittenti televisive.

«Naturalmente il metodo creativo cambia rispetto a quello gestionale.

Dopo due anni come Amministratore presso il Partito Democratico, fui tra i fondatori della televisione privata “Tele Arbëria”, della quale venni nominato Direttore Generale nel 1998.

Successivamente fui direttore di “Nesër TV”, “Real TV” e responsabile della sede di Tirana di “Adriatik TV”.

In quel periodo lavorai anche come corrispondente per i Media esteri come RAI, DSF e TF1, oltre che per la Televisione Svizzera.

Insieme al mio amico giornalista Luca Turi e a importanti giornalisti italiani come Vito Carbone, Paolo Di Giannantonio, Luciana Anzalone e Stefano Tura, abbiamo realizzato reportage su problematiche dell’Albania degli anni post comunismo: droga, traffico clandestino, prostituzione e vendette di sangue.

Abbiamo realizzato inoltre interviste con l’ex Primo Ministro Pandeli Majko, l’ex Ministro dell’Agricoltura Lefter Xhuveli e il grande scrittore albanese, Ismail Kadare».

Qual è il suo punto di vista sul rapporto tra regista e sceneggiatore?

«Lo sceneggiatore scrive la storia, i dialoghi e la struttura narrativa del film. Il regista prende quel testo e lo traduce in immagini e suoni, scegliendo il modo visivo di raccontare la storia, gli attori adatti ai ruoli e l’impostazione artistica. Il regista è quindi una figura fondamentale e una sorta di leader, ma il successo nasce sempre dall’armonia tra regista e sceneggiatore».

Parlando della fotografia, che è la sua grande passione: ha mai pensato di aprire una mostra fotografica?

«Sì, ho un progetto proposto da “Gazeta e Alpeve”, diretto dal Direttore il sig. Ramiz Lushaj. Si tratta di una mostra dedicata alle più belle fotografie di Valbona, splendida valle del nord Albania considerata una meraviglia delle Alpi Albanesi».

Qual è il messaggio che desidera trasmettere attraverso il suo lavoro?

«Non credo di aver avuto un messaggio specifico, almeno non consapevolmente. Mi impegno con passione e professionalità in ciò che faccio, cercando di lasciare una storia attraverso le fotografie. Ai giovani direi: “Seguite ciò che vi appassiona, al punto da essere pronti persino a pagare pur di fare ciò che amate. Se non siete pronti a questo sacrificio, rischiate di rimanere piccoli professionalmente”».

Con questo significativo messaggio, la ringrazio sig. Kristaq Janushi per questa intervista!


Biografia ufficiale di Kristaq Janushi

Kristaq Sotiraq Janushi, nato a Tirana il 11 febbraio 1953, è un regista, documentarista, giornalista televisivo e fotoreporter albanese. Si è diplomato presso l’Istituto Superiore delle Arti nella facoltà di Cultura, indirizzo regia, nel 1975. Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto diversi incarichi in istituzioni culturali, nei media e nella produzione cinematografica, distinguendosi soprattutto nel campo del documentario e nella promozione del patrimonio culturale albanese.

Tra il 1975 e il 1986 ha diretto e coordinato istituzioni culturali a Tropoja, Tirana e Zall-Dajt, ottenendo premi in festival folkloristici e manifestazioni nazionali. Successivamente ha lavorato come dirigente in emittenti televisive e come corrispondente internazionale per RAI (2000–2013). Dal 2002 si dedica alla produzione indipendente di documentari.

Ha realizzato numerosi film documentari come regista, sceneggiatore e operatore, trattando temi storici, culturali e sociali legati all’Albania e in particolare alle regioni alpine, contribuendo a valorizzare figure storiche, tradizioni e identità locali.

Riconoscimenti e onorificenze

Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi premi e titoli nazionali e internazionali, tra cui “Ambasciatore di Pace” (2004), il Premio alla Carriera, il titolo di “Fotoreporter dell’Anno”, oltre a riconoscimenti da varie istituzioni culturali in Albania, Kosovo e nell’area balcanica. Nel 2026 è stato insignito del prestigioso premio “Syri i Alpeve – Dritëshkronja Alpine” dalla Convenzione Euro-Balcanica delle Alpi.

Nomina a “Cittadino Onorario” (02.07.2026)

Con la Delibera n. 52 del 25.06.2026 del Consiglio Comunale di Bajram Curri, in base alla legislazione sull’autogoverno locale e sui titoli onorifici, Kristaq Janushi è stato proclamato “Cittadino Onorario” con la seguente motivazione:

«Per il suo significativo contributo allo sviluppo della cultura, dell’arte e della vita mediatica albanese, nonché per la lunga attività di promozione dei valori storici, culturali, etnografici e turistici di Tropoja. Attraverso il suo lavoro di regista, documentarista, giornalista televisivo e fotoreporter, ha documentato e reso note le bellezze, le tradizioni e le personalità di questa regione alpina, contribuendo alla valorizzazione del nome di Tropoja in Albania e oltre».

La stessa delibera ha conferito il titolo di “Cittadino Onorario” anche ad altre personalità per meriti in ambito educativo, culturale, giornalistico e per il contributo alla liberazione del Kosovo.

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Cultura

“La mia Vita”, il diario di rinascita e speranza di Luisa Rossato: dalle ferite alla guarigione, un inno alla libertà e alla natura

Dalle pagine intime di un diario alla rinascita dopo la malattia: esce per Aletti Editore “La mia Vita” di Luisa Rossato. Una toccante testimonianza di resilienza, spiritualità e riscatto interiore nata dal potere della scrittura terapeutica e dal legame profondo con la natura, in attesa della presentazione al Salone del Libro di Torino. E per chi cerca serenità e desidera intraprendere il percorso della scrittura per l’anima, scoprite i taccuini per il journaling e i saggi di crescita personale su Amazon. Leggete la recensione completa sul nostro giornale 👇

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Luisa Rossato

Monzambano – Ci sono pagine nate dal silenzio che possiedono la forza rara di farsi specchio universale, offrendo una carezza di luce a chiunque stia attraversando la notte del dolore. È racchiusa in questa autenticità disarmante l’opera autobiografica di Luisa Rossato intitolata «La mia Vita», pubblicata nella prestigiosa collana I Diamanti della Narrativa da Aletti Editore. Un libro che nasce dalle confessioni vergate a mano sulle pagine intime di un diario e che si trasforma in una potente testimonianza di resilienza, rinascita e riscatto interiore, guidata dall’urgenza viscerale di lasciare una traccia feconda di sé e di trasmutare le cicatrici del passato in sorgenti inesauribili di forza morale.

La scrittura terapeutica come ancora di salvezza

L’autrice, già stimata consulente finanziario che ha scelto la quiete collinare di Monzambano (in provincia di Mantova) come proprio rifugio di vita, non nasconde le ombre che ne hanno segnato gli esordi: «Ho avuto un’infanzia difficile e complessa — confessa Luisa Rossato con limpida sincerità — e ho sempre trovato rifugio e conforto nello scrivere i miei pensieri più reconditi. Per me la scrittura ha rappresentato fin dal principio una vera e propria terapia dell’anima, una via maestra per liberarmi dai fantasmi della paura e fissare il mio vissuto sulla carta. L’ho fatto affinché i miei figli possano conoscermi nel profondo, comprendere le mie radici e fare tesoro anche dei miei errori, trovando nella mia storia un approdo di verità».

Un cammino esistenziale la cui essenza è magistralmente evocata dall’immagine scelta per la copertina: una matita che traccia sul foglio linee alterne, ora tratteggiate e discontinue, ora dolcemente ondulate. È il simbolo plastico delle traiettorie imprevedibili dell’esistenza umana, contrassegnata da inciampi improvvisi, soste necessarie e continue, prodigiose ripartenze.

I tre pilastri del racconto: conoscenza, libertà e spiritualità

A sorreggere l’impalcatura narrativa del volume — disponibile sia in edizione cartacea sia in versione e-book — sono tre pilastri etici incrollabili: una sete insaziabile di conoscenza, l’amore incondizionato per la libertà interiore e una costante ricerca di armonia spirituale. «Sono profondamente consapevole che nella vita non si finisce mai di imparare», sottolinea l’autrice. «La libertà è il bene più prezioso di cui disponiamo e la connessione autentica con la natura e con il creato è la sola dimensione capace di renderci esseri umani migliori».

Attraverso una prosa lineare, calda e priva di compiacimento letterario, il testo ripercorre le tappe salienti di un’esistenza messa a dura prova da burrasche emotive e, non ultima, dall’esperienza sconvolgente della malattia. Eppure, proprio di fronte alla fragilità del corpo e alla minaccia della sofferenza fisica, Luisa Rossato dimostra che la speranza non è un’illusione astratta: ogni caduta custodisce dentro di sé il seme fecondo di una metamorfosi, a patto di non arrendersi alla rassegnazione e di conservare la fede nella vita come dono supremo.

Scrittura per l’anima e crescita interiore

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L’eredità del padre e il legame profondo con il creato

Tra le pagine più toccanti e commoventi dell’opera spicca il tributo devoto alla figura paterna. I valori morali, l’integrità e gli insegnamenti trasmessi dal genitore rappresentano per l’autrice la bussola incrollabile con cui orientare le scelte nei momenti di tempesta. Accanto a questo ancoraggio affettivo, emerge con forza l’abbraccio con la dimensione naturale: per Luisa Rossato, passeggiare nel silenzio di un bosco, contemplare il mutare delle stagioni o posare le mani sulla corteccia di un albero secolare non sono semplici gesti contemplativi, ma atti di meditazione profonda.

Nel contatto con la terra si sperimenta la consapevolezza che tutto è interconnesso e che gli esseri viventi sono parte di «un’unica vibrante armonia d’amore». È questa visione panteistica e spirituale a conferire alla sua testimonianza una portata terapeutica che trascende la biografia individuale per farsi messaggio corale di conforto.

Un faro per chi lotta e l’approdo al Salone del Libro di Torino

«Il mio desiderio più profondo — conclude con commozione Luisa Rossato — è che chiunque si trovi oggi a combattere contro una malattia, o stia attraversando un tunnel di sconforto, possa trovare conforto e calore tra queste righe. Vorrei dire loro che non sono soli: dalla sofferenza si può guarire, si può rinascere e ogni prova, anche la più aspra, racchiude un insegnamento prezioso per ricominciare a vivere con gratitudine».

Il valore e la risonanza emotiva dell’opera hanno già conquistato l’attenzione della critica e degli addetti ai lavori: «La mia Vita» sarà infatti ufficialmente protagonista ed esposta al prestigioso Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2027, all’interno degli spazi espositivi di Aletti Editore, coronando il percorso di un diario intimo diventato prezioso patrimonio condiviso di speranza.

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