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Cultura

Amin Afzalpour e Tarashe’r: la rivoluzione tra poesia, lingua e immagine nel dialogo con Malik Al-Batli

La poesia contemporanea vive una straordinaria rivoluzione ontologica e visiva grazie a Tarashe’r, il movimento d’avanguardia fondato dal poeta e teorico iraniano Amin Afzalpour! In questo testo integrale e inalterato, Afzalpour espone il suo manifesto teorico che ridefinisce il rapporto tra parola, lettera, spazio e percezione visiva, trasformando la poesia in un evento percettivo totale prima ancora della lettura. A dialogare con questa visione è il celebre poeta e giornalista iracheno Malik Al-Batli con un saggio critico di rara bellezza sulla necessità della poesia di toccare l’anima umana oltre ogni sperimentazione. Leggete l’articolo completo per scoprire i segreti di questa nuova frontiera dell’arte! E per studiare, annotare e vivere la letteratura con la massima comodità tecnologica senza affaticare gli occhi, scoprite il Kindle Scribe con penna digitale in super offerta su Amazon! 👇

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Amin Afzalpour e Tarashe’r

Roma – Si apre uno spazio di riflessione estetica e filosofica di portata internazionale sulle pagine della nostra testata. Presentiamo in versione integrale e inalterata il manifesto teorico e l’intervista che definiscono i contorni di Tarashe’r, il movimento d’avanguardia fondato dal poeta e teorico iraniano Amin Afzalpour (membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e del PEN Svedese), arricchito dalla preziosa e profonda disamina critica del celebre poeta e giornalista iracheno Malik Al-Batli. Un viaggio straordinario che mette in discussione la natura stessa della parola scritta, trasformando la poesia da semplice testo da leggere a evento percettivo totale in cui la lettera si fa corpo, spazio e immagine visiva.

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Primo: Amin Afzalpour e il progetto Tarashe’r

Amin Afzalpour è uno scrittore, poeta e teorico iraniano, fondatore di Tarashe’r, un movimento che mira a ripensare il rapporto tra poesia, lingua, immagine e percezione. Il suo lavoro esplora le connessioni tra letteratura, arti visive, semiotica e strutture visive del linguaggio, con l’obiettivo di ampliare le possibilità della scrittura poetica al di là delle forme familiari.

Tra le sue opere più significative figurano Tarashe’r e Il Manifesto di Tarashe’r, insieme al Portfolio di Tarashe’r, pubblicato e archiviato sulla piattaforma Zenodo, che contiene esempi e documenti relativi al movimento. Il manifesto presenta il quadro teorico del progetto, concentrandosi sui ruoli delle lettere, delle parole, delle immagini, dello spazio e della composizione nella creazione del significato.

In questa visione, la lingua non è semplicemente un mezzo per trasmettere idee, ma diventa un materiale visivo e compositivo nel quale lettere e parole possono svolgere simultaneamente funzioni linguistiche e artistiche. La poesia, pertanto, non viene soltanto letta, ma anche vista e percepita, rendendo il rapporto tra testo e immagine, lingua e forma, lettura e visione una parte essenziale della sua struttura.

Afzalpour è inoltre membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e dell’Associazione PEN Svedese, e lavora per presentare il suo progetto all’interno di un orizzonte letterario che si estende oltre i confini tradizionali della scrittura poetica.

Secondo: che cos’è Tarashe’r?

Tarashe’r è un movimento della poesia iraniana contemporanea basato sull’interazione simultanea tra lingua e immagine. Secondo questa visione, una poesia non è semplicemente una raccolta di parole e suoni, ma una struttura visiva modellata da lettere, forme, spazi, colori, immagini e dalla disposizione degli elementi sulla pagina.

In Tarashe’r, la lettera acquisisce un ruolo che va oltre la sua convenzionale funzione scritta. Può diventare un’unità visiva indipendente, portatrice di significati aggiuntivi, pur mantenendo la propria leggibilità. La lettera diventa così sia un elemento linguistico sia una forma visiva.

Le immagini non vengono utilizzate come aggiunte decorative al testo, ma come componenti integranti della costruzione e del significato della poesia. Questo movimento mira a stabilire un dialogo tra parola e immagine, lingua e forma visiva, e tra ciò che viene letto e ciò che l’occhio percepisce direttamente.

Terzo: Tarashe’r e la rivoluzione ontologica nella poesia

L’idea teorica centrale di Tarashe’r risiede nel riesaminare una questione fondamentale: che cos’è la poesia?

Le tradizioni letterarie hanno generalmente considerato la poesia come un testo linguistico composto da parole, immagini figurative e strutture espressive, che raggiunge il suo pubblico attraverso la lettura. Anche con le trasformazioni apportate dalla poesia moderna e postmoderna, il testo scritto ha mantenuto la sua posizione centrale.

Tarashe’r, tuttavia, propone di considerare la poesia come un evento percettivo che emerge dall’interazione tra lingua, immagine, spazio, tempo e destinatario. In questo quadro, il significato non è confinato alle sole parole, ma si sviluppa anche attraverso le relazioni visive e spaziali e attraverso il modo in cui il destinatario vive l’opera.

Dalla rappresentazione alla presenza

Nel linguaggio ordinario, le parole rimandano a oggetti e concetti che esistono al di fuori di esse. In Tarashe’r, invece, una parte di ciò a cui una parola rimanda può diventare presente all’interno della sua stessa forma visiva.

Quando la lettera Alef assume la forma di una colonna, di sbarre o di fili di tessuto intrecciato, la lingua non si limita a indicare il mondo, ma porta alcune delle sue caratteristiche all’interno della propria struttura visiva. La poesia passa così dal rappresentare le cose al mostrarne direttamente determinati aspetti.

Dal segno al suo referente

Tarashe’r riconsidera la distanza tra un segno e l’oggetto a cui esso rimanda. Nel linguaggio convenzionale, una parola indica un oggetto senza diventare essa stessa quell’oggetto. Quando, tuttavia, una lettera si trasforma in una forma, un disegno o un simbolo, il segno si avvicina visivamente al proprio referente, permettendo ad alcuni aspetti di ciò che significa di diventare presenti nella sua manifestazione materiale.

Questa trasformazione conferisce alla lingua una presenza tangibile sulla pagina, consentendo a una lettera di conservare la propria identità leggibile e, al tempo stesso, di acquisirne una nuova, visiva. Questo processo può essere descritto come l’incarnazione visiva della lingua, attraverso la quale determinati elementi linguistici vanno oltre il semplice riferimento, avvicinandosi all’evocazione visiva degli oggetti e delle loro forme.

Ridefinire la materia della poesia

In Tarashe’r, la materia della poesia si amplia fino a comprendere lettere, parole, immagini, colori, spazio, aree vuote, silenzio visivo e impaginazione. L’opera letteraria diventa una rete di relazioni tra elementi linguistici e non linguistici, tutti partecipi della produzione del significato.

Cambia anche il rapporto tra l’opera e il suo destinatario. Il destinatario non si limita a ricevere un significato già pronto, ma si muove tra testo, immagine e spazio, scoprendo connessioni tra gli elementi e ricostruendone il significato. La realizzazione della poesia è quindi legata sia al momento della creazione sia al modo in cui essa viene percepita dal lettore.

Cambia anche il concetto di tempo poetico. La lettura lineare segue la sequenza dei versi e il loro sviluppo, mentre Tarashe’r permette all’occhio di muoversi tra il vedere e il leggere, di ritornare a elementi precedenti, riconoscere somiglianze e scoprire relazioni nascoste. La pagina non è più soltanto un luogo destinato alle parole, ma diventa parte della struttura della poesia attraverso i suoi spazi vuoti, le direzioni visive e la disposizione degli elementi.

Da questa prospettiva, Tarashe’r cerca di spostare la poesia dal testo all’evento percettivo, dalla rappresentazione alla presenza, dalla sola lettura a un’esperienza che combina visione e lettura, e da una forma fissa a una struttura stratificata alla cui scoperta il destinatario partecipa.

Quarto: Tarashe’r e la rivoluzione nella percezione della poesia

Tarashe’r non mira semplicemente a modificare la forma della poesia, ma anche a ripensare il modo in cui essa viene percepita.

Nella lettura convenzionale, il destinatario legge il testo, riconosce le sue unità linguistiche, comprende le loro relazioni semantiche e giunge quindi a un’interpretazione. In Tarashe’r, invece, l’interazione comincia non appena l’occhio incontra la poesia, prima ancora che la lettura sia completata.

Il destinatario può incontrare inizialmente le forme delle lettere, le immagini, i colori e gli spazi, formando impressioni e possibilità di significato prima di leggere l’intero testo. Da ciò nasce l’idea della percezione che precede la lettura, nella quale la visione diventa una fase attiva nella formazione del significato, anziché essere soltanto un mezzo per trasmettere le parole scritte alla mente.

In questo quadro, il primo momento della visione viene inteso come una fase in cui il destinatario interagisce con l’opera senza aver ancora stabilito un’interpretazione definitiva. Può essere descritto come la sospensione del significato nel momento della visione, quando i significati rimangono aperti mentre la mente comincia a scoprire relazioni tra forma, immagine e lingua.

Il processo di percezione di una poesia Tarashe’r può quindi essere compreso attraverso diverse fasi: vedere, percezione precedente alla lettura, scoperta delle relazioni visive e basate sulle lettere, lettura e interpretazione e, infine, ricostruzione del significato.

Ciò non significa che ogni poesia debba seguire una sequenza fissa. Piuttosto, visione e lettura possono sovrapporsi e integrarsi in un flusso continuo.

Conclusione generale

Il progetto Tarashe’r di Amin Afzalpour si basa sul ripensamento della natura della poesia, del rapporto tra lingua e immagine e del ruolo del destinatario nella formazione del significato. Propone che una poesia possa essere un’esperienza che combina lettura e visione, il segno linguistico e la forma visiva, nonché la struttura del testo e lo spazio in cui esso appare.

Le idee principali del progetto possono essere comprese attraverso cinque dimensioni interconnesse:

  • La natura della poesia: considerare la poesia come un evento percettivo che va oltre la sua natura di testo scritto.
  • La percezione della poesia: riconoscere il primo momento della visione come parte della formazione del significato, prima che la lettura e l’interpretazione siano completate.
  • Forma e composizione: ampliare la struttura della poesia fino a includere lettere, immagini, colori, spazi e impaginazione.
  • La lingua e la lettera: consentire alla lettera di acquisire un’identità visiva aggiuntiva, pur conservando la propria funzione linguistica.
  • Il ruolo del destinatario: passare dalla ricezione del significato alla partecipazione alla sua scoperta e ricostruzione.

L’importanza di questo progetto risiede nelle domande che solleva sui confini della poesia, sulle possibilità del linguaggio visivo e sulla capacità della lettera di unire lettura e visione in un’unica esperienza. Il valore di queste proposte dipende, in ultima analisi, dalla loro capacità di tradursi in opere poetiche che raggiungano un equilibrio tra sperimentazione formale, coerenza semantica e risonanza umana.

L’innovazione poetica non si definisce semplicemente attraverso l’allontanamento dalle forme familiari, ma attraverso ciò che aggiunge all’esperienza della scrittura e della lettura e attraverso le nuove possibilità che apre per la lingua e per il suo destinatario.

Tarashe’r può quindi essere considerato un progetto sperimentale che mira ad ampliare il concetto di poesia e a trasformare la lingua in un materiale visibile, aperto a essere rimodellato. La poesia diventa uno spazio in cui lettera, immagine e significato si incontrano, e la pagina stessa si trasforma da superficie destinata alla scrittura in uno spazio che partecipa alla costruzione dell’esperienza poetica.


Tarashe’r: quando la poesia cerca un’altra finestra

Di Malik Al-Batli, poeta, scrittore e giornalista iracheno

Ci sono poesie che leggiamo e poesie che ci spingono a mettere in discussione il significato stesso della lettura.

Noi, abituati a cercare nella poesia un’immagine bella, una storia che tocchi il cuore o una parola che apra una finestra nelle pareti delle nostre giornate, a volte abbiamo bisogno di avvicinarci a un testo con uno sguardo diverso, uno sguardo che non si affretti a comprendere e non chieda alla poesia di rivelare tutti i suoi segreti in una sola volta.

Da questa distanza possiamo avvicinarci all’esperienza del poeta e scrittore iraniano Amin Afzalpour, creatore di Tarashe’r, un progetto che solleva interrogativi sulla lingua, sulla struttura poetica e sui confini di ciò che tradizionalmente abbiamo chiamato poesia.

Tutto comincia con una domanda apparentemente semplice: le sole parole sono sufficienti a creare poesia?

Forse no.

Per quanti significati possa contenere una parola, essa rimane legata agli usi e alle associazioni che ha ereditato. Un poeta alla ricerca di una nuova strada non si limita a sostituire le parole, ma ripensa il modo in cui si affiancano le une alle altre, gli spazi che le separano e l’effetto che producono all’interno del testo.

È qui che Tarashe’r tenta di aprire una porta diversa. Secondo la visione di Afzalpour, la poesia non è semplicemente un significato scritto in versi. È un’esperienza plasmata dalla lingua stessa, dalle sue lettere, dalle sue strutture e dalle sue relazioni, nonché dal modo in cui l’occhio del lettore incontra il testo prima di giungere al suo significato.

È un tentativo di spingere la poesia oltre i confini dell’espressione familiare, verso uno spazio più ampio, nel quale la forma del testo diventa parte dell’esperienza e la lingua stessa si trasforma in un materiale di riflessione e scoperta.

Forse l’aspetto più interessante di questa impresa è che essa attribuisce una responsabilità anche al lettore. Non tutti i testi nuovi diventano chiari alla prima lettura, e non ogni ambiguità è prova di profondità. Esiste una differenza tra una poesia che apre lentamente le proprie porte e un testo che le chiude in faccia al lettore, tra una sperimentazione che corre dei rischi per scoprire qualcosa di nuovo e una che cerca soltanto di sfidare le convenzioni.

È questa distinzione a conferire il suo vero valore a qualsiasi progetto poetico.

Tarashe’r non può essere giudicato soltanto in base all’estraneità del suo nome o alla distanza che lo separa dalle forme consolidate. Le sperimentazioni letterarie non conquistano il proprio posto semplicemente dichiarando una rottura con il passato, ma aggiungendo qualcosa di valido al presente. Le idee di Afzalpour sulla lingua e sulla struttura poetica meritano di essere esplorate come parte di un progetto che cerca di mettere alla prova nuove possibilità di scrittura.

Eppure, rimane aperta una domanda: come possono queste idee trasformarsi in una poesia capace di raggiungere il cuore umano?

Un’idea può essere ampia, un termine può risultare affascinante e una teoria può offrirci un modo diverso di guardare un testo. Ma, in definitiva, una poesia ha bisogno di un’anima propria. Ha bisogno di lasciare un’impressione che rimanga con noi dopo che abbiamo chiuso la pagina, di un momento in cui sentiamo che la lingua ha toccato qualcosa all’interno della nostra esperienza, anche se non riusciamo a spiegarlo pienamente.

Credo che Tarashe’r affronti qui la sua sfida più grande: nella capacità di unire la sperimentazione a un tocco umano e di coniugare la ricerca di una nuova forma con un’autentica necessità di quella forma. L’obiettivo non è che la poesia abbandoni il proprio passato, ma che scopra ciò che ancora non ha detto.

Poiché la poesia non appartiene a una sola lingua, confrontarsi con un’esperienza iraniana come quella di Amin Afzalpour crea un’opportunità di dialogo tra due visioni letterarie e, forse, tra due culture che condividono una vicinanza geografica pur differendo nelle loro modalità espressive. Non abbiamo bisogno di essere d’accordo con tutto ciò che una determinata sperimentazione propone per poterla ascoltare. È sufficiente che ci offra una nuova domanda o ci incoraggi a ripensare qualcosa che un tempo consideravamo ormai definito.

Nella poesia, le domande possono essere più sincere delle risposte definitive.

Forse il valore di questa sperimentazione non è determinato da ciò che dichiara di essere, ma da ciò che la poesia riesce a realizzare quando abbandona le pagine della teoria e raggiunge il lettore. È lì, nello spazio tra ciò che il poeta intendeva e ciò che il lettore sente, che comincia la vera prova.

La lingua è la nostra prima casa, e la poesia è uno dei modi in cui cerchiamo di allargarne le finestre. Quando un poeta propone una nuova finestra, il poeta ha il diritto di sperimentare, il lettore ha il diritto di contemplare e la critica ha il diritto di porre domande.

Quanto alla poesia, non ha bisogno di dimostrare ogni volta di essere diversa. È sufficiente che ci dia una nuova ragione per amare la lingua e lasci nelle nostre anime qualcosa che cambi il modo in cui torniamo alle parole.

Vi invitiamo a unirvi a noi in un viaggio attraverso le immagini di questa forma poetica, percorrendo il linguaggio dell’occhio e scoprendo ciò che un’immagine può dire quando la poesia va oltre le parole.

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Cultura

“The Breath of Life”, la poesia bilingue di Elisabetta Bonaparte: il respiro della vita tra memoria, pace e amore universale

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THE BREATH OF LIFE cover

Roma – Un cammino lirico ed etico che si snoda con passo leggero ma saldo dall’intimità dell’io alla vastità corale del noi, trasformando la fragilità del singolo in un abbraccio di fraternità capace di medicare le ferite sanguinanti della contemporaneità. Si presenta con questa straordinaria forza evocativa «The Breath of Life» (Il Respiro della Vita), la nuova silloge poetica bilingue (in lingua italiana e inglese) firmata da Elisabetta Bonaparte, autrice, avvocata e docente dalla spiccata sensibilità internazionale. Arricchita dalla prestigiosa prefazione dello studioso Kujtim Hajdari e dalla puntuale postfazione del critico Francesca Misasi, l’opera si articola in una rigorosa e armonica architettura a tre sezioni — Amore, Pace e Amore universale —, in cui la parola poetica torna a essere luogo primario di incontro, ascolto e rinascita.

Un’architettura tra verso e racconto: le tre soglie dell’opera

A rendere unica la struttura di The Breath of Life è la scelta compositiva di far precedere ciascuna delle tre sezioni da un racconto breve: «Perso all’orizzonte», «La lanterna» e «Cercando il sole». Non si tratta di mere note introduttive o appendici illustrative, ma di vere e proprie soglie narrative che preparano lo spirito del lettore ai temi dei versi successivi, costruendo un dialogo fluido e ininterrotto tra prosa d’atmosfera e ritmo poetico.

Nel primo capitolo, l’autrice esplora le molteplici declinazioni dell’amore: dal sentimento di coppia all’affetto familiare, dal legame materno e filiale alla devozione per la natura. La perdita, l’assenza e la separazione non sono vissute come voragini sterili, ma come occasioni feconde di trasmutazione interiore, in cui la memoria degli affetti diventa l’argine più solido per resistere alle intemperie della vita.

La poesia civile e il rifiuto della guerra

Con la seconda sezione, dedicata al tema universale della pace, la raccolta di Elisabetta Bonaparte compie un balzo verso la responsabilità civile. Il racconto La lanterna affida a un sopravvissuto ai conflitti bellici il compito sacro di trasmettere alle nuove generazioni il testimone della memoria. Nei versi che compongono questa partitura, la guerra viene spogliata di qualsiasi residuo di retorica eroica o celebrativa: il conflitto è restituito nella sua cruda e disarmante verità di polvere, macerie, vite spezzate e, soprattutto, straziante dolore degli innocenti.

La pace cessa così di essere un’astratta categoria diplomatica per farsi dovere morale quotidiano fondato sull’empatia, sull’accoglienza dell’altro e sul ripudio di ogni logica di prevaricazione. Il respiro dell’opera si allarga ulteriormente nella terza sezione, Amore universale, dove attraverso il viaggio della protagonista Eva nel racconto Cercando il sole, la ricerca della luce all’esterno si rivela essere una scoperta interiore: la consapevolezza che la cura di sé e il rispetto del creato sono le sole chiavi per accedere a una comunione cosmica con il genere umano.

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I giudizi critici: la chiarezza di Hajdari e la tessitura di Misasi

Il valore artistico della silloge trova riscontro unanime nei contributi saggistici che aprono e chiudono il testo. Nella sua prefazione, Kujtim Hajdari sottolinea la pulizia formale dell’autrice: «Il respiro della vita si distingue per sincerità, chiarezza e coerenza tematica. Elisabetta Bonaparte costruisce una poesia fondata su immagini naturali ricorrenti e su una forte tensione emotiva. La sua scrittura non ricerca né l’oscurità né l’esibizione formale: preferisce comunicare, evocare e accompagnare».

A fargli eco è l’intensa analisi di Francesca Misasi nella postfazione: «Una raccolta che resta dentro, che apre nuove soglie e dona vita a una tessitura poetica di indubbio valore letterario. Un florilegio dalla straordinaria forza suggestiva, che racchiude il bisogno interiore di raccogliere riflessioni ed emozioni in un rosario di esistenza. I versi, lucidi e profondi, di ampio respiro lirico ed emozionale, sono liberi e tra la parola e la realtà vi è una profonda corrispondenza. La dimensione narrativa e quella lirica si fondono con rara fluidità comunicativa».

Il profilo internazionale di Elisabetta Bonaparte

Autrice già di tre volumi di successo, Elisabetta Bonaparte gode di un profilo intellettuale di respiro globale. I suoi componimenti sono stati tradotti in inglese, spagnolo, albanese e arabo all’interno di antologie e riviste distribuite in Europa, Asia, Africa e nelle Americhe, conquistando le copertine di prestigiosi periodici esteri come Literary Barcelona in Spagna e Humanity Global Magazine in Venezuela.

Membro di istituzioni accademiche internazionali — tra cui il Circolo dell’Accademia di Farsala in Grecia, La Fenêtre de Paris in Francia, la Maison Naaman pour la Culture in Libano e la World Poet and Literature Organization in India —, l’autrice è stata insignita del titolo di “Messaggera di pace attraverso la letteratura” per il suo costante impegno a favore del dialogo interculturale e dei diritti umani. Presente su WikiPoesia, Elisabetta Bonaparte si conferma una delle voci più autentiche e luminose della nuova poesia civile europea.

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Cultura

Una vita tra arte, cinema e fotografia: intervista esclusiva al grande regista e documentarista albanese Kristaq Janushi

“Una vita tra arte, cultura e fotografia”: l’intervista esclusiva di Elda Keci al maestro Kristaq Janushi, celebre regista, documentarista e fotoreporter albanese, storico collaboratore della Rai con Luca Turi e Paolo Di Giannantonio. Dai concerti storici a Tirana e Tropoja ai reportage d’inchiesta, fino alla recente proclamazione a Cittadino Onorario. E per chi ama la fotografia d’autore e il cinema documentaristico, scoprite le migliori fotocamere mirrorless in offerta su Amazon. Leggete l’intervista integrale sul nostro giornale 👇

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Kristaq Janushi

Tirana – Un viaggio affascinante lungo oltre mezzo secolo di storia culturale, cinematografica e umana dei Balcani. Regista instancabile, documentarista di profonda sensibilità etnografica, autore e maestro dell’arte fotografica, Kristaq Janushi rappresenta una delle figure più poliedriche e autorevoli della scena audiovisiva albanese contemporanea. Storico collaboratore per l’Albania dei più importanti network televisivi europei — a partire dai lunghi reportage realizzati per la Rai al fianco di noti inviati italiani —, Janushi è stato recentemente insignito della cittadinanza onoraria di Bajram Curri per la sua straordinaria opera di valorizzazione della memoria delle Alpi Albanesi e delle tradizioni popolari. Proponiamo ai nostri lettori l’intervista integrale curata da Elda Keci, una toccante conversazione a tutto tondo tra memorie, cinema e amore incondizionato per l’arte.

UNA VITA TRA ARTE, CULTURA E FOTOGRAFIA

Intervista di Elda Keci

Oggi ho avuto il piacere di fare una piacevole conversazione con il regista albanese, amico e maestro della fotografia che rappresenta anche la sua più grande passione il sig. Kristaq Janushi.

Buongiorno sig. Kristaq! Lei è un artista poliedrico: regista, documentarista, sceneggiatore di numerosi documentari, senza dimenticare la sua grande passione per la fotografia. Quanto è riuscito a equilibrare queste diverse discipline artistiche?

«Cerco di adattarmi a ciò che mi appassiona di più. Ho sempre seguito questo principio, in modo da non sentire fatica o sacrificio, ma piacere».

Qual è stata la sua prima passione nel mondo dell’arte e come è iniziato il suo percorso professionale?

«Dopo aver terminato l’Istituto Superiore delle Arti nel 1975, nel Dipartimento di Cultura con specializzazione in Regia, fui nominato Direttore Artistico della Casa della Cultura di Tropoja (città nell’Albania del Nord).

Su raccomandazione di mio cugino, il Prof. Dr. Foto Toti (Maestro dell’Odontoiatria Albanese e pioniere dell’implantologia), incontrai a Bajram Curri (capoluogo di Tropoja, il sig. Ali Mula con il quale in seguito diventammo grandi amici – che mi presentò l’autista del “Saurel”, (il marchio dell’pullman usato in quelli anni in Albania), Bajram Aziraj. Fu lui ad accompagnarmi a Tropoja per incontrare il Segretario del Partito della città, il sig. Ibrahim Uka, un uomo straordinario, positivo e dotato di tutte le virtù dell’uomo montanaro.

Lì trovai persone meravigliose che mi stettero vicino affinché non sentissi troppo la lontananza dalla mia famiglia e dai miei amici. Per gratitudine desidero ricordare il calore ricevuto dalla famiglia Mula: Shaban Mula, vice direttore della Casa della Cultura, e suo padre Ram Mula.

Desidero inoltre ringraziare il magnifico corpo docente della Scuola Media Agraria di Tropoja: Zoj Malaj, Ferit Hyka, Mitika Trojani e molti altri, ai quali chiedo scusa se non riesco a ricordare tutti i nomi.

A Tropoja incontrai professionisti di grande valore: gli agronomi Fatbardh Volumi, Lluka Babe, Adem Berisha – uomo di principi – il veterinario Zef Paci, l’economista Vasillaq Mita e numerosi ufficiali, compresi quelli della frontiera, come Ibrahim Totani di Kavaja e Valentin Hida di Tirana. Tropoja è un luogo che amo profondamente e che mi fece innamorare di sé grazie alla bellezza della natura e alla magia della sua gente, che accolse a braccia aperte un ragazzo proveniente dalla capitale dell’Albania, da Tirana. Questa città mi insegnò il valore dell’ospitalità e dell’amore per il lavoro. È stata per me una seconda scuola.

Lì scoprii le bellezze naturali della regione, incontrai artisti talentuosi e amanti dell’arte locale come Shaban e Ram Mula, Ali Mula, Bashkim Kovaçi, Skënder Doishlani e i suoi fratelli, Mal Neziri e molti altri.

Con il gruppo artistico di Tropoja preparavamo concerti e partecipavamo ogni anno ai Festival Regionali e al Festival Folkloristico di Gjirokastër, ottenendo sempre il primo posto.

Anche gli attori amatoriali erano straordinari: Zeqe Neza, Emri Bytyçi e Dila Kola Bytyçi, che in seguito divenne la moglie di Emriu e amica d’infanzia dell’attrice Roza Anagnosti.

Ricordo questi nomi perché sono diventati parte della mia vita a Tropoja, dove ho imparato a comprendere il vero amore per l’arte, circondato da persone appassionate e autentici artisti, fieri e generosi come la splendida natura di Tropoja e il monte Shkëlzen (2407 m di altezza).

In questa atmosfera ricca di talento e passione, anche il mio amore per l’arte, la cultura e la regia trovò il proprio equilibrio».

Ci sono stati momenti particolari nella sua carriera in cui ha capito di voler continuare a organizzare concerti e lavorare con gruppi artistici?

«Non ho mai avuto dubbi sul fatto che questa fosse la mia strada: diventare regista e direttore artistico.

Dopo il mio trasferimento a Tirana, nell’agosto del 1982, grazie alla proposta del mio professore Spiro Gjikondi, il Comitato Esecutivo e il Comitato del Partito mi nominarono Direttore Generale del Concerto dell’Esercito Popolare Albanese, organizzato nella spianata dell’Università di Tirana – dove oggi si trova Piazza Madre Teresa – in occasione del 40º anniversario della sua fondazione.

La direzione artistica generale era affidata al noto compositore Limoz Dizdari e parteciparono circa duemila artisti professionisti e amatoriali di canto e danza.

Fu un concerto grandioso, che richiese enorme impegno da parte mia come direttore, e ricevette grandi apprezzamenti dalle autorità del tempo, in particolare dal Ministro della Difesa Prokop Murra.

Successivamente lavorai anche come Direttore organizzativo dell’Ottavo Congresso della Gioventù, svoltosi a Tirana in tre sale: due del Palazzo della Cultura e quella del Teatro dell’Opera e del Balletto. Anche questo fu un grande concerto organizzato con professionalità e dedizione.

Nonostante gli ottimi risultati e l’insistenza del vice presidente del Comitato Esecutivo dell’epoca, Omer Haxhiaj, non fui autorizzato a continuare a lavorare a Tirana. Il fatto di non essere membro del partito mi penalizzò.

Fui quindi nominato Direttore della Casa della Cultura di Shupal, oggi nota come Zall Dajt, periferia di Tirana. Anche lì lavorai per rilanciare un gruppo artistico di talento, che in seguito vinse il primo posto nei festival regionali e partecipò regolarmente ai concerti della “Decade di Maggio”.

Nel 1986 fui nominato Direttore della Casa della Gioventù N.1 di Tirana, dove lavorai molto per creare un gruppo di giovani artisti talentuosi, oggi molto conosciuti: Ilir Balla, Nestor Likoka, Rudin Bejtja, Alban Lishi, Redon Makashi, Bledar Sejko, Nilda Tahillari, Foel Grillo, Artiola Toska, Fabian Asllani, Altin Gunga, Brikel Gunga, Denis Dynjaja e molti altri.

Con questi giovani appassionati e ben equipaggiati nacque il secondo gruppo artistico più importante di Tirana dopo quello del compositore Vladimir Kotani. Il gruppo conquistò rapidamente il proprio pubblico nei concerti organizzati al Palazzo della Cultura, al Palazzo dello Sport “Asllan Rusi”, nella Sala del Fronte Democratico e nelle strutture turistiche del monte Dajti».

Come nasce l’idea di realizzare un documentario o un film, considerando che lei ha realizzato oltre 39 documentari e diversi film?

«Le fonti di ispirazione sono molto varie. I miei documentari e film non sono autobiografici.

Di solito un film o un documentario nasce da qualcosa: un fatto storico, un paesaggio o un personaggio. Per esempio, l’attrice Margarita Xhepa, alla quale ho dedicato il film “Margarita”, che racconta la sua vita.

Abbiamo girato in diversi luoghi, nella città natale dell’attrice e in Grecia, precisamente all’Acropoli, un sogno per ogni cineasta. Girammo sulle scale all’ingresso dell’Acropoli e l’interpretazione di Margarita rimane uno dei miei ricordi più belli».

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Possiamo ricordare alcuni dei film documentari nei quali ha lavorato come regista, assistente alla regia, operatore e sceneggiatore?

«Inizialmente fui assistente del regista Ilia Terpini nel Cinecittà Albanese, nel documentario “Una passeggiata ad Atene”, poi assistente alla regia nel documentario “L’amore di una donna francese per l’Albania”, dedicato alla sorella della Regina Madre Albanese.

Successivamente lavorai nel documentario “Le bellezze delle montagne”, regia di Sajmir Kumbaro, operatore Kristaq Janushi.

“Meteora della libertà”, dedicato al martire kosovaro Agim Ramadani: regia Kujtim Gjonaj, sceneggiatura Miradie Maliqi, operatore Kristaq Janushi.

“Apostolo ardente del Bektashismo”, dedicato a Baba Matohasanaj: regia Mihal Ciko, sceneggiatura Petrit Ruka, operatore Kristaq Janushi.

“L’Albania in Europa”, proiettato nell’ Ambasciata della Repubblica d’Albania a Roma e nell’Ambasciata della Repubblica d’Albania in Vaticano in occasione del 28 e 29 Novembre.

“Perché”, documentario dedicato al genocidio dei Çami (popolazione a sud dell’ Albania).

I film “ASP” e “ÇEZES”, entrambi diretti da Kristaq Janushi.

“Panajot Pano”, “Il sogno della Çameria”, “Tra due tempi”, “Tutto per il Kosovo”, dedicato a Ramush Haradinaj e molti altri.

Tra i miei lavori anche: “I Capitani di Gora e il Comintern Segreto”, “Insieme”, “L’amore di un pittore per l’arte”. Per elencare tutti i film e documentari servirebbe molto tempo. Questo lavoro mi ha dato la possibilità di conoscere l’Albania pezzo per pezzo.

È stata una grande esperienza, ricca di ricordi bellissimi e di collaborazioni con grandi professionisti e registi come Kristaq Dhamo, Kristaq Mitro, Kujtim Gjonaj, Ilia Terpini, Sajmir Kumbaro, Viktor Gjika e Piro Milkani».

Come cambia il processo creativo quando si dirige una televisione? Lei ha diretto circa 35 emittenti televisive.

«Naturalmente il metodo creativo cambia rispetto a quello gestionale.

Dopo due anni come Amministratore presso il Partito Democratico, fui tra i fondatori della televisione privata “Tele Arbëria”, della quale venni nominato Direttore Generale nel 1998.

Successivamente fui direttore di “Nesër TV”, “Real TV” e responsabile della sede di Tirana di “Adriatik TV”.

In quel periodo lavorai anche come corrispondente per i Media esteri come RAI, DSF e TF1, oltre che per la Televisione Svizzera.

Insieme al mio amico giornalista Luca Turi e a importanti giornalisti italiani come Vito Carbone, Paolo Di Giannantonio, Luciana Anzalone e Stefano Tura, abbiamo realizzato reportage su problematiche dell’Albania degli anni post comunismo: droga, traffico clandestino, prostituzione e vendette di sangue.

Abbiamo realizzato inoltre interviste con l’ex Primo Ministro Pandeli Majko, l’ex Ministro dell’Agricoltura Lefter Xhuveli e il grande scrittore albanese, Ismail Kadare».

Qual è il suo punto di vista sul rapporto tra regista e sceneggiatore?

«Lo sceneggiatore scrive la storia, i dialoghi e la struttura narrativa del film. Il regista prende quel testo e lo traduce in immagini e suoni, scegliendo il modo visivo di raccontare la storia, gli attori adatti ai ruoli e l’impostazione artistica. Il regista è quindi una figura fondamentale e una sorta di leader, ma il successo nasce sempre dall’armonia tra regista e sceneggiatore».

Parlando della fotografia, che è la sua grande passione: ha mai pensato di aprire una mostra fotografica?

«Sì, ho un progetto proposto da “Gazeta e Alpeve”, diretto dal Direttore il sig. Ramiz Lushaj. Si tratta di una mostra dedicata alle più belle fotografie di Valbona, splendida valle del nord Albania considerata una meraviglia delle Alpi Albanesi».

Qual è il messaggio che desidera trasmettere attraverso il suo lavoro?

«Non credo di aver avuto un messaggio specifico, almeno non consapevolmente. Mi impegno con passione e professionalità in ciò che faccio, cercando di lasciare una storia attraverso le fotografie. Ai giovani direi: “Seguite ciò che vi appassiona, al punto da essere pronti persino a pagare pur di fare ciò che amate. Se non siete pronti a questo sacrificio, rischiate di rimanere piccoli professionalmente”».

Con questo significativo messaggio, la ringrazio sig. Kristaq Janushi per questa intervista!


Biografia ufficiale di Kristaq Janushi

Kristaq Sotiraq Janushi, nato a Tirana il 11 febbraio 1953, è un regista, documentarista, giornalista televisivo e fotoreporter albanese. Si è diplomato presso l’Istituto Superiore delle Arti nella facoltà di Cultura, indirizzo regia, nel 1975. Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto diversi incarichi in istituzioni culturali, nei media e nella produzione cinematografica, distinguendosi soprattutto nel campo del documentario e nella promozione del patrimonio culturale albanese.

Tra il 1975 e il 1986 ha diretto e coordinato istituzioni culturali a Tropoja, Tirana e Zall-Dajt, ottenendo premi in festival folkloristici e manifestazioni nazionali. Successivamente ha lavorato come dirigente in emittenti televisive e come corrispondente internazionale per RAI (2000–2013). Dal 2002 si dedica alla produzione indipendente di documentari.

Ha realizzato numerosi film documentari come regista, sceneggiatore e operatore, trattando temi storici, culturali e sociali legati all’Albania e in particolare alle regioni alpine, contribuendo a valorizzare figure storiche, tradizioni e identità locali.

Riconoscimenti e onorificenze

Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi premi e titoli nazionali e internazionali, tra cui “Ambasciatore di Pace” (2004), il Premio alla Carriera, il titolo di “Fotoreporter dell’Anno”, oltre a riconoscimenti da varie istituzioni culturali in Albania, Kosovo e nell’area balcanica. Nel 2026 è stato insignito del prestigioso premio “Syri i Alpeve – Dritëshkronja Alpine” dalla Convenzione Euro-Balcanica delle Alpi.

Nomina a “Cittadino Onorario” (02.07.2026)

Con la Delibera n. 52 del 25.06.2026 del Consiglio Comunale di Bajram Curri, in base alla legislazione sull’autogoverno locale e sui titoli onorifici, Kristaq Janushi è stato proclamato “Cittadino Onorario” con la seguente motivazione:

«Per il suo significativo contributo allo sviluppo della cultura, dell’arte e della vita mediatica albanese, nonché per la lunga attività di promozione dei valori storici, culturali, etnografici e turistici di Tropoja. Attraverso il suo lavoro di regista, documentarista, giornalista televisivo e fotoreporter, ha documentato e reso note le bellezze, le tradizioni e le personalità di questa regione alpina, contribuendo alla valorizzazione del nome di Tropoja in Albania e oltre».

La stessa delibera ha conferito il titolo di “Cittadino Onorario” anche ad altre personalità per meriti in ambito educativo, culturale, giornalistico e per il contributo alla liberazione del Kosovo.

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Cultura

“La mia Vita”, il diario di rinascita e speranza di Luisa Rossato: dalle ferite alla guarigione, un inno alla libertà e alla natura

Dalle pagine intime di un diario alla rinascita dopo la malattia: esce per Aletti Editore “La mia Vita” di Luisa Rossato. Una toccante testimonianza di resilienza, spiritualità e riscatto interiore nata dal potere della scrittura terapeutica e dal legame profondo con la natura, in attesa della presentazione al Salone del Libro di Torino. E per chi cerca serenità e desidera intraprendere il percorso della scrittura per l’anima, scoprite i taccuini per il journaling e i saggi di crescita personale su Amazon. Leggete la recensione completa sul nostro giornale 👇

Pubblicato

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Luisa Rossato

Monzambano – Ci sono pagine nate dal silenzio che possiedono la forza rara di farsi specchio universale, offrendo una carezza di luce a chiunque stia attraversando la notte del dolore. È racchiusa in questa autenticità disarmante l’opera autobiografica di Luisa Rossato intitolata «La mia Vita», pubblicata nella prestigiosa collana I Diamanti della Narrativa da Aletti Editore. Un libro che nasce dalle confessioni vergate a mano sulle pagine intime di un diario e che si trasforma in una potente testimonianza di resilienza, rinascita e riscatto interiore, guidata dall’urgenza viscerale di lasciare una traccia feconda di sé e di trasmutare le cicatrici del passato in sorgenti inesauribili di forza morale.

La scrittura terapeutica come ancora di salvezza

L’autrice, già stimata consulente finanziario che ha scelto la quiete collinare di Monzambano (in provincia di Mantova) come proprio rifugio di vita, non nasconde le ombre che ne hanno segnato gli esordi: «Ho avuto un’infanzia difficile e complessa — confessa Luisa Rossato con limpida sincerità — e ho sempre trovato rifugio e conforto nello scrivere i miei pensieri più reconditi. Per me la scrittura ha rappresentato fin dal principio una vera e propria terapia dell’anima, una via maestra per liberarmi dai fantasmi della paura e fissare il mio vissuto sulla carta. L’ho fatto affinché i miei figli possano conoscermi nel profondo, comprendere le mie radici e fare tesoro anche dei miei errori, trovando nella mia storia un approdo di verità».

Un cammino esistenziale la cui essenza è magistralmente evocata dall’immagine scelta per la copertina: una matita che traccia sul foglio linee alterne, ora tratteggiate e discontinue, ora dolcemente ondulate. È il simbolo plastico delle traiettorie imprevedibili dell’esistenza umana, contrassegnata da inciampi improvvisi, soste necessarie e continue, prodigiose ripartenze.

I tre pilastri del racconto: conoscenza, libertà e spiritualità

A sorreggere l’impalcatura narrativa del volume — disponibile sia in edizione cartacea sia in versione e-book — sono tre pilastri etici incrollabili: una sete insaziabile di conoscenza, l’amore incondizionato per la libertà interiore e una costante ricerca di armonia spirituale. «Sono profondamente consapevole che nella vita non si finisce mai di imparare», sottolinea l’autrice. «La libertà è il bene più prezioso di cui disponiamo e la connessione autentica con la natura e con il creato è la sola dimensione capace di renderci esseri umani migliori».

Attraverso una prosa lineare, calda e priva di compiacimento letterario, il testo ripercorre le tappe salienti di un’esistenza messa a dura prova da burrasche emotive e, non ultima, dall’esperienza sconvolgente della malattia. Eppure, proprio di fronte alla fragilità del corpo e alla minaccia della sofferenza fisica, Luisa Rossato dimostra che la speranza non è un’illusione astratta: ogni caduta custodisce dentro di sé il seme fecondo di una metamorfosi, a patto di non arrendersi alla rassegnazione e di conservare la fede nella vita come dono supremo.

Scrittura per l’anima e crescita interiore

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L’eredità del padre e il legame profondo con il creato

Tra le pagine più toccanti e commoventi dell’opera spicca il tributo devoto alla figura paterna. I valori morali, l’integrità e gli insegnamenti trasmessi dal genitore rappresentano per l’autrice la bussola incrollabile con cui orientare le scelte nei momenti di tempesta. Accanto a questo ancoraggio affettivo, emerge con forza l’abbraccio con la dimensione naturale: per Luisa Rossato, passeggiare nel silenzio di un bosco, contemplare il mutare delle stagioni o posare le mani sulla corteccia di un albero secolare non sono semplici gesti contemplativi, ma atti di meditazione profonda.

Nel contatto con la terra si sperimenta la consapevolezza che tutto è interconnesso e che gli esseri viventi sono parte di «un’unica vibrante armonia d’amore». È questa visione panteistica e spirituale a conferire alla sua testimonianza una portata terapeutica che trascende la biografia individuale per farsi messaggio corale di conforto.

Un faro per chi lotta e l’approdo al Salone del Libro di Torino

«Il mio desiderio più profondo — conclude con commozione Luisa Rossato — è che chiunque si trovi oggi a combattere contro una malattia, o stia attraversando un tunnel di sconforto, possa trovare conforto e calore tra queste righe. Vorrei dire loro che non sono soli: dalla sofferenza si può guarire, si può rinascere e ogni prova, anche la più aspra, racchiude un insegnamento prezioso per ricominciare a vivere con gratitudine».

Il valore e la risonanza emotiva dell’opera hanno già conquistato l’attenzione della critica e degli addetti ai lavori: «La mia Vita» sarà infatti ufficialmente protagonista ed esposta al prestigioso Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2027, all’interno degli spazi espositivi di Aletti Editore, coronando il percorso di un diario intimo diventato prezioso patrimonio condiviso di speranza.

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