Territorio
IL RICORSO AL TAR? ATTO DOVUTO
Redazione- Il ricorso al Tar è un atto dovuto che abbiamo sostenuto come cittadini preoccupati per il tentativo da parte delle amministrazioni locali di sovvertire la volontà popolare e la legge, indicendo delle consultazioni prive dei requisiti legali che sono necessari per garantire la democrazia, non è paura di nuove consultazioni ma desiderio di correttezza.
Questi tentativi sono illegittimi perché l’ente locale non ha alcun modo di intervenire sulla legge regionale inoltre, a nostro avviso, non si svolgono nemmeno nelle stesse condizioni in quanto convocati in turni differiti su 2 soli comuni e non su tutti e 3.
Questi referendum (su Spoltore e Montesilvano) sono un insulto ai cittadini che votarono nel 2014: sono accusati di aver votato in modo inconsapevole, dai proponenti di queste nuove fasulle consultazioni.
Chi era inconsapevole era la politica: inconsapevole della ferrea volontà mostrata dai cittadini di andare avanti, e di proteggere quella che è la più grande opportunità di crescita del nostro territorio dal dopoguerra ad oggi.
Abbiamo il dovere morale di vigilare e di impedire quello che è un ennesimo tentativo di gettare fango e discredito sulla Nuova Pescara, la politica locale ha paura di perdere i privilegi acquisiti negli anni e per questo dal giorno dopo il voto ha gettato fango con fake news e manipolazione della realtà, osteggiando in
ogni modo il processo voluto dai cittadini.
Cari amministratori, vi lamentate della mancanza di contenuti, ma evitate di dire che avete avuto un decennio per riempire il contenitore che vi è stato consegnato con la volontà espressa nel 2014: adesso basta! Non potevamo permettere questo ulteriore vilipendio alla volontà popolare.
Se non siete in grado come avete dichiarato più volte, semplicemente abbiate l’onesta di farvi da parte e chiedete alla Regione di nominare un commissario ad acta per la fusione.
Marco Di Marzio
Presidente del comitato Spoltore per la Nuova Pescara
Territorio
CARSOLI – PRESENTAZIONE DEL PROGETTO ” LA SCUOLA DEI BRIGANTI “
Territorio
IL PROFUMO DELL’INCLUSIONE: A COLLELONGO LA TERRA RIFIORISCE CON LA GIORNATA DELLA LAVANDA E DELL’ELICRISO
Redazione- C’è un angolo d’Abruzzo, incastonato tra le vette protettive che circondano la Marsica, dove la terra ha deciso di risvegliarsi con un profumo nuovo. Non è solo il profumo pungente della lavanda o quello mieloso dell’elicriso; è l’odore della solidarietà, della rinascita e della partecipazione. Sabato 16 maggio, a partire dalle ore 10:30, il borgo di Collelongo si trasformerà nel palcoscenico di un evento unico: la “Giornata della piantumazione della lavanda e dell’elicriso”.
L’iniziativa nasce sotto l’egida del progetto “Marsica per tutti”, un’ambiziosa visione promossa dall’Associazione “Percorsi Solidali” A.P.S., guidata dal Prof. Sandro Valletta. Finanziato dalla Regione Abruzzo attraverso il Fondo Sociale Regionale, il progetto non è una semplice serie di appuntamenti rurali, ma un vero e proprio manifesto per un turismo accessibile, inclusivo e multisensoriale. L’obiettivo è nobile e necessario: rendere la bellezza dei nostri territori fruibile a chiunque, abbattendo le barriere architettoniche e mentali, e dimostrando che la natura, se vissuta con consapevolezza, può diventare uno strumento straordinario di benessere sociale.
Un viaggio dei sensi tra tre comuni
Il progetto “Marsica per tutti” è un viaggio itinerante che sta toccando i comuni di Pereto, Massa d’Albe e Collelongo. Si tratta di un’esperienza che invita a riscoprire i cicli delle stagioni e i sensi troppo spesso assopiti dalla frenesia moderna. Dopo il successo dell’incontro di martedì 12 maggio, che ha visto protagonisti i giovanissimi alunni della scuola primaria “A. Vivenza – Giovanni XXIII” di Avezzano impegnati a sporcarsi le mani con la terra e la speranza, l’invito ora si estende a tutta la cittadinanza.
Gli “Agricoltori Alternativi”: custodi di biodiversità
Cuore pulsante della giornata sarà il Lavandeto di Collelongo, gestito dall’azienda “Agricoltori Alternativi”. Nata all’ombra del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, questa realtà è il frutto del sogno di cinque amici che hanno scelto di “coltivare il futuro”. La loro filosofia è un inno alla lentezza e al rispetto: niente concimi chimici, niente diserbanti di sintesi. Solo il lavoro paziente delle mani, la forza di piccoli trattori e un amore profondo per la biodiversità.
Oltre alla lavanda e all’elicriso, l’azienda coltiva timo, salvia, lenticchie e girasoli, ridando vita a terreni che per decenni erano rimasti incolti. È un’agricoltura “eroica” e consapevole che non produce solo piante, ma salute per l’ecosistema e bellezza per gli occhi.
Un appuntamento per tutti (nessuno escluso)
Il coordinatore del progetto, il Prof. Sandro Valletta, insieme a Roberta Falcioni (Pereto), Simone Giffi (Massa d’Albe) e Romeo Abruzzo (Collelongo), lancia un appello che risuona come un abbraccio: “Vi invitiamo a partecipare tutti, nessuno escluso”.
Non si tratterà solo di piantare dei fiori, ma di partecipare a un rito collettivo di cura del territorio. Sarà un momento di relax all’aria aperta, un’occasione per imparare i segreti delle piante officinali e per comprendere come un turismo “outdoor” possa essere davvero per tutti, comprese le persone diversamente abili, che al Lavandeto troveranno uno spazio accogliente e pieno di stimoli tattili e olfattivi.
Partecipare alla giornata del 16 maggio significa sostenere un modello di sviluppo che mette al centro l’uomo e l’ambiente. In un mondo che corre, Collelongo ci invita a fermarci, a respirare il profumo dell’elicriso e a piantare un seme di futuro.
L’appuntamento è dunque per sabato 16 maggio, dalle ore 10:30, presso il Lavandeto di Collelongo. Un evento imperdibile per chiunque voglia riscoprire la magia della terra e il valore dello stare insieme.
Per maggiori informazioni e per partecipare:
- Romeo: +39 338 481 2802
- Carmine: +39 347 594 8769
Territorio
SEMI DI MEMORIA: AD ALTINO IL DIALETTO TORNA A GERMOGLIARE CON I RAGAZZI DI “NIN PERDE LA SUMENTE”
Redazione- C’è un legame invisibile ma d’acciaio che unisce la terra alla voce, il vitigno antico alla parola tramandata intorno al focolare. Ad Altino, nel cuore della provincia di Chieti, questo legame ha preso vita domenica scorsa durante la premiazione della terza edizione di “Nin perde la Sumente”, il concorso di racconti dialettali che trasforma gli studenti in custodi di un patrimonio millenario.
L’iniziativa, nata dalla sinergia tra l’associazione Interflumina, gli scrittori Tino Bellisario e Nicola Scutti, e la Bio Cantina Sociale Orsogna, non è solo una competizione letteraria. È un atto di resistenza culturale che si inserisce nel progetto multidisciplinare “Pe’ nin perde la sumente”. L’obiettivo? Dimostrare che la biodiversità non riguarda solo i semi che piantiamo nei campi, ma anche le parole che coltiviamo nella mente.
Il Dialetto come Ecosistema
Sotto gli occhi orgogliosi di una sala polivalente gremita, i ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Altino (Istituto Comprensivo “G. De Petra”) hanno dimostrato che il dialetto non è una lingua “morta” o “minore”, ma uno strumento vibrante capace di raccontare la modernità e la storia con sfumature intraducibili.
«La biodiversità culturale è parte integrante di quella ambientale», ha sottolineato con forza Camillo Zulli, direttore di Bio Cantina Orsogna. «Va tutelata e trasmessa. La parola dei nostri nonni è una ricchezza al pari degli antichi vitigni che abbiamo salvato dall’estinzione». Un concetto ripreso dal sindaco di Altino, Vincenzo Muratelli, che ha definito i ragazzi «tutti vincitori», capaci di legare l’identità locale a emozioni universali.
Storie di Resistenza, Avarizia e Orsi
Il primo premio è andato a Tommaso D’Andrea con “Na femmena coraggiose”. Il racconto, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, narra la storia di Palma, una ragazza di Roccascalegna che si unisce ai partigiani della Brigata Maiella. La giuria è rimasta colpita dal tocco poetico: l’incontro con una soldatessa nemica che, invece di sparare, offre umanità. Un racconto che riscatta il ruolo femminile nella Resistenza, troppo spesso taciuto.
Il secondo gradino del podio ha visto protagonisti Daniel D’Alonzo e Sofia Caricati con “Tu fi la sorte de lu peparole, te muore nghe la sumente ngule”. Una storia ironica su Vincenzo, un uomo così avaro da rifiutare il passaggio dalla Lira all’Euro, finendo per restare con un pugno di mosche. Qui il dialetto si fa “colore”, recuperando termini tecnici del mondo ortolano come “spogna” (finocchio) o espressioni iconiche come “l’arte di Marí Cazzette”.
Terzo posto per Nicolò Daniele e Alysia Trotta con “Piagne lu morte pe frecá lu vive”, un affresco sulla solidarietà del vicinato di una volta, condito da un’ironia tagliente e maledizioni che sembrano uscire direttamente dalla bocca di un’anziana del paese. Una menzione speciale è andata a Chiara Porreca e Kevin Badea, capaci di intrecciare leggenda e realtà nel racconto di un incontro ravvicinato con l’orso nella Valle dell’Aventino.
Un Seme per il Futuro
L’ideatore del concorso, Tino Bellisario, lo ha spiegato chiaramente: «Il dialetto è un seme. In italiano corrente, questi racconti avrebbero perso la loro anima». Ed è proprio questo il senso profondo dell’evento: non un nostalgico sguardo al passato, ma un ponte verso il futuro. Grazie al supporto delle docenti e della giuria (composta da Giuseppe Manzi, Aurelio Rossi e Ilaria Di Biase), i ragazzi hanno riscoperto termini quasi dimenticati, come lo “sparacce” (lo strofinaccio grezzo per il cibo), rinfrescando la memoria collettiva di un’intera comunità.
La festa di Altino è solo l’inizio: il viaggio di “Pe’ nin perde la sumente” proseguirà da maggio a settembre con un tour tra i borghi della Maiella orientale e centrale. Perché finché ci sarà qualcuno pronto a raccontare una storia in dialetto, la “sumente” – il seme della nostra identità – non andrà mai perduta.
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