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Salute

EGPA, alla Camera la roadmap in 7 punti per ridurre ritardi diagnostici e cure a macchia di leopardo

🩺 Alla Camera dei Deputati arriva una nuova roadmap in 7 punti per cambiare la cura dell’EGPA, tra diagnosi più rapide, reti multidisciplinari e terapie mirate.
Un piano che punta a fermare disuguaglianze e ritardi per i pazienti con malattia rara: leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

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Redazione-  Roma riporta al centro del dibattito sulle malattie rare la condizione delle persone affette da Granulomatosi Eosinofila con Poliangioite (EGPA), patologia complessa e poco conosciuta che continua a scontare ritardi diagnostici, percorsi di presa in carico frammentati e forti disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure. Alla Camera dei Deputati è stata presentata una nuova roadmap in 7 punti, nata dal confronto tra associazioni dei pazienti, comunità scientifica, istituzioni e industria, con l’obiettivo di trasformare la rarità da elemento di isolamento a terreno di intervento strutturato. Il messaggio che accompagna il piano è netto: la rarità non può tradursi in una condanna.

La proposta prende forma dal lavoro di ascolto che ha portato alla realizzazione del Libro Bianco “Storie di vita con EGPA”, promosso da GSK con il patrocinio di APACS APS, EGPA Study Group e delle principali società scientifiche coinvolte in quest’area. Quel documento ha raccolto criticità, bisogni e proposte lungo tutto il percorso di vita e di cura dei pazienti. L’incontro romano segna ora un passaggio ulteriore: non più soltanto la descrizione dei problemi, ma l’indicazione di priorità operative su cui costruire un’azione condivisa. Al centro ci sono la necessità di superare la frammentazione assistenziale, rendere più rapida la diagnosi e garantire una presa in carico omogenea sul territorio nazionale.

il piano in 7 punti e le criticità che pesano su diagnosi e assistenza

La roadmap presentata alla Camera individua sette interventi considerati prioritari. Tra questi figurano l’adozione di un PDTA nazionale, il superamento delle differenze regionali attraverso una governance condivisa sulle vasculiti rare, l’introduzione di un codice di invalidità civile specifico per l’EGPA, la definizione univoca delle caratteristiche strutturali della patologia, l’istituzione di un Registro Nazionale, l’avvio di campagne pubbliche di informazione e formazione e l’uso ottimale dei fondi previsti dal Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026. Il filo che lega queste richieste è uno: uscire da una gestione discontinua che oggi produce una sanità a velocità diverse.

L’EGPA è una malattia rara con prevalenza inferiore a cinque casi ogni 100 mila abitanti e proprio questa rarità contribuisce spesso a ritardarne il riconoscimento. Nelle fasi iniziali, spiegano i clinici, può essere scambiata per asma grave o rinosinusite cronica, mentre diventa particolarmente pericolosa quando evolve nella fase vasculitica e coinvolge organi vitali come cuore, reni e sistema nervoso periferico. Il rischio maggiore è che tra i primi sintomi e la diagnosi passino anni, un intervallo che può consentire alla malattia di provocare danni irreversibili.

Su questo punto insiste Augusto Vaglio, professore associato in Nefrologia all’Università di Firenze, secondo cui il tempo rappresenta un fattore decisivo del percorso terapeutico. La mancanza di un PDTA nazionale condiviso viene indicata come uno dei nodi principali, perché obbliga i pazienti a muoversi in sistemi regionali differenti, spesso senza un collegamento efficace tra medicina territoriale e centri ospedalieri di riferimento. In un quadro del genere, il rischio è che la diagnosi venga rallentata e che l’accesso alle cure dipenda troppo dal luogo in cui si vive.

reti multidisciplinari, ruolo dei caregiver e accesso alle terapie mirate

La complessità dell’EGPA richiede un approccio che coinvolga più competenze e più livelli assistenziali. Cristiano Caruso, direttore della UOSD di Allergologia e Immunologia Clinica del Policlinico Gemelli, sottolinea la necessità di costruire per il paziente un sistema coordinato in cui ospedale e territorio condividano realmente la presa in carico. In questa prospettiva, anche il caregiver diventa una figura centrale, soprattutto quando la persona malata ha problemi di mobilità, è sottoposta a immunosoppressione o non riesce a seguire autonomamente il percorso di cura. Senza una rete familiare o territoriale adeguata, osserva Caruso, persino una terapia efficace rischia di non bastare.

Dal punto di vista clinico, l’EGPA è una patologia che combina vasculite e infiltrazione eosinofila nei tessuti, con possibili conseguenze anche molto gravi sul piano cardiovascolare e neurologico. Giacomo Emmi, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Trieste, ricorda che l’infiammazione può portare a fibrosi cardiaca, insufficienza cardiaca anche in soggetti giovani e aumento del rischio di eventi trombotici, inclusi infarto e ictus. La terapia varia in base alla gravità, dal cortisone agli immunosoppressori fino ai farmaci biologici, ma richiede sempre una gestione specialistica e multidisciplinare.

Tra le questioni aperte c’è anche la disparità nell’accesso ai farmaci tra le regioni. Roberto Padoan, responsabile del Centro Vasculiti di Padova, evidenzia come la gestione dell’EGPA sia cambiata in modo significativo grazie all’arrivo di terapie mirate, capaci di agire su meccanismi chiave della malattia, compresa l’infiammazione eosinofilica. La sfida, secondo lo specialista, è fare in modo che queste innovazioni entrino presto nei percorsi di cura ordinari, così da controllare meglio la malattia, ridurre l’uso prolungato dei glucocorticoidi e migliorare la qualità della vita.

Sul fronte istituzionale, l’iniziativa ha raccolto attenzione sia alla Camera sia al Senato. I parlamentari intervenuti hanno sottolineato la necessità di trasformare la maggiore consapevolezza in impegni concreti, capaci di incidere sulla presa in carico e sull’equità di accesso alle cure. Accanto a loro, anche GSK rivendica un ruolo di supporto al cambiamento, indicando il proprio contributo al Libro Bianco e alla definizione delle priorità.

Il punto politico e sanitario, però, resta soprattutto uno: rendere visibile una malattia che troppo spesso resta invisibile. La roadmap presentata a Roma prova a costruire questa svolta, mettendo ordine in un percorso oggi frammentato e chiedendo che la rarità dell’EGPA non diventi più sinonimo di ritardo, solitudine o assistenza incompleta.

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Salute

Chirurgia sempre meno invasiva: così la tecnologia salva la qualità della vita dell’uomo. Intervista al Dott. Stefano Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma

Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.

​Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.

In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente. Intervista di Marialuisa Roscini

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Dott. Stefano Signore

Stefano Signore: “La rivoluzione mininvasiva è oggi al servizio del paziente urologico”

Roma-  Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.

​Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.

In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente.

Dott. Signore, in Italia, si registrano circa 40.000 nuovi casi di tumore alla prostata ogni anno. A Suo avviso, qual è il principale ostacolo culturale che impedisce agli uomini di approcciare lo screening con la stessa regolarità delle donne?

L’ostacolo principale è un misto di tabù culturale, paura del giudizio ed errata percezione della propria salute. Per decenni, la figura maschile è stata condizionata dall’idea che chiedere aiuto o sottoporsi a un controllo clinico rappresentasse una forma di vulnerabilità. A questo, si aggiunge il timore storico del tutto ingiustificato, oggi nei confronti dell’esplorazione rettale e la paura di affrontare una diagnosi che nell’immaginario collettivo viene ancora associata alla perdita della virilità o della continenza.

Mentre la donna ha interiorizzato la cultura della prevenzione sin dall’adolescenza grazie alla ginecologia, l’uomo tende ad andare dall’urologo solo quando compaiono i sintomi. Ma nel tumore della prostata in fase iniziale, i sintomi spesso non ci sono. Per rompere questo muro dobbiamo fare capire che un prelievo per il PSA e una visita preventiva non minano la virilità, ma sono l’unico strumento concreto per tutelare la qualità e la durata della propria vita.

Lei ha concentrato gran parte della Sua attività sulla diagnostica precoce. Quali sono gli strumenti oggi a disposizione dello specialista che stanno realmente cambiando la storia clinica del paziente?

Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione della precisione. Il punto di svolta fondamentale è stata la Risonanza Magnetica Multiparametrica (mpRMI), che ci permette di visualizzare i tessuti prostatici con un dettaglio un tempo impensabile, individuando le lesioni sospette prima ancora di intervenire.

Grazie a queste immagini, oggi eseguiamo la cosiddetta biopsia fusion: una tecnica che sovrappone in tempo reale le immagini della risonanza con l’ecografia, permettendoci di guidare l’ago bioptico esattamente nel punto bersaglio con millimetrica precisione. Questo ha ridotto drasticamente le biopsie casuali o “a random “, azzerando i falsi negativi e limitando le sovradiagnosi di neoplasie indolenti. A questo, si affiancano i nuovi biomarcatori sierici e urinari di ultima generazione, che ci aiutano a stratificare il rischio prima ancora di indicare un percorso bioptico. La diagnosi precoce oggi non significa solo “trovare il tumore”, ma capire fin da subito quale tumore necessita di trattamento e quale invece, può essere semplicemente monitorato in sicurezza.

Quali sono i vantaggi tangibili, in termini di recupero funzionale e qualità della vita, per un paziente sottoposto a prostatectomia radicale mininvasiva rispetto al passato?

Il passaggio dalla chirurgia “a cielo aperto” alla laparoscopia e alla chirurgia robotica ha letteralmente riscritto il decorso post-operatorio. I vantaggi immediati sono la riduzione drastica delle perdite ematiche, del dolore post-operatorio e dei tempi di degenza: il paziente si alza dal letto spesso già il giorno dopo e torna a casa in tempi brevissimi.

Ma il vero cambio di passo risiede nel recupero funzionale. L’ingrandimento ottico ad altissima definizione e la precisione dei movimenti ci consentono di preservare con cura millimetrica le delicate strutture vascolo-nervose (sparing), responsabili dell’erezione e gli sfinteri deputati alla continenza urinaria. Non trattiamo più solo la malattia oncologica in sé, ma trattiamo l’uomo nel suo complesso, restituendolo alla sua quotidianità con un impatto minimo sulla qualità della vita.

Oggi si parla sempre più di chirurgia “focalizzata” e di tecnologie come l’ablazione laser (TPLA) o l’uso di modelli 3D. Come vede l’integrazione di queste frontiere all’interno di una struttura pubblica come l’Ospedale Sant’Eugenio?

L’integrazione di queste tecnologie nel servizio sanitario pubblico non è più un futuro ipotetico, ma una realtà in costante espansione. La ricostruzione tridimensionale dell’organo (modelli 3D organ-specific) ci permette di effettuare un vero e proprio “rendering” pre-operatorio, pianificando l’intervento sartorialmente sulla specifica anatomia del paziente.

Per quanto riguarda i trattamenti focalizzati, come l’ablazione laser TPLA o gli ultrasuoni focalizzati, essi rappresentano una risorsa straordinaria per casi altamente selezionati: ci permettono di “sterilizzare” la singola lesione tumorale risparmiando il resto della ghiandola prostatica sana. In una struttura come la nostra, inserire queste opzioni significa offrire una chirurgia su misura (tailored surgery): non una singola tecnica per tutti, ma la tecnologia giusta per quel singolo paziente e per la sua specifica classe di rischio.

Come sta cambiando il profilo del chirurgo di oggi, sempre più immerso in una realtà fatta di dati e immagini digitali, e quanto è importante l’affiancamento tecnologico rispetto all’esperienza manuale?

Il chirurgo moderno è diventato un professionista “ibrido”, capace di coniugare la manualità anatomica con l’interpretazione di flussi di dati digitali, simulazioni e console tecnologiche. È innegabile che l’avvento della robotica e dei sistemi digitali abbia aumentato la distanza “fisica” tra il chirurgo e il paziente in sala operatoria: non tocchi più i tessuti con le mani, ti trovi seduto a un visore a qualche metro dal letto operatorio.

Ma è proprio qui, che si gioca la vera partita culturale e deontologica. La tecnologia è un amplificatore straordinario dei nostri sensi e delle nostre abilità manuali, ma non potrà mai sostituire il giudizio clinico, l’empatia e la responsabilità. Più la macchina interpone una distanza fisica tra me e il paziente, più io devo accorciare la distanza umana. Il paziente non si affida a un braccio meccanico o a un algoritmo, ma al chirurgo che ha guardato negli occhi in ambulatorio, che gli ha spiegato il percorso e che sarà lì al suo risveglio. La tecnologia salva i tessuti, ma è la relazione d’aiuto che salva la persona.

Guardando ai prossimi anni, quale ritiene sarà il passo evolutivo definitivo che renderà la chirurgia mininvasiva lo standard quotidiano?

Il passo evolutivo definitivo sarà la democratizzazione e la piena sostenibilità della tecnologia, insieme a una formazione specialistica sempre più standardizzata. La chirurgia robotica e mininvasiva non deve rimanere una prerogativa di pochi centri d’eccellenza, ma diventare la norma accessibile a chiunque ne abbia bisogno all’interno del SSN.

L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale ci aiuterà nel supporto alle decisioni intraoperatorie in tempo reale, ma la vera sfida sarà di tipo organizzativo e formativo: creare scuole di chirurgia in grado di allenare i giovani urologi sui simulatori anziché direttamente sul paziente, per garantire standard di sicurezza elevatissimi. L’obiettivo finale non è celebrare la tecnologia per il gusto della novità, ma far sì che ogni paziente, varcando la porta dell’ospedale pubblico, trovi una cura precisa, mininvasiva e profondamente umana.

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Salute

Sanità, FIALS L’Aquila replica alla UIL: verità sugli incarichi di funzione

🚨 SANITÀ, SCONTRO NELL’AQUILANO: REPLICA FIALS SULL’INCARICHI DI FUNZIONE ALLA ASL 1Trasparenza, coerenza e rispetto delle regole contrattuali. La FIALS dell’Aquila interviene con fermezza per replicare alle recenti dichiarazioni della UIL FP Abruzzo sulla gestione del personale nella ASL 1, ristabilendo la verità storica sui fatti. 🏥📊La sigla autonoma ricorda che la vecchia procedura sugli incarichi di funzione non è stata interrotta arbitrariamente dall’attuale Direzione, ma fu fermata a seguito di un duro esposto unitario (firmato anche da CGIL, CISL e Nursind) alla Commissione di Vigilanza per gravi profili di illegittimità rispetto al nuovo CCNL. Un atto di prudenza necessario per evitare contenziosi a danno dei lavoratori. Chiarito anche il caso PICC Team: una delibera operativa salvavita per i pazienti oncologici che non c’entra nulla con l’assegnazione di bonus o poltrone. La FIALS chiede ora un tavolo urgente alla Direzione per sbloccare i fondi del Decreto Calabria e valorizzare il personale senza fare propaganda. 💼💪👇 Pensi che i concorsi per gli incarichi nella sanità debbano essere accelerati? Dì la tua nei commenti!Leggi l’analisi tecnica e il quadro contrattuale completo nel nostro articolo.#SanitàAbruzzo #Asl1Aquila #FIALS #IncarichiDiFunzione #CCNLSanità #DirittoAlloStudio #TrasparenzaSindacale #TutelaLavoratori

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FIALS L'AQUILA

L’Aquila – La governance del personale all’interno delle aziende sanitarie locali rappresenta uno dei terreni più delicati per la tenuta dei servizi assistenziali e per la tutela della dignità professionale dei lavoratori. Le recenti dichiarazioni rilasciate dalla UIL FP Abruzzo in merito alla gestione e all’attribuzione degli incarichi di funzione all’interno della ASL 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila hanno innescato una dura e dettagliata replica da parte della FIALS provinciale. Quando si affrontano dinamiche organizzative che impattano direttamente sulla vita di migliaia di professionisti della salute, la ricostruzione storica e documentale degli eventi deve essere improntata al rigore analitico e alla massima trasparenza istituzionale. Secondo la sigla autonoma, la narrazione offerta dalla UIL risulterebbe parziale e decontestualizzata, omettendo passaggi procedurali decisivi che hanno visto la quasi totalità del fronte sindacale unito nel contestare le vecchie linee di indirizzo manageriali a salvaguardia della legittimità contrattuale.

La contestazione unitaria e la legittimità del blocco amministrativo

L’assunto secondo cui l’attuale Direzione Aziendale avrebbe arbitrariamente interrotto un percorso virtuoso avviato dalla precedente governance viene radicalmente smentito dalla FIALS. La procedura in questione, infatti, era stata oggetto di una fortissima e formale opposizione da parte di un cartello sindacale quasi unanime, composto da FIALS, CGIL, CISL e Nursind. Le quattro sigle avevano evidenziato pubblicamente gravi profili di illegittimità e di palese difformità rispetto alle stringenti regole introdotte dal nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del Comparto Sanità. La vertenza era culminata con un esposto ufficiale alla Commissione regionale di vigilanza per richiederne l’immediata revoca. Di conseguenza, l’azione di stop operata dall’attuale management della ASL 1 non può essere qualificata come un blocco pretestuoso o ingiustificato, bensì come un doveroso e prudente atto di autotutela amministrativa, finalizzato a evitare una stagione di ricorsi e contenziosi paralizzanti che avrebbero danneggiato la stessa stabilità occupazionale dei lavoratori.

Il chiarimento tecnico sul PICC Team e le accuse di opposizione a intermittenza

Un altro snodo cruciale della controversia riguarda il tentativo di assimilare la vicenda degli incarichi dirigenziali e di coordinamento alla delibera istitutiva del cosiddetto PICC Team aziendale. La FIALS chiarisce, con una precisa disamina tecnica, come tale accostamento sia totalmente fuorviante sul piano del diritto amministrativo. L’atto relativo al PICC Team non assegna posizioni organizzative, non conferisce incarichi di funzione né prevede lo stanziamento di compensi o indennità economiche aggiuntive. Si tratta esclusivamente di un provvedimento volto a disciplinare l’assetto operativo e logistico di uno staff infermieristico ad altissima specializzazione, dedicato all’impianto e alla gestione degli accessi vascolari a lungo termine. Un presidio clinico di fondamentale importanza, indispensabile per garantire l’erogazione in sicurezza delle terapie salvavita ai pazienti oncologici e fragili sul territorio aquilano, svincolato dalle logiche della contrattazione di secondo livello sulle carriere.

La gestione del Fondo unico e l’applicazione dell’articolo 63 del CCNL

La riflessione sindacale si sposta poi sull’analisi macroeconomica delle risorse finanziarie disponibili per il salario accessorio, rigidamente perimetrate dall’articolo 63 del CCNL Comparto Sanità 2022-2024. Questo dispositivo norma l’architettura del Fondo unico, il quale deve finanziare sia gli incarichi di funzione sia i differenziali economici di professionalità (DEP), ovvero le vecchie progressioni economiche orizzontali. Trattandosi di un’unica riserva economica a livello aziendale, la gestione dei flussi richiede un bilanciamento millimetrico per evitare che il potenziamento di un istituto contrattuale svuoti i capitoli di spesa dell’altro. Al momento, la capienza del fondo risente dei vincoli e dei tetti di spesa imposti dalle normative nazionali sul contenimento del disavanzo, a partire dai rigidi criteri stabiliti dal Decreto Calabria, che storicamente limitano la capacità di spesa per il personale delle regioni in piano di rientro sanitario.

La richiesta di incontro urgente e la dottrina del pragmatismo sindacale

Nonostante il quadro normativo restrittivo, i progressivi segnali di consolidamento e stabilizzazione dei saldi finanziari della sanità della Regione Abruzzo aprono nuovi margini di manovra. Per questa ragione, la FIALS ha inviato una formale richiesta di incontro urgente alla Direzione Aziendale della ASL 1. L’obiettivo del tavolo di monitoraggio è effettuare una ricognizione puntuale della consistenza economica del fondo e verificare la possibilità di incamerare risorse aggiuntive derivanti dalle deroghe del Decreto Calabria, da destinare immediatamente alla copertura finanziaria dei nuovi incarichi di funzione. La sigla ribadisce la propria linea strategica: il riconoscimento del merito e la progressione di carriera dei lavoratori della sanità non possono essere oggetto di rivendicazioni a intermittenza o di propaganda elettorale. Gli incarichi vanno sbloccati al più presto attraverso avvisi pubblici che garantiscano trasparenza, imparzialità e rigida aderenza al dettato contrattuale, rifiutando logiche di scontro ideologico a favore di risultati concreti e misurabili.

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Bambini e adolescenti al sicuro in estate: la bussola psicologica tra protezione e buon senso intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

​L’estate rappresenta il momento più spensierato dell’anno per bambini e adolescenti, tra tempo all’aperto, gioco e libertà. Pur tuttavia, la bella stagione si rivela spesso teatro di una tragedia silenziosa, dall’aumento degli annegamenti e dei colpi di calore fino agli incidenti stradali e ai pericoli legati all’uso di mezzi a motore, come i quad tra i giovanissimi, la cronaca registra un incremento preoccupante di vittime e feriti sempre più gravi. Intervista di Marialuisa Roscino

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Lucattini

Redazione-  ​L’estate rappresenta il momento più spensierato dell’anno per bambini e adolescenti, tra tempo all’aperto, gioco e libertà. Pur tuttavia, la bella stagione si rivela spesso teatro di una tragedia silenziosa, dall’aumento degli annegamenti e dei colpi di calore fino agli incidenti stradali e ai pericoli legati all’uso di mezzi a motore, come i quad tra i giovanissimi, la cronaca registra un incremento preoccupante di vittime e feriti sempre più gravi. Di questi aspetti importanti e di come in molti casi, sia possibile prevenirli con maggiori misure precauzionali e di sicurezza, ​ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), analizzandone in particolare, in questa intervista, i fattori di rischio psicologici e comportamentali legati a questa drammatica tendenza.

Dott.ssa Lucattini, ogni estate i bambini pagano il prezzo più alto per annegamenti, colpi di calore e incidenti domestici. Oltre ai pericoli evidenti, quali fattori di rischio, secondo Lei, sono ancora sottovalutati? Come possiamo passare dall’emergenza alla prevenzione attiva?

Uno dei fattori più sottovalutati è la convinzione che un ambiente familiare sereno e un luogo di vacanza tranquillo, sia automaticamente sicuro. La casa delle vacanze, il giardino, una piccola piscina gonfiabile, il mare calmo o un breve tragitto in quad possono abbassare la percezione del rischio proprio perché associati al divertimento e alla quotidianità. In realtà, molti incidenti avvengono durante attività ordinarie, quando l’adulto ritiene che il bambino sia autonomo oppure che qualcun altro lo stia sorvegliando.

Dal punto di vista psicologico, è importante considerare la cosiddetta “normalizzazione del rischio”, un comportamento pericoloso, se ripetuto più volte senza conseguenze, finisce per essere percepito come innocuo. Ma l’assenza di incidenti precedenti non rende sicuro un comportamento.

Un altro elemento decisivo è la frammentazione dell’attenzione che possono avere gli adulti. Telefono, conversazioni, faccende domestiche, lavoro a distanza e presenza contemporanea di più bambini possono determinare vere e proprie lacune nella sorveglianza. Gli studi sugli annegamenti infantili mostrano che le distrazioni dei caregiver e l’ambiguità su chi debba controllare il bambino sono fattori ricorrenti negli incidenti (Journal of Paediatrics and Child Health, 2020).

Gli annegamenti rappresentano una delle emergenze estive più drammatiche, spesso consumate in pochissimi secondi, anche in pochi centimetri d’acqua o nelle piscine di casa. Quali regole d’oro si potrebbero seguire per cercare di prevenire questo rischio?

La prima regola è la sorveglianza attiva, continua e ravvicinata. Sorvegliare non significa trovarsi genericamente nelle vicinanze, ma guardare realmente il bambino, senza leggere, usare il telefono, dormire o conversare distraendosi. Con neonati e bambini piccoli bisogna restare a distanza di braccio. Anche un’interruzione breve può essere sufficiente perché si verifichi un incidente.

La seconda regola è assegnare esplicitamente la responsabilità della sorveglianza a bambini più grandi. Durante feste, giornate in spiaggia o momenti con molti adulti è utile individuare un “adulto sorvegliante”, eventualmente alternandosi con turni precisi.

La terza regola è creare barriere fisiche. Piscine e vasche devono essere rese inaccessibili ai bambini quando non sono utilizzate. Gli studi mostrano che la combinazione tra supervisione attiva e barriere conformi alle norme rappresenta uno degli strumenti più importanti nella prevenzione degli annegamenti dei bambini piccoli. Anche le piscine portatili possono essere pericolose, sono stati descritti annegamenti in circa 15 centimetri d’acqua.

La quarta regola è non attribuire a braccioli, gonfiabili o giochi acquatici una funzione salvavita di per sé. Possono sgonfiarsi, scivolare o allontanare il bambino dalla riva. Quando indicato, deve essere utilizzato un dispositivo personale di galleggiamento omologato e adeguato al peso del bambino, ma neppure questo sostituisce la sorveglianza.

I corsi di nuoto possono migliorare le competenze acquatiche, ma non rendono un bambino “a prova di annegamento”. Il rischio può anzi aumentare se i genitori, rassicurati dalle lezioni, riducono il controllo. È quindi fondamentale che l’insegnamento del nuoto sia accompagnato da un’educazione dei genitori sulla sicurezza e sui limiti delle abilità acquisite.

Infine, gli adulti dovrebbero avere delle conoscenze di base delle manovre di rianimazione cardiopolmonare e avere sempre a disposizione un sistema rapido per chiamare i soccorsi (Pediatrics, 2026).

Con l’innalzamento costante delle temperature e le ondate di calore sempre più intense, i bambini e i neonati sono particolarmente vulnerabili a colpi di sole e disidratazione grave. Quali sono i segnali d’allarme da cogliere tempestivamente?

Neonati e bambini piccoli rispetto agli adulti presentano caratteristiche fisiologiche e comportamentali che possono rendere più difficile la gestione del calore, specialmente durante l’attività fisica prolungata.

I primi segnali possono essere aspecifici, irritabilità, stanchezza insolita, sonnolenza, mal di testa, nausea, vertigini, crampi, pelle molto calda, sete intensa, riduzione dell’attività e difficoltà a continuare il gioco. Nel bambino piccolo bisogna osservare anche la diminuzione delle urine, pannolini meno bagnati, bocca asciutta, assenza di lacrime durante il pianto e un comportamento meno reattivo del solito.

Particolare attenzione va prestata quando il bambino diventa confuso, disorientato, barcolla, risponde lentamente, importante non scambiare questi cambiamenti per un problema psicologico e le alterazioni del comportamento come capricci o pigrizia (Journal of Clinical Medicine, 2025).

Cosa è possibile fare al riguardo?

Se invece, si osserva un’alterazione dello stato di coscienza, bisogna porsi il problema di un possibile colpo di calore che costituisce un’emergenza medica.  Di fronte a questi segni bisogna interrompere immediatamente le attività, portare il bambino in un luogo fresco, togliere gli indumenti e iniziare a raffreddarlo. In presenza di confusione, perdita di coscienza, convulsioni, forte debolezza o sospetto colpo di calore occorre chiamare subito il 112. Non bisogna forzare a bere un bambino confuso, sonnolento o non pienamente cosciente, per il rischio di soffocamento.

La prevenzione richiede di non aspettare che il bambino chieda da bere, programmando pause frequenti, limitando le attività nelle ore più calde e osservando anche i cambiamenti del comportamento. Il bambino concentrato nel gioco può non riconoscere o non comunicare tempestivamente la sete e la stanchezza (Current Opinion in Pediatrics, 2024).

Se per i più piccoli il pericolo arriva dall’ambiente domestico o acquatico, per gli adolescenti l’estate fa registrare un vero e proprio allarme legato all’uso dei quad e di altri veicoli a motore, soprattutto se guidati senza protezioni adeguate, con conseguenze tragiche o invalidanti. A cosa è dovuta questa sottovalutazione del pericolo?

 

L’adolescente non è privo della capacità di comprendere il rischio. Spesso sa che una condotta è potenzialmente pericolosa, ma nel momento concreto il desiderio di provare emozioni, sentirsi “grandi”, essere accettato dal gruppo o dimostrare coraggio può prevalere sulla valutazione delle conseguenze.

Durante l’adolescenza i sistemi cerebrali legati alla gratificazione, alla novità e alla rilevanza sociale diventano particolarmente sensibili, mentre le capacità di controllo, pianificazione e autoregolazione continuano a maturare. Questa diversa traiettoria evolutiva può favorire decisioni impulsive soprattutto in condizioni di eccitazione emotiva o in presenza dei coetanei (Current Opinion in Psychology, 2022).

Anche il modello adulto ha un ruolo centrale poiché trasmettono direttamente e implicitamente le regole. La sicurezza non si insegna soltanto attraverso insegnamenti e raccomandazioni, ma soprattutto attraverso comportamenti coerenti.

Come si argina questo fenomeno tra i giovani?

Sono importanti regole chiare e non negoziabili, niente guida senza i requisiti previsti, niente mezzi non adatti all’età o alle dimensioni fisiche, niente passeggeri quando il veicolo non è progettato per trasportarli, niente alcol o altre sostanze stupefacenti, niente percorsi non autorizzati e casco sempre ben allacciato.

Le regole devono essere accompagnate da un lavoro sulla percezione del rischio per questo possono essere efficaci testimonianze, simulazioni, formazione pratica e discussione di casi reali, purché non vengano utilizzati soltanto per spaventare.

È utile coinvolgere i ragazzi nella costruzione della propria sicurezza, chiedere loro di individuare i rischi, stabilire preventivamente in quali condizioni possono guidare e concordare come rapportarsi alla pressione degli amici. Un adolescente aderisce più facilmente alle regole quando ne comprende il senso e capisce che proteggono la sua autonomia, anziché essere una limitazione o una punizione.

Occorre quindi un’alleanza tra famiglia, strutture turistiche, associazioni sportive e noleggiatori, affinché il messaggio sia univoco, ogni mezzo a motore non è un giocattolo e la sicurezza non dipende dall’abilità percepita del ragazzo ma da competenze specifiche e rispetto di regole precise (Paediatrics & Child Health, 2025).

 

Quali sono, a Suo avviso, le regole fondamentali da tenere a mente ogni giorno, racchiudendo sorveglianza, educazione al rischio e buon senso?

La prima regola è che la sicurezza deve essere proporzionata allo sviluppo del bambino, non soltanto alla sua età anagrafica. Un bambino molto vivace, impulsivo o attratto dalla novità può aver bisogno di una sorveglianza più ravvicinata; allo stesso modo, un adolescente competente in altri ambiti può non essere ancora pronto per gestire un mezzo potente o una situazione complessa.

La seconda regola è rendere la sorveglianza concreta. Bisogna sapere chi controlla, che cosa sta controllando e per quanto tempo. La supervisione è più efficace quando è attiva, prossima e continuativa, soprattutto vicino all’acqua, alle strade, ai balconi, ai veicoli e alle fonti di calore. La ricerca sugli incidenti infantili mostra che età del bambino, capacità di autocontrollo, percezione del rischio da parte dei genitori e qualità della supervisione interagiscono nel determinare la sicurezza.

La terza è eliminare i pericoli quando possibile. La prevenzione non deve dipendere unicamente dall’obbedienza del bambino, farmaci, sostanze tossiche, chiavi dei veicoli e accessi all’acqua devono essere fisicamente protetti. Una barriera è più affidabile di un divieto ripetuto anche molte volte.

La quarta è anticipare gli scenari possibili. Questo non significa vivere nell’ansia, ma prendere decisioni ponderate nei momenti d’entusiasmo impulsivo o in situazioni di emergenza.

La quinta è distinguere il rischio evolutivo dal pericolo evitabile. Arrampicarsi in un parco adatto all’età, esplorare la natura o imparare gradualmente a nuotare sono esperienze di crescita. Guidare senza casco, lasciare un bambino solo vicino a una piscina o tenerlo in un’auto parcheggiata sono invece pericoli che non producono alcun beneficio educativo.

Infine, il buon senso deve sempre essere sostenuto da regole precise. Nei momenti di stanchezza, fretta o euforia collettiva, anche il giudizio dell’adulto può ridursi. Procedure semplici e ripetute (indossare casco e cintura di sicurezza, avere le dovute misure di protezione in acqua, evitare tuffi azzardati, fare pause all’ombra, alimentarsi, bere e idratarsi spesso) trasformano la prudenza in una buona abitudine (Pediatric Clinics of North America, 2025).

 

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Vigilare sempre i bambini e di non vergognarsi mai nell’essere prudenti. Quando crescono, avere la forza dire di “no” ad attività non adeguata all’età o rischiose;

-Parlare dei pericoli senza minacce o immagini catastrofiche. Con i bambini piccoli funzionano regole chiare a parole semplici e ripetute nel tempo. Con gli adolescenti spiegare il rapporto tra comportamento e conseguenze, ascoltare le loro idee e parlare chiaramente anche della pressione sociale;

-Essere buoni modelli. Le indicazioni e le norme perdono credibilità quando vengono richieste ai figli ma ignorate dagli adulti;

-Con gli adolescenti, è utile concordare le regole in anticipo, evitando la contrattazione davanti agli amici;

-Sorvegliare senza controllare ossessivamente. Una buona protezione cambia con la crescita dei figli, dapprima è presenza fisica, poi diventa educazione, spiegazioni, ascolto e disponibilità al dialogo;

-Aiutare i figli a distinguere il coraggio dall’imprudenza, l’autonomia dal correre pericoli, la libertà dalla mancanza di regole.

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