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Salute

Tempo e psiche: come il cambiamento delle temperature può influire sui bambini. Intervista ad Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Per un bambino, la costanza delle abitudini che regola emozioni, si costruisce gradualmente, giorno dopo giorno attraverso la prevedibilità delle routine quotidiane: il parco nel pomeriggio…..
Intervista di Marialuisa Roscino

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Tempo e psiche: come il cambiamento delle temperature può influire sui bambini. Intervista ad Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Redazione-  Per un bambino, la costanza delle abitudini che regola emozioni, si costruisce gradualmente, giorno dopo giorno attraverso la prevedibilità delle routine quotidiane: il parco nel pomeriggio, la corsa in bicicletta, il calcio, il gioco con i coetanei, il supporto affettivo ed educativo costante e fondamentale dei genitori, il tempo di gioco e di ascolto riflessivo con i nonni.

L’estate, a volte, a causa delle eccessive ondate di calore invece, si trasforma una sfida, a prova di clima e di umore per i più piccoli.

Le temperature estreme e l’afa opprimente non colpiscono solo il corpo, ma solitamente anche lo stato emotivo dei bambini, che possono perdere il sonno notturno e diventare irritabili e capricciosi.

“I bambini leggono il mondo attraverso il corpo e le azioni”, spiega in questa intervista Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

“Quando le temperature estreme costringono i bambini a rintanarsi in casa con le serrande abbassate, la perdita delle routine all’aperto crea un vuoto che i più piccoli non si sanno spiegare, traducendolo spesso in agitazione o apatia. Sentirsi intrappolati da un nemico invisibile, questo può generare un senso di impotenza che mette a dura prova l’intero nucleo familiare. La sfida centrale per genitori ed educatori – avverte  Lucattini – è oggi quella di saper trasformare il “tempo vuoto” della chiusura in casa in un’opportunità speciale: uno spazio protetto di ascolto, elaborazione e rassicurazione, di   maggiore qualità del tempo con i propri figli, anche durante le vacanze estive”.

Quali metodi pratici e “strategie”, i  genitori, con la rimodulazione della routine quotidiana, possono allora adottare in estate per proteggere il benessere emotivo dei bambini e costruire resilienza durante le emergenze climatiche come le ondate di calore, evitando in tal modo, anche l’ecoansia?  Lo vediamo in questa intervista di oggi con la dott.ssa Lucattini

 

Dott.ssa Lucattini, perché ritiene sia importante proteggere i bambini dagli effetti dei cambiamenti climatici? Quali implicazioni psicologiche possono esserci?

 

È importante proteggerli perché l’infanzia è una fase di grande vulnerabilità, anche di straordinaria plasticità. Il corpo e la mente del bambino sono in sviluppo: caldo estremo, eventi meteorologici violenti, inquinamento, perdita di routine, interruzione della scuola e stress familiare non sono solo “disagi estivi”, ma esperienze che possono incidere sul senso di sicurezza, sulla regolazione emotiva e sulla fiducia nell’ambiente. La letteratura più recente conferma che i bambini sono particolarmente esposti perché hanno una minore capacità biologica di adattarsi al caldo, dipendono dagli adulti per proteggersi e risentono molto della qualità dell’ambiente fisico e relazionale in cui vivono.

Il cambiamento climatico può influenzare lo sviluppo emotivo e psicologico a lungo termine attraverso due vie principali. La prima è diretta: ondate di calore, incendi, alluvioni o evacuazioni possono provocare paura intensa, disturbi del sonno, irritabilità, ansia, sintomi depressivi o post-traumatici. La seconda è indiretta e più silenziosa: il bambino percepisce l’ansia degli adulti, sente parlare di catastrofi, vede immagini allarmanti, avverte l’instabilità del mondo e può interiorizzare un sentimento di impotenza (International Journal of Behavioral Development, 2025).

Quali sono in particolare gli effetti psico-fisici che il caldo estremo può avere sui bambini durante l’estate?

 

Il caldo estremo può avere effetti importanti sui bambini, soprattutto durante l’estate, quando aumentano l’esposizione al sole, l’attività all’aperto e il rischio di disidratazione. Sul piano fisico, i primi segnali sono spesso stanchezza insolita, sete intensa, mal di testa, nausea, crampi muscolari, vertigini, irritabilità, sudorazione abbondante e riduzione della pipì. Se non si interviene rapidamente, si può arrivare all’esaurimento da calore e, nei casi più gravi, al colpo di calore, che è un’emergenza medica. Il caldo estremo può far ammalare i bambini molto rapidamente e può provocare disidratazione, crampi, esaurimento da calore e colpo di calore.

Sul piano psicologico, il caldo intenso rende i bambini più vulnerabili a irritabilità, agitazione, pianto facile, oppositività, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno. Un bambino che dorme male, mangia meno, suda molto e si sente fisicamente affaticato può apparire “capriccioso”, ma in realtà sta esprimendo un disagio corporeo che non sa ancora mentalizzare o verbalizzare. Nei più piccoli questo può manifestarsi con regressioni, bisogno maggiore di vicinanza, difficoltà di separazione (Nature, Mental Health Research,2026).

Bisogna poi considerare i bambini più fragili: neonati, bambini molto piccoli, bambini con malattie respiratorie come l’asma, patologie neurologiche, disabilità, disturbi del neurosviluppo, problemi psichiatrici o condizioni socioeconomiche svantaggiate. L’OMS ricorda che lo stress da calore può aggravare patologie preesistenti, comprese asma e condizioni di salute mentale, e che il colpo di calore è una vera emergenza medica.

Quali sono i principali campanelli d’allarme, cui i genitori devono prestare attenzione  durante l’estate per i propri figli?

 

I genitori dovrebbero osservare soprattutto i cambiamenti improvvisi nel comportamento e nel corpo del bambino. Lo stress termico, infatti, non si manifesta solo con sintomi fisici evidenti, ma spesso anche con segnali emotivi e comportamentali: un bambino che diventa improvvisamente irritabile, abbattuto, oppositivo, molto stanco o confuso può non essere “capriccioso”, ma in difficoltà per il caldo.

I segnali fisici più importanti sono: sete intensa, bocca secca, sudorazione eccessiva o, al contrario, pelle molto calda e asciutta, mal di testa, nausea, crampi, vertigini, sonnolenza, debolezza, riduzione della pipì, tachicardia, pallore o arrossamento intenso. Nei casi più seri possono comparire confusione, difficoltà a camminare, svenimento, febbre alta o alterazione dello stato di coscienza: questi sono segnali d’allarme e richiedono un intervento medico immediato. Il lavoro pubblicato nel 2026 su Scientific Reports conferma che lo stress da calore negli adolescenti può compromettere idratazione, lucidità cognitiva e salute generale.

Sul piano psicologico, invece, bisogna distinguere tra una normale preoccupazione per il clima, cambiamento percepito dai bambini ma anche argomento di informazione mediatica che fa da cassa di risonanza, e una vera sofferenza psicologica. Nei bambini più piccoli può comparire un bisogno eccessivo di rassicurazione, regressioni psicologiche (enuresi notturna) e somatizzazioni come mal di pancia o mal di testa senza causa organica diagnosticata.

 

Quali strategie consiglia per proteggere non solo il corpo, ma anche l’equilibrio psicologico e il sonno dei più piccoli?

 

Il primo punto è sostenere i genitori stessi, perché i bambini non affrontano il clima estremo da soli: lo affrontano attraverso la mente, il corpo e le emozioni degli adulti che si prendono cura di lui. Quando un genitore è molto spaventato, esausto, irritabile o sopraffatto, il bambino lo percepisce immediatamente. Per questo, proteggere la salute mentale dei bambini significa anche proteggere la capacità dei genitori di restare presenti, calmi, coerenti e affettivamente disponibili.

Il caldo estremo, le allerte meteo, gli incendi, la siccità o le immagini catastrofiche possono generare nei bambini un senso di insicurezza. I genitori possono aiutarli prima di tutto mantenendo routine prevedibili: orari regolari per dormire, mangiare, bere, riposare, giocare in luoghi freschi e sicuri. La prevedibilità è un potente regolatore emotivo per tutti i bambini.

Un altro punto fondamentale è aiutare il bambino a dare un nome alle emozioni, infatti, è indispensabile parlare del clima in modo realistico ma non terrorizzante. I bambini hanno bisogno di spiegazioni proporzionate all’età: non vanno ingannati, ma neppure esposti a un linguaggio catastrofico. Se il bambino sente che la sua paura è accolta, può regolarla meglio. Se invece viene minimizzata rischia di restare solo con un’angoscia senza parole. Non serve che un bambino veda continuamente video di disastri ambientali per diventare consapevole sul clima (Current psychology, 2026).

Quali metodi pratici, “strategie”, i  genitori, con la rimodulazione della routine domestica in estate attraverso il gioco, possono adottare per proteggere il benessere emotivo dei bambini e costruire resilienza durante le emergenze climatiche come le ondate di calore, evitando in tal modo, anche l’ecoansia?

 

I genitori svolgono una fondamentale funzione di contenimento, raccolgono l’asia dei loro bambini, la comprendono, la rendono pensabile e la restituiscono in una forma tollerabile. Questo è particolarmente importante durante eventi climatici estremi, perché il bambino può vivere il caldo, il temporale violento, l’alluvione o l’evacuazione non solo come pericolo fisico, ma come rottura del senso di protezione ambientale. Quando l’adulto resta presente, calmo e organizzato, il bambino può ritrovare un senso di continuità: capisce che qualcosa di difficile sta accadendo, ma anche che esiste qualcuno capace di proteggerlo, spiegargli ciò che succede e guidarlo in azioni concrete. La sicurezza, per un bambino, non nasce dall’assenza di pericoli, ma dalla presenza di adulti affidabili che sanno trasformare l’allarme in cura, la paura in parola e l’attesa in attività condivise.

Durante le ondate di calore, i genitori possono aiutare i figli a mantenere normalità e sicurezza prima di tutto creando una routine prevedibile. Il bambino ha bisogno di sapere che cosa accadrà, quando si può uscire, quando si gioca, quando si dorme. La routine funziona come una cornice protettiva, riduce l’ansia e dà al bambino la sensazione che la vita quotidiana continui, pur con alcuni adattamenti necessari. Il bambino ha bisogno di essere intrattenuto, ma soprattutto di sentirsi accompagnato. Anche un’attività semplice, se condivisa con un adulto, ha un grande valore, calma, organizza il tempo, riduce la frustrazione e rafforza il legame (Journal of Child and Family Studies, 2026).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

 

-Proteggere i bambini dal caldo. Evitare le uscite nelle ore centrali della giornata, scegliere ambienti freschi, ombreggiati o climatizzati, usare abiti leggeri, cappellino e crema solare;

-Proporre cibi freschi e leggeri, e farli bere spesso. Preferire frutta, verdura, yogurt, cereali, pasta o riso freddi, pesce, legumi e piccoli pasti digeribili;

-Mantenere abitudini prevedibili e rispettare i loro tempi. Avere orari regolari per sonno, pasti, riposo, gioco e uscite, così da aiutarli a sentirsi protetti anche quando il caldo modifica le abitudini;

-Intrattenerli in casa con attività tranquille. Proporre giochi d’acqua controllati, letture, disegni, costruzioni, puzzle, musica, piccoli percorsi motori in una stanza fresca;

-Accogliere le emozioni senza spaventarli. Spiegare il caldo con parole semplici, rassicurare, nominare le paure e trasformarle in azioni concrete: riposare, stare al fresco, uscire nelle ore più adatte;

-Osservare i segnali di malessere. In caso di stanchezza insolita, mal di testa, nausea, irritabilità, sonnolenza, poca pipì, pelle molto calda o confusione, contattare subito il pediatra.

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Salute

Chirurgia sempre meno invasiva: così la tecnologia salva la qualità della vita dell’uomo. Intervista al Dott. Stefano Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma

Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.

​Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.

In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente. Intervista di Marialuisa Roscini

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Dott. Stefano Signore

Stefano Signore: “La rivoluzione mininvasiva è oggi al servizio del paziente urologico”

Roma-  Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.

​Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.

In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente.

Dott. Signore, in Italia, si registrano circa 40.000 nuovi casi di tumore alla prostata ogni anno. A Suo avviso, qual è il principale ostacolo culturale che impedisce agli uomini di approcciare lo screening con la stessa regolarità delle donne?

L’ostacolo principale è un misto di tabù culturale, paura del giudizio ed errata percezione della propria salute. Per decenni, la figura maschile è stata condizionata dall’idea che chiedere aiuto o sottoporsi a un controllo clinico rappresentasse una forma di vulnerabilità. A questo, si aggiunge il timore storico del tutto ingiustificato, oggi nei confronti dell’esplorazione rettale e la paura di affrontare una diagnosi che nell’immaginario collettivo viene ancora associata alla perdita della virilità o della continenza.

Mentre la donna ha interiorizzato la cultura della prevenzione sin dall’adolescenza grazie alla ginecologia, l’uomo tende ad andare dall’urologo solo quando compaiono i sintomi. Ma nel tumore della prostata in fase iniziale, i sintomi spesso non ci sono. Per rompere questo muro dobbiamo fare capire che un prelievo per il PSA e una visita preventiva non minano la virilità, ma sono l’unico strumento concreto per tutelare la qualità e la durata della propria vita.

Lei ha concentrato gran parte della Sua attività sulla diagnostica precoce. Quali sono gli strumenti oggi a disposizione dello specialista che stanno realmente cambiando la storia clinica del paziente?

Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione della precisione. Il punto di svolta fondamentale è stata la Risonanza Magnetica Multiparametrica (mpRMI), che ci permette di visualizzare i tessuti prostatici con un dettaglio un tempo impensabile, individuando le lesioni sospette prima ancora di intervenire.

Grazie a queste immagini, oggi eseguiamo la cosiddetta biopsia fusion: una tecnica che sovrappone in tempo reale le immagini della risonanza con l’ecografia, permettendoci di guidare l’ago bioptico esattamente nel punto bersaglio con millimetrica precisione. Questo ha ridotto drasticamente le biopsie casuali o “a random “, azzerando i falsi negativi e limitando le sovradiagnosi di neoplasie indolenti. A questo, si affiancano i nuovi biomarcatori sierici e urinari di ultima generazione, che ci aiutano a stratificare il rischio prima ancora di indicare un percorso bioptico. La diagnosi precoce oggi non significa solo “trovare il tumore”, ma capire fin da subito quale tumore necessita di trattamento e quale invece, può essere semplicemente monitorato in sicurezza.

Quali sono i vantaggi tangibili, in termini di recupero funzionale e qualità della vita, per un paziente sottoposto a prostatectomia radicale mininvasiva rispetto al passato?

Il passaggio dalla chirurgia “a cielo aperto” alla laparoscopia e alla chirurgia robotica ha letteralmente riscritto il decorso post-operatorio. I vantaggi immediati sono la riduzione drastica delle perdite ematiche, del dolore post-operatorio e dei tempi di degenza: il paziente si alza dal letto spesso già il giorno dopo e torna a casa in tempi brevissimi.

Ma il vero cambio di passo risiede nel recupero funzionale. L’ingrandimento ottico ad altissima definizione e la precisione dei movimenti ci consentono di preservare con cura millimetrica le delicate strutture vascolo-nervose (sparing), responsabili dell’erezione e gli sfinteri deputati alla continenza urinaria. Non trattiamo più solo la malattia oncologica in sé, ma trattiamo l’uomo nel suo complesso, restituendolo alla sua quotidianità con un impatto minimo sulla qualità della vita.

Oggi si parla sempre più di chirurgia “focalizzata” e di tecnologie come l’ablazione laser (TPLA) o l’uso di modelli 3D. Come vede l’integrazione di queste frontiere all’interno di una struttura pubblica come l’Ospedale Sant’Eugenio?

L’integrazione di queste tecnologie nel servizio sanitario pubblico non è più un futuro ipotetico, ma una realtà in costante espansione. La ricostruzione tridimensionale dell’organo (modelli 3D organ-specific) ci permette di effettuare un vero e proprio “rendering” pre-operatorio, pianificando l’intervento sartorialmente sulla specifica anatomia del paziente.

Per quanto riguarda i trattamenti focalizzati, come l’ablazione laser TPLA o gli ultrasuoni focalizzati, essi rappresentano una risorsa straordinaria per casi altamente selezionati: ci permettono di “sterilizzare” la singola lesione tumorale risparmiando il resto della ghiandola prostatica sana. In una struttura come la nostra, inserire queste opzioni significa offrire una chirurgia su misura (tailored surgery): non una singola tecnica per tutti, ma la tecnologia giusta per quel singolo paziente e per la sua specifica classe di rischio.

Come sta cambiando il profilo del chirurgo di oggi, sempre più immerso in una realtà fatta di dati e immagini digitali, e quanto è importante l’affiancamento tecnologico rispetto all’esperienza manuale?

Il chirurgo moderno è diventato un professionista “ibrido”, capace di coniugare la manualità anatomica con l’interpretazione di flussi di dati digitali, simulazioni e console tecnologiche. È innegabile che l’avvento della robotica e dei sistemi digitali abbia aumentato la distanza “fisica” tra il chirurgo e il paziente in sala operatoria: non tocchi più i tessuti con le mani, ti trovi seduto a un visore a qualche metro dal letto operatorio.

Ma è proprio qui, che si gioca la vera partita culturale e deontologica. La tecnologia è un amplificatore straordinario dei nostri sensi e delle nostre abilità manuali, ma non potrà mai sostituire il giudizio clinico, l’empatia e la responsabilità. Più la macchina interpone una distanza fisica tra me e il paziente, più io devo accorciare la distanza umana. Il paziente non si affida a un braccio meccanico o a un algoritmo, ma al chirurgo che ha guardato negli occhi in ambulatorio, che gli ha spiegato il percorso e che sarà lì al suo risveglio. La tecnologia salva i tessuti, ma è la relazione d’aiuto che salva la persona.

Guardando ai prossimi anni, quale ritiene sarà il passo evolutivo definitivo che renderà la chirurgia mininvasiva lo standard quotidiano?

Il passo evolutivo definitivo sarà la democratizzazione e la piena sostenibilità della tecnologia, insieme a una formazione specialistica sempre più standardizzata. La chirurgia robotica e mininvasiva non deve rimanere una prerogativa di pochi centri d’eccellenza, ma diventare la norma accessibile a chiunque ne abbia bisogno all’interno del SSN.

L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale ci aiuterà nel supporto alle decisioni intraoperatorie in tempo reale, ma la vera sfida sarà di tipo organizzativo e formativo: creare scuole di chirurgia in grado di allenare i giovani urologi sui simulatori anziché direttamente sul paziente, per garantire standard di sicurezza elevatissimi. L’obiettivo finale non è celebrare la tecnologia per il gusto della novità, ma far sì che ogni paziente, varcando la porta dell’ospedale pubblico, trovi una cura precisa, mininvasiva e profondamente umana.

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Salute

Sanità, FIALS L’Aquila replica alla UIL: verità sugli incarichi di funzione

🚨 SANITÀ, SCONTRO NELL’AQUILANO: REPLICA FIALS SULL’INCARICHI DI FUNZIONE ALLA ASL 1Trasparenza, coerenza e rispetto delle regole contrattuali. La FIALS dell’Aquila interviene con fermezza per replicare alle recenti dichiarazioni della UIL FP Abruzzo sulla gestione del personale nella ASL 1, ristabilendo la verità storica sui fatti. 🏥📊La sigla autonoma ricorda che la vecchia procedura sugli incarichi di funzione non è stata interrotta arbitrariamente dall’attuale Direzione, ma fu fermata a seguito di un duro esposto unitario (firmato anche da CGIL, CISL e Nursind) alla Commissione di Vigilanza per gravi profili di illegittimità rispetto al nuovo CCNL. Un atto di prudenza necessario per evitare contenziosi a danno dei lavoratori. Chiarito anche il caso PICC Team: una delibera operativa salvavita per i pazienti oncologici che non c’entra nulla con l’assegnazione di bonus o poltrone. La FIALS chiede ora un tavolo urgente alla Direzione per sbloccare i fondi del Decreto Calabria e valorizzare il personale senza fare propaganda. 💼💪👇 Pensi che i concorsi per gli incarichi nella sanità debbano essere accelerati? Dì la tua nei commenti!Leggi l’analisi tecnica e il quadro contrattuale completo nel nostro articolo.#SanitàAbruzzo #Asl1Aquila #FIALS #IncarichiDiFunzione #CCNLSanità #DirittoAlloStudio #TrasparenzaSindacale #TutelaLavoratori

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FIALS L'AQUILA

L’Aquila – La governance del personale all’interno delle aziende sanitarie locali rappresenta uno dei terreni più delicati per la tenuta dei servizi assistenziali e per la tutela della dignità professionale dei lavoratori. Le recenti dichiarazioni rilasciate dalla UIL FP Abruzzo in merito alla gestione e all’attribuzione degli incarichi di funzione all’interno della ASL 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila hanno innescato una dura e dettagliata replica da parte della FIALS provinciale. Quando si affrontano dinamiche organizzative che impattano direttamente sulla vita di migliaia di professionisti della salute, la ricostruzione storica e documentale degli eventi deve essere improntata al rigore analitico e alla massima trasparenza istituzionale. Secondo la sigla autonoma, la narrazione offerta dalla UIL risulterebbe parziale e decontestualizzata, omettendo passaggi procedurali decisivi che hanno visto la quasi totalità del fronte sindacale unito nel contestare le vecchie linee di indirizzo manageriali a salvaguardia della legittimità contrattuale.

La contestazione unitaria e la legittimità del blocco amministrativo

L’assunto secondo cui l’attuale Direzione Aziendale avrebbe arbitrariamente interrotto un percorso virtuoso avviato dalla precedente governance viene radicalmente smentito dalla FIALS. La procedura in questione, infatti, era stata oggetto di una fortissima e formale opposizione da parte di un cartello sindacale quasi unanime, composto da FIALS, CGIL, CISL e Nursind. Le quattro sigle avevano evidenziato pubblicamente gravi profili di illegittimità e di palese difformità rispetto alle stringenti regole introdotte dal nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del Comparto Sanità. La vertenza era culminata con un esposto ufficiale alla Commissione regionale di vigilanza per richiederne l’immediata revoca. Di conseguenza, l’azione di stop operata dall’attuale management della ASL 1 non può essere qualificata come un blocco pretestuoso o ingiustificato, bensì come un doveroso e prudente atto di autotutela amministrativa, finalizzato a evitare una stagione di ricorsi e contenziosi paralizzanti che avrebbero danneggiato la stessa stabilità occupazionale dei lavoratori.

Il chiarimento tecnico sul PICC Team e le accuse di opposizione a intermittenza

Un altro snodo cruciale della controversia riguarda il tentativo di assimilare la vicenda degli incarichi dirigenziali e di coordinamento alla delibera istitutiva del cosiddetto PICC Team aziendale. La FIALS chiarisce, con una precisa disamina tecnica, come tale accostamento sia totalmente fuorviante sul piano del diritto amministrativo. L’atto relativo al PICC Team non assegna posizioni organizzative, non conferisce incarichi di funzione né prevede lo stanziamento di compensi o indennità economiche aggiuntive. Si tratta esclusivamente di un provvedimento volto a disciplinare l’assetto operativo e logistico di uno staff infermieristico ad altissima specializzazione, dedicato all’impianto e alla gestione degli accessi vascolari a lungo termine. Un presidio clinico di fondamentale importanza, indispensabile per garantire l’erogazione in sicurezza delle terapie salvavita ai pazienti oncologici e fragili sul territorio aquilano, svincolato dalle logiche della contrattazione di secondo livello sulle carriere.

La gestione del Fondo unico e l’applicazione dell’articolo 63 del CCNL

La riflessione sindacale si sposta poi sull’analisi macroeconomica delle risorse finanziarie disponibili per il salario accessorio, rigidamente perimetrate dall’articolo 63 del CCNL Comparto Sanità 2022-2024. Questo dispositivo norma l’architettura del Fondo unico, il quale deve finanziare sia gli incarichi di funzione sia i differenziali economici di professionalità (DEP), ovvero le vecchie progressioni economiche orizzontali. Trattandosi di un’unica riserva economica a livello aziendale, la gestione dei flussi richiede un bilanciamento millimetrico per evitare che il potenziamento di un istituto contrattuale svuoti i capitoli di spesa dell’altro. Al momento, la capienza del fondo risente dei vincoli e dei tetti di spesa imposti dalle normative nazionali sul contenimento del disavanzo, a partire dai rigidi criteri stabiliti dal Decreto Calabria, che storicamente limitano la capacità di spesa per il personale delle regioni in piano di rientro sanitario.

La richiesta di incontro urgente e la dottrina del pragmatismo sindacale

Nonostante il quadro normativo restrittivo, i progressivi segnali di consolidamento e stabilizzazione dei saldi finanziari della sanità della Regione Abruzzo aprono nuovi margini di manovra. Per questa ragione, la FIALS ha inviato una formale richiesta di incontro urgente alla Direzione Aziendale della ASL 1. L’obiettivo del tavolo di monitoraggio è effettuare una ricognizione puntuale della consistenza economica del fondo e verificare la possibilità di incamerare risorse aggiuntive derivanti dalle deroghe del Decreto Calabria, da destinare immediatamente alla copertura finanziaria dei nuovi incarichi di funzione. La sigla ribadisce la propria linea strategica: il riconoscimento del merito e la progressione di carriera dei lavoratori della sanità non possono essere oggetto di rivendicazioni a intermittenza o di propaganda elettorale. Gli incarichi vanno sbloccati al più presto attraverso avvisi pubblici che garantiscano trasparenza, imparzialità e rigida aderenza al dettato contrattuale, rifiutando logiche di scontro ideologico a favore di risultati concreti e misurabili.

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Salute

Bambini e adolescenti al sicuro in estate: la bussola psicologica tra protezione e buon senso intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana

​L’estate rappresenta il momento più spensierato dell’anno per bambini e adolescenti, tra tempo all’aperto, gioco e libertà. Pur tuttavia, la bella stagione si rivela spesso teatro di una tragedia silenziosa, dall’aumento degli annegamenti e dei colpi di calore fino agli incidenti stradali e ai pericoli legati all’uso di mezzi a motore, come i quad tra i giovanissimi, la cronaca registra un incremento preoccupante di vittime e feriti sempre più gravi. Intervista di Marialuisa Roscino

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Lucattini

Redazione-  ​L’estate rappresenta il momento più spensierato dell’anno per bambini e adolescenti, tra tempo all’aperto, gioco e libertà. Pur tuttavia, la bella stagione si rivela spesso teatro di una tragedia silenziosa, dall’aumento degli annegamenti e dei colpi di calore fino agli incidenti stradali e ai pericoli legati all’uso di mezzi a motore, come i quad tra i giovanissimi, la cronaca registra un incremento preoccupante di vittime e feriti sempre più gravi. Di questi aspetti importanti e di come in molti casi, sia possibile prevenirli con maggiori misure precauzionali e di sicurezza, ​ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), analizzandone in particolare, in questa intervista, i fattori di rischio psicologici e comportamentali legati a questa drammatica tendenza.

Dott.ssa Lucattini, ogni estate i bambini pagano il prezzo più alto per annegamenti, colpi di calore e incidenti domestici. Oltre ai pericoli evidenti, quali fattori di rischio, secondo Lei, sono ancora sottovalutati? Come possiamo passare dall’emergenza alla prevenzione attiva?

Uno dei fattori più sottovalutati è la convinzione che un ambiente familiare sereno e un luogo di vacanza tranquillo, sia automaticamente sicuro. La casa delle vacanze, il giardino, una piccola piscina gonfiabile, il mare calmo o un breve tragitto in quad possono abbassare la percezione del rischio proprio perché associati al divertimento e alla quotidianità. In realtà, molti incidenti avvengono durante attività ordinarie, quando l’adulto ritiene che il bambino sia autonomo oppure che qualcun altro lo stia sorvegliando.

Dal punto di vista psicologico, è importante considerare la cosiddetta “normalizzazione del rischio”, un comportamento pericoloso, se ripetuto più volte senza conseguenze, finisce per essere percepito come innocuo. Ma l’assenza di incidenti precedenti non rende sicuro un comportamento.

Un altro elemento decisivo è la frammentazione dell’attenzione che possono avere gli adulti. Telefono, conversazioni, faccende domestiche, lavoro a distanza e presenza contemporanea di più bambini possono determinare vere e proprie lacune nella sorveglianza. Gli studi sugli annegamenti infantili mostrano che le distrazioni dei caregiver e l’ambiguità su chi debba controllare il bambino sono fattori ricorrenti negli incidenti (Journal of Paediatrics and Child Health, 2020).

Gli annegamenti rappresentano una delle emergenze estive più drammatiche, spesso consumate in pochissimi secondi, anche in pochi centimetri d’acqua o nelle piscine di casa. Quali regole d’oro si potrebbero seguire per cercare di prevenire questo rischio?

La prima regola è la sorveglianza attiva, continua e ravvicinata. Sorvegliare non significa trovarsi genericamente nelle vicinanze, ma guardare realmente il bambino, senza leggere, usare il telefono, dormire o conversare distraendosi. Con neonati e bambini piccoli bisogna restare a distanza di braccio. Anche un’interruzione breve può essere sufficiente perché si verifichi un incidente.

La seconda regola è assegnare esplicitamente la responsabilità della sorveglianza a bambini più grandi. Durante feste, giornate in spiaggia o momenti con molti adulti è utile individuare un “adulto sorvegliante”, eventualmente alternandosi con turni precisi.

La terza regola è creare barriere fisiche. Piscine e vasche devono essere rese inaccessibili ai bambini quando non sono utilizzate. Gli studi mostrano che la combinazione tra supervisione attiva e barriere conformi alle norme rappresenta uno degli strumenti più importanti nella prevenzione degli annegamenti dei bambini piccoli. Anche le piscine portatili possono essere pericolose, sono stati descritti annegamenti in circa 15 centimetri d’acqua.

La quarta regola è non attribuire a braccioli, gonfiabili o giochi acquatici una funzione salvavita di per sé. Possono sgonfiarsi, scivolare o allontanare il bambino dalla riva. Quando indicato, deve essere utilizzato un dispositivo personale di galleggiamento omologato e adeguato al peso del bambino, ma neppure questo sostituisce la sorveglianza.

I corsi di nuoto possono migliorare le competenze acquatiche, ma non rendono un bambino “a prova di annegamento”. Il rischio può anzi aumentare se i genitori, rassicurati dalle lezioni, riducono il controllo. È quindi fondamentale che l’insegnamento del nuoto sia accompagnato da un’educazione dei genitori sulla sicurezza e sui limiti delle abilità acquisite.

Infine, gli adulti dovrebbero avere delle conoscenze di base delle manovre di rianimazione cardiopolmonare e avere sempre a disposizione un sistema rapido per chiamare i soccorsi (Pediatrics, 2026).

Con l’innalzamento costante delle temperature e le ondate di calore sempre più intense, i bambini e i neonati sono particolarmente vulnerabili a colpi di sole e disidratazione grave. Quali sono i segnali d’allarme da cogliere tempestivamente?

Neonati e bambini piccoli rispetto agli adulti presentano caratteristiche fisiologiche e comportamentali che possono rendere più difficile la gestione del calore, specialmente durante l’attività fisica prolungata.

I primi segnali possono essere aspecifici, irritabilità, stanchezza insolita, sonnolenza, mal di testa, nausea, vertigini, crampi, pelle molto calda, sete intensa, riduzione dell’attività e difficoltà a continuare il gioco. Nel bambino piccolo bisogna osservare anche la diminuzione delle urine, pannolini meno bagnati, bocca asciutta, assenza di lacrime durante il pianto e un comportamento meno reattivo del solito.

Particolare attenzione va prestata quando il bambino diventa confuso, disorientato, barcolla, risponde lentamente, importante non scambiare questi cambiamenti per un problema psicologico e le alterazioni del comportamento come capricci o pigrizia (Journal of Clinical Medicine, 2025).

Cosa è possibile fare al riguardo?

Se invece, si osserva un’alterazione dello stato di coscienza, bisogna porsi il problema di un possibile colpo di calore che costituisce un’emergenza medica.  Di fronte a questi segni bisogna interrompere immediatamente le attività, portare il bambino in un luogo fresco, togliere gli indumenti e iniziare a raffreddarlo. In presenza di confusione, perdita di coscienza, convulsioni, forte debolezza o sospetto colpo di calore occorre chiamare subito il 112. Non bisogna forzare a bere un bambino confuso, sonnolento o non pienamente cosciente, per il rischio di soffocamento.

La prevenzione richiede di non aspettare che il bambino chieda da bere, programmando pause frequenti, limitando le attività nelle ore più calde e osservando anche i cambiamenti del comportamento. Il bambino concentrato nel gioco può non riconoscere o non comunicare tempestivamente la sete e la stanchezza (Current Opinion in Pediatrics, 2024).

Se per i più piccoli il pericolo arriva dall’ambiente domestico o acquatico, per gli adolescenti l’estate fa registrare un vero e proprio allarme legato all’uso dei quad e di altri veicoli a motore, soprattutto se guidati senza protezioni adeguate, con conseguenze tragiche o invalidanti. A cosa è dovuta questa sottovalutazione del pericolo?

 

L’adolescente non è privo della capacità di comprendere il rischio. Spesso sa che una condotta è potenzialmente pericolosa, ma nel momento concreto il desiderio di provare emozioni, sentirsi “grandi”, essere accettato dal gruppo o dimostrare coraggio può prevalere sulla valutazione delle conseguenze.

Durante l’adolescenza i sistemi cerebrali legati alla gratificazione, alla novità e alla rilevanza sociale diventano particolarmente sensibili, mentre le capacità di controllo, pianificazione e autoregolazione continuano a maturare. Questa diversa traiettoria evolutiva può favorire decisioni impulsive soprattutto in condizioni di eccitazione emotiva o in presenza dei coetanei (Current Opinion in Psychology, 2022).

Anche il modello adulto ha un ruolo centrale poiché trasmettono direttamente e implicitamente le regole. La sicurezza non si insegna soltanto attraverso insegnamenti e raccomandazioni, ma soprattutto attraverso comportamenti coerenti.

Come si argina questo fenomeno tra i giovani?

Sono importanti regole chiare e non negoziabili, niente guida senza i requisiti previsti, niente mezzi non adatti all’età o alle dimensioni fisiche, niente passeggeri quando il veicolo non è progettato per trasportarli, niente alcol o altre sostanze stupefacenti, niente percorsi non autorizzati e casco sempre ben allacciato.

Le regole devono essere accompagnate da un lavoro sulla percezione del rischio per questo possono essere efficaci testimonianze, simulazioni, formazione pratica e discussione di casi reali, purché non vengano utilizzati soltanto per spaventare.

È utile coinvolgere i ragazzi nella costruzione della propria sicurezza, chiedere loro di individuare i rischi, stabilire preventivamente in quali condizioni possono guidare e concordare come rapportarsi alla pressione degli amici. Un adolescente aderisce più facilmente alle regole quando ne comprende il senso e capisce che proteggono la sua autonomia, anziché essere una limitazione o una punizione.

Occorre quindi un’alleanza tra famiglia, strutture turistiche, associazioni sportive e noleggiatori, affinché il messaggio sia univoco, ogni mezzo a motore non è un giocattolo e la sicurezza non dipende dall’abilità percepita del ragazzo ma da competenze specifiche e rispetto di regole precise (Paediatrics & Child Health, 2025).

 

Quali sono, a Suo avviso, le regole fondamentali da tenere a mente ogni giorno, racchiudendo sorveglianza, educazione al rischio e buon senso?

La prima regola è che la sicurezza deve essere proporzionata allo sviluppo del bambino, non soltanto alla sua età anagrafica. Un bambino molto vivace, impulsivo o attratto dalla novità può aver bisogno di una sorveglianza più ravvicinata; allo stesso modo, un adolescente competente in altri ambiti può non essere ancora pronto per gestire un mezzo potente o una situazione complessa.

La seconda regola è rendere la sorveglianza concreta. Bisogna sapere chi controlla, che cosa sta controllando e per quanto tempo. La supervisione è più efficace quando è attiva, prossima e continuativa, soprattutto vicino all’acqua, alle strade, ai balconi, ai veicoli e alle fonti di calore. La ricerca sugli incidenti infantili mostra che età del bambino, capacità di autocontrollo, percezione del rischio da parte dei genitori e qualità della supervisione interagiscono nel determinare la sicurezza.

La terza è eliminare i pericoli quando possibile. La prevenzione non deve dipendere unicamente dall’obbedienza del bambino, farmaci, sostanze tossiche, chiavi dei veicoli e accessi all’acqua devono essere fisicamente protetti. Una barriera è più affidabile di un divieto ripetuto anche molte volte.

La quarta è anticipare gli scenari possibili. Questo non significa vivere nell’ansia, ma prendere decisioni ponderate nei momenti d’entusiasmo impulsivo o in situazioni di emergenza.

La quinta è distinguere il rischio evolutivo dal pericolo evitabile. Arrampicarsi in un parco adatto all’età, esplorare la natura o imparare gradualmente a nuotare sono esperienze di crescita. Guidare senza casco, lasciare un bambino solo vicino a una piscina o tenerlo in un’auto parcheggiata sono invece pericoli che non producono alcun beneficio educativo.

Infine, il buon senso deve sempre essere sostenuto da regole precise. Nei momenti di stanchezza, fretta o euforia collettiva, anche il giudizio dell’adulto può ridursi. Procedure semplici e ripetute (indossare casco e cintura di sicurezza, avere le dovute misure di protezione in acqua, evitare tuffi azzardati, fare pause all’ombra, alimentarsi, bere e idratarsi spesso) trasformano la prudenza in una buona abitudine (Pediatric Clinics of North America, 2025).

 

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Vigilare sempre i bambini e di non vergognarsi mai nell’essere prudenti. Quando crescono, avere la forza dire di “no” ad attività non adeguata all’età o rischiose;

-Parlare dei pericoli senza minacce o immagini catastrofiche. Con i bambini piccoli funzionano regole chiare a parole semplici e ripetute nel tempo. Con gli adolescenti spiegare il rapporto tra comportamento e conseguenze, ascoltare le loro idee e parlare chiaramente anche della pressione sociale;

-Essere buoni modelli. Le indicazioni e le norme perdono credibilità quando vengono richieste ai figli ma ignorate dagli adulti;

-Con gli adolescenti, è utile concordare le regole in anticipo, evitando la contrattazione davanti agli amici;

-Sorvegliare senza controllare ossessivamente. Una buona protezione cambia con la crescita dei figli, dapprima è presenza fisica, poi diventa educazione, spiegazioni, ascolto e disponibilità al dialogo;

-Aiutare i figli a distinguere il coraggio dall’imprudenza, l’autonomia dal correre pericoli, la libertà dalla mancanza di regole.

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