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Salute

Tempo e psiche: come il cambiamento delle temperature può influire sui bambini. Intervista ad Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Per un bambino, la costanza delle abitudini che regola emozioni, si costruisce gradualmente, giorno dopo giorno attraverso la prevedibilità delle routine quotidiane: il parco nel pomeriggio…..
Intervista di Marialuisa Roscino

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Redazione-  Per un bambino, la costanza delle abitudini che regola emozioni, si costruisce gradualmente, giorno dopo giorno attraverso la prevedibilità delle routine quotidiane: il parco nel pomeriggio, la corsa in bicicletta, il calcio, il gioco con i coetanei, il supporto affettivo ed educativo costante e fondamentale dei genitori, il tempo di gioco e di ascolto riflessivo con i nonni.

L’estate, a volte, a causa delle eccessive ondate di calore invece, si trasforma una sfida, a prova di clima e di umore per i più piccoli.

Le temperature estreme e l’afa opprimente non colpiscono solo il corpo, ma solitamente anche lo stato emotivo dei bambini, che possono perdere il sonno notturno e diventare irritabili e capricciosi.

“I bambini leggono il mondo attraverso il corpo e le azioni”, spiega in questa intervista Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

“Quando le temperature estreme costringono i bambini a rintanarsi in casa con le serrande abbassate, la perdita delle routine all’aperto crea un vuoto che i più piccoli non si sanno spiegare, traducendolo spesso in agitazione o apatia. Sentirsi intrappolati da un nemico invisibile, questo può generare un senso di impotenza che mette a dura prova l’intero nucleo familiare. La sfida centrale per genitori ed educatori – avverte  Lucattini – è oggi quella di saper trasformare il “tempo vuoto” della chiusura in casa in un’opportunità speciale: uno spazio protetto di ascolto, elaborazione e rassicurazione, di   maggiore qualità del tempo con i propri figli, anche durante le vacanze estive”.

Quali metodi pratici e “strategie”, i  genitori, con la rimodulazione della routine quotidiana, possono allora adottare in estate per proteggere il benessere emotivo dei bambini e costruire resilienza durante le emergenze climatiche come le ondate di calore, evitando in tal modo, anche l’ecoansia?  Lo vediamo in questa intervista di oggi con la dott.ssa Lucattini

 

Dott.ssa Lucattini, perché ritiene sia importante proteggere i bambini dagli effetti dei cambiamenti climatici? Quali implicazioni psicologiche possono esserci?

 

È importante proteggerli perché l’infanzia è una fase di grande vulnerabilità, anche di straordinaria plasticità. Il corpo e la mente del bambino sono in sviluppo: caldo estremo, eventi meteorologici violenti, inquinamento, perdita di routine, interruzione della scuola e stress familiare non sono solo “disagi estivi”, ma esperienze che possono incidere sul senso di sicurezza, sulla regolazione emotiva e sulla fiducia nell’ambiente. La letteratura più recente conferma che i bambini sono particolarmente esposti perché hanno una minore capacità biologica di adattarsi al caldo, dipendono dagli adulti per proteggersi e risentono molto della qualità dell’ambiente fisico e relazionale in cui vivono.

Il cambiamento climatico può influenzare lo sviluppo emotivo e psicologico a lungo termine attraverso due vie principali. La prima è diretta: ondate di calore, incendi, alluvioni o evacuazioni possono provocare paura intensa, disturbi del sonno, irritabilità, ansia, sintomi depressivi o post-traumatici. La seconda è indiretta e più silenziosa: il bambino percepisce l’ansia degli adulti, sente parlare di catastrofi, vede immagini allarmanti, avverte l’instabilità del mondo e può interiorizzare un sentimento di impotenza (International Journal of Behavioral Development, 2025).

Quali sono in particolare gli effetti psico-fisici che il caldo estremo può avere sui bambini durante l’estate?

 

Il caldo estremo può avere effetti importanti sui bambini, soprattutto durante l’estate, quando aumentano l’esposizione al sole, l’attività all’aperto e il rischio di disidratazione. Sul piano fisico, i primi segnali sono spesso stanchezza insolita, sete intensa, mal di testa, nausea, crampi muscolari, vertigini, irritabilità, sudorazione abbondante e riduzione della pipì. Se non si interviene rapidamente, si può arrivare all’esaurimento da calore e, nei casi più gravi, al colpo di calore, che è un’emergenza medica. Il caldo estremo può far ammalare i bambini molto rapidamente e può provocare disidratazione, crampi, esaurimento da calore e colpo di calore.

Sul piano psicologico, il caldo intenso rende i bambini più vulnerabili a irritabilità, agitazione, pianto facile, oppositività, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno. Un bambino che dorme male, mangia meno, suda molto e si sente fisicamente affaticato può apparire “capriccioso”, ma in realtà sta esprimendo un disagio corporeo che non sa ancora mentalizzare o verbalizzare. Nei più piccoli questo può manifestarsi con regressioni, bisogno maggiore di vicinanza, difficoltà di separazione (Nature, Mental Health Research,2026).

Bisogna poi considerare i bambini più fragili: neonati, bambini molto piccoli, bambini con malattie respiratorie come l’asma, patologie neurologiche, disabilità, disturbi del neurosviluppo, problemi psichiatrici o condizioni socioeconomiche svantaggiate. L’OMS ricorda che lo stress da calore può aggravare patologie preesistenti, comprese asma e condizioni di salute mentale, e che il colpo di calore è una vera emergenza medica.

Quali sono i principali campanelli d’allarme, cui i genitori devono prestare attenzione  durante l’estate per i propri figli?

 

I genitori dovrebbero osservare soprattutto i cambiamenti improvvisi nel comportamento e nel corpo del bambino. Lo stress termico, infatti, non si manifesta solo con sintomi fisici evidenti, ma spesso anche con segnali emotivi e comportamentali: un bambino che diventa improvvisamente irritabile, abbattuto, oppositivo, molto stanco o confuso può non essere “capriccioso”, ma in difficoltà per il caldo.

I segnali fisici più importanti sono: sete intensa, bocca secca, sudorazione eccessiva o, al contrario, pelle molto calda e asciutta, mal di testa, nausea, crampi, vertigini, sonnolenza, debolezza, riduzione della pipì, tachicardia, pallore o arrossamento intenso. Nei casi più seri possono comparire confusione, difficoltà a camminare, svenimento, febbre alta o alterazione dello stato di coscienza: questi sono segnali d’allarme e richiedono un intervento medico immediato. Il lavoro pubblicato nel 2026 su Scientific Reports conferma che lo stress da calore negli adolescenti può compromettere idratazione, lucidità cognitiva e salute generale.

Sul piano psicologico, invece, bisogna distinguere tra una normale preoccupazione per il clima, cambiamento percepito dai bambini ma anche argomento di informazione mediatica che fa da cassa di risonanza, e una vera sofferenza psicologica. Nei bambini più piccoli può comparire un bisogno eccessivo di rassicurazione, regressioni psicologiche (enuresi notturna) e somatizzazioni come mal di pancia o mal di testa senza causa organica diagnosticata.

 

Quali strategie consiglia per proteggere non solo il corpo, ma anche l’equilibrio psicologico e il sonno dei più piccoli?

 

Il primo punto è sostenere i genitori stessi, perché i bambini non affrontano il clima estremo da soli: lo affrontano attraverso la mente, il corpo e le emozioni degli adulti che si prendono cura di lui. Quando un genitore è molto spaventato, esausto, irritabile o sopraffatto, il bambino lo percepisce immediatamente. Per questo, proteggere la salute mentale dei bambini significa anche proteggere la capacità dei genitori di restare presenti, calmi, coerenti e affettivamente disponibili.

Il caldo estremo, le allerte meteo, gli incendi, la siccità o le immagini catastrofiche possono generare nei bambini un senso di insicurezza. I genitori possono aiutarli prima di tutto mantenendo routine prevedibili: orari regolari per dormire, mangiare, bere, riposare, giocare in luoghi freschi e sicuri. La prevedibilità è un potente regolatore emotivo per tutti i bambini.

Un altro punto fondamentale è aiutare il bambino a dare un nome alle emozioni, infatti, è indispensabile parlare del clima in modo realistico ma non terrorizzante. I bambini hanno bisogno di spiegazioni proporzionate all’età: non vanno ingannati, ma neppure esposti a un linguaggio catastrofico. Se il bambino sente che la sua paura è accolta, può regolarla meglio. Se invece viene minimizzata rischia di restare solo con un’angoscia senza parole. Non serve che un bambino veda continuamente video di disastri ambientali per diventare consapevole sul clima (Current psychology, 2026).

Quali metodi pratici, “strategie”, i  genitori, con la rimodulazione della routine domestica in estate attraverso il gioco, possono adottare per proteggere il benessere emotivo dei bambini e costruire resilienza durante le emergenze climatiche come le ondate di calore, evitando in tal modo, anche l’ecoansia?

 

I genitori svolgono una fondamentale funzione di contenimento, raccolgono l’asia dei loro bambini, la comprendono, la rendono pensabile e la restituiscono in una forma tollerabile. Questo è particolarmente importante durante eventi climatici estremi, perché il bambino può vivere il caldo, il temporale violento, l’alluvione o l’evacuazione non solo come pericolo fisico, ma come rottura del senso di protezione ambientale. Quando l’adulto resta presente, calmo e organizzato, il bambino può ritrovare un senso di continuità: capisce che qualcosa di difficile sta accadendo, ma anche che esiste qualcuno capace di proteggerlo, spiegargli ciò che succede e guidarlo in azioni concrete. La sicurezza, per un bambino, non nasce dall’assenza di pericoli, ma dalla presenza di adulti affidabili che sanno trasformare l’allarme in cura, la paura in parola e l’attesa in attività condivise.

Durante le ondate di calore, i genitori possono aiutare i figli a mantenere normalità e sicurezza prima di tutto creando una routine prevedibile. Il bambino ha bisogno di sapere che cosa accadrà, quando si può uscire, quando si gioca, quando si dorme. La routine funziona come una cornice protettiva, riduce l’ansia e dà al bambino la sensazione che la vita quotidiana continui, pur con alcuni adattamenti necessari. Il bambino ha bisogno di essere intrattenuto, ma soprattutto di sentirsi accompagnato. Anche un’attività semplice, se condivisa con un adulto, ha un grande valore, calma, organizza il tempo, riduce la frustrazione e rafforza il legame (Journal of Child and Family Studies, 2026).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

 

-Proteggere i bambini dal caldo. Evitare le uscite nelle ore centrali della giornata, scegliere ambienti freschi, ombreggiati o climatizzati, usare abiti leggeri, cappellino e crema solare;

-Proporre cibi freschi e leggeri, e farli bere spesso. Preferire frutta, verdura, yogurt, cereali, pasta o riso freddi, pesce, legumi e piccoli pasti digeribili;

-Mantenere abitudini prevedibili e rispettare i loro tempi. Avere orari regolari per sonno, pasti, riposo, gioco e uscite, così da aiutarli a sentirsi protetti anche quando il caldo modifica le abitudini;

-Intrattenerli in casa con attività tranquille. Proporre giochi d’acqua controllati, letture, disegni, costruzioni, puzzle, musica, piccoli percorsi motori in una stanza fresca;

-Accogliere le emozioni senza spaventarli. Spiegare il caldo con parole semplici, rassicurare, nominare le paure e trasformarle in azioni concrete: riposare, stare al fresco, uscire nelle ore più adatte;

-Osservare i segnali di malessere. In caso di stanchezza insolita, mal di testa, nausea, irritabilità, sonnolenza, poca pipì, pelle molto calda o confusione, contattare subito il pediatra.

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Salute

EGPA, alla Camera la roadmap in 7 punti per ridurre ritardi diagnostici e cure a macchia di leopardo

🩺 Alla Camera dei Deputati arriva una nuova roadmap in 7 punti per cambiare la cura dell’EGPA, tra diagnosi più rapide, reti multidisciplinari e terapie mirate.
Un piano che punta a fermare disuguaglianze e ritardi per i pazienti con malattia rara: leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

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Redazione-  Roma riporta al centro del dibattito sulle malattie rare la condizione delle persone affette da Granulomatosi Eosinofila con Poliangioite (EGPA), patologia complessa e poco conosciuta che continua a scontare ritardi diagnostici, percorsi di presa in carico frammentati e forti disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure. Alla Camera dei Deputati è stata presentata una nuova roadmap in 7 punti, nata dal confronto tra associazioni dei pazienti, comunità scientifica, istituzioni e industria, con l’obiettivo di trasformare la rarità da elemento di isolamento a terreno di intervento strutturato. Il messaggio che accompagna il piano è netto: la rarità non può tradursi in una condanna.

La proposta prende forma dal lavoro di ascolto che ha portato alla realizzazione del Libro Bianco “Storie di vita con EGPA”, promosso da GSK con il patrocinio di APACS APS, EGPA Study Group e delle principali società scientifiche coinvolte in quest’area. Quel documento ha raccolto criticità, bisogni e proposte lungo tutto il percorso di vita e di cura dei pazienti. L’incontro romano segna ora un passaggio ulteriore: non più soltanto la descrizione dei problemi, ma l’indicazione di priorità operative su cui costruire un’azione condivisa. Al centro ci sono la necessità di superare la frammentazione assistenziale, rendere più rapida la diagnosi e garantire una presa in carico omogenea sul territorio nazionale.

il piano in 7 punti e le criticità che pesano su diagnosi e assistenza

La roadmap presentata alla Camera individua sette interventi considerati prioritari. Tra questi figurano l’adozione di un PDTA nazionale, il superamento delle differenze regionali attraverso una governance condivisa sulle vasculiti rare, l’introduzione di un codice di invalidità civile specifico per l’EGPA, la definizione univoca delle caratteristiche strutturali della patologia, l’istituzione di un Registro Nazionale, l’avvio di campagne pubbliche di informazione e formazione e l’uso ottimale dei fondi previsti dal Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026. Il filo che lega queste richieste è uno: uscire da una gestione discontinua che oggi produce una sanità a velocità diverse.

L’EGPA è una malattia rara con prevalenza inferiore a cinque casi ogni 100 mila abitanti e proprio questa rarità contribuisce spesso a ritardarne il riconoscimento. Nelle fasi iniziali, spiegano i clinici, può essere scambiata per asma grave o rinosinusite cronica, mentre diventa particolarmente pericolosa quando evolve nella fase vasculitica e coinvolge organi vitali come cuore, reni e sistema nervoso periferico. Il rischio maggiore è che tra i primi sintomi e la diagnosi passino anni, un intervallo che può consentire alla malattia di provocare danni irreversibili.

Su questo punto insiste Augusto Vaglio, professore associato in Nefrologia all’Università di Firenze, secondo cui il tempo rappresenta un fattore decisivo del percorso terapeutico. La mancanza di un PDTA nazionale condiviso viene indicata come uno dei nodi principali, perché obbliga i pazienti a muoversi in sistemi regionali differenti, spesso senza un collegamento efficace tra medicina territoriale e centri ospedalieri di riferimento. In un quadro del genere, il rischio è che la diagnosi venga rallentata e che l’accesso alle cure dipenda troppo dal luogo in cui si vive.

reti multidisciplinari, ruolo dei caregiver e accesso alle terapie mirate

La complessità dell’EGPA richiede un approccio che coinvolga più competenze e più livelli assistenziali. Cristiano Caruso, direttore della UOSD di Allergologia e Immunologia Clinica del Policlinico Gemelli, sottolinea la necessità di costruire per il paziente un sistema coordinato in cui ospedale e territorio condividano realmente la presa in carico. In questa prospettiva, anche il caregiver diventa una figura centrale, soprattutto quando la persona malata ha problemi di mobilità, è sottoposta a immunosoppressione o non riesce a seguire autonomamente il percorso di cura. Senza una rete familiare o territoriale adeguata, osserva Caruso, persino una terapia efficace rischia di non bastare.

Dal punto di vista clinico, l’EGPA è una patologia che combina vasculite e infiltrazione eosinofila nei tessuti, con possibili conseguenze anche molto gravi sul piano cardiovascolare e neurologico. Giacomo Emmi, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Trieste, ricorda che l’infiammazione può portare a fibrosi cardiaca, insufficienza cardiaca anche in soggetti giovani e aumento del rischio di eventi trombotici, inclusi infarto e ictus. La terapia varia in base alla gravità, dal cortisone agli immunosoppressori fino ai farmaci biologici, ma richiede sempre una gestione specialistica e multidisciplinare.

Tra le questioni aperte c’è anche la disparità nell’accesso ai farmaci tra le regioni. Roberto Padoan, responsabile del Centro Vasculiti di Padova, evidenzia come la gestione dell’EGPA sia cambiata in modo significativo grazie all’arrivo di terapie mirate, capaci di agire su meccanismi chiave della malattia, compresa l’infiammazione eosinofilica. La sfida, secondo lo specialista, è fare in modo che queste innovazioni entrino presto nei percorsi di cura ordinari, così da controllare meglio la malattia, ridurre l’uso prolungato dei glucocorticoidi e migliorare la qualità della vita.

Sul fronte istituzionale, l’iniziativa ha raccolto attenzione sia alla Camera sia al Senato. I parlamentari intervenuti hanno sottolineato la necessità di trasformare la maggiore consapevolezza in impegni concreti, capaci di incidere sulla presa in carico e sull’equità di accesso alle cure. Accanto a loro, anche GSK rivendica un ruolo di supporto al cambiamento, indicando il proprio contributo al Libro Bianco e alla definizione delle priorità.

Il punto politico e sanitario, però, resta soprattutto uno: rendere visibile una malattia che troppo spesso resta invisibile. La roadmap presentata a Roma prova a costruire questa svolta, mettendo ordine in un percorso oggi frammentato e chiedendo che la rarità dell’EGPA non diventi più sinonimo di ritardo, solitudine o assistenza incompleta.

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Salute

La sanità laziale potenzia il territorio: apre l’ospedale di comunità al Policlinico Umberto I

🏥 Il Policlinico Umberto I inaugura il suo Ospedale di Comunità: 20 nuovi posti letto per la continuità assistenziale tra cure ospedaliere e territorio. Una svolta per la sanità laziale.
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Redazione- Roma segna un passo decisivo nel potenziamento della rete assistenziale regionale con l’inaugurazione dell’Ospedale di Comunità presso l’edificio George Eastman. Situata in viale Regina Elena 287/b, al terzo piano della storica struttura romana, questa nuova realtà si inserisce nel più ampio disegno di riorganizzazione della medicina territoriale, mirando a colmare il vuoto esistente tra le cure ospedaliere per acuti e l’assistenza domiciliare. L’iniziativa rappresenta il primo esempio concreto di integrazione funzionale all’interno del perimetro del Policlinico Umberto I, istituzione che assumerà il ruolo di garante per la continuità dei percorsi di cura.

Alla cerimonia di apertura hanno presenziato i vertici istituzionali, tra cui il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, insieme al Direttore generale del Policlinico Umberto I, Fabrizio d’Alba, e alla direzione strategica aziendale. L’opera, realizzata nel quadro della Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e in piena conformità con gli standard del decreto ministeriale 77 del 2022, è stata pensata per decongestionare le grandi strutture ospedaliere, trasformando il modello di presa in carico del paziente.

il ruolo dei venti posti letto e la missione assistenziale

Il nuovo Ospedale di Comunità dispone di venti posti letto, destinati a una categoria specifica di pazienti: persone clinicamente stabilizzate che, pur avendo superato la fase acuta della patologia, richiedono ancora un monitoraggio costante. La struttura offre assistenza infermieristica continuativa (sulle 24 ore) e una supervisione medica programmata, elementi necessari per garantire il recupero funzionale prima che il paziente possa tornare al proprio domicilio.

L’obiettivo è chiaro: evitare che i pazienti restino ingiustificatamente nei reparti ospedalieri ad alta intensità di cure, liberando risorse preziose e, al contempo, fornendo un ambiente più protetto e consono alla fase di convalescenza. In questo spazio, i percorsi di riabilitazione leggera si intrecciano con la gestione farmacologica e il supporto sociale, riducendo il rischio di complicazioni o di nuovi ricoveri impropri che spesso gravano sul sistema sanitario nazionale.

una nuova sinergia tra ospedale e territorio

Secondo il Direttore generale Fabrizio d’Alba, questa apertura va ben oltre l’aspetto logistico. Si tratta di una trasformazione culturale che mira a rendere più fluidi i passaggi tra le diverse intensità di cura. “Questa struttura crea nuove consuetudini di collaborazione tra professionisti del settore”, ha spiegato d’Alba durante l’evento, sottolineando come l’integrazione tra il grande polo ospedaliero e la rete territoriale sia la chiave per un sistema sanitario moderno.

Un aspetto peculiare citato dalla direzione riguarda l’impatto formativo. L’Ospedale di Comunità, infatti, diventerà un laboratorio a cielo aperto per i giovani professionisti sanitari. Spesso, durante il percorso di studi e i tirocini universitari, il personale medico e infermieristico si concentra quasi esclusivamente sulla gestione della fase acuta, trascurando la complessità della cura territoriale. Lavorare in questo nuovo distaccamento dell’Umberto I permetterà ai nuovi medici e infermieri di misurarsi con le esigenze delle cronicità e con le dinamiche sociali che caratterizzano il rientro a casa dei pazienti, formando così figure professionali con competenze olistiche e integrate.

L’inaugurazione dell’edificio Eastman non è dunque solo l’aggiunta di posti letto, ma un segnale di cambiamento per la sanità di Roma e di tutto il Lazio. La scommessa, sostenuta dai fondi europei, è quella di creare una rete che non separi più l’ospedale dal territorio, ma che li faccia comunicare in modo costante e rigoroso. Con l’avvio delle attività, il Policlinico Umberto I si candida a diventare un modello di riferimento nell’applicazione delle direttive nazionali, ponendo il paziente al centro di un percorso che garantisce dignità e sicurezza dalla diagnosi fino alla guarigione o alla stabilizzazione definitiva. Il successo di questo progetto sarà misurato, nei prossimi mesi, dalla capacità della struttura di mantenere elevati standard assistenziali riducendo drasticamente i tempi di attesa e migliorando il tasso di dimissioni appropriate, in un clima di collaborazione sinergica tra le diverse branche della medicina regionale.

Intervista al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e al Direttore Generale Policlinico I di Roma, Fabrizio d’Alba

Interviste di Marialuisa Roscino
Riprese e Montaggio di Fabio Nori

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Salute

“Che colpa ho io ” è il nuovo singolo che segna il ritorno di Sambiglion

🎵 Il nuovo singolo di Sambiglion, intitolato “Che colpa ho io”, esplora il dolore delle scelte non comprese in un viaggio intimo tra folk elettrico e cantautorato.
Guarda il videoclip su YouTube e ascolta il brano su tutte le piattaforme digitali. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#Sambiglion #NuovaMusica #CantautoratoItaliano #CheColpaHoIo

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Redazione- Milano segna il punto di partenza per il nuovo capitolo artistico di Ruben Caparrotta, in arte Sambiglion, che torna sulla scena musicale con il singolo intitolato Che colpa ho io. Il brano, che sarà disponibile sulle piattaforme digitali a partire da giovedì 11 giugno, approderà ufficialmente in rotazione radiofonica il giorno successivo, venerdì 12 giugno, sotto l’etichetta Maionese Project. La canzone si inserisce in un percorso di maturazione cantautorale che l’artista porta avanti da anni, fondendo narrazione intimista e sonorità ricercate.

Il brano affronta il tema complesso delle scelte e delle rinunce che segnano la vita di ogni individuo, specialmente durante quella fase in cui la consapevolezza non è ancora pienamente formata. Sambiglion descrive il processo creativo come una valvola di sfogo necessaria, dove le emozioni improvvise e talvolta dolorose si trasformano in musica. La penna, nelle sue parole, diventa uno strumento per gestire lo smarrimento, trasformandosi in un luogo dove è possibile dare sfogo ai propri vissuti, che si tratti di un pianto liberatorio o di una forma di resistenza emotiva.

le sonorità e la struttura della nuova produzione

Sotto il profilo tecnico, la produzione oscilla tra atmosfere delicate e aperture sonore più corpose. L’arrangiamento si basa su un impianto indie pop dalla trama morbida, dove le chitarre acustiche dominano la prima parte, tessendo una melodia intima che accompagna l’ascoltatore nelle fasi iniziali del racconto. Con il progredire della traccia, il sound subisce una metamorfosi, introducendo elementi elettrici che creano una tensione crescente fino a culminare in un assolo finale, pensato per dare forza emotiva all’intero messaggio del brano.

Il lavoro di arrangiamento è frutto di una collaborazione consolidata con Davide Maggioni. La sinergia tra i due professionisti permette di rifinire ogni dettaglio: mentre l’artista arriva in studio con testi e melodie già definiti, il lavoro condiviso sulla struttura si concentra sulla ricerca di un equilibrio armonico che soddisfi l’intento comunicativo originale. Questa attenzione alla cura del suono rispecchia l’obiettivo di Sambiglion di costruire un prodotto organico, capace di parlare a un pubblico eterogeneo che, secondo le rilevazioni algoritmiche, spazia dai 29 ai 45 anni, pur senza precludere un ascolto più ampio e trasversale.

il significato del videoclip e il percorso dell’artista

Ad accompagnare l’uscita del brano c’è un videoclip curato da Stefano Di Giovanni su idea di Ruben Caparrotta. Le riprese si sviluppano interamente all’interno di un’automobile, scelta non casuale che funge da metafora per uno spazio sospeso, simile a quello dei sogni. La vettura diventa il teatro di un viaggio interiore dove i personaggi che si alternano a bordo rappresentano allegorie di memorie, emozioni e tappe fondamentali dell’esistenza. Ogni elemento visivo è orientato a sottolineare il concetto di crescita personale, un tema centrale nella poetica di questo cantautore che cita influenze che vanno dai grandi della musica italiana, come Fabrizio De André e Rino Gaetano, fino a suggestioni internazionali.

Il percorso che ha portato a questa pubblicazione è frutto di una gavetta lunga oltre un decennio. Dai primi esperimenti autoprodotti nel 2010 con lo pseudonimo ispirato ai romanzi di Emilio Salgari, Sambiglion è passato attraverso diverse fasi: dai tributi d’autore alla produzione di album come Tu eri lì nel 2018. Il sodalizio con La Stanza Nascosta Records, che ha pubblicato i suoi lavori recenti, ha consolidato la sua presenza in un panorama dove la scrittura sincera rimane la priorità. Attualmente, l’artista guarda al futuro con la realizzazione del suo prossimo disco, il cui titolo provvisorio è Ozio, confermando la volontà di affermarsi nel circuito live italiano in modo naturale, senza forzature, portando sul palco quel mondo interiore che ha saputo costruire in questi anni di ricerca artistica costante e appassionata.

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