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Esteri

Delitti d’onore in Afghanistan: a volte il solo “crimine” di una donna è l’amore

In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto,

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Redazione- In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto, né l’omicidio, né il tradimento. A volte vengono uccise semplicemente perché hanno osato decidere della propria vita: amare qualcuno, rifiutare un matrimonio imposto o scegliere un futuro diverso da quello stabilito per loro.

In una società in cui l’«onore» viene talvolta considerato più prezioso della vita umana, l’amore di una donna può essere percepito come una minaccia alla reputazione della famiglia e la cosiddetta “difesa dell’onore” diventa una giustificazione della violenza. Molti di questi delitti non vengono mai denunciati e molte vittime scompaiono senza lasciare traccia nella memoria collettiva.

La storia di Tahera è una di queste.

Era una torrida estate. Di quelle in cui il terreno dei cimiteri si screpola sotto il sole e il vento trascina per le strade l’odore della polvere e del silenzio.

Tahera aveva diciotto anni.

Diciotto anni: l’età dei sogni universitari, delle risate con le sorelle, dei progetti per il futuro. Era una ragazza piena di energia. Rideva, sperava, immaginava la propria vita. Come ogni essere umano, desiderava soltanto poter scegliere il proprio destino.

E si innamorò.

Tahera apparteneva alla comunità hazara e si innamorò di un ragazzo pashtun. In un Paese ancora segnato da divisioni etniche e tradizioni rigide, quel sentimento poteva già rappresentare l’inizio di una tragedia.

Ma ciò che rese il suo destino ancora più crudele non fu soltanto l’amore.

Tahera ebbe coraggio.

Fu lei a fare il primo passo e a proporre il matrimonio al ragazzo che amava. Un gesto che, in molte parti del mondo, sarebbe considerato un segno di autonomia e maturità. Per lei, invece, divenne una condanna.

Cominciarono i sussurri.

Vicini e conoscenti la giudicarono senza conoscerla davvero. La definirono «senza pudore», «disonorata», «indegna». Le voci si diffusero fino a raggiungere il fratello, che lavorava in Iran.

Lui tornò in Afghanistan.

Non per ascoltare sua sorella.

Non per capire cosa desiderasse davvero.

Non per chiederle cosa la rendesse felice.

Tornò per eseguire una sentenza che riteneva già scritta.

Fu suo fratello a ucciderla.

Ma la violenza non si fermò a Tahera.

Uccise anche la sorella maggiore e le due sorelle più piccole. Quattro figlie della stessa famiglia persero la vita nel silenzio di un’estate. Quattro esistenze che avrebbero potuto continuare: amare, studiare, lavorare, diventare madri, invecchiare.

Quattro sogni spezzati.

Si racconta che i loro corpi furono portati al cimitero e sepolti sotto lo stesso sole indifferente che illumina tutti.

Eppure, forse la parte più dolorosa della storia venne dopo.

Una parte della comunità non condannò il delitto. Al contrario, lodò l’assassino. Lo definì «un uomo d’onore» e approvò il suo gesto.

Ed è proprio qui che nasce la domanda più inquietante: quando una società giustifica il carnefice, può davvero dirsi che il colpevole sia uno soltanto?

I delitti d’onore non sono semplici tragedie familiari. Sono il prodotto di una cultura che insegna alle donne il silenzio, che trasforma l’amore femminile in vergogna e che concede agli uomini il potere di decidere sul corpo, sulle scelte e perfino sulla vita delle donne.

La storia di Tahera non è la storia di un «errore».

È la storia di una ragazza di diciotto anni che voleva amare.

Voleva scegliere.

Voleva vivere.

Ma in una società in cui il battito del cuore di una donna può essere considerato una colpa, lei e le sue tre sorelle sono state sepolte per aver osato desiderare una vita propria.

A volte il crimine di una donna non è rubare.

Non è uccidere.

Non è tradire.

A volte il suo unico “crimine” è essersi innamorata.

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Platner espugna il Maine: la corsa al Senato tra ombre personali ed echi di Trump e Sanders

“Ho commesso degli sbagli nella mia vita, sbagli di cui mi pento… ma dai quali continuo ad imparare. Sono lungi dall’essere perfetto, ma ogni giorno cerco di diventare un po’ migliore e un po’ più gentile del giorno prima”. Così Graham Platner il giorno della sua vittoria

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Redazione- Ho commesso degli sbagli nella mia vita, sbagli di cui mi pento… ma dai quali continuo ad imparare. Sono lungi dall’essere perfetto, ma ogni giorno cerco di diventare un po’ migliore e un po’ più gentile del giorno prima”. Così Graham Platner il giorno della sua vittoria alle primarie democratiche nello Stato del Maine per un seggio al Senato. Platner ha continuato dicendo di credere “al cambiamento in politica e a quello del Paese, e che bisogna credere che anche le persone possano cambiare”.

Platner ha cercato di mettere a tacere le accuse di comportamenti inappropriati verso le donne emerse negli ultimi due mesi, che hanno gettato ombre sulla sua candidatura. Alla fine, però, gli elettori del Maine gli hanno espresso fiducia, concedendogli una vittoria schiacciante con il 72 per cento dei consensi. Platner sfiderà la senatrice repubblicana in carica Susan Collins, la quale rappresenta il Maine al Senato USA dal 1997.

Quasi tutti gli analisti prevedono una vittoria del Partito Democratico per ottenere la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti alle elezioni di midterm a novembre. Alcuni hanno indicato che i democratici potrebbero ottenere la maggioranza anche al Senato. Uno dei seggi indispensabili per questa vittoria sarebbe proprio quello della Collins, e Platner sarebbe avanti nei sondaggi di quasi 10 punti.

Il vincitore delle primarie in Maine è riuscito a imporsi non solo sulla Collins, ma anche sulla sua avversaria democratica Janet Mills, governatrice uscente e rappresentante dell’establishment del partito. Platner ha abbracciato la piattaforma progressista di Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Alexandria Ocasio-Cortez, che include sanità pubblica universale, aumenti alle imposte per i miliardari e una netta opposizione alla guerra a Gaza e alle tensioni con l’Iran. Ha accusato la Collins di essere una grande sostenitrice dei programmi di Donald Trump, nonostante lei abbia cercato di dipingersi come una moderata. Platner ha inoltre puntato il dito contro l’incapacità della sua avversaria repubblicana di capire gli effetti delle guerre. Lui ne sa qualcosa, come testimoniano le sue esperienze nel servizio militare in Iraq e Afghanistan. Queste esperienze gli hanno causato il DPTS (disturbo da stress post-traumatico), dal quale continua a guarire.

Indagini del New York Times e di altri media hanno però rivelato che i suoi rapporti con le donne sono macchiati da comportamenti scorretti. Alcune lo hanno accusato di violenza e maltrattamenti, ed è venuto a galla anche un tatuaggio nazista che ha esibito per 10 anni. Nonostante alcune smentite e chiarimenti, Platner ha tentato di spiegare questi suoi comportamenti tutt’altro che accettabili asserendo che si tratta del suo passato, che in alcuni periodi è stato molto buio. È cambiato, asserisce, e ha anche dichiarato che parecchie delle sue ex fidanzate lo considerano una buona persona e sono tutt’ora sue amiche. Disturbano però alcuni messaggi di sexting scoperti recentemente dalla moglie, la quale, tuttavia, ha preso le sue difese, asserendo che nessun matrimonio è perfetto e che lei continua a sostenerlo.

I democratici si sono sempre dichiarati paladini del movimento #MeToo e grandi sostenitori dei diritti delle donne. Sotto molti aspetti ciò è vero, come dimostrano le reazioni di politici democratici che hanno visto la loro carriera sfumare per comportamenti inappropriati. Si ricordano il senatore Al Franken del Minnesota, che fu costretto a dimettersi nel 2018, e il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, che si dimise nel 2021. Molto più recente è il caso del parlamentare Eric Swalwell, candidato a governatore nelle primarie democratiche in California, anche lui costretto a ritirarsi dalla corsa.

Il caso di Platner, però, non ha avuto la stessa sorte, e il fatto che gli elettori del Maine lo abbiano votato indica che qualcosa è cambiato. Ce lo dimostra anche il sostegno a Platner da parte di Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader del suo partito alla Camera Alta. Persino Alexandria Ocasio-Cortez non ha abbandonato Platner, dichiarando che “c’è molto nel suo comportamento che è difficile da accettare”, ma alla fine si tratta di non dimenticare i danni fatti dalla Collins.

Donald Trump, però, ha preso una posizione completamente contraria, definendo Platner “un delinquente… il peggior essere umano che abbia mai corso per un incarico politico”. Come spesso avviene quando il presidente USA attacca qualcuno, non fa altro che proiettare le sue debolezze. Vanno ricordate le sue condotte inappropriate verso le donne, in parole e azioni, una delle quali ha condotto alla sua condanna in una causa civile per aggressione sessuale nei confronti di E. Jean Carroll a New York, per la quale deve pagare 5 milioni di dollari. A differenza di Platner, che ha riconosciuto di dover migliorare, Trump non ha mai ammesso nessuna colpevolezza. Persino nel caso della Carroll ha rifiutato il verdetto, ricorrendo in appello. Non solo: adesso, da presidente, il Dipartimento della Giustizia da lui guidato ha iniziato un’indagine sulla Carroll, accusandola di falsa testimonianza perché avrebbe ricevuto fondi illegali per la sua difesa durante il processo.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Trump perde il controllo? I senatori YOLO complicano la sua agenda politica

L’acronimo YOLO, che sta per “You Only Live Once” (“si vive una volta sola”), è stato reso popolare dal rapper canadese Drake in una delle sue canzoni, per suggerire che una vita spericolata è completamente accettabile.

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Redazione-  L’acronimo YOLO, che sta per “You Only Live Once” (“si vive una volta sola”), è stato reso popolare dal rapper canadese Drake in una delle sue canzoni, per suggerire che una vita spericolata è completamente accettabile. In questi giorni i media americani hanno iniziato ad usare questo termine per definire i politici repubblicani che non hanno più nulla da temere da Donald Trump e possono dunque esprimere le loro opinioni liberamente. Questi politici includono alcuni che hanno deciso di gettare la spugna e non ricandidarsi, ma anche altri che sono stati snobbati da Trump come punizione per non essergli rimasti fedeli. Nelle ultime settimane il senatore Bill Cassidy della Louisiana e John Cornyn del Texas hanno perso le primarie per il Senato poiché Trump ha offerto il suo endorsement ai loro avversari. Altri membri del gruppo YOLO includono il senatore del North Carolina Thom Tillis e Mitch McConnell del Kentucky, che non si sono ricandidati. Questi senatori si aggiungono ad altri considerati moderati come Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska e Rand Paul del Kentucky, che con frequenza esitano a votare a favore delle politiche di Trump.

I segnali che questi senatori abbiano deciso di seguire la filosofia YOLO sono già evidenti e con ogni probabilità aumenteranno nei prossimi sei mesi di mandato. Simili segnali sono venuti a galla anche alla Camera dei Rappresentanti. I parlamentari democratici, con quattro repubblicani, hanno approvato una risoluzione che bloccherebbe la guerra statunitense con l’Iran (215 sì, 208 no). Anche il Senato, il mese scorso, ha approvato una simile risoluzione grazie al sostegno di quattro repubblicani. Le due risoluzioni sono diverse e, anche se fossero approvate alla fine da ambedue le Camere, Trump potrebbe imporre il suo veto. Da aggiungere che la Camera ha eliminato 10 miliardi dal bilancio per il 2027 che sarebbero serviti a finanziare i progetti di abbellimento del Dipartimento degli Interni fortemente voluti dal presidente.

Si intravedono altri voti contrari alle politiche di Trump perché sia alla Camera che al Senato i repubblicani hanno una maggioranza risicata. Ci vuole solo una manciata di repubblicani che votino con i democratici per silurare i piani di Trump. Il 47esimo presidente continua a proporre politiche talmente esagerate e fuori dalle norme che i repubblicani stentano a difendere, ma sono costretti a farlo temendo l’ira del loro leader. In alcuni casi, però, Trump è stato costretto a fare marcia indietro. Dopo l’annuncio del Dipartimento di Giustizia di un fondo di 1,7 miliardi di dollari per ricompensare le persone “ingiustamente” indagate dall’amministrazione di Joe Biden, i repubblicani hanno espresso il loro disappunto. Trump ha alla fine annunciato che non si procederà con quel fondo, che avrebbe avvantaggiato anche gli assalitori dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

I repubblicani si stanno trovando a difendere politiche talmente esagerate che lo fanno con enorme difficoltà, sentendosi al contempo traditi e umiliati. Ha colpito specialmente la scelta di Trump di offrire il suo endorsement a Ken Paxton invece di John Cornyn nelle primarie per il seggio al Senato nello Stato del Texas. Trump lo ha fatto quando aveva capito che Paxton avrebbe vinto, dato che si vuole sempre associare ai vincitori. La sua scelta ha però adirato molti senatori repubblicani che vedevano di buon occhio il collega Cornyn. Un’altra ragione per la loro delusione è il fatto che l’avversario di Paxton, James Talarico, sarebbe in vantaggio secondo i sondaggi. Si stima che il Partito Repubblicano dovrà spendere quasi 100 milioni di dollari per sostenere Paxton, soldi che la leadership repubblicana al Senato vorrebbe usare altrove.

Un’altra area di specifica competenza del Senato è il potere di confermare o meno le nomine di Trump. E qui il presidente potrebbe avere seri grattacapi. Uno si è già visto quando Trump ha nominato Bill Pulte a direttore ad interim dell’intelligence nazionale dopo le dimissioni di Tulsi Gabbard. Pulte, il battagliero direttore dell’Agenzia federale per il finanziamento dell’edilizia abitativa, non ha nessuna esperienza nel campo dell’intelligence come richiede lo statuto per il posto. Quando gli fu domandato se Pulte farà un buon lavoro, Trump ha risposto che “è un tipo molto intelligente” e che imparerà rapidamente. Le pressioni di senatori democratici e repubblicani potrebbero costringere Trump a fare marcia indietro.

La conferma di altre nomine potrebbe essere più preoccupante per Trump, specialmente nel caso del Segretario di Giustizia. Dopo avere licenziato Pam Bondi, Trump ha nominato Todd Blanche, suo ex avvocato personale, a sostituirla ad interim. Adesso lo ha nominato alla carica permanente e Blanche dovrà presentarsi davanti alla Commissione Giustizia al Senato. Non si prevede un percorso facile: fra gli 11 senatori repubblicani, infatti, siedono due membri del cosiddetto gruppo YOLO, Cornyn e Tillis.

Devlin Barrett del New York Times ha scritto che con Trump il Dipartimento di Giustizia è divenuto il “Ministero della vendetta”, poiché viene strumentalizzato attualmente per colpire i nemici politici del presidente. Il Segretario di Giustizia sarà indispensabile poiché il presidente ha già dato chiari segnali che, date le previsioni burrascose per l’esito delle elezioni di midterm a novembre, la sua strategia potrebbe essere quella di gridare alla frode. Lo ha fatto recentemente con le primarie in California. Si teme che lo farebbe in altri casi usando il Dipartimento di Giustizia per scatenare indagini, ipotizzando frodi elettorali, creando confusione e potenzialmente mettendo in pericolo le elezioni americane che, secondo i sondaggi, non gli sorriderebbero.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Herat, Afghanistan: il grido soffocato delle donne tra repressione e paura

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Redazione- Herat, città situata nell’ovest dell’Afghanistan, sta vivendo giorni segnati dalla paura e da un silenzio imposto. Una paura che non resta più confinata nelle strade, ma che si è infiltrata nelle case, nelle famiglie e nella quotidianità della popolazione. Dopo una serie di arresti di donne accusate di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto, la città è stata attraversata da proteste popolari che chiedevano giustizia, dignità e libertà.

Secondo fonti locali, uomini e donne sono scesi in strada a Herat per denunciare le restrizioni sempre più dure imposte alla vita delle donne e gli arresti effettuati negli ultimi giorni. Ma alle richieste pacifiche della popolazione non è seguita alcuna apertura al dialogo. La risposta è stata una repressione rapida e violenta.

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I testimoni riferiscono che le forze hanno aperto il fuoco sui manifestanti. Il bilancio sarebbe di almeno due morti e decine di feriti. Le strade di Herat, un tempo luoghi di lavoro, commercio e incontro, si sono trasformate in scenari di caos, dolore e disperazione. Intere famiglie hanno trascorso la notte tra ospedali e centri medici, alla ricerca di notizie dei propri cari.

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Tra le immagini simboliche di questi giorni resta quella di una persona che ha dato fuoco a un velo in un gesto disperato di protesta. Ha dichiarato: «Non sto bruciando solo un tessuto, ma anni di imposizioni, silenzi e restrizioni imposte alle donne». Un gesto diventato simbolo della rabbia e della frustrazione di una popolazione allo stremo.

Nel frattempo, le segnalazioni di perquisizioni e rastrellamenti porta a porta per identificare i partecipanti alle proteste hanno ulteriormente aggravato il clima di terrore. Molti abitanti vivono nell’angoscia, senza sapere se il giorno successivo potranno ancora camminare liberi o se saranno colpiti dalla repressione.

Herat non è più soltanto una città; è diventata il simbolo di un dolore collettivo: quello delle madri che piangono i propri figli, delle donne private dei loro diritti fondamentali e di una popolazione che continua a chiedere dignità e libertà. Anche se le loro voci vengono soffocate dalla paura e dalla repressione, il loro grido rimane inciso nella memoria di un Paese che sembra non riuscire più a respirare.

 

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