Rimani in contatto con noi
#

Attualità

Il caso Ranucci: la svolta nelle indagini e il plauso del conduttore di “Report”

⚖️ Sigfrido Ranucci commenta la svolta nelle indagini che lo riguardano: il giornalista ringrazia i Carabinieri e punta il dito contro la rete di complici che ha cercato di ostacolare il suo lavoro a Report.

Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Report #Rai3 #SigfridoRanucci #CronacaGiudiziaria

Pubblicato

a

Sigfrido Ranucci,

Roma – Il mondo dell’informazione e della giustizia torna a concentrarsi sulle vicende che hanno visto protagonista Sigfrido Ranucci, il volto noto di Report, il programma d’inchiesta di Rai 3 che da tempo solleva il velo su dinamiche opache del potere in Italia. Recentemente, a seguito di sviluppi significativi nelle attività investigative, il conduttore è intervenuto ai microfoni di “Agorà Estate”, la nota trasmissione mattutina condotta da Giulia Di Stefano e Marco Carrara, per commentare i primi, concreti risultati ottenuti dagli inquirenti. Si tratta di un capitolo che tocca da vicino non solo la libertà di stampa, ma anche la sicurezza personale di chi, quotidianamente, si occupa di giornalismo investigativo nelle redazioni della Capitale, spesso in stretta collaborazione con le forze dell’ordine che operano negli uffici di piazza del Popolo o presso i presidi investigativi dislocati nel cuore del Lazio.

Il ringraziamento alle forze dell’ordine e il ruolo del Nucleo investigativo

Durante il collegamento telefonico, Ranucci ha espresso gratitudine verso chi ha lavorato nell’ombra per fare chiarezza sulla vicenda che lo ha visto coinvolto. “Sapevo che sarebbe avvenuto qualcosa, ma ovviamente dalle indagini non è trapelato nulla”, ha dichiarato il giornalista, sottolineando come la riservatezza mantenuta dagli organi inquirenti sia stata la chiave per arrivare a un punto di svolta. Il ringraziamento pubblico è andato direttamente ai Carabinieri del Nucleo investigativo e, in modo specifico, al dottor Carlo Villani, magistrato che ha seguito il filone con determinazione. “Aveva promesso che avrebbe chiuso le indagini ed è stato di parola”, ha ribadito Ranucci, evidenziando il rapporto di fiducia istituzionale che si è instaurato nonostante la delicatezza della posizione di vittima di minacce e intimidazioni. Il lavoro svolto negli uffici giudiziari romani testimonia la volontà di non lasciare impuniti atti che mirano a colpire l’indipendenza del quarto potere.

La rete dei complici: cosa emerge dal fascicolo investigativo

Il giornalista ha poi offerto alcuni dettagli sulla complessità della trama che, secondo le prime risultanze, avrebbe cercato di ostacolare il suo lavoro. Non si tratterebbe di un singolo individuo isolato, ma di una struttura che ha operato con una precisa suddivisione dei ruoli. “Da quello che ho capito c’è chi ha organizzato, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale, chi ha provato a distruggere le SIM”, ha spiegato Ranucci ai microfoni della Rai. Questi elementi delineano uno scenario inquietante, che suggerisce la presenza di una pianificazione finalizzata non solo a intimidire, ma a coprire le tracce di una rete più estesa. La distruzione dei dispositivi mobili rappresenta un dettaglio tecnico di non poco conto, che punta verso soggetti consapevoli delle modalità di tracciamento digitale utilizzate dagli inquirenti durante le perquisizioni e i sequestri di materiale probatorio.

Verso gli sviluppi futuri e i possibili nuovi livelli della vicenda

“Adesso aspettiamo gli sviluppi. Bisognerà capire i dettagli di tutta questa vicenda e comprendere se ci sono altri livelli”, ha aggiunto Ranucci, lasciando intendere che l’inchiesta potrebbe riservare ulteriori colpi di scena nelle prossime settimane. La magistratura è ora chiamata a valutare le posizioni dei soggetti già identificati, cercando di ricostruire la catena di comando e le motivazioni che hanno spinto il gruppo a colpire la nota trasmissione di Rai 3. Mentre la redazione, situata storicamente nel complesso Rai di via Teulada, continua a lavorare sui prossimi dossier, il caso rimane sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica. La vicenda solleva interrogativi necessari sulla protezione dei giornalisti in Italia, un tema che spesso trova spazio nel dibattito civile, specialmente quando le minacce provengono da contesti in cui gli interessi economici e politici si incrociano in modo pericoloso. La determinazione mostrata da Ranucci nel voler arrivare fino in fondo, supportata dall’efficacia dell’azione dei Carabinieri e della Procura, segna un punto fermo contro ogni tentativo di censura o pressione indebita operata attraverso metodi illegali. La cittadinanza, attraverso i media e le istituzioni, resta in attesa di comprendere fino a che punto si sia spinto il tentativo di condizionamento, in un percorso giudiziario che promette di rivelare molti altri altarini nei mesi autunnali a venire.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Esteri

Compie 117 anni la persona piu’ anziana al mondo

Pubblicato

a

Compie 117 anni la persona piu' anziana al mondo

Ethel Caterham festeggia 117 anni nel Surrey: la storia della donna più anziana del mondo, guarita dal Covid a 110 anni, dall’India coloniale all’incontro con re Carlo III fino al primato da Guinness.Nata il 21 agosto 1909 a Shipton Bellinger, un piccolo villaggio dell’Hampshire, Ethel Caterham ha raggiunto il traguardo dei 117 anni, consolidando la sua posizione di persona più anziana del mondo. Il suo primato è stato certificato ufficialmente da Guinness World Records e dall’organizzazione LongeviQuest il 30 aprile 2025, a seguito della scomparsa della religiosa brasiliana Inah Canabarro Lucas, deceduta all’età di 116 anni. Oggi la supercentenaria britannica risiede presso la struttura di ricovero per anziani Lightwater, situata nella contea del Surrey, dove ha festeggiato l’evento circondata dai propri familiari e amici.Penultima di otto figli,la vita di Ethel Caterham comincia sotto il regno di Edoardo VII, ben tre anni prima del disastro del Titanic e prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nel 1927, all’età di 18 anni, la donna lasciò l’Inghilterra per trasferirsi nell’India coloniale, lavorando come ragazza alla pari presso la residenza di un ufficiale dell’esercito britannico.

Dopo il rientro in patria, conobbe il tenente colonnello Norman Caterham, con cui si sposò nel 1933. La coppia visse a lungo all’estero, spostandosi tra Gibilterra e Hong Kong; in quest’ultima località, la donna fondò e gestì una scuola materna. Rimasta vedova nel 1976 e sopravvissuta alle sue due figlie, ha mantenuto un’autonomia straordinaria, continuando a guidare l’automobile fino al compimento dei 100 anni.

Continua a Leggere

Esteri

Iran – minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni

Pubblicato

a

Iran - minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni

La televisione di Stato iraniana ha trasmesso un video che sostiene di seguire gli spostamenti di Barron Trump, il figlio ventenne di Donald Trump, e afferma che sulla sua testa sarebbe stata posta una taglia da 10 milioni di dollari (8,5 milioni di euro).

Le immagini, diffuse da media legati ai Guardiani della Rivoluzione e mandate in onda sul Canale 3 della tv di Stato iraniana, hanno per titolo “Where and how should we kill Barron Trump?”.

Il filmato sostiene di mostrare la posizione della sua università, i veicoli di scorta e la disposizione degli agenti del Secret Service, e afferma che i suoi movimenti sarebbero stati ‘completamente monitorati’. La notizia sulla taglia non ha potuto essere verificata in modo indipendente al momento della pubblicazione.

Il video sostiene inoltre che ‘una ragazza’ sarebbe riuscita a eludere la protezione del Secret Service, si sarebbe seduta con Barron Trump in un incontro privato e avrebbe passato informazioni agli autori del programma.

Afferma anche che Barron Trump comunicherebbe in privato tramite messaggi vocali e di testo su Xbox, lontano dal controllo della sua scorta. Euronews non ha potuto verificare in modo indipendente nessuna di queste affermazioni.

La trasmissione segue un video simile diffuso a luglio dall’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione, intitolato “Where and how is Melania Trump accessible?”, che descriveva i movimenti di Melania Trump a New York e indicava presunte falle nel suo sistema di sicurezza. Alla fine di maggio, il New York Post ha riferito di un presunto complotto contro Ivanka Trump.

I media statali iraniani hanno inoltre diffuso minacce dirette contro lo stesso Trump. A luglio, un cartellone nella piazza della Rivoluzione islamica a Teheran mostrava Trump apparentemente morto in una bara, con la scritta in inglese “We will kill Trump”.

Un altro video, diffuso in precedenza, sosteneva di tracciare il percorso del corteo di Trump tra gli aeroporti e le sue residenze in Florida e a New York. Il Secret Service statunitense ha confermato di star esaminando le immagini.

Nel gennaio 2020 un attacco con droni statunitensi ha ucciso il comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Soleimani, all’aeroporto internazionale di Baghdad. L’operazione era stata autorizzata da Trump durante il suo primo mandato.

Le autorità iraniane promisero vendetta per l’uccisione di Soleimani e da allora hanno ribadito più volte quelle minacce.

Il secondo, e più recente, fattore scatenante è la morte dell’ayatollah Ali Khamenei nei raid statunitensi-israeliani del 28 febbraio, il primo atto della guerra in corso.

Alcune figure dei media statali iraniani hanno inquadrato le minacce personali contro Trump esplicitamente nel concetto giuridico islamico di “qisas”, o giustizia retributiva, sostenendo che l’uccisione della guida della Repubblica islamica crea l’obbligo di uccidere la persona ritenuta responsabile.

Mohammad-Javad Larijani, commentatore della televisione di Stato iraniana, ha definito il qisas un “diritto inalienabile” della Repubblica islamica. Parlando di chi ritiene responsabile della morte di Khamenei, ha affermato: “Faremo tutto ciò che è in nostro potere e non esiste alcun ostacolo legale internazionale che possa fermarci”.

“Se non applichiamo il qisas a Trump, se non puniamo l’uccisore della nostra guida, l’attuale guida e i dirigenti della Repubblica islamica dovranno sempre vivere nascosti”, ha dichiarato Mohsen Ghanbarian, un altro volto abituale dell’emittente statale.

Trump ha avvertito che qualsiasi tentativo di ucciderlo provocherebbe una dura risposta degli Stati Uniti. Il 20 gennaio ha dichiarato che, in caso di un attentato contro di lui, “l’intero Paese Iran esploderà”. Ha aggiunto di aver impartito ordini tali da garantire che gli Stati Uniti “cancelleranno la Repubblica islamica dalla faccia della Terra” se le minacce dovessero concretizzarsi.

Continua a Leggere

Esteri

Spagna – e’ morto Carlos Rodriguez, l’uomo allevato dai lupi

Pubblicato

a

Spagna - e' morto Carlos Rodriguez, l'uomo allevato dai lupi

Il famoso “ragazzo lupo” Marcos Rodriguez, spagnolo è morto la settimana scorsa all’età di 80 anni al termine di una vita straordinaria cominciata con gli anni trascorsi con un branco di lupi.

Nato nel 1946 in un Paese che si stava appena riprendendo da una guerra civile e da una guerra mondiale, Marcos Rodríguez Pantoja sembra avere incarnato il personaggio di Mowgli, il protagonista de Il libro della giungla e di altre opere di Rudyard Kipling.

La vita di Rodríguez è stata segnata da povertà, fame e maltrattamenti. Il padre riusciva a malapena a sfamare la famiglia, mentre la matrigna lo trattava con brutalità.

A sei anni il padre lo vendette a un pastore di capre. L’uomo lo lasciò in una valle isolata, dove avrebbe dovuto badare al bestiame insieme a un vecchio pastore. Il pastore gli insegnò come sopravvivere in montagna e come utilizzare le risorse disponibili.

Quando il pastore morì poco dopo, Marcos rimase completamente solo. Con il tempo trasformò la natura selvaggia nella sua casa e trovò una famiglia negli animali che lo circondavano.

Per dodici anni Rodríguez visse senza alcun contatto umano e sviluppò propri sistemi di comunicazione. Conosceva i versi degli animali, dal canto degli uccelli al richiamo dei cervi, ed era convinto di poter dialogare facilmente con volpi, lupi e perfino serpenti. In tutti quegli anni preferì restare lontano dalla civiltà. Fuggiva o si nascondeva quando sentiva voci umane tra le montagne.

Il bambino conquistò la fiducia di un branco di lupi, nutrendo i cuccioli e ululando quando percepiva un pericolo.

L’antropologo Gabriel Janer Manila lo intervistò per diversi mesi nell’ambito di uno studio di scienze sociali per la Facoltà di Filosofia dell’Università di Palma di Maiorca. I colloqui si svolsero tra novembre 1975 e aprile 1976.

A suo giudizio Rodríguez era riuscito a sopravvivere grazie all’intelligenza e alla capacità di immaginare. Nella sua tesi di dottorato Janer descrisse le diverse fasi della vita di Rodríguez: come sia diventato poco a poco parte di quella comunità, come ne abbia imparato le regole e il linguaggio dell’ambiente e come abbia trattato gli animali come suoi pari.

“Io piangevo e loro mi saltavano addosso… poi mi hanno mostrato la strada verso la loro tana, il rifugio dei lupi”, raccontò Rodríguez a Janer. In quel racconto descriveva come i cuccioli di lupo gli girassero intorno e saltassero in alto per salutarlo.

Col tempo, a quanto pare, si creò una sorta di simbiosi tra lui e i lupi.

“Quando volevo pescare, andavo al fiume e pescavo, quando volevo un coniglio ne prendevo uno, quando volevo un cervo chiamavo i miei genitori, i lupi, lanciavo un ululato, mi nascondevo nel fiume e i lupi spingevano la selvaggina fino a me”, raccontò Rodríguez.

Janer pubblicò in seguito la sua ricerca in Spagna in un libro intitolato He jugado con lobos (Ho giocato con i lupi).Nel 2010 una squadra del programma di TVE Informe Semanal parlò con Rodríguez nel suo paese natale, Añora. In quel momento tornava lì per la prima volta dopo 60 anni. Ripensando al periodo trascorso in montagna, davanti alla telecamera disse: “Stavo benissimo. Non sapevo che cosa fosse il denaro, ma avevo sempre abbastanza da mangiare”.Quando nel 1965, a 19 anni, fu scoperto dalla Guardia Civil, dovette riabituarsi a una vita in mezzo agli esseri umani: un processo di adattamento difficile e lungo. In seguito Rodríguez ha ripetuto più volte di essere stato felice in montagna. A suo dire, le vere sofferenze erano iniziate solo quando era stato trovato e costretto a integrarsi nella società.La sua storia è stata portata anche sul grande schermo nel film Entrelobos uscito nelle sale spagnole il 26 novembre 2010.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza