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Chi governa realmente il mondo oggi?

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“Quando l’immagine vale più dell’opera”: la lucida e spietata riflessione di Menda Vreto contro i salotti chiusi della cultura dell’apparenza
Smettiamola di premiare l’apparenza e torniamo a valorizzare il sudore e il merito! 📖 ✍️ È online il durissimo, spietato ma meraviglioso editoriale di Menda Vreto intitolato “Quando l’immagine vale più dell’opera”. Una riflessione profondissima su un sistema culturale malato, fatto di “salotti chiusi” in cui ci si scambiano premi, favori e fotografie tra amici, tagliando fuori i giovani talenti veri che non hanno santi in paradiso. “I ragazzi stanno imparando che per avere successo bisogna curare le pubbliche relazioni prima della propria formazione, e questo è un crimine”, denuncia l’autrice, puntando il dito contro le riviste compiacenti e le giurie poco trasparenti. “Non cercate di sembrare qualcuno, lavorate finché non lo diventate. Costruite un’eredità per il futuro, non una sterile immagine”. Leggete questo capolavoro di pensiero critico nel nostro nuovo articolo! 👇 🏛️
Redazione – C’è una domanda, urgente e scomoda, che dovremmo porci molto più spesso quando guardiamo al mondo che ci circonda: che cosa stiamo insegnando ai giovani con il modo in cui ci comportiamo? La risposta, purtroppo, non risiede nei bei discorsi accademici che facciamo loro, ma nell’esempio pratico e tangibile che diamo ogni giorno. L’allarme è lanciato dalla penna acuta e profonda di Menda Vreto, che in questo splendido e amaro editoriale dal titolo emblematico (“Quando l’immagine vale più dell’opera”) fotografa la drammatica deriva narcisistica della società e del sistema culturale contemporaneo.
L’esempio che diamo ai giovani: visibilità o sostanza?
La nuova generazione, osserva lucidamente Vreto, non impara soltanto dai libri, dalle università o dalle scuole. Impara in modo osmotico dalle persone che vede costantemente in televisione, sulle copertine dei giornali, nelle prestigiose conferenze e, soprattutto, sui social network. I giovani imparano osservando chi viene sistematicamente invitato, chi viene pubblicato, chi viene valorizzato, chi viene premiato e, cosa ancor più grave, quale tipo di comportamento viene premiato dalla società.
Nel nostro spazio pubblico si è ormai incistata una cultura tossica in cui l’apparenza corre immancabilmente più veloce del lavoro. Persone che sentono il bisogno compulsivo di definirsi “giornalisti”, “analisti”, “esperti” o “figure importanti” solo per il gusto di fregiarsi di un titolo. L’esperienza, però, non nasce da una frase scritta in una bio su Instagram o su Wikipedia: nasce dopo anni insonni di lettura, studio, sudore, errori e confronto leale con la critica. Un giornalista non si misura dal numero di interviste che rilascia per puro egocentrismo, ma dal coraggio e dalla responsabilità con cui cerca la verità. Lo scrittore non diventa immortale perché si fa fotografare con autori famosi nei salotti, ma quando il suo testo scava un solco incolmabile nell’anima del lettore. Qui risiede la differenza, enorme e incolmabile, tra immagine e opera.
I “club chiusi” della cultura: premi, favori e vetrine di autopromozione
Se un giovane alle prime armi, pieno di passione ma ancora acerbo, si guarda intorno e capisce che per emergere deve smettere di studiare per iniziare a curare la propria visibilità, allora l’intera società ha miseramente fallito. L’invito a un panel arriva prima dell’articolo di qualità, il certificato vale più della conoscenza, il premio precede l’opera.
L’autrice lancia un durissimo atto d’accusa contro i cosiddetti “salotti culturali”. Un piccolo gruppo chiuso organizza un evento, invita gli amici, si scambiano fotografie, le riviste amiche pubblicano gli articoli, e il giorno dopo i premiati diventano premianti degli stessi organizzatori. Un circuito vizioso e autoreferenziale che crea la falsa illusione di una scena culturale vivace. Ma dove sono i giovani? Dove sono le ragazze che pubblicano le prime poesie, i registi senza budget, i traduttori di autori sconosciuti, i ricercatori chiusi negli archivi? Una cultura che non crea spazio e non cede il passo alla generazione successiva rischia di trasformarsi in un club chiuso, condannato a parlare tristemente da solo con la propria eco.
La responsabilità dei media: smontare i finti “miti pubblici”
In questo meccanismo perverso, i media, le giurie dei premi letterari e le riviste culturali hanno una responsabilità gigantesca. Un premio non deve soltanto essere giusto, ma deve anche apparire giusto e trasparente al pubblico, al riparo da ogni minimo sospetto di conflitto di interessi, favoritismo o clientelismo familiare.
Le riviste non dovrebbero mai fungere da specchio narcisistico per l’autopromozione di una cerchia ristretta. Dovrebbero avere il sacro coraggio di recensire negativamente un libro debole, anche se l’autore è “famoso”. Dovrebbero essere finestre spalancate su idee mai ascoltate, perché nel momento in cui una rivista si trasforma in un ufficio stampa per gli amici, non serve più alla cultura, ma serve solo all’immagine. Quando la stampa continua a definire “figura importante” qualcuno solo per partito preso, contribuisce a creare piccoli, fragilissimi miti pubblici. “Qualcuno può diventare famoso solo perché è famoso. Ma questo è un meccanismo di visibilità, non è cultura”.
L’appello: “Costruite un’eredità, non un’immagine”
La cultura sana e vibrante non deve per forza rassicurare o rendere felici, deve piuttosto disturbare il potere ed essere scomoda quando la verità fa male. Perdere il talento di un giovane perché non aveva i mezzi o le conoscenze per “entrare nel club” è un crimine contro il futuro della società, sottolinea l’autrice.
La chiusura dell’editoriale di Menda Vreto è un inno motivazionale alla resistenza culturale rivolto alle nuove generazioni: “Non è una vergogna essere sconosciuti, non avere premi o fotografie con personaggi famosi. La vera vergogna è costruire una facciata di grandezza prima di aver costruito un’opera. Non cercate di entrare in ogni rivista, ma fate un lavoro che un giorno dia alle riviste un motivo per cercarvi. Perché se di noi rimangono soltanto le fotografie, i titoli e gli elogi che ci siamo fatti da soli, allora dobbiamo ammetterlo: abbiamo costruito un’immagine, non un’eredità. E noi non abbiamo bisogno di una generazione che sappia apparire, ma di una generazione che sappia creare”.
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Moira Paggi, quando l’inclusione diventa una scelta quotidiana
Redazione- Nel panorama dell’impegno sociale dedicato alle persone con disabilità, il valore delle associazioni si misura soprattutto nella capacità di trasformare i principi dell’inclusione in opportunità concrete. È in questa prospettiva che si inserisce il lavoro di Moira Paggi, figura impegnata nel mondo di ANFFAS Per Loro, realtà che pone al centro della propria attività la persona, i suoi diritti, la sua dignità e la possibilità di costruire un futuro realmente partecipato.
Quello dell’inclusione non è, infatti, un tema che può essere relegato alle dichiarazioni di principio. Significa creare condizioni affinché ogni individuo possa esprimere le proprie capacità, coltivare relazioni, partecipare alla vita della comunità e sentirsi parte integrante della società. Un percorso che richiede sensibilità, competenza e soprattutto continuità.
In questo contesto, l’impegno di Moira Paggi assume un significato particolare. Il suo approccio si colloca all’interno di una cultura della cura che non guarda alla disabilità esclusivamente attraverso il bisogno di assistenza, ma riconosce nella persona una ricchezza di potenzialità, desideri e aspirazioni.
È questa una delle sfide più importanti per il Terzo settore contemporaneo: superare definitivamente una visione assistenzialistica e promuovere, invece, una concezione fondata sull’autonomia, sull’autodeterminazione e sulla piena cittadinanza. Una rivoluzione culturale prima ancora che organizzativa.
ANFFAS rappresenta da decenni un punto di riferimento nel dibattito nazionale sui diritti delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Il lavoro quotidiano delle realtà territoriali contribuisce a mantenere vivo quel dialogo tra famiglie, istituzioni, operatori e comunità che è indispensabile per costruire percorsi realmente inclusivi.
E proprio le persone che scelgono di dedicare tempo, professionalità ed energie a questo mondo diventano protagoniste di una trasformazione silenziosa ma profonda. Moira Paggi interpreta questo impegno con una sensibilità che mette al centro l’ascolto e la necessità di non lasciare indietro nessuno.
La vera inclusione, del resto, non consiste nel chiedere alle persone più fragili di adattarsi a una società già costruita. Significa ripensare quella società affinché possa accogliere le differenze come parte naturale della propria identità.
È una prospettiva che coinvolge tutti: le famiglie, la scuola, il lavoro, le istituzioni, il mondo della cultura e quello dell’informazione. Perché parlare di disabilità significa parlare di diritti, di opportunità e della qualità stessa della nostra democrazia.
Nel percorso di Moira Paggi e nell’esperienza di ANFFAS Per Loro emerge dunque un messaggio preciso: l’inclusione non è un gesto di solidarietà, ma un diritto da rendere concreto ogni giorno.
Ed è proprio nella quotidianità, lontano dai riflettori, che si misura la qualità di una comunità. Una comunità capace di riconoscere ogni persona non per ciò che le manca, ma per ciò che può essere, fare e diventare.
In questa prospettiva, l’impegno di Moira Paggi rappresenta una testimonianza significativa di quella cultura dell’inclusione che non si limita a raccontare il cambiamento, ma prova concretamente a costruirlo.
Moira, quando si parla di disabilità si parla spesso di difficoltà, limiti, fragilità. Lei da dove partirebbe, invece?
Partirei dalla persona. Prima della disabilità c’è un essere umano, con desideri, emozioni, talenti, paure e sogni. Il rischio più grande è quello di definire una persona attraverso una caratteristica e dimenticare tutto il resto. La disabilità non dovrebbe essere una lente attraverso cui osservare qualcuno, ma soltanto una parte della sua storia. E forse la vera domanda non è “che cosa non può fare?”, ma “che cosa possiamo fare insieme perché possa esprimere pienamente se stesso?”.
L’inclusione è diventata una parola molto utilizzata. Ma che cosa significa davvero?
Significa smettere di considerare qualcuno “diverso” perché non corrisponde a un modello prestabilito. L’inclusione autentica non consiste nel concedere uno spazio a qualcuno, ma nel riconoscere che quello spazio gli appartiene già. Una società è realmente inclusiva quando non ha bisogno di spiegare continuamente perché una persona debba esserci: semplicemente, quella persona c’è, partecipa, sceglie e vive.
C’è una domanda filosofica che spesso accompagna il nostro tempo: siamo noi a costruire i limiti oppure sono i limiti a costruire noi?
Credo che molti limiti vengano costruiti dallo sguardo degli altri. A volte una persona viene considerata incapace prima ancora di aver avuto la possibilità di dimostrare ciò che sa fare. E questo è un limite molto più grande della disabilità stessa. Quando togliamo a qualcuno la possibilità di scegliere, di sbagliare e persino di fallire, non lo stiamo proteggendo: gli stiamo sottraendo una parte della sua libertà.
Quanto è importante la famiglia nel percorso di una persona con disabilità?
È fondamentale, ma anche la famiglia ha bisogno di non sentirsi sola. Una famiglia non dovrebbe essere costretta a trasformarsi in un’intera rete sociale. Servono servizi, istituzioni, associazioni e comunità. Il futuro di una persona non può dipendere soltanto dalla forza della propria famiglia. Deve essere una responsabilità collettiva.
Qual è, secondo lei, il pregiudizio più difficile da abbattere?
Quello che confonde la protezione con la sostituzione. Proteggere significa accompagnare qualcuno affinché possa diventare sempre più autonomo. Sostituirsi significa decidere al suo posto. Sono due atteggiamenti apparentemente simili, ma profondamente diversi. L’amore autentico, secondo me, non dice “farò tutto io per te”; dice “sarò accanto a te mentre impari a farlo”.
È una frase che potrebbe essere applicata alla vita di tutti noi o sbaglio?
Assolutamente. La fragilità non appartiene soltanto alle persone con disabilità. Tutti, prima o poi, attraversiamo momenti nei quali abbiamo bisogno degli altri. La differenza è che alcune fragilità sono più visibili. Forse dovremmo imparare a considerare la vulnerabilità non come una colpa, ma come una dimensione naturale dell’essere umano.
Che cosa le hanno insegnato le persone che ha incontrato attraverso il suo impegno?
Mi hanno insegnato che spesso siamo noi ad avere fretta. Pensiamo che la vita debba seguire un ritmo preciso, raggiungere determinati traguardi, rispettare determinate aspettative. Invece ogni persona possiede il proprio tempo. E imparare a rispettarlo significa imparare a rispettare la persona. Ho ricevuto molto più di quanto pensassi di poter dare.
Qual è la parola che vorrebbe cancellare dal vocabolario quando si parla di disabilità?
“Diversità”, se utilizzata per creare distanza. La diversità esiste, naturalmente, ma non dovrebbe diventare una categoria che separa. Siamo tutti differenti. La vera uguaglianza non significa essere identici: significa avere lo stesso valore e gli stessi diritti pur nelle nostre differenze.
Se potesse cambiare una sola cosa nella società, che cosa cambierebbe?
Cambierei lo sguardo. Perché quando cambia lo sguardo cambiano anche le parole, i comportamenti, le relazioni e persino le istituzioni. Una barriera fisica può essere abbattuta con un intervento concreto; una barriera culturale richiede molto più tempo. Ma è proprio quella che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.
E che cosa significa, per lei, “essere inclusivi” nella vita quotidiana?
Significa accorgersi dell’altro. Non soltanto quando c’è un problema, ma prima. Significa ascoltare senza decidere in anticipo che cosa l’altro debba volere. Significa lasciare spazio, rispettare i tempi, creare opportunità. L’inclusione non comincia nei grandi convegni: comincia quando incontriamo una persona e scegliamo di non fermarci alla prima impressione.
Moira, qual è oggi il suo senso della vita? Dopo gli incontri, le esperienze e le persone che hanno attraversato il suo cammino, che cosa dà ancora significato alle sue giornate?
Oggi il senso della vita, per me, è imparare a guardare oltre ciò che appare. È comprendere che ogni persona che incontriamo porta dentro di sé un universo che spesso non conosciamo e che merita di essere ascoltato. Ho imparato che la vita non si misura dalle cose che possediamo, ma dalle tracce che lasciamo nel cuore degli altri. Un gesto, una parola, una mano tesa possono diventare piccoli atti di eternità. Il mio senso della vita è esserci. Essere presenza, quando qualcuno ha bisogno di sentirsi visto. Essere ascolto, quando le parole fanno fatica a uscire. Essere speranza, soprattutto quando sembra più facile arrendersi. Forse, alla fine, vivere significa proprio questo: attraversare il tempo cercando di lasciare il mondo un po’ più umano di come lo abbiamo trovato. E se un giorno, voltandomi indietro, potrò pensare di aver regalato a qualcuno anche soltanto un sorriso, un po’ di coraggio o la sensazione di non essere solo, allora saprò di non aver attraversato invano questa vita.
Vorrei concludere con una domanda quasi esistenziale. Che cosa rende davvero una società “umana”?
La capacità di non lasciare indietro nessuno. Una società non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, dalle tecnologie che possiede o dai risultati che raggiunge. Si misura dalla cura che riesce ad avere verso chi rischia di rimanere ai margini. Il progresso, se non è accompagnato dalla dignità, è soltanto velocità. Una società diventa veramente umana quando comprende che il valore di una persona non dipende da quanto corre, ma dal fatto che abbia il diritto di camminare insieme agli altri.
Dunque l’inclusione potrebbe essere definita come un modo diverso di intendere la parola “insieme”. Giusto?
Sì. E forse “insieme” è una delle parole più belle che abbiamo. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a chiedere il permesso di appartenere al mondo. Il mondo è di tutti, e renderlo davvero accessibile significa restituire a ciascuno il diritto di sentirsi parte della propria storia.
Moira, che cosa accade quando una persona, attraverso l’arte e la scrittura, riesce a trasformare la propria storia in qualcosa che appartiene anche agli altri?
Accade qualcosa di molto profondo: una vita smette di essere soltanto una storia personale e diventa uno specchio nel quale anche gli altri possono riconoscersi. È questo, forse, il miracolo dell’arte e della scrittura: prendere ciò che è intimo e renderlo universale. La storia di Luca Cisternino, raccontata anche attraverso il libro di Eleonora Benedetti, ci ricorda che ogni persona custodisce dentro di sé un mondo che merita di essere scoperto. A volte basta qualcuno che abbia il coraggio di guardare oltre le apparenze e di raccontarlo. Per questo credo che raccontare una persona sia una forma d’amore: significa dirle, attraverso le parole, “la tua storia ha valore, la tua presenza lascia una traccia, il tuo essere nel mondo non è invisibile”. E forse è proprio questa la funzione più alta dell’arte: non cambiare ciò che siamo, ma insegnarci a guardarlo con occhi nuovi.
L’incontro con Moira Paggi lascia una riflessione che va oltre il tema della disabilità e dell’inclusione. Le sue parole raccontano una concezione della vita fondata sull’ascolto, sulla dignità e sulla capacità di riconoscere nell’altro non una fragilità da proteggere, ma una persona da incontrare con amore.
In un tempo che corre veloce e spesso ci abitua a giudicare prima ancora di conoscere, il suo messaggio invita a rallentare e a cambiare prospettiva. Perché l’inclusione, prima di essere una scelta sociale, è una scelta umana: quella di non voltarsi dall’altra parte.
E forse è proprio qui che risiede la parte più autentica del suo pensiero: non siamo chiamati semplicemente a vivere accanto agli altri, ma a imparare a vivere gli uni per gli altri, lasciando dietro di noi non soltanto ricordi, ma possibilità, fiducia e umanità.
Moira Paggi ci ricorda così che una società migliore non nasce dalla perfezione, ma dalla capacità di accogliere le differenze. E che, alla fine del nostro viaggio, ciò che davvero resterà non sarà quanto avremo posseduto, ma quanto avremo saputo donare.
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Il miracolo di Charlie: gatto smarrito nel 2016 torna a casa dopo 10 anni! Il commovente regalo di compleanno che sta facendo il giro del mondo
Preparate i fazzoletti, questa storia è un vero e proprio miracolo d’amore! 😭 ❤️ Mettetevi nei panni di Lucy: sta per spegnere le candeline dei suoi 30 anni, quando squilla il telefono. Dall’altra parte c’è il veterinario che le annuncia l’impossibile: il suo gatto Charlie, scomparso misteriosamente nel nulla ben DIECI ANNI FA, nel 2016, è stato ritrovato vivo! Un uomo di buon cuore lo ha sfamato e portato in clinica, dove l’infallibile (e fondamentale) MICROCHIP ha fatto scattare l’allarme! Dopo un decennio lontano da casa chissà dove, il dolce felino (che oggi ha 13 anni) non ha dimenticato la sua famiglia e ha riconosciuto la voce della sua padrona al primo istante! Una favola gallese che ci insegna a non perdere mai la speranza e ci ricorda l’importanza vitale di microchippare i nostri amici a 4 zampe. Leggete tutta la storia e le foto dell’emozionante abbraccio nel nostro articolo! 👇 🐾
Redazione– Ci sono regali di compleanno che si possono incartare, e poi ci sono quelli che la vita ti fa recapitare direttamente al cuore, quando ormai avevi perso ogni briciolo di speranza. La storia che vi raccontiamo oggi, riportata dai colleghi della rete britannica BBC, ha i contorni della favola a lieto fine e dimostra che il legame invisibile che ci unisce ai nostri animali domestici non può essere spezzato né dalla distanza, né dallo scorrere inesorabile del tempo. La protagonista di questa incredibile vicenda umana e animale è Lucy Robertson, una ragazza gallese che per i suoi trent’anni ha ricevuto una telefonata destinata a cambiarle per sempre la vita: il suo amato gatto tigrato Charlie, svanito misteriosamente nel nulla ben 10 anni prima, era incredibilmente vivo.
Il mistero del 2016: la fuga dopo il trasloco e le ricerche disperate
Per comprendere la portata di questo miracolo emotivo, bisogna fare un salto indietro nel tempo, riavvolgendo il nastro fino al 2016. In quell’anno, Lucy e la sua compagna Hannah avevano deciso di intraprendere una nuova avventura, trasferendosi dalla piccola cittadina di Newbridge alla vicina località di Abercarn, nel cuore del Galles. Con loro, ovviamente, c’era Charlie, all’epoca un gatto giovane, vivace e con uno spiccato spirito d’esplorazione.
I traslochi, si sa, rappresentano un momento di forte stress e disorientamento per i felini, creature estremamente abitudinarie e legate al territorio. E infatti, appena tre giorni dopo l’arrivo nella nuova abitazione, Charlie è riuscito a sgattaiolare fuori dalla porta, facendo perdere completamente le sue tracce. Da quel momento è iniziato un vero e proprio calvario per le due donne: mesi interi trascorsi a setacciare ogni strada, ogni giardino e ogni bosco del quartiere. Hanno affisso centinaia di volantini sui lampioni, bussato alle porte dei vicini, contattato i canili e lanciato disperati appelli sui social media. Tutto inutile. Il silenzio è stato assordante, e con il passare inesorabile degli anni, la logica e la rassegnazione avevano inevitabilmente preso il sopravvento, portando con sé il doloroso e silenzioso lutto per la perdita del piccolo amico a quattro zampe.
Il salvatore misterioso e l’importanza vitale del microchip
Ma il destino, a volte, ama scrivere copioni che sfidano la statistica. La svolta clamorosa e inaspettata è arrivata il 29 luglio scorso, grazie alla concatenazione di due elementi fondamentali: la bontà d’animo di uno sconosciuto e la tecnologia. Un residente del quartiere di Abercarn aveva notato da qualche tempo questo gatto tigrato aggirarsi circospetto ma affamato tra i cespugli vicino a casa sua. Convinto che si trattasse di un povero randagio abbandonato, l’uomo, dal cuore d’oro, ha iniziato a lasciargli del cibo, accudendolo e conquistando lentamente la sua fiducia per diverse settimane.
Una volta riuscito ad avvicinarlo, l’uomo ha compiuto il gesto che ha cambiato tutto: ha portato l’animale presso la locale clinica veterinaria per un banale controllo di routine. Sulla carta sembrava una prassi normale per un randagio, ma è bastato il passaggio dello scanner per il microchip sul collo del gatto per far saltare i veterinari dalla sedia. Il chip non solo era presente, ma i dati registrati riportavano ancora perfettamente al numero di telefono di Hannah, inserito ben un decennio prima. Una dimostrazione schiacciante di quanto la microchippatura non sia solo un obbligo di legge, ma il più grande atto d’amore e di tutela che possiamo garantire ai nostri animali.
L’emozionante ricongiungimento: “Ci ha riconosciute all’istante”
La telefonata che ha informato Lucy e Hannah del ritrovamento è arrivata proprio mentre Lucy si preparava a spegnere le 30 candeline della sua torta di compleanno. Inutile provare a descrivere l’incredulità, lo shock e poi le lacrime di gioia inarrestabili. Ma il timore era uno: dopo dieci lunghi anni di lontananza, si ricorderà ancora di noi?
La risposta è arrivata nel momento esatto in cui le porte del trasportino si sono aperte in clinica. Charlie, che oggi è uno splendido e saggio gatto di 13 anni, appena ha annusato il profumo di Lucy e ha sentito il suono della sua voce, non ha avuto un solo istante di esitazione: le si è avvicinato strofinando il muso e facendo le fusa, in un abbraccio tra anime che ha fatto piangere a dirotto persino il personale medico della clinica.
Dieci anni di avventure segrete e il meritato riposo a casa
La visita veterinaria completa ha aggiunto un ulteriore tassello di mistero a questa storia a lieto fine. Nonostante il decennio trascorso, chi lo sa dove e come, Charlie è stato trovato in condizioni fisiche sorprendentemente buone. Il suo pelo tigrato era folto, lucido e pulito, segno inequivocabile che durante la sua lunghissima assenza deve aver trovato rifugio, calore e cure informali presso qualcuno, prima di ritrovarsi nuovamente a vagare per le strade di Abercarn.
Dove sia stato Charlie per ben dieci anni, quali giardini abbia esplorato, quanti temporali abbia affrontato e quante vite feline abbia vissuto, rimarrà per sempre il suo magnifico ed esclusivo segreto. Oggi la famiglia, ritrovata la sua serenità, preferisce scherzare, sostenendo che Charlie sia stato semplicemente impegnato in un’avventura lunghissima e un po’ folle. Ora, riadattatosi in tempi record ai ritmi lenti e sicuri del focolare domestico, al divano morbido e alle coccole infinite, Charlie si gode il suo meritatissimo riposo. Bentornato a casa, piccolo grande esploratore.
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