Intervista di Monica Macchioni a Mario Michelangeli, gia’ Parlamentare della Repubblica
Dalle aule del Parlamento alla fantascienza per salvare il mondo! 🏛️🚀 L’ex deputato Mario Michelangeli si confessa a cuore aperto con Monica Macchioni: la nascita della sua saga “L’Uomo del Destino” e il finale shock di “Inverno Nucleare”. 💥🌌 Una riflessione potentissima, nata dalle radici del PCI di Berlinguer, che unisce fantapolitica, amore e un disperato grido contro la guerra. Una lettura che graffia la coscienza e fa battere il cuore. ❤️ Leggi qui per scoprire l’intervista integrale e i segreti di questo incredibile viaggio letterario! 👇
Roma – Ci sono momenti in cui l’urgenza di raccontare il nostro tempo supera i confini della cronaca politica per farsi letteratura, visione, e monito disperato per il futuro dell’umanità. È questo il senso profondo e viscerale che attraversa la straordinaria intervista rilasciata da Mario Michelangeli, già stimato Parlamentare della Repubblica, alla giornalista Monica Macchioni. In un dialogo serrato, intimo e privo di qualsiasi filtro istituzionale, l’ex deputato si spoglia delle vecchie vesti politiche per presentare l’atto finale di un’impresa letteraria monumentale: la pubblicazione di “Inverno Nucleare”, il settimo capitolo che chiude la travolgente saga fantapolitica e distopica de “L’Uomo del Destino”. Un’opera coraggiosa, nata non per dare sfogo a una sterile fantasia, ma per lanciare un grido d’allarme contro i venti di guerra e le violenze che oggi rischiano di spingere il pianeta sull’orlo dell’autodistruzione.
Le parole di Michelangeli portano con sé il peso e la dignità di una storia personale importante. Uomo di sinistra, comunista cresciuto alla scuola del grande PCI di Enrico Berlinguer, l’autore ha riversato nelle oltre seicento pagine della sua epopea tutta l’esperienza maturata nei palazzi del potere e, soprattutto, l’immutata passione per la difesa degli ultimi. Dalla figura di un ex Presidente del Consiglio ridotto a barbone senza memoria tra le vie di una Roma stretta nella morsa di un colpo di stato fascista, fino alla rinascita plebiscitaria e alla conquista dello Spazio, la saga si configura come il manifesto di una rivoluzione democratica possibile. Un piano economico reale da mille miliardi di euro, capace di rivoltare l’Italia come un calzino, si fonde con una narrazione in cui la fantascienza diventa lo specchio deformante ma oggettivo delle nostre paure più attuali.
Ma oltre la fantapolitica, oltre lo spettro terrificante di diecimila testate nucleari pronte a incenerire la Terra in poche ore, l’intervista svela l’anima più autentica dello scrittore. Michelangeli confessa con toccante umiltà la solitudine di chi sceglie la via dell’autopubblicazione, distribuendo gratuitamente le sue copie cartacee ed ebook al di fuori dei grandi circuiti editoriali. Eppure, la sua non è una resa. È la rivendicazione fiera di un uomo guidato da due soli, immensi sentimenti: l’amore profondo per una donna e l’amore incondizionato per un genere umano che merita di essere salvato, a dispetto delle follie dei potenti. Leggi qui sotto l’intervista integrale, un viaggio straordinario dove la passione politica si fa poesia e la speranza rifiuta di spegnersi anche davanti all’inverno più buio. 👇
Mario buongiorno, abbiamo visto la pubblicazione del tuo ultimo libro “Inverno Nucleare” della serie l’Uomo del Destino. Sono sette libri di una saga, giusto?
Giusto. Inverno Nucleare è l’ultimo della serie che conclude una storia iniziata con un barbone senza memoria che si aggira per le vie di una Roma, dove al governo si è installata una giunta militare fascista. In realtà il barbone è l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri che ha subito un attentato, preludio del colpo di stato, che ha sterminato la sua famiglia e il suo amico Presidente della Repubblica. Non si sa come si sia salvato, ma un evento particolare, legato al salvataggio di una donna, che diventerà il suo amore, rimette tutto in discussione. Gli torna la memoria e nel giro di pochi mesi organizza la Resistenza. Riconquista il potere e nelle elezioni immediatamente successive viene eletto con un plebiscito. I primi cinque libri raccontano una storia incredibile di come il nostro Paese viene rivoltato come un calzino da un’azione di Governo incisiva. È semplicemente la storia di una rivoluzione democratica che cambia radicalmente l’Italia. Ti cito solo i titoli: il Barbone, la Rivolta, la Vittoria, la Resistenza e il Presidente. Dopo il Barbone c’è un flashback che ripercorre l’accaduto, sino ad arrivare ad un Presidente che, dopo l’Italia, immagina un futuro per l’intera umanità. Da qui Odissea nello Spazio e Inverno Nucleare, gli ultimi due libri della saga.
Che succede in inverno nucleare?
Che l’umanità non apprende la lezione della storia. Nonostante il primo attacco nucleare sia stato scatenato da una cellula terroristica, le super potenze scatenano l’apocalisse incolpandosi a vicenda. In poche ore oltre diecimila testate nucleari esplodono in ogni parte del pianeta. Chi sopravvive al primo impatto, è destinato ad una morte atroce a causa delle radiazioni che nell’arco di pochi mesi avvolgono l’intero pianeta e distruggono ogni forma di vita…
Fantascienza, giusto?
Certo. Tutta la saga è una storia di fantapolitica e fantascienza, ma che ha delle basi oggettive nel nostro presente fatto di guerre e violenze che potrebbero provocare la scintilla di una guerra nucleare distruttiva per l’intera umanità. Mi auguro di no ovviamente, ma il pericolo è lì, nelle diecimila testate pronte a fare la loro parte all’occorrenza. Il nostro Uomo del Destino, che bada bene, è un uomo semplice con le giuste idee, ribalta tutto. Ad iniziare dall’Italia, che con un piano di mille miliardi cambia il volto del Paese. Dove reperisce mille miliardi? Scopritelo, e vi accorgerete che è un programma fattibile e realizzabile già a partire da oggi se qualcuno avesse il coraggio per farlo…
Un programma ambizioso. Quanto c’è di fantapolitica e realtà?
Entrambe certamente. Ma, come sai sono stato parlamentare e sono un uomo di sinistra, un comunista. Vengo dalla storia del grande PCI di Enrico Berlinguer, e qualche esperienza l’ho maturata. Il programma per quanto ambizioso e nel solco della fantapolitica, è fattibile. E lui lo rende reale, tanto da subire il colpo di stato. Vedi Monica, non ho scritto questa saga solo per dare libero sfogo alla mia fantasia, ma perché ho cercato di mettere nero su bianco un’ipotesi di cambiamento per tutti noi e per l’umanità intera, che si trova su un crinale molto rischioso, e che rischia di rivivere le tragedie del novecento moltiplicate all’ennesima potenza. È questa la motivazione che mi ha spinto ad immaginare una realtà diversa per quanto distopica. Ho lottato per tutta la vita per gli ultimi e affinché si costruisse un mondo migliore, ma le mie idee hanno subito una sconfitta storica e l’impotenza di poter continuare a farlo l’ho riversata in questa saga che leggeranno in pochi…
Che vuoi dire?
Che non ho editori e sponsor alle spalle. Solo il primo libro ha avuto un piccolo successo. La verità è che mi auto pubblico e che distribuisco gratis le copie che stampo, oltre ad essere online con ebook ed eventuali copie cartacee da ordinare. Ho solo la soddisfazione personale di scrivere, e di aver messo su una storia fantastica che al centro ha due grandi amori che attraversano tutto il percorso della saga. L’amore per una donna, che si svilupperà in modi molteplici, e l’amore per il genere umano che merita di essere salvato a prescindere dalle azioni dei potenti di questa Terra. Azioni che generano guerre, genocidi, violenza e odio contro umani che cercano in mare la salvezza per una vita migliore. L’amore è l’elemento che mi guida, e che è alla base di tutta la saga.
Dalle pagine allo schermo: quando libri e videogiochi si incontrano
La narrazione cambia linguaggio, ma non perde la sua capacità di emozionare. Un ponte tra lettura, tecnologia e nuove generazioni. C’era un tempo in cui leggere un libro significava soprattutto sedersi, aprire una copertina e lasciarsi accompagnare dalle parole. Oggi, invece, le storie possono essere vissute in moltissimi modi: attraverso un romanzo, un film, una serie televisiva, un audiolibro e anche un videogioco.
Redazione- La narrazione cambia linguaggio, ma non perde la sua capacità di emozionare. Un ponte tra lettura, tecnologia e nuove generazioni. C’era un tempo in cui leggere un libro significava soprattutto sedersi, aprire una copertina e lasciarsi accompagnare dalle parole. Oggi, invece, le storie possono essere vissute in moltissimi modi: attraverso un romanzo, un film, una serie televisiva, un audiolibro e anche un videogioco.
Ed è proprio dall’incontro tra libri e videogiochi che nasce una delle riflessioni culturali più interessanti del nostro tempo: cosa succede quando una storia smette di essere soltanto letta e diventa anche un’esperienza da vivere?
Il videogioco, soprattutto nelle sue forme narrative più evolute, non è più soltanto una sfida fatta di livelli, punti e obiettivi. Può contenere personaggi complessi, dialoghi, ambientazioni, dilemmi e percorsi narrativi capaci di coinvolgere emotivamente il giocatore. Il libro, dal canto suo, continua a offrire qualcosa di insostituibile: la possibilità di costruire nella propria mente luoghi, volti e atmosfere attraverso l’immaginazione.
Sono dunque due mondi destinati a combattersi? Probabilmente no. Possono, invece, incontrarsi.
Per i ragazzi questa contaminazione può rappresentare un’opportunità. Un giovane che si appassiona alla storia di un personaggio attraverso un videogioco potrebbe essere incuriosito dalla sua origine letteraria, oppure scoprire il piacere di leggere dopo essersi avvicinato a un determinato universo narrativo attraverso altri linguaggi.
E per le famiglie ciò può diventare l’occasione per superare una contrapposizione spesso troppo semplice: “libro buono, videogioco cattivo”. La vera questione non dovrebbe essere soltanto quale mezzo utilizziamo, ma che cosa ci racconta e come lo utilizziamo: un libro può aprire una finestra sull’immaginazione, un videogioco può permettere di attraversarla.
La differenza sta anche nel ruolo del pubblico. Il lettore interpreta la storia attraverso le parole dell’autore; il giocatore, in molti casi, è chiamato a compiere delle scelte, a esplorare, a prendere decisioni. La narrazione diventa così più interattiva e può trasformarsi in un’esperienza personale.
In questo scenario assume particolare significato anche il lavoro di Alberto Raffaelli, ideatore e curatore di Segnalazioni Letterarie, realtà nata per la divulgazione libraria web e oggi attiva attraverso una community presente su tutti i social principali (la casa madre è su Facebook: https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie/?ref=bookmarks). La sua esperienza dimostra quanto sia importante osservare la letteratura non come un mondo chiuso, ma come un universo capace di dialogare con la società e con i suoi cambiamenti.
Raffaelli appare, in questo senso, particolarmente attento alle evoluzioni della società contemporanea. Lo sguardo al progresso tecnologico non significa abbandonare il libro per inseguire ogni novità, ma comprendere che il modo in cui le persone si avvicinano alle storie sta cambiando. Ne è un indizio pure l’attenzione che la stessa Segnalazioni Letterarie sta dedicando ai nuovi linguaggi digitali e ai temi legati alla trasformazione dei canali culturali.
E forse è proprio qui che risiede una delle sfide educative più intriganti del nostro tempo: non chiedere ai ragazzi di scegliere tra carta e tecnologia, ma insegnare loro a utilizzare entrambi gli strumenti con curiosità, consapevolezza e senso critico, quando non in collaborazione.
Perché una buona storia resta una buona storia, indipendentemente dal mezzo attraverso cui arriva. Può essere stampata su tot pagine, raccontata attraverso uno schermo oppure trasformata in un mondo nel quale entrare e muoversi.
E anche la cultura, in fondo, non è immobile. Cambia forma, muta i linguaggi, incontra nuove generazioni. Conserva però la sua funzione più importante: farci immaginare ciò che ancora non conosciamo e aiutarci a comprendere un po’ meglio ciò che siamo.
E forse il futuro non sarà quello in cui i videogiochi sostituiranno i libri, né quello in cui i libri dovranno difendersi dai videogiochi. Sarà un avvenire nel quale le pagine e i pixel potranno finalmente raccontare insieme la stessa, inesauribile voglia dell’essere umano di vivere storie.
DALLE PAGINE AL VIDEOGIOCO: HARRY POTTER E LA MAGIA DI UNA STORIA CHE UNISCE GENERAZIONI
Intervista ad Alberto Raffaelli di Segnalazioni Letterarie
Alberto, partiamo da una storia che ha conquistato ormai intere generazioni: Harry Potter. Che cosa accade quando un universo dalle pagine di un libro arriva nel mondo dei videogiochi?
Accade qualcosa di straordinario: la storia cambia linguaggio senza perdere la propria identità. Harry Potter è nato come esperienza letteraria, capace di far viaggiare l’immaginazione attraverso le parole, ma il mondo magico che descrive si presta facilmente all’esplorazione e all’interazione. Si tratta di un caso ormai canonico in cui i videogiochi hanno permesso ai lettori di trasformarsi, almeno idealmente, da spettatori della storia a protagonisti di una nuova avventura. È proprio questa capacità di evolversi che rende il fenomeno particolarmente interessante.
Possiamo quindi parlare di un vero ponte tra lettura e videogiochi?
Assolutamente sì. E ha tutti i presupposti per essere un ponte particolarmente importante per le nuove generazioni. Un ragazzo può arrivare alla storia attraverso i videogiochi e, successivamente, incuriosirsi verso i libri che li ispirano. Oppure può fare il percorso contrario: prima leggere e poi desiderare di entrare fisicamente, attraverso lo schermo, in quell’universo che ha già immaginato. Non vedo necessariamente una contrapposizione tra i due strumenti, bensì due modalità differenti di vivere una storia. L’importante è non avere pregiudizi su quest’argomento.
Harry Potter è riuscito a coinvolgere bambini, ragazzi e adulti. È questo uno degli aspetti più interessanti?
Sicuramente. È una storia che ha attraversato il tempo e le generazioni. Ci sono adulti che hanno letto i primi libri quando erano ragazzi e oggi condividono quell’universo con i propri figli. E il videogioco aggiunge un ulteriore elemento di condivisione. Può diventare un’occasione per parlare di libri, personaggi, valori, fantasia e creatività. In una famiglia, persino una partita può trasformarsi in una conversazione.
Pensiamo a Hogwarts Legacy. È corretto considerarlo una trasposizione dei romanzi?
No, ed è importante chiarirlo. Hogwarts Legacy non è un adattamento diretto dei libri o dei film. È ambientato nel mondo magico nel 1800, molto prima delle vicende di Harry, Hermione e Ron, e propone una storia originale nella quale il giocatore può creare il proprio personaggio e vivere la propria esperienza a Hogwarts.
Quindi si può dire che nei “videogiochi letterari” il giocatore diventa autore della propria esperienza?
Esattamente. Ed è forse questa la grande differenza rispetto alla lettura tradizionale. Nel libro l’autore ci conduce attraverso una storia; nel videogioco possiamo essere chiamati a esplorare, decidere, risolvere problemi e costruire il nostro percorso. In Hogwarts Legacy, per esempio, si può scegliere la propria Casa, imparare incantesimi, preparare pozioni, esplorare Hogwarts e sviluppare amicizie.
Ma allora il videogioco può essere considerato cultura?
Credo che dobbiamo superare alcune vecchie categorie. Cultura significa anche comprendere i linguaggi attraverso i quali una società racconta se stessa. Naturalmente bisogna distinguere un prodotto di qualità da uno privo di contenuti, esattamente come facciamo con i libri, ma un videogioco narrativo può stimolare fantasia, attenzione, capacità decisionale e curiosità. Non dobbiamo demonizzare la tecnologia: dobbiamo insegnare a utilizzarla con consapevolezza.
E quale ruolo possono avere i genitori?
Un ruolo fondamentale. Credo sia molto più utile accompagnare i ragazzi che imporre loro una contrapposizione. Un genitore può chiedere: “Quale personaggio ti piace?”, “Perché hai scelto quella Casa?”, “Conosci il libro da cui nasce questo universo?”. Da una semplice esperienza videoludica può nascere così un dialogo culturale. E magari anche la voglia di aprire un libro.
È proprio qui che libri e videogiochi possono diventare un binomio efficace?
Sì, perché coniugano piaceri differenti. Il piacere della lettura è legato all’immaginazione, alla parola e alla costruzione mentale della storia. Il videogioco aggiunge esplorazione, interazione e partecipazione. Non necessariamente uno deve sostituire l’altro. Possono completarsi.
Lei, attraverso Segnalazioni Letterarie, osserva da vicino l’evoluzione del mondo culturale, e dei libri in particolare. Quanto è importante essere aggiornati sui nuovi linguaggi?
È indispensabile. Una realtà culturale che vuole parlare alle persone non può guardare soltanto al passato. Deve conoscere il presente e provare a intuire il futuro. La letteratura continua ad avere un ruolo straordinario, ma come dialoga ormai tradizionalmente con cinema e televisione non deve esimersi dal farlo anche con videogiochi, social network e nuovi strumenti digitali. A Segnalazioni Letterarie crediamo molto nella contaminazione.
Quindi, Alberto, se dovesse riassumere in una frase il rapporto tra libri e videogiochi?
Direi questo: non sono due mondi che devono contendersi il pubblico, ma due porte differenti attraverso le quali possiamo entrare nello stesso meraviglioso universo dell’immaginazione. Un libro può accendere la fantasia, un videogioco può darle movimento. E quando questi due piaceri si incontrano, possono nascere nuove forme di cultura, condivisione e divertimento per ragazzi, adulti e famiglie.
E forse è questa la vera magia?
Sì. Perché la magia più grande non è quella che vediamo sullo schermo. È quella che riesce ancora a farci desiderare di aprire una pagina, impugnare un controller e, soprattutto, continuare a sognare.
In fondo, dunque, libri e videogiochi non parlano due lingue così diverse come potremmo pensare. Entrambi partono da una storia e arrivano alla cosa più preziosa che possediamo: la capacità di immaginare.
Harry Potter ne è un esempio emblematico: una generazione lo ha conosciuto sfogliando le pagine, un’altra lo ha esplorato attraverso lo schermo, e oggi ragazzi, genitori e adulti possono ritrovarsi nello stesso universo fantastico anche con i videogiochi, condividendo emozioni e ricordi.
È forse questo il vero valore della contaminazione tra letteratura e tecnologia: non sostituire il vecchio con il nuovo, ma permettere a linguaggi diversi di incontrarsi e arricchirsi reciprocamente. Perché una buona storia non appartiene a un’età, a un formato o a una tecnologia. Appartiene a chi, aprendola — su una pagina o davanti a uno schermo — trova ancora un motivo per meravigliarsi. E se un libro insegna a sognare e un videogioco insegna a esplorare quel sogno, allora il loro incontro può davvero diventare un binomio efficace: due piaceri differenti, un’unica grande passione per le storie.
“Quando l’immagine vale più dell’opera”: la lucida e spietata riflessione di Menda Vreto contro i salotti chiusi della cultura dell’apparenza
Smettiamola di premiare l’apparenza e torniamo a valorizzare il sudore e il merito! 📖 ✍️ È online il durissimo, spietato ma meraviglioso editoriale di Menda Vreto intitolato “Quando l’immagine vale più dell’opera”. Una riflessione profondissima su un sistema culturale malato, fatto di “salotti chiusi” in cui ci si scambiano premi, favori e fotografie tra amici, tagliando fuori i giovani talenti veri che non hanno santi in paradiso. “I ragazzi stanno imparando che per avere successo bisogna curare le pubbliche relazioni prima della propria formazione, e questo è un crimine”, denuncia l’autrice, puntando il dito contro le riviste compiacenti e le giurie poco trasparenti. “Non cercate di sembrare qualcuno, lavorate finché non lo diventate. Costruite un’eredità per il futuro, non una sterile immagine”. Leggete questo capolavoro di pensiero critico nel nostro nuovo articolo! 👇 🏛️
Redazione – C’è una domanda, urgente e scomoda, che dovremmo porci molto più spesso quando guardiamo al mondo che ci circonda: che cosa stiamo insegnando ai giovani con il modo in cui ci comportiamo? La risposta, purtroppo, non risiede nei bei discorsi accademici che facciamo loro, ma nell’esempio pratico e tangibile che diamo ogni giorno. L’allarme è lanciato dalla penna acuta e profonda di Menda Vreto, che in questo splendido e amaro editoriale dal titolo emblematico (“Quando l’immagine vale più dell’opera”) fotografa la drammatica deriva narcisistica della società e del sistema culturale contemporaneo.
L’esempio che diamo ai giovani: visibilità o sostanza?
La nuova generazione, osserva lucidamente Vreto, non impara soltanto dai libri, dalle università o dalle scuole. Impara in modo osmotico dalle persone che vede costantemente in televisione, sulle copertine dei giornali, nelle prestigiose conferenze e, soprattutto, sui social network. I giovani imparano osservando chi viene sistematicamente invitato, chi viene pubblicato, chi viene valorizzato, chi viene premiato e, cosa ancor più grave, quale tipo di comportamento viene premiato dalla società.
Nel nostro spazio pubblico si è ormai incistata una cultura tossica in cui l’apparenza corre immancabilmente più veloce del lavoro. Persone che sentono il bisogno compulsivo di definirsi “giornalisti”, “analisti”, “esperti” o “figure importanti” solo per il gusto di fregiarsi di un titolo. L’esperienza, però, non nasce da una frase scritta in una bio su Instagram o su Wikipedia: nasce dopo anni insonni di lettura, studio, sudore, errori e confronto leale con la critica. Un giornalista non si misura dal numero di interviste che rilascia per puro egocentrismo, ma dal coraggio e dalla responsabilità con cui cerca la verità. Lo scrittore non diventa immortale perché si fa fotografare con autori famosi nei salotti, ma quando il suo testo scava un solco incolmabile nell’anima del lettore. Qui risiede la differenza, enorme e incolmabile, tra immagine e opera.
I “club chiusi” della cultura: premi, favori e vetrine di autopromozione
Se un giovane alle prime armi, pieno di passione ma ancora acerbo, si guarda intorno e capisce che per emergere deve smettere di studiare per iniziare a curare la propria visibilità, allora l’intera società ha miseramente fallito. L’invito a un panel arriva prima dell’articolo di qualità, il certificato vale più della conoscenza, il premio precede l’opera.
L’autrice lancia un durissimo atto d’accusa contro i cosiddetti “salotti culturali”. Un piccolo gruppo chiuso organizza un evento, invita gli amici, si scambiano fotografie, le riviste amiche pubblicano gli articoli, e il giorno dopo i premiati diventano premianti degli stessi organizzatori. Un circuito vizioso e autoreferenziale che crea la falsa illusione di una scena culturale vivace. Ma dove sono i giovani? Dove sono le ragazze che pubblicano le prime poesie, i registi senza budget, i traduttori di autori sconosciuti, i ricercatori chiusi negli archivi? Una cultura che non crea spazio e non cede il passo alla generazione successiva rischia di trasformarsi in un club chiuso, condannato a parlare tristemente da solo con la propria eco.
La responsabilità dei media: smontare i finti “miti pubblici”
In questo meccanismo perverso, i media, le giurie dei premi letterari e le riviste culturali hanno una responsabilità gigantesca. Un premio non deve soltanto essere giusto, ma deve anche apparire giusto e trasparente al pubblico, al riparo da ogni minimo sospetto di conflitto di interessi, favoritismo o clientelismo familiare.
Le riviste non dovrebbero mai fungere da specchio narcisistico per l’autopromozione di una cerchia ristretta. Dovrebbero avere il sacro coraggio di recensire negativamente un libro debole, anche se l’autore è “famoso”. Dovrebbero essere finestre spalancate su idee mai ascoltate, perché nel momento in cui una rivista si trasforma in un ufficio stampa per gli amici, non serve più alla cultura, ma serve solo all’immagine. Quando la stampa continua a definire “figura importante” qualcuno solo per partito preso, contribuisce a creare piccoli, fragilissimi miti pubblici. “Qualcuno può diventare famoso solo perché è famoso. Ma questo è un meccanismo di visibilità, non è cultura”.
L’appello: “Costruite un’eredità, non un’immagine”
La cultura sana e vibrante non deve per forza rassicurare o rendere felici, deve piuttosto disturbare il potere ed essere scomoda quando la verità fa male. Perdere il talento di un giovane perché non aveva i mezzi o le conoscenze per “entrare nel club” è un crimine contro il futuro della società, sottolinea l’autrice.
La chiusura dell’editoriale di Menda Vreto è un inno motivazionale alla resistenza culturale rivolto alle nuove generazioni: “Non è una vergogna essere sconosciuti, non avere premi o fotografie con personaggi famosi. La vera vergogna è costruire una facciata di grandezza prima di aver costruito un’opera. Non cercate di entrare in ogni rivista, ma fate un lavoro che un giorno dia alle riviste un motivo per cercarvi. Perché se di noi rimangono soltanto le fotografie, i titoli e gli elogi che ci siamo fatti da soli, allora dobbiamo ammetterlo: abbiamo costruito un’immagine, non un’eredità. E noi non abbiamo bisogno di una generazione che sappia apparire, ma di una generazione che sappia creare”.
Redazione- Il mondo moderno si presenta come un sistema ordinato: Stati sovrani, istituzioni funzionanti, leggi scritte e procedure chiare. Ogni cosa sembra avere il proprio posto e ogni potere la propria fonte legittima. Ma l’ordine apparente non è sempre ordine reale, così come la forma non garantisce necessariamente la sostanza. Dietro questa organizzazione istituzionale esiste un’altra forma di governo, più taciturna, più flessibile e meno esposta alla responsabilità pubblica.
In questa realtà, la domanda fondamentale non è più “chi governa?”, ma “dove risiede il potere?”. Perché il potere, a differenza dell’autorità formale, non ha sempre bisogno di mostrarsi. Agisce attraverso l’influenza, la dipendenza e il condizionamento, non necessariamente attraverso ordini diretti. In questo senso, il mondo non è governato soltanto da coloro che appaiono sulla scena, ma anche, (e soprattutto spesso), da coloro che rimangono dietro le quinte.
Storicamente, il potere è passato dalle forme brutali a quelle più sofisticate. Un tempo governava attraverso la forza fisica; oggi governa attraverso le strutture. Un tempo i re governavano mediante la paura; oggi i sistemi governano attraverso la necessità. Il potere moderno non ha più bisogno di reprimere apertamente: gli basta creare dipendenza economica, insicurezza sociale e l’illusione della scelta.
In questa trasformazione, la politica ha progressivamente perso il proprio ruolo centrale nel processo decisionale. È diventata sempre più amministratrice di realtà imposte da fattori economici, finanziari e tecnologici. Il Parlamento discute, il governo approva, ma spesso la decisione è stata presa prima e altrove, da interessi che non sono sottoposti né al voto né al controllo pubblico. Nasce così un paradosso pericoloso: le istituzioni esistono, ma il potere reale scivola al di fuori di esse.
Nel mondo contemporaneo, il capitale ha acquisito una forma di potere che supera confini, leggi e, talvolta, persino principi morali. Non ha nazionalità, non riconosce una responsabilità sociale e non è sottoposto al giudizio elettorale. Il capitale si sposta liberamente là dove il profitto è maggiore, lasciando dietro di sé conseguenze di cui raramente si assume la responsabilità. Gli Stati, soprattutto quelli economicamente più deboli, si trovano spesso di fronte a una falsa alternativa: accettare le condizioni del mercato globale oppure rischiare il collasso. In questo rapporto asimmetrico, la sovranità diventa relativa e la politica perde la propria autonomia. Le decisioni vengono prese per rassicurare i mercati, più che per tutelare i cittadini. In questo modo, la governance reale si sposta dal servizio pubblico alla stabilità finanziaria, dal benessere delle persone ai bilanci economici.
La democrazia, in questo contesto, rischia di trasformarsi in un meccanismo di legittimazione più che di reale decisione. I cittadini votano, ma le elezioni offrono spesso alternative che cambiano nella forma, non nella sostanza. Il dibattito politico si polarizza, mentre le strutture del potere rimangono sostanzialmente invariate. Si crea così una sorta di stanchezza democratica: le persone sentono di partecipare, ma di non poter incidere. Parlano, ma non vengono ascoltate. Questo divario tra partecipazione formale e influenza reale alimenta cinismo, apatia e sfiducia. Una democrazia priva di potere effettivo è come una voce senza eco: esiste, ma non riesce a modificare la realtà.
Uno degli aspetti più inquietanti del potere contemporaneo è la mancanza di responsabilità. Decisioni che distruggono economie, ledono la dignità delle persone o producono profonde disuguaglianze raramente hanno autori facilmente identificabili. La responsabilità viene frammentata, si perde nelle strutture e viene giustificata come una «necessità». Quando il potere non ha un nome, non ha nemmeno un responsabile da chiamare a rispondere. E quando non c’è responsabilità, l’ingiustizia finisce per essere normalizzata.
In questa realtà, il cittadino non è più il centro del sistema, ma una sua variabile. Si adatta, invece di decidere. Consuma, invece di incidere. Si informa, ma non dispone degli strumenti necessari per modificare il corso degli eventi. La sua libertà viene misurata sempre più dalla capacità di sopravvivere, anziché dalla possibilità di vivere con dignità. Il potere moderno non reprime necessariamente il cittadino: lo logora. E una società stanca è più facile da governare.
La domanda «chi governa il mondo?» non è soltanto politica; è anche una questione morale. Perché, in fondo, il potere esiste nella misura in cui la società glielo consente. Il silenzio, l’adattamento e la normalizzazione dell’ingiustizia sono forme di collaborazione passiva. Il cambiamento non comincia necessariamente con una rivoluzione, ma con la consapevolezza. Con il rifiuto di accettare l’ingiustizia come una regola. Con il ritorno della questione morale al centro del dibattito pubblico.
Il mondo di oggi non è governato soltanto dai governi. È governato da interessi, strutture e meccanismi che spesso non vediamo, ma di cui avvertiamo gli effetti. E finché non avremo il coraggio di dar loro un nome, comprenderli e sottoporli al confronto pubblico, il potere continuerà a essere invisibile, ma terribilmente reale.
La domanda rimane aperta:
Continueremo a vivere in un mondo governato senza voce, oppure riusciremo a restituire la voce là dove si prendono le decisioni?
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.