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DALLA CINA ALL’ITALIA: L’ANNO DEL CAVALLO DI FUOCO

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DALLA CINA ALL’ITALIA: L'ANNO DEL CAVALLO DI FUOCO

Redazione-  Il 2026 nel calendario cinese segna un evento raro e carico di significato: l’ingresso nell’Anno del Cavallo di Fuoco (esattamente dal 17 febbraio) un ciclo che si ripete solo ogni sessant’anni e che, secondo quella millenaria tradizione astrologica, porta con sé energia, trasformazione, audacia e dinamismo. Il cavallo, animale ammirato per la sua forza, indipendenza e vitalità, assume nel suo incontro con l’elemento Fuoco un carattere ancor più intenso, simbolo di passione travolgente, desiderio di progresso e trasformazione personale e collettiva . Un periodo che sprona all’azione, alla presa di responsabilità e all’innovazione, ma invita anche a bilanciare entusiasmo e disciplina, riflettendo sul significato profondo del movimento e della libertà, al di là dell’impulsività .

È interessante riconoscere in questi simboli un’eco potente, che risuona con l’altra parte del mondo, nel cuore delle comunità di Ripatransone – una delle principali Città d’Arte delle Marche – dove ogni anno, in occasione dell’Ottava di Pasqua, si celebra lo storico spettacolo del Cavallo di Fuoco (dal 2011 dichiarato Patrimonio d’Italia per la Tradizione) la cui origine affonda le radici nel lontano 1682, quando, secondo la tradizione, un fuochista incaricato di concludere i festeggiamenti per l’incoronazione della Madonna di San Giovanni, decise di utilizzare i fuochi rimasti per dare vita a uno spettacolo improvvisato. In questo evento tradizionale, il cavallo non è solo figura narrativa ma incarnazione fisica di energia, luce e partecipazione collettiva: un momento in cui la comunità si ritrova, riallacciando legami secolari che ha nella festa un modo di celebrare la propria identità, di “rinascita” dopo l’inverno. Il fuoco, in questo contesto, non è elemento di distruzione, ma simbolo di purificazione e di calore che unisce generazioni diverse nello stesso slancio emotivo.

Pur provenendo da tradizioni culturali diverse — una astrologica e cosmologica, l’altra religiosa e popolare — entrambi i “Cavalli di Fuoco” sono immagini che incarnano tensione verso ciò che è più grande di noi: il cavallo zodiacale cinese incarna la forza di correre verso il futuro, di affrontare cambiamenti e rivoluzioni interiori e sociali, il cavallo ripano con la sua scarica di scintille e luci, rappresenta la vitalità di una collettività che rinnova ogni anno i propri impegni, le proprie memorie e speranze. In entrambi i casi, il fuoco è metafora di trasformazione: in Cina di audacia, a Ripatransone di energia e di rinnovata fede. Un’occasione significativa che riallaccia il mio legame con le due realtà, in quanto in Cina fu scelto il nome Mario – che ho ereditato da mio nonno – da un mio prozio religioso che aveva seguito le orme di padre Matteo Ricci, mentre Ripatransone è luogo d’origine della mia famiglia e che, per via della sua posizione privilegiata, tra mare e Appennini, offre dei colori straordinari ai miei occhi d’artista.

Esiste poi un altro messaggio che queste ricorrenze, pur così diverse, sembrano condividere: il valore dell’essere parte di un ciclo, che sia cosmico o sociale, l’anno del Cavallo di Fuoco ci ricorda che i momenti rari, sono tappe in un viaggio collettivo di crescita, uno spazio-tempo in cui le dinamiche interne ed esterne si accelerano e richiedono decisioni coraggiose . Allo stesso modo, la rievocazione storica del Cavallo di fuoco è un rito che lega passato e presente con le generazioni future, nella consapevolezza che ciò che arde nello spazio di una notte caratterizza i cuori di chi vi partecipa con sentimento.

In senso simbolico, entrambe le celebrazioni parlano di fusione tra movimento e sacralità, di coraggio di affrontare il nuovo e di forza capace di trasformare l’ordinario in straordinario. Esse ci invitano a considerare che, in ogni cultura, i simboli animali non esauriscono il loro valore nel mito o nella tradizione, ma continuano ad agire come richiami tra il mondo visibile e quello invisibile, tra le aspirazioni individuali e i significati profondi che plasmano la vita collettiva. Così, mentre il mondo orientale celebra l’anno cosmico del Cavallo di Fuoco e la sua energia di trasformazione, l’antico rito di Ripatransone accende suggestioni analoghe, di luce, movimento, comunità, ardore e partecipazione. Allora in questo doppio linguaggio del fuoco — astrologico e festivo — emerge un invito potente: quello di cavalcare con coraggio e generosità il tempo che ci è dato, riconoscendone i simboli.

Un altro elemento interessante è il ruolo della comunità come osservatrice e protagonista: nell’anno del Cavallo di Fuoco, secondo l’astrologia cinese, le azioni individuali risuonano nella collettività: l’energia del cavallo spinge alla leadership, ma suggerisce anche che le decisioni audaci hanno ripercussioni sul gruppo e allo stesso modo, a Ripatransone il Cavallo di Fuoco non è un’attrazione turistica come tante: il suo fascino è dato anche dalla partecipazione che porta a vivere i vari momenti: dall’attesa alla corsa, dalle note festanti della Marcia 23 intonate dalla Banda cittadina, al silenzio quando si spengono le luci di una piazza gremita. Qui il simbolo del cavallo diventa espressione di un valore condiviso, di un’energia che si accumula e si amplifica nella gioia collettiva, creando una tensione che coinvolge e supera il singolo individuo.

Si può inoltre cogliere un parallelismo nel modo in cui entrambe le celebrazioni riflettono tempi ciclici e transitori della vita: il cavallo, con la sua forza e la sua velocità, ricorda che tutto è movimento e che la vita, sia nel contesto personale che sociale, evolve incessantemente. La dimensione temporale del fuoco — che arde, si consuma e si rinnova — diventa metafora di un processo continuo di purificazione e rinascita, tanto per l’anno astrologico quanto per la festa popolare. In questa lettura, il fuoco non è mai fine a se stesso, ma energia vitale che apre a nuove possibilità.

Non meno rilevante è l’aspetto rituale e simbolico dell’atto creativo: il Cavallo di Fuoco cinese è portatore di simboli astrologici legati agli elementi, alla fortuna e alla realizzazione dei desideri, mentre quello ripano, con la sua spettacolarità pirotecnica, può essere anche visto come momento in cui l’uomo innalza la propria e limitata luce verso il cielo notturno. In entrambe le tradizioni, il cavallo diventa agente di connessione: collega l’individuo alla comunità, il terrestre al celeste, il contingente all’eterno, dimostrando come archetipi condivisi possano assumere forme diverse pur mantenendo un messaggio comune di coraggio, gioia e rigenerazione. Infine, un elemento di profondità ulteriore si trova nella dimensione estetica e sensoriale: come l’anno del Cavallo di Fuoco cinese porta con sé colori e immaginazioni che stimolano l’intuizione e la creatività, invitando a nuovi inizi e sperimentazioni, a Ripatransone l’esperienza visiva e tattile della festa – il bagliore dei fuochi, la vibrazione dell’aria percorsa dalle scintille – mette in luce il patrimonio storico-culturale territoriale, il quale, se da sempre la identifica come Città d’Arte e Cultura, spero col mio lavoro di contribuire nel farla diventare Città d’Arte Contemporanea.

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La magia più grande d’Europa atterra a Sora dopo dieci anni d’attesa: l’Imperial Royal Circus accende il sogno tra Transformers, giganti della savana e l’abbraccio della solidarietà

Sora si prepara a vivere un sogno ad occhi aperti che manca da 10 anni! 🎪🦁 Dal 18 al 27 settembre via Barca San Domenico ospita l’Imperial Royal Circus, uno dei colossi più grandi d’Europa con 100 animali straordinari, la Giraffa Reale e 10 record mondiali. Un’esperienza pazzesca tra la fantascienza della Donna Laser, i veri Transformers e le risate del Clown Ridolini, unita al grande cuore del progetto solidale “Un sorriso per tutti” per i bambini negli ospedali. Prezzi bloccati a partire da 7€ su BigliettoPrenotato per la prima serata: correte a leggere tutte le date e i dettagli nell’articolo! 👇❤️✨

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Domatore

Sora (FR) – Ci sono carovane che non trasportano semplicemente strutture, costumi e scenografie, ma che viaggiano cariche di un patrimonio immenso fatto di stupore, risate senza tempo e pura poesia visiva. Per la città di Sora l’attesa è finalmente finita: dopo ben dieci anni di assenza dalle piazze del territorio, il grande spettacolo del circo si appresta a fare il suo trionfale e storico ritorno in grande stile. Dal 18 al 27 settembre 2026, per la prima volta in assoluto nella sua gloriosa storia ultracentenaria, l’Imperial Royal Circus — unanimemente riconosciuto come uno dei complessi circensi più maestosi, importanti e imponenti d’Europa — allestirà la sua gigantesca ed elegante tensostruttura in via Barca San Domenico, all’interno dell’area parcheggio della fiera, trasformando il cuore del Frusinate in un’oasi di pura meraviglia.

Diretto con viscerale passione da Rodolfo Dell’Acqua, esponente di una delle dinastie storiche più amate e rispettate della nobile arte circense italiana, questo colosso dell’intrattenimento mette in scena un’eccellenza senza precedenti. Lo show, pluripremiato nei festival più prestigiosi del mondo come il Festival Internazionale del Circo di Montecarlo, vanta numeri da capogiro: dieci record mondiali in pista e oltre due milioni di spettatori entusiasti registrati in diverse nazioni. Un viaggio sensoriale totale che scuote le coscienze e accende i cuori, regalando a grandi e piccini un’esperienza estetica e conoscitiva che rimarrà impressa a lungo nella memoria collettiva.

Dalla fantascienza di Las Vegas al brivido della Ruota della Morte: attrazioni mai viste

Il cartellone di questa straordinaria tournée a Sora si preannuncia stellare, un perfetto equilibrio tra la sacralità della tradizione e le tecnologie d’avanguardia di ultima generazione, supportate da un service di luci e scenografie rivoluzionario. In esclusiva assoluta per la pista italiana, il pubblico potrà assistere ad attrazioni mozzafiato che sfidano le leggi della fisica: dalle evoluzioni estreme e senza limiti degli acrobati sulla leggendaria Ruota della Morte, fino al brivido metallico dei motociclisti sudamericani nel Globo della Morte. Direttamente da Las Vegas arriverà l’ipnotico show della spettacolare Donna Laser, mentre dall’America sanchirà il suo debutto il vero Transformers Bumblebee, un’autentica macchina robotica capace di trasformarsi sotto gli occhi sbalorditi della platea.

I veri protagonisti dell’arena restano però gli splendidi animali che compongono il parco zoo viaggiante più grande d’Italia, un’immensa e fiera carovana che conta ben 100 straordinari esemplari che vivono in totale simbiosi, rispetto e amore con gli addestratori, tra cui spiccano Denny Montico e Carlos Gaona con i loro maestosi leoni e tigri. Durante l’intervallo dello spettacolo, i visitatori potranno ammirare da vicino i giganti della savana: dall’elegantissima e altissima Giraffa Reale all’imponente ippopotamo, fino all’alta cavalleria araba curata da Enis Royal, ai bisonti e a esotiche rarità. Il tutto sarà amalgamato dal ritmo incalzante dello speaker Luca Tritta e dalla comicità pura di Elder, il Clown Ridolini, lo showman più amato d’Italia capace di trascinare la platea in una risata liberatoria.

“Un sorriso per tutti”: il grande cuore solidale della famiglia Dell’Acqua

Ma l’Imperial Royal Circus non è solo una macchina da record e intrattenimento; la sua vera forza risiede in un’anima calda, solidale e profondamente empatica. La permanenza a Sora sarà infatti illuminata dal nobile progetto di solidarietà battezzato “UN SORRISO PER TUTTI”, un’iniziativa nata dal desiderio intimo della famiglia Dell’Acqua di portare un momento di gioia, stupore e leggerezza a tutti quei bambini che affrontano ogni giorno sfide difficili nei reparti pediatrici degli ospedali italiani. In stretta collaborazione con le strutture sanitarie locali e le associazioni di volontariato, il circo organizzerà incontri speciali con i clown, i personaggi fantastici e gli artisti, per donare spensieratezza a chi ne ha più bisogno.

Il debutto ufficiale è fissato per venerdì 18 settembre con due spettacoli pomeridiani e serali alle ore 17:30 e alle 21:00. Il medesimo orario verrà rispettato per quasi tutta la durata della permanenza (sabato 19, lunedì 21, martedì 22, giovedì 24, venerdì 25 e sabato 26 settembre). Per le domeniche 20 e 27 settembre sono invece previsti due appuntamenti pomeridiani d’eccezione, alle ore 16:00 e alle 18:30, mentre mercoledì 23 settembre la carovana osserverà un meritato giorno di riposo. Per i biglietti e le imperdibili promozioni, l’organizzazione invita a consultare la piattaforma specializzata www.bigliettoprenotato.it (con speciali ticket da soli 7 euro validi esclusivamente per la serata del debutto), il sito ufficiale del circo o i canali social. Regalatevi una notte di pura magia a Sora: lasciatevi cullare dal respiro unanime della pista, perché il circo è l’unico posto al mondo dove i sogni osano volare alto.

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Ewa Spadlo, una vita tra teatro, cinema e arte

Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

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Ewa Spadlo

Redazione-  Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

Il desiderio di approfondire ulteriormente il linguaggio della recitazione la conduce successivamente in Polonia, presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Cracovia, allora diretta da Jerzy Stuhr. Un’esperienza che contribuisce ad arricchire il suo bagaglio professionale e a consolidare il rapporto con la propria terra d’origine.

Nel corso della sua carriera Ewa Spadlo ha avuto l’opportunità di lavorare con importanti registi polacchi, tra i quali Tadeusz Bradecki. Con lo spettacolo “Il Pozzo”, diretto da Bradecki, è protagonista di una produzione presentata in anteprima al Mittelfest di Cividale del Friuli.

Ma il suo percorso professionale si sviluppa con grande intensità anche in Italia. Tra le collaborazioni più significative figura quella con Giorgio Marini nello spettacolo “Lady in the Dark”, musical di Kurt Weill realizzato in occasione della riapertura del Teatro Massimo di Palermo.

Accanto a Eros Pagni lavora inoltre a un progetto teatrale diretto da Giuseppe Di Leva su testi di Achille Campanile. Con la compagnia di Paolo Rossi prende parte allo spettacolo “Questa sera si recita Molière”, portato in scena non soltanto in Italia ma anche in Polonia, nell’ambito del Molière Festival di Cracovia.

Il talento di Ewa Spadlo non si esprime esclusivamente attraverso il teatro. Anche il cinema entra a far parte del suo percorso professionale: prende infatti parte al film “La banda dei Babbi Natale”, con Aldo, Giovanni e Giacomo, diretto da Paolo Genovese.

Nel 2002 fonda, insieme al regista Stefano Francesco Alleva, l’Associazione Culturale Harvey. Da quel momento prende parte a diversi progetti e spettacoli, tra i quali “In alto mare” e “Tempo di scirocco – Omaggio a Ernesto Ragazzoni”, presentati in anteprima rispettivamente alle edizioni 2009 e 2010 del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 2011 è protagonista dello spettacolo “A piedi nudi nel parco”, che debutta nell’ambito del Festival di Spoleto, confermando ancora una volta il forte legame professionale e artistico con uno dei più importanti appuntamenti culturali italiani.

Parallelamente all’attività di attrice, Ewa Spadlo si dedica con costanza anche alla formazione teatrale attraverso attività laboratoriali, trasmettendo esperienze, conoscenze e sensibilità alle nuove generazioni e a quanti desiderano avvicinarsi al linguaggio della scena.

Un percorso, il suo, caratterizzato anche dalla versatilità. Madrelingua polacca, parla italiano e inglese e possiede diverse competenze che spaziano dall’equitazione alla scherma, dallo sci alla vela, fino al pianoforte e al canto.

Ewa Spadlo, il suo percorso professionale si è sviluppato tra Polonia e Italia. Quanto hanno influenzato queste due realtà culturali la sua formazione e la sua identità artistica?

«La Polonia e l’Italia rappresentano due parti molto importanti della mia vita e del mio percorso artistico. Ho avuto la fortuna di formarmi e lavorare in entrambi i Paesi, entrando in contatto con sensibilità, tradizioni teatrali e linguaggi differenti. Credo che proprio questo confronto continuo abbia contribuito a rendere il mio percorso più ricco e articolato. Ogni esperienza ha lasciato dentro di me qualcosa di importante».

Nel corso della sua carriera ha lavorato con importanti registi e attori e ha partecipato a spettacoli presentati in contesti prestigiosi. Qual è il valore umano e professionale che queste esperienze le hanno lasciato?

 

«Ogni incontro è stato una grande occasione di crescita. Lavorare accanto a professionisti di grande esperienza significa osservare, ascoltare e continuare a imparare. Il teatro è un’arte profondamente collettiva e credo che il confronto con gli altri rappresenti una delle sue ricchezze più grandi. Ogni regista, ogni attore e ogni produzione hanno contribuito, in modo diverso, alla costruzione del mio percorso».

Lei è attrice e regista, ma si dedica anche alla formazione teatrale. Che cosa cerca di trasmettere attraverso il suo lavoro con le persone che si avvicinano al teatro?

«Il teatro non è soltanto una professione o una forma di spettacolo. Può diventare anche uno straordinario strumento di conoscenza personale e di relazione con gli altri. Attraverso il lavoro teatrale cerco di trasmettere l’importanza dell’ascolto, della presenza e dell’autenticità. Credo che ogni persona possieda un proprio mondo interiore e che il teatro possa aiutarla a scoprirlo e a esprimerlo».

 

La carriera di Ewa Spadlo racconta dunque il percorso di un’artista internazionale che ha saputo trasformare la propria formazione in un continuo viaggio attraverso culture, palcoscenici e linguaggi differenti.

Dalla Polonia all’Italia, dalle aule delle più prestigiose scuole d’arte drammatica ai grandi teatri, dal cinema alla formazione, il suo cammino professionale testimonia la forza di un’arte capace di superare i confini geografici.

Ewa Spadlo continua così – giorno dopo giorno – a muoversi tra interpretazione, regia e formazione, portando con sé un patrimonio di esperienze maturate nel corso degli anni. Perché il teatro, prima ancora di essere un palcoscenico, è un luogo dell’anima: uno spazio nel quale l’essere umano incontra se stesso e, attraverso una storia, riesce a parlare al mondo.

Ewa Spadlo

Dietro l’artista c’è una donna che guarda alla vita con profondità, ponendo al centro della propria esistenza la famiglia, la fede, l’amore e quei valori che, nella frenesia della contemporaneità, sembrano talvolta smarrirsi. Ewa Spadlo non racconta soltanto un percorso professionale costruito tra Polonia e Italia, teatro e cinema, ma una storia umana nella quale l’arte diventa anche occasione di incontro, condivisione e rinascita.

La sua carriera, sviluppatasi nel segno della formazione e del rigore professionale, si intreccia profondamente con la dimensione privata. Il marito, i figli, le amicizie, la fede in Dio e il legame con le proprie radici rappresentano punti fermi di un cammino che non separa la professione dalla vita, ma cerca costantemente un equilibrio autentico tra le due dimensioni.

Ne nasce un racconto fatto di memoria e futuro, di luoghi e affetti, di grandi incontri e di esperienze capaci di lasciare un segno indelebile.

Ewa, dopo un percorso così ricco di esperienze artistiche e umane, che cosa rappresenta oggi per Lei il senso più profondo della vita?

«Credo che il senso della vita sia profondamente legato alla capacità di amare, di costruire relazioni autentiche e di non perdere mai il contatto con ciò che realmente conta. Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra scorrere velocemente e nel quale spesso si rischia di confondere l’apparenza con la sostanza. Per me, invece, è fondamentale cercare di restare fedeli alla propria coscienza e alla propria verità, affrontando la realtà con sincerità e gratitudine».

Ewa Spadlo

In questa visione, quale posto occupa la famiglia?

«La famiglia è il mio porto, il luogo degli affetti più profondi e delle responsabilità più importanti. Mio marito e i miei figli rappresentano una parte essenziale della mia vita. L’amore familiare non significa soltanto condividere i momenti belli, ma esserci nei passaggi più complessi, crescere insieme e imparare a sostenersi reciprocamente. È una presenza che dà forza e significato al mio cammino».

 

Quanto è importante per Lei l’amore per suo marito e per i suoi figli?

«È qualcosa che non considero separato dalla mia identità. Prima ancora della professione, dei riconoscimenti e dei progetti, esistono le persone che amo. La famiglia mi ha insegnato il valore della condivisione e della presenza. Credo che amare significhi soprattutto assumersi la responsabilità di esserci, ogni giorno, con sincerità».

La sua carriera è stata costruita attraverso anni di studio, formazione e lavoro. Quanto conta per Lei il rigore professionale?

«Conta moltissimo. Il talento, se esiste, deve essere accompagnato dallo studio, dalla disciplina e dal rispetto per il proprio lavoro e per quello degli altri. Ho sempre considerato la professione artistica come qualcosa che richiede grande serietà. Dietro uno spettacolo o un film ci sono preparazione, sacrificio e lavoro quotidiano. Il rigore non limita la creatività: al contrario, le offre basi solide sulle quali potersi esprimere liberamente».

Viviamo in una società che sembra aver smarrito alcuni valori fondamentali. Quali ritiene siano quelli che oggi dovremmo riscoprire?

«Purtroppo credo che oggi rischiamo di perdere il valore della parola data, del rispetto, dell’ascolto e della gentilezza. Sono valori semplici solo in apparenza. Credo sia necessario tornare a dare importanza alle relazioni umane, alla solidarietà e alla capacità di guardare l’altro non come un ostacolo o uno strumento, ma come una persona. Forse abbiamo bisogno di rallentare e di ricordarci che ciò che possediamo davvero sono i rapporti che siamo riusciti a costruire».

Ewa Spadlo

Lei nutre un particolare affetto per San Francesco d’Assisi e per il mondo francescano. Da dove nasce questo legame?

«San Francesco rappresenta per me una figura di straordinaria forza spirituale e umana. Il suo messaggio conserva una grande attualità perché parla di semplicità, fratellanza, rispetto per il creato e amore per ogni essere umano. Sono valori che sento profondamente vicini alla mia sensibilità».

Vi sono anche due francescani ai quali Lei è particolarmente legata, che hanno avuto un ruolo speciale nella sua famiglia?

«Sì, sono due persone alle quali sono profondamente legata e che hanno avuto un posto importante nella nostra vita familiare. Il fatto che siano diventati padrini alla Cresima di mio figlio rappresenta un legame che va ben oltre un momento formale o religioso. È il segno di una relazione costruita sulla fiducia, sull’affetto e sulla condivisione di un percorso umano e spirituale».

 

Quanto è importante la fede in Dio nel suo modo di affrontare la realtà?

«La fede rappresenta per me un punto di riferimento fondamentale. Non significa vivere lontani dalla realtà, ma, al contrario, cercare di affrontarla con maggiore autenticità e consapevolezza. Credere in Dio mi aiuta a non perdere la speranza, anche quando la vita presenta momenti difficili, e a guardare le persone e le situazioni con uno spirito di maggiore apertura».

 

Lei è nata in Polonia, ma è cresciuta artisticamente e professionalmente anche in Italia. Come convivono dentro di Lei questi due mondi?

«La Polonia rappresenta le mie radici, il luogo della nascita, della memoria e di una parte fondamentale della mia identità. L’Italia è invece il Paese nel quale sono cresciuta e nel quale ho costruito gran parte della mia vita e del mio percorso professionale. Non ho mai vissuto queste due appartenenze come qualcosa di contrapposto. Al contrario, credo che entrambe abbiano contribuito a formarmi».

Tra i ricordi legati alla Polonia ce n’è uno che conserva con particolare emozione: quello di San Giovanni Paolo II.

«Il ricordo di Giovanni Paolo II è per me indelebile. È stato una figura capace di lasciare un segno profondo non soltanto nella storia della Polonia e della Chiesa, ma nel cuore di milioni di persone. La sua presenza, la sua forza e il suo messaggio rappresentano qualcosa che continua a vivere nella memoria e nella coscienza di chi ha avuto modo di sentirne l’importanza».

Tra le esperienze più significative della sua vita vi sono anche due anni trascorsi insieme a suo marito e ai suoi figli all’interno di una comunità per persone con dipendenze. Che cosa ha rappresentato per voi questa esperienza?

«È stata un’esperienza umana profondissima, che abbiamo vissuto insieme come famiglia. Per due anni abbiamo condiviso una parte importante della nostra quotidianità con persone che stavano attraversando momenti di grande sofferenza e fragilità. Abbiamo cercato di portare il nostro amore per il teatro e per il cinema all’interno di quella realtà, condividendo ciò che sappiamo fare con persone che, in quel momento, avevano bisogno soprattutto di essere ascoltate e considerate nella loro dignità».

Che cosa le ha insegnato il contatto con queste persone?

«Mi ha insegnato ancora di più a non giudicare. Dietro ogni sofferenza esiste una storia che merita di essere ascoltata. L’arte, in quel contesto, non rappresentava semplicemente un’attività, ma poteva diventare un momento di libertà, di espressione e di condivisione. Abbiamo ricevuto forse più di quanto siamo riusciti a dare».

 

Un capitolo importante della sua formazione è rappresentato dalla Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Quali ricordi conserva di quell’esperienza e dei suoi compagni di allora?

«Conservo ricordi meravigliosi dei miei amici e compagni della Paolo Grassi. Sono stati anni di formazione intensa, di incontri, di scoperte e di crescita. La scuola è stata molto più di un luogo nel quale imparare un mestiere. Per me rappresenta un contenitore meraviglioso, fatto di nascita e rinascita, nel quale tante individualità, storie e sensibilità si sono incontrate per trasformarsi e crescere insieme».

Che cosa resta oggi di quella giovane donna che entrò alla Paolo Grassi con il desiderio di fare dell’arte la propria strada?

«Credo sia rimasta la stessa curiosità, lo stesso desiderio di continuare a imparare e a mettermi in discussione. Gli anni e le esperienze ci cambiano, ma è importante non perdere la capacità di meravigliarsi e di ricominciare. Forse è proprio questa la lezione più preziosa che il teatro e la vita continuano a insegnarmi».

Ewa Spadlo

Ewa Spadlo racconta la propria vita con la consapevolezza di chi ha attraversato luoghi, esperienze e incontri diversi senza mai rinunciare alla ricerca della propria autenticità.

Attrice e regista, donna profondamente legata alla famiglia e alla fede, figlia della Polonia e cittadina dell’Italia che l’ha accolta e formata, il suo percorso testimonia come l’arte possa essere molto più di una professione.

Può diventare un ponte. Può entrare nei luoghi della sofferenza. Può accompagnare le persone nei momenti di fragilità. Può creare relazioni e, talvolta, contribuire a una rinascita.

In un tempo che corre velocemente e nel quale il successo rischia spesso di essere misurato soltanto attraverso l’apparenza, la storia di Ewa Spadlo richiama invece il valore della profondità: quella costruita nel rigore del lavoro, custodita negli affetti familiari, alimentata dalla fede e rinnovata, giorno dopo giorno, attraverso l’incontro con l’altro.

Perché, forse, il senso più autentico della vita non consiste soltanto nel raggiungere un traguardo, ma nel riconoscere chi cammina accanto a noi, nel custodire i valori che ci rendono umani e nel continuare, nonostante tutto, a credere nella possibilità di una nuova rinascita.

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La medicina dell’anima che sfida il materialismo: la scienziata Cristina Tornali lancia “Solo un battito d’ala”, la poesia che cura il cuore

Quando la scienza incontra l’anima, nasce una poesia capace di curare il cuore. 🩺✨ “Solo un battito d’ala” è lo straordinario libro di Cristina Tornali, neuropsichiatra infantile e docente, che unisce l’osservazione clinica alla spiritualità più pura. Tra i paesaggi mozzafiato della Sicilia e il ricordo commovente della madre, i suoi versi diventano una potente risorsa terapeutica contro il materialismo del nostro tempo. Una lettura intensa, dolce e visionaria che vi regalerà un momento di assoluta serenità. Scoprite la storia di questa scienziata-poetessa nell’articolo! 👇❤️📖

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Copertina_Solo un battito dala

Giardini Naxos (ME) – Ci sono vite che sembrano costruite per abbattere i confini invisibili tra mondi apparentemente opposti, dimostrando che la mente e il cuore, la scienza e l’arte, sono in realtà due facce della stessa, meravigliosa medaglia. Cristina Tornali incarna alla perfezione questo fecondo e rarissimo dialogo. Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione e in Neuroriabilitazione, nonché stimata docente universitaria di Neuropsichiatria Infantile, l’autrice — nata a Torino ma da anni residente a Giardini Naxos, splendido borgo marinaro adagiato ai piedi di Taormina — ha dato alla luce “Solo un battito d’ala”. La nuova raccolta poetica, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” di Aletti Editore e disponibile anche in formato e-book, si presenta come il culmine commovente di un articolato percorso umano, clinico e accademico.

La vocazione per la parola scritta accompagna la professoressa Tornali fin dall’infanzia, crescendo parallelamente alla sua attività nei laboratori e nelle aule universitarie. I suoi versi si muovono leggeri e potenti come un respiro, a volte lievi come una carezza, a volte necessari come l’ossigeno. È una voce che osserva con rigore scientifico ma che custodisce con sensibilità artistica, attraversando la materia cruda della vita e della malattia senza mai smarrire il senso profondo della luce e della speranza. «Il poeta scrive sempre sotto ispirazione e non decide mai di scrivere», confessa l’autrice, svelando il mistero di una genesi letteraria che sfugge alle regole della logica. «Infatti, se non scrive sotto un momento ispirato perde completamente quei versi. In realtà, la parola nasce dopo l’anima».

La Sicilia come musa e il potere della sintesi: versi che illuminano il buio

La scrittura di Cristina Tornali si caratterizza per una fortissima impronta sensoriale ed evocativa, in cui i paesaggi esterni diventano lo specchio immediato dell’interiorità. In questo contesto, la Sicilia, con la sua maestosa e dirompente carica di elementi naturali, mitologici e simbolici, costituisce il vero nucleo propulsore dell’ispirazione. I versi traggono linfa vitale dal mare di Taormina, dalle bellezze incontaminate del creato e da un’anima straripante. Attraverso la cifra stilistica della sintesi estrema, la poetessa riesce nel miracolo di esprimere concetti complessi in poche e folgoranti parole, laddove la saggistica tradizionale fallirebbe. Perfino la luna, nei suoi componimenti, si trasforma in una musa silenziosa capace di guidare il lettore fuori dalle proprie tempeste personali.

Tra le liriche più toccanti e intime dell’opera, spicca una poesia interamente dedicata, con struggente commozione, alla memoria della madre. Un canto d’amore puro che diventa la testimonianza di come i nostri cari, anche dopo la scomparsa fisica, continuino a vivere, risuonare e proteggerci dall’interno della nostra coscienza. Nella sua Prefazione, il celebre autore e compositore Francesco Gazzè fotografa magnificamente l’essenza della scrittrice: «L’anima pura e straripante di Cristina Tornali pervade il mondo con il suo essere autentica, luminosa, dolce, intensa, visionaria, profonda, poetica». Un giudizio che introduce il pubblico a un’esperienza estetica e conoscitiva totalizzante.

La poesia come risorsa terapeutica contro le derive della società moderna

Ma “Solo un battito d’ala” va ben oltre la semplice celebrazione della bellezza o del dolore privato. L’opera si configura come una vera e propria rivoluzione spirituale, un argine poetico pensato per contrastare con forza la deriva materialista e nichilista che ha condizionato la società per millenni attraverso sterili teorie e movimenti di massa epocali. Riportando al centro l’interiorità, la natura e la spiritualità, la professoressa Tornali compie un atto di ribellione intellettuale, invitando l’essere umano a spogliarsi delle proprie corazze tecnologiche e materiali per ritrovare la propria identità più autentica.

Da neuropsichiatra e clinica abituata a curare i corpi e le menti dei più fragili, l’autrice lancia un messaggio terapeutico di portata universale. «La poesia si rivela come una grande e insostituibile risorsa terapeutica per l’essere umano», conclude la professoressa, ricordandoci che la parola poetica ha il potere medico di lenire le ferite invisibili, di donare consapevolezza e di guidare verso una profonda rinascita interiore. Un libro gentile e visionario, capace di regalare scorci di verità quotidiana e un’iniezione di coraggio per affrontare le oppressioni della vita, un battito d’ala alla volta.

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