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Attualità

Le “cornacchie nere” della politica e il rischio di guardare al passato: il duro ed illuminante editoriale di Luca Sforzini

“Una forza politica deve essere un porto per navi diverse, non una sagrestia in cui si controlla il certificato di ortodossia”. La durissima e lucidissima analisi politica di Luca Sforzini. ⚖️ 🏛️ Qual è il vero nemico di un progetto politico in ascesa? Gli avversari? No: i cattivi consiglieri. Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, lancia un allarme pesantissimo contro quelle che lui definisce “le cornacchie nere”: strateghi improvvisati e cortigiani che sussurrano all’orecchio dei leader di chiudersi e di radicalizzarsi su battaglie morali medioevali (suggerendo soluzioni ferme al 1864). In questo magistrale editoriale, Sforzini difende l’idea di una Destra autenticamente liberale, risorgimentale e laica, capace di difendere i valori cristiani senza istituire “polizie morali” ed evitando di trasformare un Vangelo in codice penale. Una Destra capace di affrontare le vere sfide del 21esimo secolo. Leggi il testo integrale dell’editoriale nel nostro articolo! 👇 🇮🇹 E voi, cosa ne pensate? Il nostro Paese guarda troppo al passato e poco al futuro?

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Il sillabo di Pio IX

Redazione – Nel vibrante e spesso caotico panorama politico italiano, la direzione intrapresa dai partiti e dai loro leader non è dettata esclusivamente dalle ideologie di base, ma molto spesso da chi sta dietro le quinte: i consiglieri. È proprio su queste figure, spesso oscure e manipolatrici, che si concentra la spietata e lucidissima analisi di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. In un momento storico in cui i dibattiti su diritti civili, famiglia, aborto e fine vita tornano prepotentemente alla ribalta (spesso con toni da crociata medioevale), Sforzini pubblica un editoriale durissimo, un vero e proprio manifesto per una Destra moderna, liberale e laica, lontana anni luce dalle tentazioni oscurantiste del passato.

I cattivi consiglieri e la deriva oscurantista

Sforzini li chiama le “cornacchie nere”: sono i cattivi consiglieri, i cortigiani, gli strateghi improvvisati che sussurrano all’orecchio del leader politico di turno. Il loro mantra è sempre lo stesso: per essere forti bisogna essere estremi, per essere coerenti bisogna chiudersi a riccio, per avere un’identità bisogna tornare indietro. Ma, si chiede retoricamente l’autore, verso quale secolo stiamo tornando? Il rischio, sottolinea Sforzini, è quello di deragliare verso posizioni anacronistiche, trasformando dogmi religiosi in codici penali e battaglie morali in armi di distrazione di massa, distogliendo lo sguardo dalle vere sfide del XXI secolo (l’intelligenza artificiale, la crisi demografica, la competizione globale).

Quale Destra per il futuro? La visione liberale e risorgimentale

L’editoriale (che anticipa i temi del suo nuovo libro “Rinascimento Nazionale” in uscita a ottobre) traccia una netta linea di demarcazione. Esiste una Destra che Sforzini definisce liberale, risorgimentale e occidentale, capace di difendere le radici cristiane e la famiglia senza però instituire “polizie morali” o invadere la sfera privata dei cittadini, memore del cavouriano «libera Chiesa in libero Stato». All’opposto, ci sono le cornacchie nere che vorrebbero governare con il Sillabo di Pio IX del 1864 in mano, allontanando le menti indipendenti per circondare il leader solo di obbedienti “yes men”.
Un’analisi magistrale, che vi proponiamo di seguito nella sua versione integrale.


LE CORNACCHIE NERE E IL FUTURO CHE GUARDA ALL’INDIETRO

Di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale

Ci sono momenti nei quali il problema di un progetto politico non sono i suoi avversari. Sono i suoi consiglieri.

Ogni leader, soprattutto quando cresce rapidamente e intorno a lui cominciano ad affollarsi aspiranti strateghi, teologi improvvisati, reduci di battaglie perdute e custodi autoproclamati dell’ortodossia, dovrebbe ricordare una regola antica: i cattivi consiglieri sono assai più pericolosi dei buoni nemici. I nemici, almeno, stanno di fronte. I cattivi consiglieri siedono accanto, sussurrano, suggeriscono, spiegano che per essere più riconoscibili bisogna essere più estremi, che per essere coerenti bisogna restringere il campo, che per costruire il futuro occorre tornare indietro.
Sono le cornacchie nere della politica. E gracchiano sempre la stessa parola: indietro.

In queste ore si leggono proposte che riguardano la famiglia, l’aborto, il concepito, le unioni civili, l’eutanasia, l’omosessualità, la televisione, la religione. Non mi interessa qui compilare l’elenco delle cose sulle quali concordo, di quelle sulle quali dissento e di quelle sulle quali sarebbe opportuno aprire una discussione seria. Mi interessa qualcosa di più importante: la direzione della macchina del tempo. Perché quando una proposta politica pretende di parlare al futuro, la prima domanda dovrebbe essere molto semplice: verso quale secolo stiamo andando?

Attenzione alle date, perché la storia ha un certo gusto per l’ironia. Il Sillabo di Pio IX non è del 1850, come talvolta si dice per approssimazione polemica: è del 1864. Ottanta proposizioni attraverso le quali venivano censiti e condannati numerosi “errori” della modernità, fino al liberalismo moderno. Il non expedit maturò negli anni successivi e divenne il simbolo della separazione dei cattolici dalla vita politica dello Stato unitario.

Ecco perché la questione mi riguarda particolarmente. Io appartengo culturalmente a un’altra genealogia. Quella del Risorgimento, non della Restaurazione. Quella di chi pensa che la Nazione italiana sia diventata adulta precisamente quando ha avuto il coraggio di attraversare la modernità, non quando ha tentato di sbarrarle la porta.
Sono un laico che riconosce senza difficoltà l’immensa impronta del cristianesimo sulla nostra civiltà. Proprio per questo non sento alcun bisogno di trasformare il Vangelo in un regolamento amministrativo, la fede in un ministero o la morale personale in un palinsesto televisivo. Una civiltà sicura di sé non ha bisogno di proibire per dimostrare di esistere. E una destra che voglia governare una grande Nazione occidentale dovrebbe avere l’ambizione di persuadere uomini liberi, non quella di educarli sotto tutela.

Il punto, dunque, non è essere “più a destra”. È capire quale destra.
Come spiego in un passaggio di Rinascimento Nazionale, il libro in uscita a ottobre, la questione decisiva non è quanto una destra riesca a spingersi a destra, ma quale idea dell’uomo, dello Stato e della libertà intenda portare con sé nel futuro.
Esiste una destra liberale, risorgimentale, nazionale, occidentale, che considera la libertà individuale non una concessione dello Stato ma il limite dello Stato. Esiste una destra che difende la famiglia senza entrare nelle camere da letto; che può sostenere la natalità senza istituire polizie morali; che può riconoscere il valore della vita senza trasformare tragedie individuali in materiale per guerre culturali; che può difendere la nostra identità cristiana senza dimenticare Cavour e il suo «libera Chiesa in libero Stato». Una destra che sa distinguere una convinzione morale da un codice penale.

E poi esistono le cornacchie nere.
Sono quelle che consigliano di rispondere alle inquietudini del XXI secolo con il prontuario del XIX. Quelle che, davanti all’intelligenza artificiale, alla rivoluzione tecnologica, alla crisi demografica, alla competizione americana e cinese, alla produttività ferma, all’energia, alla sicurezza dell’Occidente, rischiano di convincerci che il terreno decisivo sul quale costruire una proposta nazionale siano soprattutto divieti, prescrizioni morali e guerre di costume.
Sarebbe un errore. Non perché quei temi non esistano o non meritino posizioni chiare, ma perché una visione politica non può essere ridotta alle sue frontiere più identitarie. Una Nazione è infinitamente più grande.

Ed è precisamente qui che servono buoni consiglieri.
I buoni consiglieri non dicono sempre sì. Non trasformano ogni intuizione del leader in dogma e ogni dubbio in tradimento. Non misurano la fedeltà con il numero dei decibel. Sanno distinguere ciò che rafforza un progetto da ciò che lo restringe, ciò che apre una strada da ciò che costruisce un recinto. Soprattutto, hanno il coraggio di dire che qualche volta una buona intenzione può produrre una pessima rappresentazione politica.
I cattivi consiglieri fanno l’opposto. Spiegano al capo che chi solleva dubbi è tiepido. Che chi invita alla prudenza è un moderato. Che chi vuole allargare è un traditore. Che la purezza vale più del consenso. È un copione antichissimo: progressivamente si allontanano le intelligenze indipendenti e rimangono soltanto quelli che annuiscono. Alla fine il leader è circondato da persone perfettamente d’accordo tra loro e sempre meno capaci di ascoltare il Paese.
Le cornacchie, intanto, gracchiano soddisfatte.

Io continuo a pensare esattamente il contrario. Una forza politica nuova dovrebbe essere un porto nel quale arrivano navi diverse, non una sagrestia nella quale qualcuno controlla il certificato di ortodossia all’ingresso. Dovrebbe mettere insieme liberali e conservatori, libertari e sociali, cattolici e laici, federalisti e nazionalisti, persone che possono persino dissentire sull’aborto o sul fine vita ma riconoscersi in una medesima idea di Nazione, responsabilità e libertà.
Questa si chiama politica.
Il resto rischia di diventare catechismo elettorale.

Il Sillabo appartiene alla storia e va studiato con rispetto: fu pubblicato l’8 dicembre 1864 e rappresentò una delle più nette risposte cattoliche alle dottrine della modernità, compreso il liberalismo. Il non expedit appartiene anch’esso alla storia italiana e racconta la lunga frattura tra una parte del mondo cattolico e lo Stato nato dal Risorgimento. Sono pagine importanti proprio perché sappiamo che cosa accadde dopo.
Dopo venne l’Italia.

Per questo non temo le discussioni, anche dure, all’interno di una comunità politica. Al contrario: le considero un segno di vitalità. Temo molto di più l’unanimismo, le piccole corti, coloro che scambiano la fedeltà a un leader con il dovere di dargli sempre ragione. Un leader forte non ha bisogno di cortigiani: ha bisogno di persone abbastanza leali da dirgli anche ciò che non desidera sentirsi dire.
Quando le cornacchie nere cominciano a volare intorno a un progetto politico, dunque, non bisogna sparare alle cornacchie. Basta aprire le finestre.
E ricordarsi che il futuro sta davanti. Anche quando qualche cattivo consigliere continua ostinatamente a indicare il 1864.

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Attualità

“L’unica gioia al mondo è cominciare”: l’inno di Pavese e il respiro di Settembre nel meraviglioso Mattutino del Castello Sforzini

“L’unica VERA gioia al mondo è cominciare!”. La meravigliosa e profonda citazione di Cesare Pavese ci ricorda che non dobbiamo mai avere paura di ricominciare da zero! La stupenda lezione filosofica del Mattutino del Castello Sforzini. 🍂 🪟 Quanti di voi hanno una dannata paura dei “nuovi inizi”? Quanti preferiscono rimanere intrappolati in una situazione che odiano (un lavoro noioso, una relazione finita, un’abitudine viziata) solo per il puro terrore di dover ricominciare tutto da capo? Questa mattina, la rubrica letteraria del “Mattutino” del Castello Sforzini di Castellar Ponzano ci ha regalato una sveglia per l’anima di una potenza inaudita! Il testo descrive la magia di Settembre (il vero “Capodanno” per tutti noi) e di una finestra aperta prestissimo al mattino, da cui entra “soltanto aria fresca”. Un invito pazzesco a fare pulizia nel nostro cuore, a lasciar andare i vecchi dolori e a respirare ossigeno nuovo. Ma la chiusura è la più emozionante di tutte, e cita la celebre e bellissima frase del grande scrittore Cesare Pavese: “L’unica gioia al mondo è COMINCIARE”. Noi esseri umani siamo vivi e imbattibili soltanto finché abbiamo la forza, il coraggio e la follia di iniziare qualcosa di nuovo! Che sia innamorarsi di nuovo dopo una delusione dolorosa, cambiare vita o perdonare qualcuno. Finché “iniziamo”, noi siamo vivi! Leggete e scoprite il significato psicologico di questo meraviglioso aforisma nel nostro articolo completo! 👇 🌅 Siete d’accordo con queste splendide parole? Riuscite a trovare ancora il coraggio di spalancare le “finestre della vostra vita”, oppure la nebbia delle delusioni passate vi blocca? Diteci la vostra opinione e lasciate un “Mi Piace” per augurare un Buon Nuovo Inizio a tutte le persone a cui volete bene!

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Il Mattutino del 7 settembre 2026

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono mesi dell’anno che scorrono via in modo indolore, nascosti tra le pieghe del calendario, e poi c’è Settembre. Un mese che non è mai soltanto un semplice cambio di stagione, ma rappresenta un vero e proprio spartiacque dell’anima, un “Capodanno” intimo in cui tutti noi facciamo i conti con quello che siamo stati e con ciò che vorremmo disperatamente diventare. Questa mattina, la profonda e imperdibile rubrica filosofica e letteraria del Mattutino (proveniente dalle antiche e sagge mura del Castello Sforzini di Castellar Ponzano) ha regalato ai suoi lettori una carezza letteraria di una potenza inaudita, capace di far tremare i polsi a chiunque si senta bloccato nelle sabbie mobili della propria esistenza.

Oltre il ponte: la nebbia del passato e la luce di Settembre

Il testo domenicale si apre con un’immagine visiva di un fascino decadente e cinematografico: «La nebbia si fermava poco oltre il ponte. Da questa parte, settembre». Quanta psicologia si nasconde dietro a queste due brevissime frasi!
La nebbia è la metafora perfetta del nostro passato, delle nostre insicurezze e dei mesi estivi appena trascorsi, fatti forse di dubbi, di delusioni o di promesse non mantenute. Quella foschia opaca e fredda cerca sempre di invadere la nostra mente, ma oggi si è fermata “oltre il ponte”. Di qua, invece, c’è la limpidezza brutale e meravigliosa di Settembre. Il ponte rappresenta il nostro coraggio di attraversare le difficoltà, di lasciarci alle spalle ciò che non ci serve più e di camminare verso una nuova sponda, dove la luce dell’autunno ci permette finalmente di vedere le cose per quello che sono davvero.

Le finestre aperte all’alba: il coraggio dell’aria fresca

La seconda immagine evocata dal testo è un invito dolcissimo e potente a fare pulizia nella nostra vita: «Qualcuno aveva aperto le finestre molto presto. Entrò soltanto aria. Aria fresca». Quante volte, per paura del freddo o per abitudine, teniamo chiuse le finestre della nostra anima?
Ci ostiniamo a respirare un’aria viziata, ci accontentiamo di relazioni tossiche, di lavori che ci soffocano o di abitudini che ci spengono lentamente. Spalancare le finestre “molto presto”, quando fuori il mondo dorme ancora, è un atto di grandissimo coraggio. E cosa entra? Non ricchezza, non miracoli, ma “soltanto aria fresca”. Perché è proprio dalle cose più piccole, invisibili ed essenziali (come l’ossigeno pulito) che bisogna ripartire per guarire dalle asfissie della vita moderna. Aprire le finestre significa perdonare, lasciar andare i vecchi rancori e permettere alla vita di spazzare via la polvere dal nostro cuore.

L’eredità di Cesare Pavese: la sublime bellezza di ricominciare

Ma è la chiusura del bollettino a lasciare letteralmente senza fiato, citando uno degli aforismi più belli e dolorosi partoriti dal genio letterario dello scrittore Cesare Pavese: «L’unica gioia al mondo è cominciare». (La frase completa recitava: “È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante”).
C’è un’energia sovrumana in questo concetto. Noi esseri umani siamo terrorizzati dai nuovi inizi. Abbiamo paura di fallire, di sbagliare strada, di dover faticare da zero. E invece Pavese e il Mattutino ci ricordano che l’essenza stessa della felicità umana non risiede nell’arrivare al traguardo o nel conservare gelosamente ciò che si ha, ma nel brivido magico e assoluto del “nuovo inizio”.
Cominciare un nuovo lavoro, innamorarsi di nuovo dopo una delusione spaventosa, intraprendere un nuovo percorso di studi a cinquant’anni, perdonare e ricominciare a parlarsi in famiglia. Finché avremo la forza e l’incoscienza di “cominciare” qualcosa, saremo vivi e imbattibili. E non a caso, il saluto finale dal Castello Sforzini è sempre lo stesso, inciso sulla pietra: “Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio”. Il coraggio di aprire le finestre, respirare l’aria gelida e fare il primo passo. Buon inizio a tutti noi.

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Esteri

Dall’idea all’impresa: la giovane afghana che ha digitalizzato i biglietti degli autobus a Kabul

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Sadaf Afghan

Redazione- In un Paese segnato da difficoltà e limitazioni, una giovane imprenditrice afghana ha scelto di affidarsi alla tecnologia per rendere più semplice un gesto quotidiano: acquistare un biglietto dell’autobus.

È Sadaf Afghan, giovane imprenditrice che a Kabul ha fondato “Qased”, una piattaforma online che consente ai passeggeri di prenotare i biglietti degli autobus senza doversi recare personalmente al terminal. Il servizio prevede inoltre la consegna del biglietto direttamente a domicilio.

“Qased” è stata fondata circa un anno fa, mentre il servizio di vendita online dei biglietti è entrato ufficialmente in funzione cinque mesi dopo. L’attività, iniziata con appena tre persone, oggi conta un team di otto dipendenti, quattro dei quali sono donne.

In un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, Sadaf Afghan ha spiegato che la società si occupa di acquistare online i biglietti richiesti dai passeggeri e di consegnarli direttamente a casa. Ma il suo progetto va oltre la semplice vendita digitale: l’obiettivo è ampliare “Qased” e aprire filiali in altre province dell’Afghanistan, creando nuove opportunità di lavoro sia per le donne sia per gli uomini.

Avviare un’impresa innovativa in un Paese in cui molti servizi vengono ancora gestiti attraverso procedure tradizionali e in presenza non è semplice. Nonostante le difficoltà, però, Sadaf Afghan sostiene che la risposta della popolazione sia incoraggiante.

«Ogni attività è difficile all’inizio, ma non dobbiamo arrenderci. Nel complesso, le persone ci sostengono», ha dichiarato.

Il trasporto su strada continua a rappresentare uno dei principali mezzi di collegamento tra le città afghane. La limitata presenza di infrastrutture ferroviarie e di sistemi di trasporto pubblico moderni rende gli autobus interurbani essenziali per milioni di persone.

Per molti passeggeri, acquistare un biglietto significa ancora recarsi fisicamente al terminal e pagare in contanti. È proprio su questa necessità che “Qased” ha costruito la propria proposta: utilizzare gli strumenti digitali per rendere il processo più semplice, rapido e accessibile.

Sadaf Afghan auspica inoltre che le autorità talebane possano contribuire al miglioramento del sistema dei trasporti e sostenere le imprese che cercano di offrire nuovi servizi alla popolazione.

Il progetto, tuttavia, non si ferma ai biglietti degli autobus. In futuro, la giovane imprenditrice vorrebbe estendere l’attività anche al trasporto aereo, permettendo ai clienti di acquistare online i biglietti dei voli e riceverli direttamente a casa.

Accanto alla dimensione tecnologica e imprenditoriale, “Qased” rappresenta anche una possibilità concreta di lavoro per alcune giovani donne afghane.

Tra i dipendenti c’è Mohammadi, 20 anni, che ogni giorno si sposta in motocicletta per le strade di Kabul consegnando ai clienti i biglietti ordinati attraverso la piattaforma. Dopo aver frequentato la scuola fino alla decima classe, racconta che il lavoro fuori casa e la possibilità di svolgere autonomamente le proprie mansioni gli hanno dato un maggiore senso di indipendenza e fiducia nel futuro.

Con l’espansione dell’attività, Mohammadi spera che possano nascere nuove opportunità professionali, soprattutto per le giovani donne.

La storia di “Qased” è, in apparenza, quella di una semplice piattaforma per la vendita online di biglietti. In realtà, racconta qualcosa di più: la scelta di una giovane donna di trasformare una difficoltà quotidiana in un’opportunità, utilizzando la tecnologia per creare un servizio, generare occupazione e aprire nuovi spazi di partecipazione economica.

In un contesto complesso come quello afghano, iniziative di questo tipo mostrano come l’innovazione e l’imprenditorialità possano ancora diventare strumenti capaci di creare opportunità e immaginare nuove possibilità per il futuro.

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Esteri

Egitto, condannata a morte la conduttrice televisiva Sarah Khalifa

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Sarah Khalifa

Redazione- Un tribunale penale del Cairo ha condannato a morte per impiccagione Sarah Khalifa, 39 anni, nota conduttrice e produttrice televisiva egiziana, insieme ad altre 11 persone, nell’ambito di un maxi-processo legato alla produzione e al traffico di stupefacenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, tra cui il quotidiano statale Al-Ahram, gli imputati avrebbero fatto parte di una banda criminale organizzata accusata di importare dall’estero sostanze e materie prime destinate alla produzione di droghe sintetiche, per poi lavorarle e distribuirle sul mercato. Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato ingenti quantità di sostanze stupefacenti e materiali utilizzati per la loro produzione, oltre ad armi da fuoco e munizioni detenute illegalmente.

Sarah Khalifa è conosciuta soprattutto per il programma televisivo «Mission Impossible», dedicato a temi legati alla criminalità e alla sicurezza. La conduttrice ha respinto le accuse nei suoi confronti.

Nel procedimento erano complessivamente 28 gli imputati. Oltre alle 12 condanne a morte, il tribunale ha inflitto l’ergastolo a nove persone, mentre altre sette sono state assolte.

La condanna a morte non è ancora definitiva. Il legale di Sarah Khalifa ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, chiedendo alla magistratura di riesaminare il caso.

La vicenda aveva già attirato l’attenzione dei media egiziani nelle scorse settimane, per il coinvolgimento di una figura televisiva conosciuta e per la gravità delle accuse contestate agli imputati.

Foto: Instagram/ sara_khaliifa

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