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Lifestyle

Moda, Naomi, La Venere Nera inaugura a Milano lunedì 20 Luglio il suo attico al piano 29 e 30 della Torre Bresa di Via Vittoria Pisani

Artefice della realizzazione del sogno della modella l’architetto dei vip Marco Geri

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Naomi Campbell

Redazione-  C’è chi attraversa il mondo per una sfilata. E poi c’è chi lo attraversa per amore. Naomi, dopo aver vissuto tra Londra, Parigi e New York, un giorno sceglie Milano. Non per lavoro, non per la moda, ma per una persona capace di farle cambiare rotta.
Eppure c’e’ una città che non riesce a lasciare davvero: New York. Le mancano il rumore dei taxi, le luci che non dormono mai e quel cielo ritagliato tra i grattacieli che le hanno insegnato a sognare.
Così, quando arriva il momento di scegliere una casa, ne vuole a tutti i costi una prestigiosa di grandissima rappresentanza, unica, ma che sia anche all’ultimo piano di un grattacielo milanese. E così l’architetto Geri realizza il suo sogno. E’ lui che la conduce all’ultimo piano della imponente Torre Breda di Via Vittor Pisani 2. E a lei da lassù sembra di avere la testa tra le nuvole. Ma chi la conosce bene sa che, nelle giornate limpide, il suo sguardo vola molto più lontano.
Perché il cuore può imparare ad amare una nuova città. Ma c’è sempre un angolo del cielo che continua a parlare la lingua dei ricordi.
Lunedì 20 dalle ore 20.00 l’inaugurazione dell’attico della celebre modella Naomi Campbell sarà davvero un appuntamento indimenticabile.
Verranno infatti ad omaggiarla nomi illustri della moda e dello spettacolo. Di sicuro, ammirando il tramonto dall’alto dei tetti, ai blasonati ospiti della Venere Nera, sembrerà di toccare il cielo con un dito.
La redazione del graffio.net  e la redazione di cavalierenews.it  augurano a Naomi buona permanenza a Milano!

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Lifestyle

“Semi di luce nell’universo”: il percorso poetico di Catia Nardocci tra dolore e rinascita

🌟 Dalle ferite personali alla rinascita collettiva: scopri le parole di Catia Nardocci in “Semi di luce nell’universo”. Un viaggio poetico che trasforma il dolore in forza e la resistenza in speranza.

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#CatiaNardocci #PoesiaItaliana #AlettiEditore #CulturaEPassione

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Nardocci

Roma – Nel cuore pulsante della capitale, tra le suggestioni di una metropoli che non smette mai di interrogarsi, prende vita la nuova opera di Catia Nardocci. Autrice e professionista impegnata quotidianamente nel complesso mondo della mente, la Nardocci sceglie la via della poesia per narrare la condizione umana in “Semi di luce nell’universo. Poesie di metamorfosi, amore e resistenza”. Pubblicato all’interno della prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” curata da Aletti Editore, il volume non si limita a essere una raccolta di versi, ma si propone come un vero e proprio strumento di esplorazione interiore. Il progetto, già protagonista al Salone Internazionale del Libro di Torino, arriva oggi nelle librerie e negli store digitali come testimonianza di come il linguaggio possa curare le ferite del tempo.

La parola come atto di resistenza quotidiana

La genesi di questo libro affonda le radici in un periodo di sofferenza, trasformato poi in un inno alla resilienza. Catia Nardocci, che vive e opera a Roma, ha saputo trasformare il vissuto personale in una narrazione universale, dove ogni verso agisce come una sorgente che illumina le zone d’ombra. La scelta del titolo non è casuale: i semi rappresentano la fragilità che, se nutrita dalla giusta luce, possiede la forza necessaria per germogliare anche quando il terreno appare arido.

Nelle stanze della sua scrittura, la Nardocci accoglie il lettore in un percorso di consapevolezza. La poetessa ci ricorda, con la sua voce limpida, che la luce non svanisce mai del tutto, ma rimane in attesa. È ciò che resta quando il dolore viene attraversato, filtrato e finalmente trasformato in una nuova forma di dignità. Il libro si snoda tra presenze sottili, richiami marini e una profonda riflessione sulla figura femminile. Non si tratta di una celebrazione astratta, ma di un omaggio concreto alle donne incontrate nel corso della sua carriera di psicologa, a quelle appartenenti alla sua storia familiare e a tutte coloro che hanno lottato contro le ingiustizie sociali, insegnando al mondo l’arte della resistenza silenziosa.

La natura come maestra dell’animo umano

Il legame tra i versi di Catia Nardocci e gli elementi naturali è serrato, quasi simbiotico. La natura non funge da corollario decorativo, bensì si pone come uno specchio capace di riflettere i cicli dell’esistenza. L’autrice associa le stagioni ai movimenti del cuore umano: l’inverno diventa il gelo del dolore, la primavera il tempo della riscoperta, l’estate l’apertura verso l’esterno e l’autunno il momento in cui si impara ad accettare la perdita.

In ogni componimento emerge una certezza: nulla si perde, tutto si trasforma. Il vento, il mare e la luce diventano maestri antichi, guide che accompagnano il lettore verso una riappacificazione con il proprio sé. Giuseppe Aletti, firma autorevole della letteratura contemporanea, nella prefazione sottolinea come l’intensità emotiva di Catia Nardocci riesca a travalicare l’esperienza privata per farsi portavoce di un sentire collettivo. La sua poesia non si chiude in enigmi intellettuali, ma cerca il contatto diretto. Come sottolinea l’autrice stessa, il lettore è invitato a non cercare interpretazioni accademiche, ma ad accogliere il messaggio sensoriale, lasciandosi toccare nel profondo.

Questo libro si inserisce nel panorama contemporaneo come una bussola. La capacità della Nardocci di coniugare il rigore professionale della psicologia con la sensibilità tipica della lirica permette al lettore di riscoprire che anche il silenzio più cupo può nascondere una risposta. Che si tratti di un lettore esperto o di chi per la prima volta si approccia alla poesia, il messaggio di “Semi di luce nell’universo” resta costante: ogni ombra può rivelare una direzione, a patto di avere il coraggio di guardare oltre le apparenze. L’opera è disponibile in tutte le librerie fisiche e nelle principali piattaforme online in formato cartaceo e e-book, portando con sé la promessa di una luce che, nonostante tutto, continua a brillare nel buio della nostra quotidianità.

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Lifestyle

“Divagazioni di un’espatriata in un’epoca fragile”: il ritorno a Comiso di Corrada Biazzo Curry tra prosa e poesia

📖 La docente Corrada Biazzo Curry torna a Comiso con un’opera che intreccia il trauma della pandemia alla ricerca di una pace interiore. Un percorso letterario profondo tra prosa e poesia che invita alla resilienza.

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#CorradaBiazzoCurry #Comiso #LetteraturaSiciliana #PoesiaItaliana

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Corrada Biazzo Curry

Redazione-  Comiso, cittadina nel cuore della provincia di Ragusa, celebra il ritorno di una delle sue menti più brillanti. Dopo quarantuno anni trascorsi lontano, tra le dinamiche accademiche e gli orizzonti aperti degli Stati Uniti, in particolare in Louisiana, la docente universitaria di Lingue Corrada Biazzo Curry ha fatto rientro nella propria terra d’origine, portando con sé un bagaglio di riflessioni cristallizzato nel nuovo volume intitolato “Divagazioni di un’espatriata in un’epoca fragile”. L’opera, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti Editore, non è soltanto una raccolta di testi, ma una sorta di diario dell’anima che attraversa i cinque anni più complessi dell’era contemporanea, partendo dal marzo del 2020.

Dalla Louisiana alla Sicilia: un viaggio tra isolamento e memoria

Il nucleo narrativo del libro affonda le radici nella crisi pandemica, quando la distanza fisica tra la Louisiana e l’Italia divenne una voragine emotiva. In quel periodo, la vita quotidiana, scandita dai ritmi accademici in terra americana, si scontrò con l’isolamento forzato e la percezione di un mondo che stava cambiando volto. Per l’autrice, la scrittura è emersa come necessità terapeutica, un modo per ancorarsi alla realtà mentre le certezze globali si sgretolavano.

La dimora siciliana, con i suoi profumi, i colori del Mediterraneo e la memoria storica che risiede nei vicoli di Comiso, è diventata per Corrada Biazzo Curry un punto di riferimento ideale, una sorta di “terra promessa” evocata costantemente durante gli anni di espatrio. Il ritorno definitivo a casa, avvenuto dopo decenni passati a insegnare e interpretare le culture straniere, ha permesso all’autrice di completare questo mosaico letterario. L’opera combina prosa e poesia in un intreccio che dialoga con la filosofia, interrogandosi sul tempo, sul dolore del distacco e sulla persistente ricerca di una radice comune che leghi gli esseri umani, nonostante le frontiere geografiche e le violenze della storia recente.

Il dialogo con i classici e la ricerca di una stabilità interiore

Il volume si distingue per una struttura che alterna l’immediatezza del verso poetico alla profondità dell’analisi in prosa. Mentre la poesia cattura l’emozione pura dell’istante, la prosa offre lo spazio necessario per riflettere sulle dinamiche di un’epoca definita dall’autrice come intrinsecamente fragile. Biazzo Curry non si limita a osservare gli eventi; interroga i grandi pensatori del passato, ricercando risposte che possano offrire una via d’uscita al senso di precarietà globale.

Le pagine dell’opera strutturano tre direttrici fondamentali per il recupero di un equilibrio perduto: la dimensione spirituale, la solidarietà collettiva e la fiducia nell’arte come linguaggio eterno. Non è un caso che la prefazione porti la firma di Cosimo Damiano Damato, regista e sceneggiatore che sottolinea come la scrittura sia, in questa raccolta, l’ultima difesa della libertà individuale contro una realtà spesso tragica. Ritornare a vivere tra le piazze di Comiso, dove il tempo sembra scorrere con una gravità e una lentezza diverse rispetto alle metropoli statunitensi, ha offerto alla docente una prospettiva privilegiata. La sua è una narrazione della rinascita, un invito a non soccombere di fronte al disorientamento post-pandemico, ma a ricostruire la propria identità partendo dalla memoria e dal valore intramontabile della parola.

Il libro, disponibile sia in formato cartaceo che e-book, si rivolge a chiunque abbia vissuto lo smarrimento dell’ultimo quinquennio e cerchi, attraverso la letteratura, un ponte tra il trauma e la speranza. In un momento in cui la società si interroga sul futuro, la voce di Corrada Biazzo Curry si inserisce nel panorama letterario siciliano come un monito alla resilienza: la consapevolezza che, nonostante la fragilità di ogni singolo individuo, esiste una forza intrinseca che deriva dalla bellezza e dal ritorno alle proprie origini.

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La patria che non parla più 

Siamo partiti
non come persone,
ma come stagioni strappate dal proprio calendario.
Ci siamo staccati dalla terra

come radici che qualcuno ha bruciato nel silenzio,
e le strade dietro di noi
sono rimaste aperte solo al vento.

La patria non ci ha chiamati.

Ha soltanto taciuto.
Un silenzio pesante,
come una campana sommersa sott’acqua.
Le nostre case sono invecchiate aspettandoci.

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Bandiera Italiana
Redazione-  Questo testo attraversa il dolore silenzioso dello sradicamento e trasforma l’emigrazione in una ferita interiore che non smette di parlare. Non racconta soltanto una partenza geografica, ma la frattura profonda tra ciò che si è stati e ciò che si è costretti a diventare lontano da casa. Tra memoria, perdita e appartenenza, il brano dà voce a chi ha lasciato la propria terra senza mai riuscire davvero a lasciarsela alle spalle.
Siamo partiti
non come persone,
ma come stagioni strappate dal proprio calendario.
Ci siamo staccati dalla terra
come radici che qualcuno ha bruciato nel silenzio,
e le strade dietro di noi
sono rimaste aperte solo al vento.
La patria non ci ha chiamati.
Ha soltanto taciuto.
Un silenzio pesante,
come una campana sommersa sott’acqua.
Le nostre case sono invecchiate aspettandoci.
I muri bevevano l’umidità della nostra assenza,
i cortili si riempivano di rovi,
e i cani abbaiavano nella notte
come se cercassero le nostre ombre tra i cancelli.
Siamo andati in città dalle luci abbaglianti,
dove il cielo non aveva stelle
ma insegne pubblicitarie che bruciavano come soli artificiali.
Abbiamo imparato lingue straniere,
sorrisi professionali,
vite a orari,
amori con condizioni,
sogni con contratto.
Ma dentro di noi
è rimasta una terra che non smette di morire.
Un intero villaggio vaga nel nostro petto:
donne che portano acqua al crepuscolo,
vecchi che parlano con le vigne,
bambini che inseguono scalzi la polvere dell’estate.
Vivono ancora lì,
in quella parte dell’anima
dove la nostalgia non accetta l’emigrazione.
La patria ora è una voce spezzata
che ci arriva di notte
da vecchie radio della memoria.
Un respiro che apre le finestre del sonno
e ci riempie i polmoni di terra.
Ridiamo a tavole straniere,
alziamo i bicchieri,
facciamo progetti,
fotografie,
figli che parlano altre lingue —
ma all’improvviso,
nel mezzo della felicità,
ci trafigge un’assenza senza nome.
E comprendiamo:
la patria non era soltanto un luogo.
Era il modo in cui ci chiamava nostra madre.
Era il profumo del pane al mattino.
Era il rumore della pioggia sul tetto di lamiera.
Era qualcuno che riconosceva il nostro passo
anche quando tornavamo da lontano.
Ora non parla più.
O forse
siamo noi
che abbiamo dimenticato come ascoltare il suo dolore.

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