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Cultura

OLTRE LA CURA INDIVIDUALE: L’APEI LANCIA IL “BENESSERE PEDAGOGICO” COME NUOVA BUSSOLA SOCIALE

A Torre del Greco, l’Assemblea Nazionale dei pedagogisti ed educatori italiani traccia una nuova rotta: smettere di trattare il disagio sociale come una patologia clinica e tornare a investire sulle relazioni e sull’educazione per salvare la democrazia

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OLTRE LA CURA INDIVIDUALE: L’APEI LANCIA IL “BENESSERE PEDAGOGICO” COME NUOVA BUSSOLA SOCIALE

Redazione-  In un’epoca in cui la nostra salute mentale sembra essere costantemente sotto assedio, il dibattito pubblico si è rifugiato in un vocabolario fatto di diagnosi, terapie e fragilità emotive. Parliamo di ansia da prestazione, isolamento digitale e disagio giovanile come se fossero esclusivamente problemi clinici da risolvere in uno studio medico. Ma in questa narrazione sempre più medicalizzata della vita manca una parola chiave, un pilastro che per troppo tempo è rimasto nell’ombra: l’educazione.

È partendo da questo vuoto che l’APEI (Associazione Pedagogisti Educatori Italiani), durante l’Assemblea Nazionale del 4 luglio a Torre del Greco (NA), ha lanciato una sfida culturale ambiziosa: l’introduzione del concetto di “Benessere Pedagogico”. Non si tratta di uno slogan, ma di una proposta politica e sociale per riscrivere le regole della convivenza umana.

Non è solo “stare bene”, è “crescere insieme”

Il benessere pedagogico non coincide con il semplice “sentirsi in forma” o con l’assenza di sintomi psicologici. È qualcosa di più profondo e collettivo. Secondo l’APEI, il benessere di un individuo non può essere separato dalla qualità dei contesti in cui vive. Se una scuola è basata solo sulla competizione esasperata, se una famiglia viene lasciata sola a gestire le complessità della crescita, se il lavoro educativo viene sottopagato e svalutato, il risultato sarà inevitabilmente il malessere.

“Il benessere pedagogico non è una prestazione individuale, ma una costruzione collettiva”, è il messaggio forte emerso dall’assemblea. È il diritto di essere ascoltati, la possibilità di partecipare attivamente alla vita della comunità, l’educazione al pensiero critico e la costruzione di un’autonomia reale.

La critica alla medicalizzazione del disagio

L’APEI solleva una riflessione cruciale: oggi tendiamo a delegare ogni forma di sofferenza relazionale alla sfera clinica o sanitaria. Ma un giovane isolato davanti a uno schermo o un quartiere senza spazi di incontro non hanno bisogno (solo) di uno psicologo; hanno bisogno di un progetto educativo, di relazioni significative e di una comunità che sappia accoglierli.

Il malessere che vediamo esplodere nelle nostre città è spesso un “malessere educativo”. Quando i servizi sociali sono impoveriti e i territori perdono la loro capacità di generare legami, la solitudine diventa la norma. Per questo, l’APEI sostiene che il benessere non può essere delegato esclusivamente a un intervento sanitario post-emergenziale, ma deve essere prevenuto e costruito quotidianamente attraverso la pedagogia.

Il ruolo strategico di Pedagogisti ed Educatori

In questa prospettiva, le figure del pedagogista e dell’educatore escono dal ruolo di “accessori” del welfare per diventare professionisti strategici per la tenuta democratica del Paese. Non sono solo operatori che intervengono nel disagio, ma architetti di legami sociali.

Una società che smette di investire nell’educazione è una società che produce marginalità e povertà relazionale. L’APEI chiede dunque un cambio di paradigma: il valore di una nazione non si misura solo attraverso il PIL, ma attraverso la capacità di formare cittadini liberi, consapevoli e solidali. Riconoscere il benessere pedagogico significa dare dignità a chi lavora per l’emancipazione umana, garantendo stipendi dignitosi e riconoscimento sociale a chi custodisce il futuro delle nuove generazioni.

Una sfida per il futuro

In un mondo frammentato e dominato dall’individualismo, la proposta di Torre del Greco suona come un atto rivoluzionario. Affermare che “nessuno cresce da solo” significa rimettere al centro la relazione come strumento di libertà.

Educare non significa adattare passivamente le persone a un mondo imperfetto, ma fornire loro gli strumenti per trasformarlo insieme agli altri. La sfida lanciata dall’APEI è chiara: è ora di spostare il faro dall’emergenza alla prevenzione, dalla cura del singolo alla cura del contesto. Perché il benessere pedagogico è, in ultima analisi, il termometro della salute di una democrazia.

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Cultura

John Cabot University: il presidente Franco Pavoncello conclude il suo mandato dopo ventuno anni di guida

🎓 Dopo oltre vent’anni al vertice della John Cabot University, Franco Pavoncello lascia la presidenza, avendo trasformato l’ateneo in un pilastro internazionale nel cuore di Roma. Un traguardo straordinario per la Capitale.

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#JohnCabotUniversity #Roma #FrancoPavoncello #FormazioneInternazionale

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il presidente Franco Pavoncello

Roma – Un’era accademica giunge al termine nel cuore pulsante di Trastevere. Il prossimo 30 giugno 2026, Franco Pavoncello lascerà ufficialmente la presidenza della John Cabot University, chiudendo un ciclo durato ventuno anni alla guida dell’ateneo americano situato nella Capitale. La sua uscita di scena segna il culmine di un percorso professionale e umano che ha visto l’istituzione trasformarsi radicalmente, passando da piccola realtà accademica legata alle arti liberali a punto di riferimento internazionale in Europa.

Il legame tra Pavoncello e l’ateneo capitolino affonda le radici nel 1990, quando fece il suo ingresso nei ranghi accademici in qualità di docente di scienze politiche. Da allora, il suo impegno costante lo ha portato a scalare ogni gradino della carriera interna, ricoprendo il ruolo di Preside e Vicepresidente degli Affari Accademici tra il 1996 e il 2005. La nomina a Presidente ad interim, arrivata nel 2005 e seguita dalla conferma ufficiale nel 2006, ha dato il via a una stagione di cambiamenti strutturali e didattici che hanno riscritto la geografia urbana e formativa del rione di Trastevere e delle aree limitrofe.

La crescita infrastrutturale tra le vie di Trastevere

Sotto la direzione di Pavoncello, la John Cabot University ha vissuto una trasformazione fisica tangibile. Quando assunse l’incarico, l’università operava in spazi limitati; oggi, la presenza dell’ateneo è radicata in sette edifici dislocati nel cuore storico di Roma. L’espansione non ha riguardato solo le aule, ma ha incluso l’inaugurazione di tre nuove residenze studentesche e il potenziamento della Frohring Library, struttura divenuta centrale per la ricerca accademica.

Questo sviluppo ha avuto un impatto diretto sul tessuto urbano della zona di Lungotevere Raffaele Sanzio e piazza Trilussa. Proprio per suggellare questo legame indissolubile tra l’università e il territorio, nel settembre 2025 il Consiglio di Amministrazione ha deliberato l’intitolazione dell’edificio situato al civico 11 di Lungotevere Raffaele Sanzio come “Franco Pavoncello Campus”. Un riconoscimento che premia non solo la gestione manageriale, ma anche la capacità di integrare una comunità internazionale di studenti e docenti all’interno della quotidianità romana.

Eccellenza accademica e prestigio internazionale

L’eredità di Pavoncello non si limita alle mura degli edifici romani, ma si estende alla qualità dell’offerta formativa. La popolazione studentesca, tra il 2006 e il 2026, ha registrato una crescita esponenziale, triplicando le iscrizioni. Parallelamente, l’ateneo ha ottenuto traguardi accademici di rilievo, come l’accreditamento AACSB per la Frank J. Guarini School of Business, che ne ha certificato gli standard qualitativi a livello globale.

L’inserimento di nuovi percorsi di laurea magistrale, in particolare in Storia dell’Arte e Affari Internazionali, ha permesso alla John Cabot University di consolidare il proprio posizionamento competitivo. La fondazione di centri specializzati, tra cui l’Institute for Entrepreneurship, ha inoltre favorito il collegamento con il mondo professionale, offrendo agli studenti sbocchi concreti in un mercato del lavoro sempre più interconnesso. Il riconoscimento ricevuto dal Primo Municipio di Roma per la sinergia creata tra l’università e il quartiere rappresenta la sintesi di un percorso mirato all’integrazione culturale.

Nel saluto rivolto alla comunità accademica, Pavoncello ha ripercorso con lucidità i passi compiuti: «Da un edificio di due piani in una zona residenziale di Roma a sette edifici a Trastevere, è stato un percorso significativo. Sono onorato di aver fatto parte di questa comunità di studiosi e professionisti». Oltre ai successi gestionali, il docente è stato recentemente insignito del titolo di ‘Amico’ dall’Accademia dei Lincei e ha ricevuto il premio alla carriera da parte di We the Italians, confermando come la sua figura abbia rappresentato un ponte tra la cultura accademica americana e la tradizione intellettuale italiana. Con il suo addio, l’ateneo si prepara ora ad affrontare una nuova fase, forte di una struttura solida e di un’identità globale ormai pienamente consolidata nel panorama educativo europeo.

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Cultura

L’Aquila, la città che si rivela al mondo | Intervista a Goffredo Palmerini

L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

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LAquila, Basilica di S.Maria di Collemaggio

Redazione- L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

Custode di uno dei più importanti centri storici d’Italia, di straordinari monumenti, di una tradizione culturale viva e della Perdonanza Celestiniana, patrimonio immateriale dell’UNESCO, L’Aquila si presenta oggi come un luogo in cui memoria e innovazione convivono armoniosamente. Una città che continua a produrre cultura, ricerca, arte e conoscenza.

A raccontare il significato profondo di questo anno speciale è Goffredo Palmerini, giornalista, scrittore ed ex vicesindaco dell’Aquila, da sempre tra i più autorevoli interpreti della storia e dell’identità aquilana. Attraverso il suo racconto emerge il volto autentico di una città che ha saputo trasformare le prove più difficili in occasioni di crescita e che oggi, da Capitale Italiana della Cultura, offre all’Italia e al mondo un messaggio di bellezza, resilienza, dialogo e speranza.

L’Aquila è stata nominata Capitale Italiana della Cultura 2026. Da aquilano e protagonista della vita amministrativa cittadina per quasi trent’anni, che significato attribuisce a questo riconoscimento?

L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 non è soltanto un titolo, è uno specchio che finalmente restituisce al Paese l’immagine autentica di una città straordinaria. Da un lato, certifica la ricchezza del suo patrimonio artistico: un centro storico vastissimo, racchiuso da oltre sei chilometri di mura trecentesche, dove quasi duemila emergenze architettoniche e monumentali sono censite e protette dal Ministero. Dall’altro, riconosce la vitalità di una produzione culturale che, per qualità e densità, non ha paragoni in Italia in rapporto al numero degli abitanti.

C’è però un significato più profondo. Questo riconoscimento premia una comunità che ha saputo resistere e rinascere dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’Aquila non è una città che si reinventa. È una città che si rivela. La sua storia lo dimostra. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli, ciascuno chiamato a edificare un quartiere “al massimo della bellezza”, nacque come progetto urbano armonico, non per aggregazioni casuali. Come ricorda Pierre Lavedan, nella storia dell’urbanesimo europeo non era mai accaduto nulla di simile. Solo San Pietroburgo nel 1703 e Brasilia nella seconda metà del Novecento avrebbero riproposto un’idea così visionaria. Questa è la prima, irripetibile modernità dell’Aquila.

Lei ha raccontato L’Aquila in molti suoi libri. Quali caratteristiche rendono questa città unica nel panorama culturale italiano?

Per tre secoli L’Aquila fu una città di rango europeo, seconda città del Regno dopo Napoli, protagonista dei commerci della lana e dello zafferano, dotata di una governance civile e politica originalissima. La Civitas nova e i Castelli fondatori erano legati da un sistema di diritti e doveri reciproci che anticipava forme di democrazia partecipata. Le cinque Arti, depositarie del potere cittadino, seppero valorizzare il privilegio di essere città di confine, conquistando un’autonomia che oggi definiremmo “avanzata”. La città aveva una sua “costituzione” negli Statuti, batteva moneta, godeva di un regime fiscale favorevole e, dal 1464, del diritto di istituire un’università. Era un luogo aperto all’innovazione: nel 1482 Adam Burkardt di Rottweil, allievo di Gutenberg, vi fondò una delle prime stamperie d’Italia (la terza, dopo quelle di Venezia nel 1469 e Foligno nel 1470). Una borghesia colta e illuminata completava il quadro di una città dinamica, moderna, sorprendentemente europea.

Poi vennero la rivolta del 1528 contro i dominatori spagnoli, la repressione e la cesura tra città e contado, cui seguì una decadenza lunga oltre un secolo, anche per le conseguenze del devastante terremoto del 2 febbraio 1703. Ma L’Aquila ha una caratteristica che la rende unica, la capacità di risorgere. Dai terremoti, dalle guerre, dalle dittature. Nel secondo dopoguerra, con la libertà riconquistata e con la Repubblica, nascono la Società dei Concerti, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese con un’orchestra stabile, il Teatro Stabile dell’Aquila, poi d’Abruzzo, l’Università degli Studi, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di Musica, l’Istituto Cinematografico “La Lanterna Magica”, l’Accademia per le Arti e le Scienze dell’Immagine, il Teatro d’innovazione “L’Uovo”, infine il Gran Sasso Science Institute. L’Aquila non distribuisce cultura. La produce. La genera. La rinnova. E custodisce un patrimonio spirituale che non ha eguali: la Perdonanza Celestiniana, primo giubileo della cristianità (1294), oggi Patrimonio UNESCO. Papa Francesco ha definita L’Aquila «Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace». Non è un titolo del passato, è un destino.

Da anni promuove l’immagine dell’Aquila presso le comunità italiane all’estero. Qual è oggi la percezione della città nel mondo?

Dopo il sisma del 2009, L’Aquila è diventata una città universale. Il mondo l’ha conosciuta attraverso la sua tragedia, ma anche attraverso la dignità con cui ha saputo affrontarla. Le sue ferite, poi ricucite dalla ricostruzione, hanno fatto il giro del pianeta. E con esse la straordinaria solidarietà ricevuta da ogni parte d’Italia e del mondo. Questo patrimonio morale è oggi una delle sue ricchezze più grandi, un esempio di umanità che contrasta con un mondo segnato da guerre, violenze, tragedie civili. La Perdonanza, con il suo messaggio di pace e riconciliazione, è un ponte ideale tra L’Aquila e il mondo. Il titolo di Capitale della Cultura può amplificare questo messaggio, trasformandolo in un invito universale al dialogo e alla pace.

Quali luoghi, eventi o simboli consiglierebbe a chi visiterà L’Aquila per la prima volta nel 2026?

L’Aquila è un giacimento di bellezza diffusa. Nel solo centro storico si contano oltre settanta chiese, un centinaio di palazzi gentilizi, piazze, fontane, porte urbiche, scorci che sembrano usciti da un trattato di urbanistica rinascimentale. Luoghi simbolo imprescindibili della città sono la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, cuore spirituale della città e della Perdonanza, che custodisce le spoglie di Celestino V; la Basilica di San Bernardino, con lo splendido mausoleo rinascimentale, che custodisce il corpo di San Bernardino da Siena, e la Resurrezione, pala d’altare con le ceramiche di Andrea della Robbia; la Fontana delle 99 Cannelle, edificata nel 1274, enigma delle origini e simbolo identitario; il Castello cinquecentesco con il Museo Nazionale d’Abruzzo, scrigno di collezioni e mostre d’arte; poi le piazze, le fontane, le porte della cinta muraria, e in ogni angolo dettagli intriganti e sorprese, una storia tutta da raccontare. L’Aquila è una città che non si visita, si attraversa. E ogni attraversamento è una scoperta.

Quando e come è nata la sua vocazione alla scrittura?

La scrittura è nata come un’estensione naturale del mio impegno civile. Dopo quasi trent’anni nelle istituzioni cittadine, nel 2007 ho scelto di dedicarmi al giornalismo internazionale e alla produzione letteraria. Era un modo diverso di servire la mia città, l’Abruzzo, l’Italia. Raccontare l’Italia meno conosciuta – quella dei borghi, delle province, delle eccellenze nascoste – è diventato un modo per colmare un vuoto comunicativo evidente. All’estero i pacchetti turistici si concentrano sulle solite mete. Ma l’Italia profonda custodisce meraviglie che meritano di essere scoperte. La scrittura odeporica è per me un atto di restituzione: informare, incuriosire, far nascere il desiderio di conoscenza.

Da cosa nasce il suo interesse per l’emigrazione italiana?

Nasce dall’incontro diretto con le nostre comunità all’estero, durante gli otto anni nel Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo. Da lì si è aperto un mondo: quello degli 80 milioni di oriundi italiani, una “seconda Italia” che vive fuori dai confini ma custodisce la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra memoria. Le visite sono diventate racconti, articoli, libri. Una circolarità di informazioni che ha arricchito la mia comprensione del fenomeno migratorio italiano, una delle più grandi diaspore dell’umanità. Una conoscenza che non tengo gelosa, ma che volentieri metto a disposizione di tutti attraverso la mia attività perché diventi consapevolezza comune.

Quale immagine dell’Italia ha trovato più viva tra gli emigrati e i loro discendenti?

Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine seria, affidabile, laboriosa. Sono i migliori ambasciatori del Paese. Hanno conquistato rispetto e stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persistono stereotipi che impediscono di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni successive alla prima emigrazione hanno raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire legami, di portare creatività, stile e modo di vivere ovunque.

Come interpreta i cambiamenti che stanno interessando l’Italia e le nuove forme di mobilità giovanile?

L’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali nell’economia e nell’organizzazione statuale, l’innovazione industriale e nei servizi in ritardo, stanno generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione: fino a 150mila espatri l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze, di capitale umano qualificato. Molti giovani, pur diplomati o laureati, non trovano lavoro adeguato o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più meritocratiche. Servono politiche strutturali, non episodiche, per invertire la tendenza. Concludendo, abbiamo il dovere morale di conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e perfino politica di portata globale.

https://www.ciaomag.com/home/laquila-cultura-2026

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Giornalista e scrittrice, è esperta di comunicazione e autrice di pubblicazioni in italiano, inglese e spagnolo. Da molti anni promuove attivamente l’Italia nel mondo attraverso una fitta rete di relazioni internazionali. È stata consigliere dell’Associazione Donne Italiane di Hong Kong, co-fondatrice e responsabile della comunicazione per l’Italian British Association, co-fondatrice e direttore di Ciao Praga e responsabile globale delle Pubbliche Relazioni per l’A.I.M. – Associazione per l’Italia nel Mondo. Ha, inoltre, ricoperto incarichi per l’Università di Cambridge, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Mondiale, l’Iniziativa Centro Europea, BP, ENI, AGIP e Alitalia. Attualmente è Direttore di Ciao Magazine e della casa editrice Ciao Publishing (CP Cambridge).

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Cultura

L’Ashura: memoria, significato e valori universali

L’Ashura è una ricorrenza religiosa importante per i musulmani, in particolare per la comunità sciita. Essa commemora gli eventi della battaglia di Karbala del 680 d.C., in cui l’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, e i suoi compagni furono uccisi.

Questo evento viene ricordato ogni anno il decimo giorno del mese islamico di Muharram.

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’Ashura

 Oggi coincide con il decimo giorno del mese islamico di Muharram, il giorno dell’Ashura

Redazione- L’Ashura è una ricorrenza religiosa importante per i musulmani, in particolare per la comunità sciita. Essa commemora gli eventi della battaglia di Karbala del 680 d.C., in cui l’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, e i suoi compagni furono uccisi.

Questo evento viene ricordato ogni anno il decimo giorno del mese islamico di Muharram. La commemorazione dell’Ashura non è limitata a un solo Paese: viene osservata in molte parti del mondo musulmano, tra cui Iran, Iraq, Libano, Pakistan, India, Azerbaigian, Bahrein e in diverse comunità della diaspora in Europa e nelle Americhe.

Il significato dell’Ashura non si limita alla memoria storica. Per molti credenti rappresenta un simbolo di giustizia, resistenza contro l’oppressione e fedeltà ai principi morali, anche a costo del sacrificio personale.

In alcune occasioni, i media occidentali associano l’Ashura esclusivamente a pratiche come l’autoflagellazione o la cosiddetta “zang-zani” (auto-colpimento con catene) o la “qama zani” (uso di lame sulla testa). Tuttavia, è importante chiarire che queste pratiche non sono rappresentative di tutte le comunità musulmane e sono oggetto di dibattito religioso e culturale. In molti Paesi e tra numerosi studiosi islamici, tali forme di espressione non vengono incoraggiate o vengono addirittura scoraggiate.

Oggi, in molte comunità, il centro della commemorazione è soprattutto spirituale e sociale: si riflette sul messaggio dell’Imam Hussein, che è quello di difendere la giustizia, la dignità umana e la verità contro l’ingiustizia.

Per questo motivo, l’Ashura viene sempre più interpretata anche come un momento di riflessione universale sui valori etici e sulla responsabilità morale, che possono essere compresi anche al di fuori del contesto religioso.

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