L’opera di Krosi si apre su un paesaggio surreale e onirico, dove l’orizzonte si fonde con metafore audaci: gli “albini della terra degli indiani rossi” e le “nuvole come cavalieri”. Angela Kosta sottolinea come l’autrice ci connetta immediatamente alla Terra Desolata di Eliot, accentuando un senso di decadenza cosmica. È l’America del disincanto, dove il “globo abortisce immigrati” e l’identità di chi arriva da lontano si smarrisce tra i freddi grattacieli e i crani vetrati di Manhattan.
Nel suo viaggio letterario, Krosi non risparmia critiche sociali feroci, tipiche della poetica di Allen Ginsberg. Il poema esplora la solitudine delle metropoli, l’alienazione nei vagoni del treno, la dura realtà di quartieri come Harlem (tra povertà e perdizione) e lo sfruttamento delle donne afroamericane. La Statua della Libertà stessa subisce una rilettura carnale e trasgressiva, simbolo ambiguo di un’era moderna piena di vizi.
Ma al centro di tutto resta il dramma del migrante. Krosi si sente “un granello di riso nella grande New York”. La barriera linguistica (incarnata dal cameriere messicano a cui non sa rispondere in inglese) e i ricordi dei traumi storici del suo Paese natio (le “spie di Enver”) la intrappolano in un limbo. Alla fine, il freddo insopportabile dell’inverno newyorkese non è solo climatico, ma emotivo. L’ultimo verso, “Addio, oppure Good Bye!”, rappresenta l’eterna esitazione di chi vive diviso tra due mondi, preferendo però, in cuor suo, il calore della propria terra d’origine.
1.
Oltre le coste dell’Atlantico,
l’orizzonte grigio si effonde
sulle natiche dei albini della terra dei indiani rossi,
le nuvole come cavalieri nelle isole dei celi corrono.
I antri dei pianeti,
con mani miopi le altalene del sole oscillano,
invece il tempo con le stampelle cammina,
sulla terra desolata di Eliot.
Gelida l’aria dove scheletri di stelle si nascondono,
e la luna con le zampe, fiorini di limoni germoglia
sulla riva con onde e schiuma,
poiché le attempate carezze degli ulivi
i pianeti con le unghie strappano.
2.
mi sveglio dall’ombra del cactus,
mentre i cigni impollinano l’acqua,
le impronte sono ombre, che, sugli asfalti brinati si sillabano in pace grigia.
Il globo abortisce dai pannolini inzuppati di pipì immigrati di ogni colore e razza:
europei, asiatici, africani, indiani, nei vergini margini, gli indiani rossi,
mentre i cavalli pezzati sellano come asceti taciturni,
le profezie leggono, sotto la cenere.
L’America degli indiani, con foreste soleggiate,
e cavalli stalloni, sulla fronde delle foglie, castani le pellicce degli alberi,
le aquile bianche, le ali stormiscono,
nelle mattinate con cascate di luci,
come muta, l’alfabeto sillabo per scrivere il destino del mondo,
nonché il destino della mia terra, perché no, pure il mio destino!
3.
… e i miei sogni, che come monaci con apocrifi si svegliano,
in posaceneri con mozziconi di sigarette, polverose le strade, con teschi sui marciapiedi,
tribolano i pioppi qualora indossai la pelle dell’immaginazione,
sul volo con il Boing, umidi le voragini degli oceani,
con pancia di lucciole, sulla piattaforma di J. F. Kennedy,
sulla soglia della tarda sera con la vecchia valigia, aspettando un taxi, verso Brooklyn NY.
Femminile la Statua della Libertà, come il diavolo al peccato mi invita,
mentre i glutei gelidi come iena le accarezzo, una piccola Saffo lesbica.
I grattacieli sulle coppe, le nuvole salate bevono, dai monsoni dell’Atlantico,
quando le dita delle foglie leccano nei tramonti umidi,
che come facchini stendono le colombe bianche,
in teschi di alberghi, motel e casinò, sui treni notturni per addormentarsi,
da un angolo all’altro di New York,
ubriachi, omosessuali, cinesi,
e gli occhi nell’oscurità spalanco, per abbozzare qualche somiglianza,
con la mia lontana patria povera, con capanne di plastica,
solo illusioni fumanti da Hollywood, come farfalle d’albori
che sui petali si immergono, nella platea di Madison Square Garden,
oltre i crani vetrati di Manhattan, il cadavere di me stessa cerco,
nelle folli disperse del ponte di Brooklyn, in mezzo a Wall Street!
4.
i semi dei cieli, negli becchi degli uccelli, sui pelli dei prati,
nude sono le fragranze del rigoglio mentre tra le cavità di Central Park si nascondono,
i cervi sulla neve, sui semafori che si masturbano, nelle lunghe attese,
asfalti inceneriti, numeri chilometrici, cartelli stradali,
numeri di autostrade, margini di confini, croci di cattedrali,
e io che vago… vago, sugli orizzonti carnosi d’America,
il mio orologio, con il fosforo invecchiato non scintilla sotto la scia fredda della pioggia,
il mio tempo grigio, sopra una ciliegia germoglia, come un frutto maturo.
Con i glutei in su una ragazza di colore, ricciuta, senza calzini color carne a gennaio,
le grosse cosce con cellulite, espone sull’enorme stazione, del “Grande Central Terminal”.
5.
si sono carbonizzate le sigarette, mentre nella mia vecchia posacenere di legno litigano,
il gatto le cosce nude mi solletica,
quando le notti si accorciano come tristi putane nelle mie anime,
mille amori sono deceduti, quando i rifiuti sbadigliano, quando le paci balbettano,
quando muoiono gli odi, dai fossili dei deserti,
là, una vecchia melodia, la luna mi prese, tramite i caffè ritardati,
i denti d’oro di fine giornata, nelle strade di Harlem,
sbronzi con schiume d’orgasmi scuri, e droga, e sesso,
e i bambini colmi di polvere con folli sorde, poiché il tanfo di whisky,
come vulcani in eruzione, dalle danzatrici di colore, così, rossicce fino all’alba.
6.
mi sono persa nei giardini di Babilonia… salgono le scale Divine, tra piumi avvolti,
i colossi giganti della pace,
(là sulle rocce di Mount Rushmore, in Black Hills, così illuminate,
le mani il tempo reggono, come una fiaccola),
come gabbiani d’acqua, fiori sbocciano le immensità,
mentre i precipizi dei miei sogni, pigmenti d’arcobaleni versano,
e come lupa ulula la libertà insanguinata,
poiché le piogge nelle notti ardenti si sminuiscono,
quando un gancio di luna la luce sui pozzi fa cadere,
quando i spettatori taciturni, oltre gli angoli delle prostitute,
incuranti l’estasi eiaculano, paradossalmente, ciecamente, sordamente,
quando le ragazze si stuprano, quando si uccidono i bambini, quando si rovinano le nazioni,
una ragazza… una ragazza albanese, sulle vie oniriche, le mani allunga
verso le stelle polverose, con colmi mantelli galattici sconosciuti
sotto un’enorme cielo americano pieno di caos,
dove le alture, l’ozono sotto il cielo deglutiscono!
7.
oggi non c’è nemmeno foglia in Park Avenue,
(adesso ad aprile è caduta la neve, e una bionda a Manhattan,
senza calze di nylon, vestita leggera al freddo),
stava nutrendo il suo cane con pelle di porpora mentre scuoteva i fianchi,
tra migliaia persone che solamente corrono, invece io mastico una gomma.
Là, a Long Island, fiocchi di neve come uova di gallina,
brr-brr… che freddo, e le mani con il respiro scaldo,
perché il clima del mio paese mediterraneo,
(là, ha iniziato la spiaggia, arrossati dal sole come sandwich schiacciato),
sull’autostrada nell’America di Allen Ginsberg, cerco solo qualche centesimo,
in un negozio cinese, con oggetti economici, oppure un intero supermercato,
con cibo di alligatori, rettili,
“solo un’acqua, – per favore, – un’acqua aspra: “Made in USA”,
non credo a essere di qualche canale, poiché alcune alghe marce, sono bagnate,
così come questo mezzogiorno con telai di colori, con milioni di ombre che via vanno…
…via vanno, alcune correndo, alcune con i passi, con il metro, l’autobus,
invece, un vagabondo che i fianchi mi toccò, mentre mormorava: “love, love America…”
in mezzo ai taxi notturni scompare, per appuntamenti segreti tra amanti.
8.
non ho tempo a raccogliere papaveri, sui semafori con degli occhi gonfi,
quando leggo il Times o guardo i film di Steven Spielberg,
in mezzo alla pioggia invano cammino poiché un granello di riso sono, nel Grande New York,
Midtown, Bronx, Queens, Brooklyn e Manhattan,
(nel Bronx, pettegolezzi con alcuni albanesi, di questioni politiche, finché tra noi ci siamo azzuffati
poiché X e Y sono spie, si, si, spie di Enver, all’ONU oppure al Capitol Hill),
nelle raggianti dintorni della Casa Bianca, incontrerò oggi Trump?
Bush, o anche Clinton?!
9.
non voglio essere straniera, diamine, non ho più internet,
altrove in un angolo, un McDonald’s “to eat breakfast”, un hot-dog,
ma no, – sono a dieta, non lo voglio il colesterolo eccessivo,
hm… sono in ritardo, il mio biglietto, il numero del gate,
il numero del volo, il numero del barcode, ma non ho rete e non riesco a connettermi,
quando un cameriere messicano mi sorride:
– Come stai? – chiede, mentre come il diavolo mi affascina.
– Non parlo inglese, – gli rispondo nervosa, faccio finta di inserire il codice hi-fi,
ma lui, furtivamente, capisce il mio problema, il mio problema, dico,
il mio problema, il problema per un selfie su tik-tok, su instagram,
ma lui sta aspettando, per l’ordinazione, per il conto, per la mia partenza,
per l’ultima fermata, per l’orario del taxi (perché i taxi a New York, sono terribilmente lenti).
– Ancora non mi hai detto, di dov’è signora?
– Cosa… io signora? Vai a quel paese, – (gli rispondo in albanese).
Sì, sì, sono albanese e mediterranea, che fumo solo sigarette,
non faccio sesso orale, né fumo marijuana, solo caffè espresso, non un Long Black,
oltre una tabella ferroviaria, degli esseri spogliate nelle strade gelide
ghiaccio, ghiaccio, sotto l’ultima nevicata!
10.
nell’ultimo viaggio durante la notte, dove il midollo dell’aria è ammuffita,
le antenne degli insetti dormono, quando i satelliti sopra il fiume Hudson volano,
e il mio essere sprofondato nell’oscurità della velocità del treno,
dove la nullità diventa respiro, ronfi,
il ringhio di un cane o di un gatto, che le zampe glielo divora
il fruscio dei binari arrugginiti, con onde d’argento dall’oceano,
nel mio andare oltre gli abissi, oltre gli abissi di me stessa,
della paura, degli adii, degli abbracci, dei grattacieli, delle amebe polverose,
che impiumano le stagioni grigie, grigie, grigie di New York.
Addio, oppure Good Bye!