Esteri
PETROLIO, GUERRA E CAOS: LA CHIUSURA DI HORMUZ METTE IN DIFFICOLTÀ TRUMP
Redazione- “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale noi guadagniamo un sacco di soldi”, ha dichiarato recentemente Donald Trump sulla sua piattaforma Truth Social. L’affermazione contiene una briciola di verità. I prezzi più alti del petrolio generano effettivamente maggiori profitti per alcuni settori dell’economia americana. Ma l’inquadramento di Trump omette la realtà fondamentale: la grande maggioranza degli americani — e la maggior parte delle persone nel mondo — in realtà perde quando i prezzi del petrolio aumentano.
I vincitori evidenti degli aumenti sono le grandi compagnie petrolifere. Quando il prezzo del greggio sale, i ricavi dei principali colossi energetici americani come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips possono registrare miliardi di dollari di profitti. Gli azionisti ne beneficiano e i posti di lavoro nel settore energetico possono diventare più sicuri o addirittura aumentare nel breve periodo.
Allo stesso tempo alcuni Paesi produttori di petrolio ottengono notevoli vantaggi finanziari. Nazioni come la Russia, l’Arabia Saudita, la Norvegia e il Canada, per citarne solo alcuni, incassano più entrate dalle loro esportazioni quando i prezzi globali del petrolio aumentano. Ma questi vincitori rappresentano solo una piccola parte della popolazione mondiale. Per la maggior parte delle persone, i prezzi più alti del petrolio significano costi più elevati — e questi costi si propagano in quasi ogni aspetto della vita moderna. L’impatto più immediato si sente al distributore di benzina. In un solo mese il costo della benzina è aumentato di un dollaro al gallone negli Usa, raggiungendo una media di 3 dollari e 50 centesimi. In California il prezzo già alto ha raggiunto più di cinque dollari al gallone e in alcuni distributori si sono visti prezzi fino a 8 dollari al gallone. Per ridimensionare questi costi alcuni candidati a governatore del Golden State hanno suggerito di ridurre le tasse sulla benzina che a 61 centesimi al gallone sono le più alte negli Usa. Qualche dollaro in più a pieno potrebbe non sembrare catastrofico, ma nell’arco di settimane e mesi si accumula, soprattutto per le famiglie lavoratrici già alle prese con l’aumento dei costi di abitazione, cibo e sanità.
I trasporti sono anche la spina dorsale dell’economia globale. Quando il prezzo del petrolio sale, aumentano i costi di spedizione per autotrasportatori, compagnie aeree, navi cargo e sistemi ferroviari. Queste aziende di solito scaricano tali costi sui consumatori. Di conseguenza, prezzi più alti del petrolio possono portare ad aumenti nei prezzi di generi alimentari, abbigliamento, elettronica e innumerevoli altri beni. In effetti, il petrolio caro si traduce in una tassa poco nascosta sull’intera economia.
Lo stesso Trump sembra essere consapevole di questo problema. Pur sottolineando i potenziali profitti derivanti da prezzi più alti del petrolio, ha allo stesso tempo sostenuto iniziative per mantenere aperte le rotte globali di approvvigionamento — in particolare il vitale corridoio marittimo noto come lo Stretto di Hormuz. Da questo stretto passa il 20 percento del petrolio mondiale. Di questi giorni lo stretto è letteralmente chiuso e pochissime navi battenti bandiere iraniane possono transitare trasportando petrolio diretto alla Cina. Il Golfo del Persico è divenuto un parcheggio con più di mille imbarcazioni, secondo informazioni della Reuters.
Trump ha sollecitato i Paesi alleati a inviare forze navali per scortare le navi nello Stretto di Hormuz. La richiesta rivela che la spavalderia del presidente Usa e del suo Segretario di Guerra Peter Hegseth di avere già vinto la guerra è falsa. Perché avrebbe Trump bisogno di aiuto? Il presidente ha minacciato gli alleati europei e la Nato di essere ingrati perché gli americani li hanno protetti per decenni. Ciononostante la risposta negativa rivela una buona dose di saggezza che non alimenta il fuoco già ardente. Trump è solito annunciare cose contraddittorie e nelle sue ultime dichiarazioni ha detto che ci sono discussioni in corso con gli iraniani per porre fine alla guerra. Queste sono state smentite dal ministro degli Affari Esteri iraniano Abbas Araghchi in un’intervista alla Cbs. Una soluzione facile ci sarebbe. L’ha suggerita il consiglio editoriale del Washington Post: cantare vittoria e farla finita. Trump potrebbe poi dedicarsi a un’altra “vittoria” nel suo cortile di casa risolvendo il problema di Cuba come ha già indicato di voler fare.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
Esteri
Allarme per 5,7 milioni di bambini e madri: la fame minaccia l’Afghanistan
Redazione- In ogni angolo dell’Afghanistan, migliaia di madri guardano ogni giorno i propri figli con paura. Bambini che non combattono soltanto contro la fame, ma anche contro la malnutrizione e le malattie. Per molte famiglie, i centri sanitari e i programmi di assistenza nutrizionale rappresentano l’ultima speranza. Ora, però, anche quella speranza rischia di svanire.
La grave carenza di fondi mette a rischio il futuro di circa 5,7 milioni di bambini e madri. Se i finanziamenti non arriveranno con urgenza, milioni di persone potrebbero perdere l’accesso ai servizi sanitari e nutrizionali essenziali, servizi che per molti rappresentano il confine tra la vita e la morte.
Non si tratta soltanto di una mancanza di risorse economiche. Significa bambini che non riceveranno più gli alimenti terapeutici di cui hanno bisogno, madri costrette a tornare a casa senza cure e famiglie obbligate ad assistere, impotenti, al peggioramento delle condizioni dei propri cari.
L’Afghanistan continua ad affrontare una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. La crisi economica, la riduzione degli aiuti internazionali, le siccità ricorrenti, i disastri naturali e il continuo aumento delle persone bisognose stanno aggravando una situazione già estremamente difficile. In queste condizioni, ogni ulteriore taglio agli aiuti rischia di spegnere l’ultima speranza di milioni di famiglie.
Nel frattempo, la malnutrizione continua ad aumentare in diverse aree del Paese, colpendo soprattutto bambini e donne. Se questa situazione dovesse continuare, migliaia di bambini potrebbero perdere la possibilità di crescere in modo sano, mentre sempre più madri guarderanno al futuro dei propri figli con angoscia.
Oggi non è in gioco soltanto la continuità di un programma umanitario: è il futuro di milioni di bambini afghani che aspettano un pasto, cure essenziali e un motivo per continuare a sperare.
Economia
La BCE mantiene fermi i tassi di interesse: le mosse di Christine Lagarde
🚨 ECONOMIA E TASSI D’INTERESSE: LA DECISIONE DELLA BCE E I DATI SULL’INFLAZIONECosa succede ai nostri risparmi e ai mutui? La Banca Centrale Europea guidata da Christine Lagarde ha deciso di mantenere invariati i tassi d’interesse, con il tasso sui depositi fermo al 2,25%. Una scelta unanime che riflette una crescita economica ancora “modesta” in tutta l’Eurozona e la necessità di monitorare i rischi geopolitici mondiali. 💶📉Nel frattempo l’Istat conferma che in Italia l’inflazione rallenta e scende al 3% a giugno, grazie al calo degli alimentari freschi. Resta però l’allarme per le bollette e la spesa energetica (l’energia regolamentata vola al +9,2%), che colpisce duramente soprattutto le famiglie con minore capacità di spesa. La battaglia per la stabilità economica è tutt’altro che finita. 📊🇮🇹👇 State risentendo dei rincari energetici sulle vostre spese mensili? Condividete la vostra esperienza nei commenti!Tutti i dati e l’analisi macroeconomica completa nell’articolo.#BCE #ChristineLagarde #TassiInteresse #Inflazione #Istat #EconomiaItaliana #CrisiEnergetica #MutuiERisparmi
Roma – Nel complesso scacchiere della politica monetaria continentale, le decisioni della Banca Centrale Europea (BCE) continuano a tracciare la rotta per le economie dell’Eurozona, muovendosi sul sottile filo che separa il contenimento dei prezzi dalla salvaguardia dello sviluppo industriale. Nel corso dell’ultimo vertice del Consiglio Direttivo a Francoforte, l’istituto di emissione guidato da Christine Lagarde ha deliberato di mantenere invariati i tre tassi di interesse di riferimento, confermando il tasso sui depositi – il principale strumento con cui la BCE orienta i mercati – al 2,25%. La scelta, giunta in perfetta conformità con le previsioni formulate dagli analisti finanziari internazionali, rappresenta una pausa di riflessione dopo il rialzo di 25 punti base decretato nella riunione dell’11 giugno. La decisione riflette un quadro macroeconomico caratterizzato da una crescita definita “modesta” dalle stesse autorità monetarie, in cui le spinte inflazionistiche strutturali non sono ancora del tutto sottomesse e le nubi geopolitiche globali continuano a proiettare incertezza sulle catene di approvvigionamento delle materie prime.
Il rallentamento dell’inflazione in Italia e la persistenza dello shock energetico
Parallelamente alle decisioni di Francoforte, l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ha pubblicato i dati consolidati relativi all’indice dei prezzi al consumo in Italia, scattando una fotografia nitida delle dinamiche inflazionistiche nazionali. Nel mese di giugno, il tasso di inflazione su base annua ha registrato una prima e attesa decelerazione, attestandosi al 3,0% rispetto al picco del 3,2% rilevato nel mese di maggio. Questo lieve rallentamento è ascrivibile principalmente all’attenuarsi delle tensioni sui prezzi dei beni alimentari non lavorati e ad una parziale flessione nei comparti dei servizi legati ai trasporti e alle attività ricreative. Tuttavia, a frenare una discesa più marcata del costo della vita è la persistente volatilità dei mercati energetici. Le pressioni estrattive e commerciali derivanti dai recenti conflitti in Medio Oriente continuano a riflettersi sui listini retail: i prezzi dei prodotti energetici regolamentati hanno registrato una decisa impennata, passando da un incremento del 5,6% a un sensibile +9,2%, mentre i beni energetici non regolamentati mantengono una crescita a doppia cifra pari al 13,3%. Di fatto, lo shock energetico deve ancora esaurire i suoi effetti di secondo impatto sul sistema economico reale.
La stabilità dell’inflazione di fondo e il divario del potere d’acquisto
Un elemento di fondamentale importanza per comprendere l’andamento strutturale dei prezzi è l’evoluzione della cosiddetta inflazione di fondo (core inflation), ovvero la metrica che calcola l’andamento dei listini escludendo le componenti più volatili come l’energia e gli alimentari freschi. I dati Istat evidenziano come l’inflazione core abbia registrato una lievissima contrazione, limando lo zero virgola uno per cento e scendendo dall’1,7% all’1,6%. Un segnale di relativa stabilità che dimostra come le dinamiche speculative non abbiano contagiato in modo irreversibile i beni di consumo secondari. Rimane invece motivo di forte preoccupazione il divario asimmetrico nell’impatto sociale della pressione sui prezzi. Le rilevazioni statistiche del secondo trimestre dimostrano che l’inflazione misurata sull’indice armonizzato IPCA penalizza in misura significativamente maggiore i nuclei familiari con una minore capacità di spesa, per i quali il tasso reale percepito sale al 3,7%, a fronte di un più contenuto 2,6% calcolato per le fasce di popolazione a più alto reddito. Il cosiddetto “carrello della spesa” che racchiude i beni di consumo quotidiano, pur rallentando all’1,3%, continua a gravare in modo sproporzionato sulle economie domestiche più vulnerabili.
Le prospettive future della politica monetaria tra rigore e crescita economica
Lo scenario economico dell’Eurozona si trova dunque dinanzi a un bivio strategico. Se da un lato il rallentamento degli indici generali di prezzo suggerisce l’efficacia della dottrina monetaria restrittiva applicata finora, dall’altro la fragilità della crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) continentale impone massima prudenza per evitare derive recessive. Christine Lagarde ha precisato che la decisione del Consiglio Direttivo di mantenere fermi i tassi è stata assunta all’unanimità, sebbene all’interno del comitato tecnico non siano mancate voci orientate verso un ulteriore inasprimento per neutralizzare preventivamente le nuove fiammate dei costi dell’energia. La strategia della BCE per i prossimi mesi rimarrà strettamente vincolata ai dati macroeconomici di volta in volta disponibili (data-dependent), escludendo traiettorie predeterminate. Il mantenimento del costo del denaro su livelli restrittivi servirà a garantire il ritorno progressivo dell’inflazione verso l’obiettivo programmatico del 2%, ma la vera sfida per i governi nazionali risiederà nella capacità di stimolare gli investimenti privati e strutturali, sfruttando appieno i canali di finanziamento europei per compensare gli effetti del credit crunch.
Esteri
Regolamento IA: l’Unione Europea rinvia le scadenze sui sistemi ad alto rischio
🚨 INTELLIGENZA ARTIFICIALE: L’UNIONE EUROPEA CAMBIA LE REGOLE SULL’AI ACTImportante svolta a Bruxelles per il futuro della tecnologia e delle imprese! Il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato il “Digital Omnibus”, un pacchetto di modifiche che concede una significativa proroga per l’adeguamento dei sistemi di IA ad “alto rischio” (come software per assunzioni, banche e automotive), slittando le scadenze tra il 2027 e il 2028. 📊🇪🇺Una mossa strategica per evitare di soffocare l’innovazione delle imprese europee nel mercato globale. Tuttavia, nessuna tolleranza sui rischi etici: dal dicembre 2026 scatteranno severissimi divieti globali sulla creazione di deepfake non consensuali e immagini sintetiche dannose, con l’obbligo di inserire filigrane digitali tracciabili. L’Europa cerca così la via del compromesso tra sicurezza dei diritti e competitività economica. 💻🔒👇 Pensi che rinviare le scadenze aiuterà le nostre imprese o aumenterà i rischi per la privacy? Dicci la tua nei commenti!Leggi l’analisi approfondita sulla nuova roadmap della governance digitale.#AIAct #IntelligenzaArtificiale #UnioneEuropea #DigitalOmnibus #Deepfake #InnovazioneDigitale #TechGovernance
Il rinvio strategico del Digital Omnibus: sollievo per i sistemi ad alto rischio
L’introduzione di nuovi divieti: la stretta etica su deepfake e contenuti sintetici
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