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FRANCIA SOTTO CHOC: OMICIDIO DI LYHANNA, 11 ANNI. IL DIPARTIMENTO DEL GERS E LE LACUNE DELLA GIUSTIZIA

La Francia è sotto shock per la morte della piccola Lyhanna, 11 anni. Un pedofilo già noto alle autorità è il sospettato principale, scatenando un’ondata di indignazione e aprendo un’inchiesta sulle gravi falle della giustizia. #Lyhanna #FranciaSottoChoc #Giustizia #ProtezioneMinori

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FRANCIA SOTTO CHOC: OMICIDIO DI LYHANNA, 11 ANNI. IL DIPARTIMENTO DEL GERS E LE LACUNE DELLA GIUSTIZIA

Redazione-  La Francia è sconvolta dalla tragica morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni scomparsa lo scorso 29 maggio e il cui corpo è stato rinvenuto pochi giorni fa in un silo agricolo abbandonato vicino al villaggio di Puycasquier, nel dipartimento del Gers. Al centro delle indagini, e già posto in custodia cautelare, c’è Jérome Barella, 41 anni, un individuo con un passato inquietante, già noto alle autorità per reati sessuali fin dal 2017. La vicenda ha scatenato un’ondata di indignazione nazionale e innescato un acceso dibattito sulle presunte gravi lacune del sistema giudiziario francese, costringendo il governo a intervenire con dichiarazioni di condanna e promesse di accertamento delle responsabilità.

Il ritrovamento del corpo della studentessa, che frequentava la scuola media, è avvenuto nella giornata di ieri, gettando un’ombra di orrore su una comunità già in ansia. Le cause del decesso sono ancora in fase di accertamento, come precisato dalla procura di Agen, che ha disposto ulteriori analisi e verifiche. Mentre l’inchiesta procede per “sequestro di persona, sottrazione di minore e omicidio di una minore di 15 anni”, l’attenzione si concentra sul principale sospettato, Jérome Barella. L’uomo, padre di famiglia, lavorava nell’azienda agricola dove è stato trovato il cadavere e, secondo quanto riportato dall’emittente Bfmtv, è stato oggetto di numerose denunce e segnalazioni per violenza sessuale e stupro, alcune delle quali archiviate nel corso degli anni.

Le rivelazioni sul passato del sospettato hanno provocato una reazione politica veemente. Il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso la “solidarietà e l’affetto dell’intera nazione” alla famiglia e agli amici di Lyhanna, definendo l’accaduto un “momento di riflessione, affetto, sostegno e pensiero”. Parlando dal Montenegro, dove si trovava in visita ufficiale, Macron ha riconosciuto l’esistenza di un “malfunzionamento” e di “falle che devono essere chiarite”. “Le cose non sono andate come avrebbero dovuto, questo è evidente. Ed è inaccettabile”, ha dichiarato, aggiungendo che “non possiamo guardare negli occhi la famiglia di Lyhanna e dire che tutto è andato bene”. Il presidente ha sollecitato un esame approfondito delle “responsabilità collettive, sistemiche e individuali”.

Anche il primo ministro francese Sébastien Lecornu si è dichiarato “particolarmente scioccato” dalle irregolarità giudiziarie emerse in relazione al caso di Lyhanna e ha chiesto di verificare “se tutti i segnali d’allarme siano stati presi in considerazione”. L’ufficio del Primo Ministro ha sottolineato la necessità di accertare “se tutte le procedure abbiano funzionato come avrebbero dovuto e se le priorità fossero corrette”.

La situazione ha richiesto un incontro di emergenza a Matignon tra il ministro della Giustizia Gérald Darmanin e il ministro degli Interni Laurent Nuñez. Secondo quanto appreso da Bfmtv, durante la riunione si sarebbe discusso di “prove schiaccianti” che sarebbero state ignorate. I due ministri hanno trovato “incomprensibile” che il principale sospettato non fosse stato interrogato nell’ambito delle indagini successive a una denuncia di stupro presentata lo scorso agosto. Lecornu ha auspicato che le prime conclusioni dell’inchiesta amministrativa avviata dai ministri siano disponibili “entro 15 giorni”.

Con un post su ‘X’, Darmanin ha denunciato “le enormi e inaccettabili disfunzioni dei servizi statali” nella gestione delle denunce contro Barella. “Il nostro dovere è proteggere i bambini come priorità assoluta, come ho già richiesto fin dal mio arrivo al Ministero della Giustizia”, ha proseguito il ministro, che ha convocato tutti i Procuratori Generali per una riunione di lavoro. Intervenendo al telegiornale di TF1 dopo il ritrovamento del corpo, Darmanin ha dichiarato: “L’istituzione giudiziaria che rappresento mira a proteggere il popolo francese. E oggi non è riuscita a proteggere questa bambina. Desidero chiedere scusa alla sua famiglia e al popolo francese, che è giustamente scioccato e terrorizzato nel constatare tali fallimenti”. Ha aggiunto di essere “furioso per questa situazione e per questo immenso fallimento”, affermando che la “mancanza di risorse” non deve costituire una scusa per le carenze del sistema. Il ministro si è assunto la responsabilità e ha promesso sanzioni in caso di illeciti e irregolarità.

Le critiche più aspre si concentrano sulla gestione del caso di “Rosa”, una minore che lo scorso agosto aveva accusato Jérome Barella di stupro. Secondo Bfmtv, il caso sarebbe stato trattato “come se fosse un semplice caso di furto con scasso”. Rosa aveva sporto denuncia per stupro insieme alla madre, ma la trasmissione del fascicolo dalla procura di Tolosa a quella di Auch, avvenuta in ottobre, con una gestione che ora viene definita “discutibile”, non è stata trattata con l’urgenza richiesta. Al ministero della Giustizia è stata espressa “grande irritazione” per le decisioni prese dai vari magistrati coinvolti.

L’indignazione non si limita agli ambienti politici. Numerosi gruppi e associazioni, tra cui Nous Toutes, il collettivo Enfantiste e la Fondazione delle Donne, hanno indetto manifestazioni per lunedì, a partire dalle 19, davanti ai tribunali di tutta la Francia e al ministero della Giustizia, sotto lo slogan “Io sono Lyhanna”. “Non possiamo più tollerare che i nostri figli vengano violentati da uomini noti al sistema giudiziario”, ha scritto la regista Andréa Bescond sul suo account Instagram, esprimendo il sentimento di una nazione scossa nel profondo e desiderosa di giustizia e prevenzione. Questo tragico evento riaccende il dibattito sulla necessità di una riforma profonda del sistema di protezione dei minori e di una maggiore efficacia nella gestione dei casi di reati sessuali da parte della giustizia.

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Terremoto in Venezuela, quattordicenne salvato dopo due settimane sotto le macerie grazie al suo cane

🚨 MIRACOLO SOTTO LE MACERIE: 14ENNE SALVATO DOPO DUE SETTIMANE GRAZIE AL SUO CANE! Una storia pazzesca di fedeltà e sopravvivenza che arriva dal Venezuela, devastato dal terremoto dello scorso 24 giugno 2026. Nel quartiere Páez, i soccorritori hanno estratto vivo un adolescente di 14 anni rimasto intrappolato per 14 giorni nel buio pesto di una palazzina crollata. Accanto a lui, il suo fedele cagnolino che non si è mai mosso: “Sono vivo grazie a lui, ogni volta che svenivo per la disidratazione mi leccava il viso per tenermi sveglio”. Un video girato dal ragazzo con lo smartphone sta facendo il giro del mondo. Entrambi sono ora affidati alle cure di medici e veterinari. La forza indescrivibile del Made in Italy della solidarietà. I dettagli 👇#terremotovenezuela | #storiadisopravvivenza | #fedeltàanimale | #miracolomacerie | #catialamar | #soccorsisismici | #storievulnerabili | #ministeroesteri | #pagineutili

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Terremoto in Venezuela

L’incredibile storia di sopravvivenza a Catia La Mar nel quartiere Páez dopo il sisma

Roma – Un imponente, accurato e quanto mai commovente percorso di resilienza umana e valorizzazione del legame indissolubile tra l’uomo ed il mondo animale in contesti di calamità planetarie, incentrato sulle riforme dei protocolli di ricerca dei sopravvissuti e sulla necessità impellente di coordinare i soccorsi internazionali per garantire la salvaguardia dell’incolumità pubblica dei corpi sociali dello Stato, registra il disvelamento di un autentico miracolo laico. Nel territorio costiero di Catia La Mar, cittadina situata nello Stato di Vargas in Venezuela, le squadre di emergenza impegnate nella rimozione dei detriti hanno estratto vivo un ragazzino di quattordici anni. L’adolescente è riuscito a sopravvivere per ben due settimane all’interno di una stretta intercapedine formatesi a seguito del crollo strutturale della propria palazzina residenziale, un tracciato di agonia che ha tenuto col fiato sospeso i lettori per deliziare la bacheca della speranza.

La devastazione provocata dal violento terremoto del ventiquattro giugno duemilaventisei, che le bacheche ufficiali indicano aver causato oltre quattromilacinquecento morti e sedicimila feriti nella provincia venezuelana, ha fatto da sfondo al salvataggio d’assalto, proiettando le immagini sui display dei consumatori mobili.

Il video clandestino girato con il telefonino cellulare ed il ricovero d’urgenza in ospedale

A rendere straordinaria la vicenda è il ruolo sussidiario svolto dal cane domestico della vittima, un piccolo cucciolo rimasto intrappolato inline insieme al padroncino nel buio pesto del sotterraneo. Secondo la testimonianza saggistica rilasciata dal quattordicenne subito dopo il ricovero, l’animale non ha mai abbandonato la propria posizione a ridosso dei suoi piedi, adoperandosi inline per leccargli il viso e stimolargli i riflessi neurologici ogni volta che la stanchezza e la disidratazione lo spingevano verso lo svenimento profondo. La drammatica esperienza risulterà documentata da un filmato clandestino registrato dall’adolescente tramite il proprio telefono cellulare durante l’isolamento, una clip visiva ad altissimo impatto emotivo che continua a rimbalzare senza filtri sui canali web di tutto il mondo.

Il blitz dei vigili del fuoco è scattato l’otto luglio nel blocco tre del quartiere Páez, sbloccando il recupero dei faldoni della speranza ed il successivo trasferimento del paziente in una struttura sanitaria della provincia per le cure riabilitative, mentre il cane è stato affidato alle ditte veterinarie.

Le riforme dei dispositivi di protezione civile ed il supporto paritetico dei corpi dello Stato

L’eco internazionale di questo salvataggio costituisce un pilastro strategico fondamentale per incrementare la cooperazione paritetica tra i comandi di protezione civile europei e le agenzie di soccorso del Sud America, ottimizzando l’impiego dei cani da ricerca nelle zone colpite da disastri sismici. La solidarietà dimostrata dai corpi intermedi ed il monitoraggio dei canali informatici della nazione offrono risposte veloci ed efficaci alle istanze di salvaguardia della vita umana avanzate dai consumatori delle notizie di cronaca estera, migliorando l’indice di vivibilità globale. L’interlocuzione tra i presidi medici e le fondazioni umanitarie garantisce la totale sicurezza contrattuale delle adozioni e delle cure degli animali d’affezione, commovendo i nuclei familiari della penisola italiana.

Le immagini del ricongiungimento tra il fanciullo ed il suo fedele quadrupede, diffuse online dalle agenzie di stampa della provincia metropolitana, testimoniano l’autorevolezza della vita che prevale sulla distruzione delle macerie, in piena conformità con le usanze di convivenza civile stabilite dalle leggi dello Stato.

I registri ufficiali delle emergenze umanitarie ed i collegamenti con i canali degli Esteri

La divulgazione di queste straordinarie storie di sopravvivenza rappresenta un elemento di rilievo per monitorare l’efficienza delle riforme dei dispositivi di soccorso pubblico nel mondo, assicurando la trasparenza degli atti e la legalità dei flussi della saggistica contemporanea. Per verificare i bollettini ufficiali sull’andamento degli aiuti internazionali in Venezuela, consultare i registri dei donatori o esaminare le relazioni mediche diffuse dai comandi consolari, i cittadini ed i professionisti del settore forense possono collegarsi direttamente al portale telematico ufficiale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per esaminare i documenti e le bacheche istituzionali.

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La ricetta di Rahm Emanuel per Israele con uno sguardo alle presidenziali Usa 2028

“Siete una piccola nazione di nove milioni. Non potete divenire un paria. Impossibile. Avete perso l’Europa. Avete perso gli Stati Uniti…” Così Rahm Emanuel, uno dei probabili candidati alla presidenza Usa nel 2028, in un recente discorso alla Tel Aviv University. Il monito di Emanuel andava oltre gli studenti ed è stato sentito in tutto Israele, ma anche in altre parti del mondo, inclusa, ovviamente, l’America

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Rahm Emanuel

Redazione- Siete una piccola nazione di nove milioni. Non potete divenire un paria. Impossibile. Avete perso l’Europa. Avete perso gli Stati Uniti…” Così Rahm Emanuel, uno dei probabili candidati alla presidenza Usa nel 2028, in un recente discorso alla Tel Aviv University. Il monito di Emanuel andava oltre gli studenti ed è stato sentito in tutto Israele, ma anche in altre parti del mondo, inclusa, ovviamente, l’America.

Emanuel è nato in America, ma ha forti legami con Israele. Il padre ha combattuto nella guerra di indipendenza di Israele nel 1948 e uno zio è morto combattendo per Israele. Nato a Chicago, dove il padre era emigrato, Emanuel è entrato in politica, servendo prima come deputato e poi, tra il 2009 e il 2010, come capo di gabinetto dell’amministrazione di Barack Obama. Fu eletto sindaco di Chicago nel 2011, rimanendo in carica fino al 2019. Dal 2022 al 2025 è stato ambasciatore americano in Giappone. I suoi legami con Israele gli fanno da scudo, permettendogli di criticare la nazione del Medio Oriente senza essere facilmente accusato di antisemitismo.

Nel suo discorso agli studenti, Emanuel ha bersagliato la politica super militarista del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, specialmente dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno ucciso 1.200 israeliani e preso in ostaggio altri 251. Emanuel non ha criticato la reazione iniziale israeliana, ma ha giustamente fatto notare la reazione spropositata che ha causato la morte di migliaia di vittime innocenti. Per Emanuel, Hamas ha ottenuto proprio quello che voleva, poiché le sue azioni erano volte a distruggere ogni possibilità che i due popoli potessero vivere in pace. In sintesi, sia Netanyahu sia Hamas propongono soluzioni estremiste che non lasciano alcuna speranza di pace tra i due popoli.

In un certo senso, i leader di Hamas hanno “vinto”, essendo riusciti a condurre Israele a diventare uno “Stato paria”. In America, un sondaggio dell’Associated Press ci informa che la maggioranza dell’elettorato democratico ritiene che Israele abbia commesso un genocidio a Gaza. Gli aspetti super militaristi di Netanyahu e l’isolamento di Israele sono stati confermati anche dal vicepresidente Usa J. D. Vance subito dopo l’annuncio del Memorandum of Understanding per la tregua nel conflitto con l’Iran. Citando le obiezioni israeliane, Vance ha detto che Israele non si trova in una buona situazione per dissentire, perché gli Stati Uniti sono il suo unico Paese amico, anticipando nei fatti l’idea di “Stato paria” di Emanuel.

Oltre a bacchettare il governo israeliano, Emanuel ne ha avute anche per quello americano, colpevole di non essersi opposto per limitare l’estremismo di Netanyahu. La “generosità” di fornire armamenti a Israele non è stata benefica. Emanuel ha usato la metafora di “offrire vodka” a un ubriaco, che fa perdere consensi a Israele in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center ci informa che il 60 per cento degli americani ha un’opinione negativa di Israele. Un recentissimo sondaggio dell’Associated Press ci dice anche che i cittadini americani di religione ebraica approvano l’operato del sindaco musulmano di New York Zohran Mamdani con il 44%, mentre Netanyahu riceve solo l’approvazione del 32%.

La posizione di Emanuel verso Israele, infatti, è molto vicina a quella dell’ala sinistra del Partito Democratico. Questo, tuttavia, non vuol dire che Emanuel abbracci questa ideologia. Egli è infatti considerato un centrista per le sue critiche a istanze progressiste come l’attenzione per i diritti dei trans, il concetto di ridurre i bilanci della polizia e la cosiddetta abolizione del capitalismo (che in realtà non è auspicata dai leader progressisti). Emanuel sostiene però che bisogna ridurre i programmi sociali e rafforzare il controllo dei migranti, fino a chiudere la frontiera, per ottenere successi elettorali in America.

Emanuel è però molto pragmatico per quanto riguarda la situazione in Medio Oriente. Riconosce che l’uso esclusivo del potere militare non conduce da nessuna parte. Emanuel non esclude l’uso della forza, ma vede anche l’importanza di usare il potere degli Stati Uniti per spingere Israele verso una pace regionale che includa gli altri Paesi arabi del Golfo. Da una parte riconosce l’importanza della sovranità palestinese, ma dall’altra vede un nuovo processo di pace che includa “una soluzione di 23 Stati”, la quale riecheggia il piano proposto dall’Arabia Saudita nel 2002. In questo piano, Israele otterrebbe il riconoscimento e complete relazioni diplomatiche con i 22 membri della Lega Araba, i quali a loro volta sosterrebbero la creazione di una nuova entità palestinese.

Con il suo discorso a Tel Aviv, Emanuel ha cercato di proporsi come candidato del Partito Democratico alle elezioni presidenziali del 2028. Al momento, però, gli americani sono alle prese con le elezioni di midterm di quest’anno. I sondaggi ci dicono che i democratici hanno ottime possibilità di conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, mentre quella al Senato rimane leggermente in salita.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Il volto della sofferenza dietro un matrimonio forzato

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Matrimonio Afghano

Redazione- Se questa immagine rappresenta davvero il matrimonio forzato di una giovane ragazza con un uomo molto più anziano, allora non racconta soltanto una storia individuale, ma diventa il simbolo della sofferenza di migliaia di ragazze afghane private del diritto di scegliere il proprio futuro.

In Afghanistan, dove alle donne sono stati progressivamente negati il diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento e alla partecipazione alla vita pubblica, i matrimoni forzati rappresentano una delle conseguenze più dolorose di questa sistematica privazione dei diritti fondamentali. Quando una ragazza non può studiare, non può essere economicamente indipendente e non gode di una reale tutela giuridica, diventa ancora più vulnerabile alle decisioni imposte dagli altri.

Il dramma non risiede soltanto nella differenza di età tra gli sposi, ma soprattutto nell’assenza del consenso. Un matrimonio può essere definito tale solo quando nasce dalla libera volontà di entrambe le persone coinvolte. Quando, invece, la libertà viene sostituita dalla coercizione, il matrimonio perde il suo significato e si trasforma in una forma di violenza che nessuna tradizione, nessuna interpretazione religiosa distorta e nessuna norma patriarcale possono giustificare.

Ogni ragazza costretta a sposare un uomo che potrebbe essere suo padre o addirittura suo nonno non è vittima soltanto della propria famiglia, ma di un sistema sociale che continua a considerare le donne come strumenti per risolvere problemi economici, preservare l’onore familiare o mantenere antiche consuetudini. In questo modo, la donna viene privata della propria individualità e trasformata in un oggetto di scambio.

La crisi umanitaria e la progressiva cancellazione dei diritti delle donne in Afghanistan hanno aggravato ulteriormente questa realtà. L’esclusione delle ragazze dalle scuole e dalle università, insieme alle numerose restrizioni imposte alla loro libertà personale, crea un terreno fertile per nuove forme di sfruttamento e violenza. Quando una ragazza perde il diritto di costruire autonomamente il proprio futuro, saranno altri a decidere per lei.

Ogni matrimonio imposto rappresenta una sconfitta per l’intera società. Una nazione che sacrifica i sogni delle proprie figlie sacrifica anche il proprio futuro. Nessuna società può costruire pace, sviluppo e giustizia se continua a negare alle donne la dignità, la libertà e il diritto di scegliere.

Difendere le ragazze afghane oggi significa difendere i principi universali dei diritti umani. Ogni bambina dovrebbe poter studiare, crescere, sognare e decidere liberamente quando e con chi condividere la propria vita. Questo non è un privilegio: è un diritto fondamentale che appartiene a ogni essere umano.

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