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Esteri

DALLA DIPLOMAZIA DI OBAMA ALLA LINEA DURA DI TRUMP: DUE STRATEGIE OPPOSTE SULL’IRAN

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DALLA DIPLOMAZIA DI OBAMA ALLA LINEA DURA DI TRUMP: DUE STRATEGIE OPPOSTE SULL’IRAN

Redazione-  “Siamo riusciti a concluderlo senza usare nessun missile con il 97% dell’uranio arricchito fuori… e non abbiamo ucciso un sacco di gente né chiuso lo Stretto di Hormuz”. Questa la dichiarazione dell’ex presidente americano Barack Obama in un’intervista concessa a Stephen Colbert della Cbs sul trattato firmato dalla sua amministrazione con il governo iraniano nel 2015.

Come si sa, Donald Trump ha etichettato come il peggior trattato mai firmato e nel 2018, durante il suo primo mandato, lo ha abrogato. Adesso con la guerra in Iran in cui si trova impantanato ci si domanda che tipo di trattato riuscirà a concludere lui e se sarà preferibile a quello di Obama.

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), il trattato siglato dall’amministrazione Obama con l’Iran, si concluse dopo anni di negoziati. Imponeva all’Iran di limitare il programma nucleare per scopi civili, sbarazzarsi del 97% dell’uranio già arricchito e accettare rigide ispezioni dell’International Atomic Energy Agency (IAEA). L’Iran otteneva in cambio l’accesso ai fondi che erano stati congelati dopo la rivoluzione islamica del 1979. L’accordo di 159 pagine includeva annotazioni tecniche e cinque appendici e dopo quindici anni si sarebbe riveduto per possibili estensioni. L’uranio già arricchito fu consegnato alla Russia la quale da parte sua trasferì 140 tonnellate di uranio naturale grezzo da usarsi per scopi civili sotto stretti controlli dell’AIEA. La partecipazione della Russia non era casuale perché il JCPOA era stato firmato non solo da Usa e Iran ma anche dai cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come pure dell’Unione Europea. Si trattava dunque di un trattato con l’appoggio internazionale.

Il valore del trattato andava oltre gli specifici articoli e mirava ad incamminare l’Iran verso un percorso di progressi economici per il popolo iraniano. Questa situazione avrebbe potuto creare ulteriori rapporti internazionali con possibilità di cambiamenti all’interno del Paese. Come si sa, i rapporti internazionali possono stimolare cambiamenti politici dall’interno poiché come è noto dalla storia l’imposizione della democrazia non funziona. In effetti, c’era anche la possibilità che cambiamenti all’interno dell’Iran indirizzassero le energie verso altri accordi e più speranze per la diplomazia.

Trump ha deciso di strappare il JCPOA dando poche alternative all’Iran se non quella di riprendere il programma nucleare, sperando di proteggersi da possibili attacchi da parte di Israele, che come si sa possiede armi nucleari. Inoltre il presidente Usa attuale ha cambiato strategia allontanandosi dalla diplomazia e puntando su una politica di pressione unilaterale che ricalca i metodi dei regimi autoritari. È questo il modus operandi di Trump. L’uso della forza per costringere i suoi avversari a inginocchiarsi davanti a lui e obbedire ai suoi diktat. Lo fa con la gestione del suo partito dove i candidati repubblicani che non lo soddisfano vengono sfidati da individui prescelti da lui e vincono le elezioni primarie. Ne sanno qualcosa quei pochi esponenti che hanno in qualche modo dissentito da Trump come Thomas Massie, Bill Cassidy, Liz Cheney, e molti altri i quali perdendo le elezioni primarie, sono scomparsi dalla scena politica. Questa strategia di imposizione politica con la forza ha anche funzionato in Venezuela dove Trump è riuscito a sostituire il presidente Nicolás Maduro con Delcy Rodríguez la quale si sta comportando seguendo le preferenze del governo Usa. Sarà stata questa esperienza in Venezuela a incoraggiare Trump a sperare in un cambiamento di regime anche in Iran? Difficile sapere con certezza ma dopo tre mesi di guerra il presidente Usa si trova impantanato senza alcuna via di uscita. L’Iran non ha vinto sotto l’aspetto militare ma resistendo può cantare vittoria specialmente avendo scoperto che il blocco dello Stretto di Hormuz può essere un’arma per prendere in ostaggio l’economia mondiale.

A differenza di Obama, Trump non ha doti diplomatiche e si è circondato da collaboratori la cui qualità principale è la fedeltà al capo. Il presidente Usa ha in grande misura affidato gli sforzi diplomatici a suo genero Jared Kushner e al suo inviato speciale Steve Witkoff, nessuno dei due un gigante della diplomazia. Trump cercherà qualche escamotage per cantare vittoria e non sarebbe improbabile qualche incursione a Cuba come ci suggerirebbe lo spostamento della portaerei Nimitz e altre navi nel Mar dei Caraibi. Al momento di scrivere siamo informati che un accordo preliminare tra gli Usa e l’Iran sarebbe stato raggiunto. Si tratta di un’intesa di 60 giorni che sarebbe seguita da negoziati sul nucleare. Trump ha dichiarato che sta valutando la proposta e darà la sua risposta fra due giorni. In caso di esito positivo si ritornerebbe agli inizi dei negoziati dell’epoca di Obama. Riuscirà Trump a concludere un accordo preferibile a quello di Obama?

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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I miliardi per le bombe, il rincaro della vita e le vittime di militari e civili: il Pentagono sotto torchio al Senato per la guerra in Iran

“Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.

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Pentagono U.S.A.

Redazione-  Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.

Altri senatori democratici hanno interrogato Caine e Hegseth mettendo in dubbio gli obiettivi non ancora raggiunti e le sparate sulle fantastiche vittorie americane. In particolare, il senatore Jon Ossoff della Georgia ha fatto notare le incongruenze nelle parole di Hegseth. Citando affermazioni fatte dal Ministro della Difesa, Ossoff ha tentato di ottenere risposte affermative o negative sulla “distruzione” delle forze militari iraniane dichiarata 14 giorni dopo l’inizio del conflitto. Hegseth ha cercato di districarsi tentando di spiegare le dichiarazioni spropositate che spesso gli escono dalla bocca. Poi, di fronte alle insistenze dei senatori democratici, li ha accusati di non voler sostenere le truppe americane perché soffrono della “sindrome da deragliamento di Trump” (Trump Derangement Syndrome), espressione che il presidente Usa usa spesso per attaccare i suoi nemici.

Pressato dalle domande, Hegseth ha comunque chiarito che la guerra in Iran è costata fino a questo momento 37,5 miliardi di dollari. Il generale Caine è stato anch’esso pressato su quale potrebbe essere il costo finale, senza però fornire risposte precise, poiché non è possibile stimarlo al momento, considerando che gli iraniani continuano a mantenere risorse militari. Nelle domande a Hegseth e Caine, tutti i senatori hanno mostrato rispetto per il secondo, mentre per il primo anche i senatori repubblicani hanno espresso dubbi. In particolare, il senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, è rimasto deluso dalle risposte poco “chiare” di Hegseth.

Il costo della guerra citato da Hegseth si riferisce solo alle spese del governo statunitense. Né i senatori democratici né quelli repubblicani hanno però fatto notare che la guerra ha causato altre spese ai cittadini americani con il rincaro del petrolio. Stime dell’agenzia Moody’s hanno stabilito che i costi totali per l’americano medio, causati dagli aumenti per trasporti, cibo e prestiti, hanno raggiunto una media di 1.100 dollari. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve è stata costretta a mantenere i tassi di interesse elevati. La guerra ha causato un aumento delle spese anche per i cittadini del resto del mondo. Secondo le stime del Global Peace Index e della World Bank, c’è stata una riduzione della produttività economica compresa tra 1.300 e 2.200 miliardi di dollari per il 2026. Se lo Stretto di Hormuz continuerà ad essere chiuso, la cifra potrebbe aumentare fino a 3.500 miliardi di dollari. Inoltre, la crescita economica globale diminuirebbe dal 3,2 al 2,5%.

Al di là delle spese economiche globali, c’è da aggiungere anche il costo in vite umane. I senatori hanno espresso il loro apprezzamento per i sacrifici fatti dai quattro soldati americani recentemente uccisi in Giordania, che si aggiungono ad altri 14 morti registrati in precedenza, ai quali si sommano anche circa 500 feriti. Ma le perdite di vite umane negli altri Paesi coinvolti sono molto più gravi. Più di 1.200 iraniani hanno perso la vita, 120 dei quali bambini morti nei bombardamenti della scuola elementare di Minab. Da non dimenticare le vittime israeliane nel conflitto in Libano (70) e quelle libanesi (stimate tra 1.000 e 2.500). Le perdite di vite americane hanno giustamente attirato l’interesse dei senatori americani, ma hanno ingiustamente fatto loro dimenticare quelle degli altri Paesi, suggerendo che anche loro accettino il principio di America First (Prima l’America), tanto citato da Trump.

Proprio oggi la Camera ha votato per imporre a Trump di mettere fine alla guerra in Iran (214 sì, 208 no), ma al Senato una simile mozione non ha raggiunto la soglia del filibuster di 60 voti (49 sì, 47 no). Ciononostante, anche gli americani vedono la guerra negativamente. Un sondaggio recentissimo della Fox News ci dice che la guerra è impopolare (66% contro 34%). Trump, però, non riesce a vedere nessuna via di uscita dal pantano in cui ha trascinato non solo gli americani, ma anche i cittadini del resto del mondo. I primi avranno l’opportunità, alle elezioni di midterm a novembre, di mandare un messaggio per smorzare l’impatto della guerra su loro stessi, ma anche sui cittadini del resto del mondo.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Parun, una città dell’Afghanistan in lutto: l’alluvione devastante getta centinaia di famiglie nel dolore e nell’attesa

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Alluvione in Afghanistan

Redazione- Nella provincia di Nuristan, nel nord-est dell’Afghanistan, una devastante alluvione ha lasciato dietro di sé una grave tragedia: almeno 25 persone hanno perso la vita e oltre 150 risultano disperse. Il disastro ha inoltre provocato ingenti danni alle abitazioni, ai terreni agricoli e alle infrastrutture pubbliche.

La città di Parun, capoluogo della provincia, è tra le aree più colpite. Le acque impetuose hanno travolto diverse zone della città, causando gravi danni alle aree residenziali e commerciali. Molte famiglie sono rimaste senza casa e numerosi abitanti continuano a cercare i propri cari dispersi.

Il mercato, i negozi e diversi edifici situati vicino al fiume Parun sono stati pesantemente danneggiati dalla forza della corrente. L’edificio del municipio è stato completamente distrutto, mentre hotel e decine di attività commerciali hanno subito gravi perdite.

Tra le vittime e le persone disperse vi sono molti abitanti locali, lasciando intere famiglie nell’angoscia e nell’attesa di notizie. Tra fango e macerie, i parenti cercano ancora una traccia dei propri cari scomparsi.

Gli abitanti della zona e le squadre di soccorso hanno avviato le operazioni di ricerca, salvataggio e trasferimento dei feriti. Tuttavia, il territorio montuoso, le difficili condizioni di accesso e la mancanza di adeguate attrezzature di emergenza stanno rendendo le operazioni estremamente complicate.

Oggi il Nuristan affronta una delle più dolorose calamità naturali della sua storia recente: un’alluvione che non ha distrutto soltanto case e infrastrutture, ma ha lasciato molte famiglie immerse nel dolore, nella paura e nell’incertezza.

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La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan

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Bambini n fila per l'acqua in Afghanistan

Redazione- Il sole non è ancora completamente sorto dietro le montagne, ma in una delle strade di Khair Khana, a Kabul, una lunga fila di persone si è già formata. I passi dei bambini, il pianto dei neonati e le voci della gente si perdono nel calore del mattino. Ognuno stringe un contenitore tra le mani: taniche di plastica, secchi consumati dal tempo e bottiglie che rappresentano forse l’ultima speranza delle famiglie per portare a casa qualche litro d’acqua.

Tra quella folla ci sono bambini che a quest’ora dovrebbero essere seduti tra i banchi di scuola, con i libri davanti agli occhi, non in attesa davanti a una fonte d’acqua.

Piccole bambine con vestiti semplici e volti stanchi aspettano accanto alle loro madri. Alcune sono così piccole che le loro mani non arrivano nemmeno al manico delle taniche, ma sono costrette a restare in piedi per ore, sperando che arrivi il loro turno. Il sole diventa sempre più forte, le ombre dei muri si accorciano e il tempo della loro infanzia scivola via lentamente. Bambini che dovrebbero giocare imparano invece a contare le gocce d’acqua.

Una bambina di otto anni viene ogni giorno alla fila dell’acqua. Racconta che a volte, quando arriva il suo turno, l’acqua è già finita e deve tornare a casa con le mani vuote. Per lei l’acqua non è più una semplice necessità: è diventata un desiderio, un sogno.

Nelle case di Kabul, le madri dividono ogni giorno l’acqua con attenzione. Un recipiente per cucinare, poche gocce per lavarsi le mani e una piccola quantità per bere. I bambini hanno imparato a non lasciare aperto il rubinetto troppo a lungo, perché sanno che dietro ogni goccia c’è l’attesa di un’intera famiglia.

Ma la crisi idrica non riguarda soltanto le città. Nei villaggi dell’Afghanistan, terre che un tempo erano verdi oggi sono piene di crepe. Gli agricoltori, la cui vita dipende dalla pioggia e dall’acqua, guardano i campi aridi con le mani vuote. Hanno seminato, ma il cielo non ha risposto. I pozzi si stanno prosciugando, i canali sono rimasti senza voce e molte famiglie contadine non sanno come riusciranno a sopravvivere alla prossima stagione.

Per un agricoltore, la perdita della terra non significa soltanto perdere un raccolto; significa perdere il pane di una famiglia, il futuro dei figli e la speranza di rimanere nel proprio villaggio. Molti sono costretti ad abbandonare i loro campi e cercare fortuna nelle città o lungo le strade dell’emigrazione, con la speranza che altrove la vita possa essere più facile.

L’Afghanistan da anni affronta guerre, povertà e instabilità, ma oggi la sete è diventata una delle più grandi minacce alla vita delle persone. Il cambiamento climatico, la diminuzione delle piogge, la cattiva gestione delle risorse idriche e l’aumento della popolazione stanno mettendo una pressione enorme sulle poche riserve d’acqua rimaste.

A Kabul, un bambino che ogni mattina aspetta in fila per l’acqua forse non conosce il significato della crisi climatica. Ma il calore del sole, il peso della tanica sulle sue piccole mani e le ore sottratte alla sua infanzia raccontano tutto.

Questa non è soltanto la storia della mancanza d’acqua. È la storia di bambini che trascorrono la loro infanzia nelle file d’attesa, di madri che contano ogni goccia e di contadini che guardano un cielo che da troppo tempo porta sempre meno pioggia.

L’Afghanistan ha sete; non solo di acqua, ma di un giorno in cui i suoi bambini possano sedersi tra i banchi di scuola invece di aspettare nelle file per una tanica, e in cui le sue terre possano tornare a respirare.

La sete di una città: bambini in fila per l’acqua e terre silenziose dell’Afghanistan

 

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