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Cultura

Relazioni tossiche e declino culturale: l’analisi sociale di Maria Teresa Liuzzo

🚨 CRITICA E SOCIETÀ: IL NUOVO SAGGIO DI MARIA TERESA LIUZZO CONTRO LE RELAZIONI TOSSICHEUna denuncia potente, affilata e senza sconti contro il declino etico, il servilismo e le manipolazioni della società contemporanea. Nel suo ultimo saggio “Relazioni tossiche”, la scrittrice Maria Teresa Liuzzo traccia un’analisi spietata della figura del narcisista manipolatore e della “megera” intellettuale, allegoria di una mediocrità che si nutre di bugie, plagi e falsità social per nascondere la propria povertà morale. 🖋️🎭Dalla ferma condanna del “mercatino dei premi” e delle eccellenze inventate a tavolino per gonfiare l’ego dei cortigiani, fino alla denuncia della strumentalizzazione del dolore e delle false malattie usate per muovere i fili dell’opinione pubblica. Citando Oriana Fallaci, l’autrice ricorda che la vera cultura è civiltà di valori e merito documentato, invitando i lettori a difendere la propria libertà e a rompere i legami con i “vampiri energetici” che sottraggono dignità e pace esistenziale. 📖💡👇 Cosa ne pensi dell’analisi dell’autrice sul narcisismo e l’invidia nel mondo culturale d’oggi? Dicci la tua nei commenti!#MariaTeresaLiuzzo #RelazioniTossiche #SaggisticaItaliana #CriticaSociale #Narcisismo #VeritàECultura #OrianaFallaci #EvoluzioneCivile

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Maria Teresa Liuzzo

Reggio Calabria – Nel dibattito contemporaneo sulle derive antropologiche della comunicazione di massa e sulla progressiva svalutazione dei parametri di merito nei circuiti intellettuali, la saggistica filosofica e letteraria torna a rivendicare una fondamentale funzione di denuncia e di igiene sociale. Il nuovo e dirompente saggio della scrittrice e poetessa Maria Teresa Liuzzo, intitolato “Relazioni tossiche”, si configura come un’autentica e spietata fenomenologia del degrado etico e psicologico che inquina i rapporti interpersonali e le piattaforme digitali. L’autrice supera i confini della riflessione accademica per strutturare una requisitoria d’altura contro la proliferazione di dinamiche manipolatorie, svelando come il narcisismo patologico, l’invidia istituzionalizzata e il servilismo cortigiano stiano compromettendo le fondamenta stesse della civiltà dei valori. Attraverso una prosa lirica e al contempo tagliente, la Liuzzo decostruisce l’archetipo della “megera”, intesa come metafora universale di un’autorità abusante e mediocre che si nutre di menzogne sistematiche e di prevaricazione per mascherare la propria intrinseca povertà intellettuale.

La svalutazione del merito e il teatrino dei premi clientelari

Uno degli snodi più analitici e stringenti del saggio investe la totale mercificazione del riconoscimento culturale nelle società post-moderne. La Liuzzo esamina con fermezza il fenomeno della moltiplicazione geometrica di premi, trofei ed onorificenze privi di qualsiasi reale valore scientifico o selettivo, definiti icasticamente come “caroselli inventati” per l’auto-celebrazione della mediocrità. Questa dinamica clientelare produce una deformazione della realtà in cui l’inganno si sostituisce al talento, e dove figure prive di etica e di dignità — paragonate ad “ancelle” genuflesse e a “eunuchi” culturali — si affollano in passerelle da mercato alla ricerca di una visibilità effimera. Il saggio denuncia la nascita di una vera e propria economia del vuoto, un “mercatino dell’usato” intellettuale in cui la quantità dei consensi elemosinati sostituisce la qualità intrinseca dell’opera, riducendo le manifestazioni pubbliche a una parata di maschere grottesche, simili a necrologi affiancati su lapidi monumentali in un cimitero di rottami creativi.

La psicologia del vampirismo energetico e il ruolo della verità

L’indagine psicologica della Liuzzo si spinge fino alla perimetrazione dei tratti clinici e comportamentali della persona tossica, individuata come un vero e proprio “vampiro energetico” che controlla, ama il dramma e instaura un libertinaggio ossessivo nelle relazioni. Il testo mette a nudo l’asimmetria profonda tra la megera e chi custodisce la lucidità della verità documentata: l’onestà e il sapere diventano fattori di profondo disagio per individui cresciuti all’ombra del malaffare e della violenza, i quali reagiscono svalutando o rapinando le opere altrui attraverso il plagio e la calunnia. Richiamando la celebre massima secondo cui in un mondo saturo di menzogne la bocca che osa dire la verità si trasforma nell’arma più ferocemente perseguitata, l’autrice esorta i propri lettori, che la seguono a livello internazionale da ben cinquantasei anni, a esercitare il diritto costituzionale alla salute mentale e alla libertà individuale, allontanando tassativamente i soggetti manipolatori per preservare la propria integrità civile. Di seguito si propone la lettura integrale del saggio d’autore:

RELAZIONI TOSSICHE
SAGGIO DI MARIA TERESA LIUZZO

Arrivò la parola con le lacrime agli occhi, veniva da un paese lontano e la luna le fece da giaciglio. Anche lei arrivava dal mare, indossava veli di perle, era solo una nota che danzava nel tempo; sorgeva da un teatro di luci e schiudeva le labbra ai primi raggi del sole. Le suas ciglia sbattevano come una canzone. La tigre si accompagnava alle ombre.
Oscillavano sulla bilancia i nostri cuori, galoppavano i fantasmi singhiozzi di cammelli, fuori dai fusi orari – dame e brigantesse stupende nei romanzi e nei poemi: la follia lavorare con l’uncinetto, mentre il tempo scavava nel mio petto. Merletti d’inferno erano le nubi; nel ricordo attraversavano il deserto; da un sorriso d’acquerugiola si affacciavano le bacche. Ruggine di uomini, come spade spietate brandivano le pagine. In un occhio di sole navigava un esile filo di rugiada. Le pareti e il soffitto nascondevano scheletri e si muovevano le loro ciglia come vermi; le parole erano punte di veleno.
Ma il male non conosce pudore – aumenta la superbia e con essa la “vittoria” – ignora l’eleganza della sconfitta. Madonne, rocce e vento, ferite appese ai rami dell’orgoglio. La cultura è imbrattata, le “blatte” si moltiplicano; altrove le caverne brillavano di muschio, sotto un macigno vermiglio si nascondeva un cuore, dai muri corrosi sporgeva un giglio. Tra le braccia del vento, diritta la schiena, apparve come un’elegante menzogna. Sui social si sa che la vergogna per le “blatte” è un lusso, esse sanno vantarsi a danno di altri con una crudeltà che hanno smesso di nascondere, dopo i mille tentativi di bugie non sempre osannate. Ma tutti conoscono la primogenitura della sua faccia di suola. Per la pulitrice di stalle, mungitrice di mucche e tosatrice di pecore, nata e cresciuta tra malaffare e un mondo di violenza e stupri, scopiazzatrice e millantatrice di passaggio, l’onestà rappresentava un disagio; il suo ornamento, la violenza sotto qualsiasi forma. I suoi “servi” si sentono a loro agio, le bugie sono comode, non sono obbligate a guardare in faccia la realtà, ma non è un sacrificio: la loro faccia è di bronzo! Un saggio disse: “In un mondo pieno di bugie la bocca che osa dire la verità diventa l’arma più perseguitata”. La megera si nasconde come il verme nella mela. Non ha il coraggio della verità e come Don Chisciotte lotta contro i mulini a vento. È una debole fiamma accecata dal tempo, un fuoco inventato da una mente malata, una misera goccia nel mare che non fa rumore.
È una povera cornacchia che vive di caroselli inventati, la sua voce è un suono di vetro che s’incrina. Non suscita rabbia, ma solo pena, è evidente che la sua puzza di sterco arriva oltre oceano mentre lei continua a scalciare come una mula, ribellandosi al suo ormai miserabile ego. Le sue “ancelle” si genuflettono per una passerella da mercato, gli eunuchi sono ancora più pietosi, privi di etica e di dignità, attaccati a quelle relazioni tossiche che nulla hanno di onesto, di pace, di cultura, ma di odio viscerale. Girano in un mondo dove la violenza impera, dove si dice di tutto e il contrario di tutto, dove persino il sapere è interessato, dove gli scritti vengono rapinati, manipolati, dove non esiste un modello etico, umano e culturale.
Chi dice la verità corre il rischio di diventare bersaglio di critiche e minacce. In un mondo di bigotti ciò che non è nostro si stacca da noi… I premi? – Che pena! Basta inventare un premio e diventano subito “eccellenze” – Ma di che? Altro che teatro di burattini e burattinai! Per questi individui o porzioni di demoni è sempre carnevale e indossano le maschere tutto l’anno. La verità apprezza la bellezza, l’arte, la saggezza. Usa le parole adatte, usa cautela, dà sostegno a chi lo merita e non ferisce mai. La realtà la cambiano i fatti e non le parole.
Come scriveva Oriana Fallaci: “Una donna che non alza la voce è una donna che non esiste”. La megera è talmente conscia della sua “povertà letterale”, umana, etica morale e sociale che fa di tutto per mettere in evidenza il suo disagio esistenziale, la sua rabbia e cattiveria che la contraddistinguono, senza sapere che questo suo comportamento, spesso scurrile e minaccioso, bugiardo per eccellenza, non ispira invidia né rabbia, ma solo pena. La cultura non è violenza, ma civiltà di valori, non è scambio di favori, ma merito e lucida verità confortati dai fatti documentati e originali, lontana da menzogne e inutili scambi di favori.
La “fame” del potere non nasce dal digiuno, ma dal sazio sanguinario e folle. Cosa rimarrà di questa umanità di foglie morte?
Si premia la cattiveria, il vuoto, la diseducazione, e poi arriva il mercatino dell’usato, tutti in fila come fossero soldati in attesa del rancio, foto su foto, si ha l’impressione di vedere un cimitero di rottami, una raccolta di francobolli o di figurine di calciatori che ricorda quella di mezzo secolo fa, o reduci di guerra che fanno rabbrividire solo a vederli, esposti rimpiccioliti simili a volti usciti dalle urne, perché la qualità non fa testo, ma la quantità li appaga… o ancora miserabili guadagni. In effetti sembrano tanti necrologici con foto affiancate da nomi sulle “lapidi” ed esposte con gusto rivoltante che tanto assomigliano ad un improvviso cimitero di guerra nella foresta dei sopravvissuti. Un conflitto immaginato dalle loro menti contorte, dove il tutto esalta ancora di più il loro ego e continua come un tarlo a rosicchiare la loro labile fantasia costruita su di un castello di menzogne. Certa gente non ha rispetto di nulla, e di nessuno. Le loro false strette di mano sono prive di calore, è come se imbracciassero un fucile. Gran parte del pubblico ignora che ogni premio sta nel merito e nel rispetto del simbolo che rappresenta, altrimenti offende il suo significato e mortifica la nostra conoscenza e il sacrificio del nostro sapere. La megera e i suoi seguaci sono talmente assatanati, da essere imbrigliati nella prigione delle tenebre che li circondano e li rappresentano. Sono bravi ad elemosinare consensi, a piantare e diffondere bugie e calunnie. Como Pinocchio aspettano di vedere trofei appesi ai rami dell’albero, sotto lo sguardo del corvo, del gatto e della volpe…

Ricordo ai miei amati lettori di tutto il mondo che mi seguono da ben 56 anni, di non dimenticare mai che, il sentimento più pericoloso per certa gente è la compassione.

La cultura è rispetto, civiltà. Non può armarsi di prepotenza, bugie, vendetta, non è l’imporre il silenzio né i propri valori politici, morali e intellettuali, non è inventarsi malattie per dirigere il teatrino dei pupi. Tutto questo offende i veri ammalati, in attesa nelle corsie, e quelli che prima soffrono e poi muoiono negli ospedali, i feriti che cadono sotto le bombe e marciscono sotto le macerie, durante le alluvioni, sotto la guerra, imposta tutto questo con un piano ben preciso, con ragionevole freddezza e spesso a danno degli “ultimi”.

Sono servi di cento padroni legati al carro dell’ambiguità e della vigliaccheria. Molte megere si contagiano a vicenda, cervello astratto e zero concretezza; c’è un’epidemia di cialtroni e improvvisati intellettuali che impregnati d’ansia, fremono di apparire come merce in vetrina, per comparire nei Talk Show, slittando a fari spenti nella notte sgommando come invasati, “vendendosi e perdendosi” in una carrellata di stupidità, come galline accecate che si infuriano e si azzuffano nel pollaio in cerca di aria libera, nel nostro caso assetate di libertinaggio ossessivo.

Ed eccole pronte a sfilare in un carosello con la stessa nonchalance di uno spettacolo partorito dalla loro fantasia, cancellato dal tempo e dalla storia.

La persona tossica va allontanata, mai permettere di minare la pace e la salute come diritto costituzionale, siamo persone libere e non suoi sudditi. La persona tossica è narcisista, controlla, ama il dramma, ruba energia, è bugiarda, comica, invidiosa, negativa, portatrice di stress, è un vampiro. La persona tossica non tollera chi è migliore di lei, non sopporta il successo che ottiene, i suoi traguardi raggiunti.

La Cultura “Non è possedere un magazzino ben fornito di menzogne, ma è la capacità che la nostra me…

L’etica della civiltà contro la strumentalizzazione del dolore

La sezione conclusiva della disamina della Liuzzo si eleva a severo monito etico contro la strumentalizzazione delle condizioni di fragilità e di sofferenza biologica. La critica colpisce l’espediente di simulare o esasperare patologie personali per orientare a proprio piacimento il “teatrino dei pupi” mediatico, un comportamento giudicato come un’offesa intollerabile verso chi sperimenta il dramma reale della malattia nelle corsie ospedaliere o subisce gli effetti devastanti dei conflitti bellici e delle catastrofi naturali. Richiamando il monito di Oriana Fallaci sull’imperativo categorico per le donne di alzare la voce per certificare la propria stessa esistenza storica, Maria Teresa Liuzzo ribadisce che la vera cultura coincide rigorosamente con la civiltà dei valori, con il rispetto reciproco e con una lucida aderenza ai fatti documentati, configurandosi come l’antidoto definitivo contro l’epidemia di cialtroneria che minaccia il panorama intellettuale contemporaneo.

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Cultura

“Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”: il viaggio spietato e meraviglioso di Zanë Mehmeti alla ricerca del perdono interiore

“L’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita”. 📖 🧠 Ospitiamo oggi sulle nostre pagine un testo di straordinaria, commovente potenza introspettiva. S’intitola “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, firmato dalla poetessa e scrittrice macedone Zanë Mehmeti. Una discesa chirurgica nelle fragilità umane: l’incapacità di mettere dei confini, la tendenza a confondere la disciplina con l’autolesionismo, la fretta di amare e, infine, il coraggio difficilissimo di perdonare non gli altri, ma se stessi. Se vi siete mai sentiti in prigione dentro la vostra stessa identità, questo testo vi lascerà senza fiato. Leggetelo tutto d’un fiato nel nostro articolo 👇 🕊️

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Zanë Mehmeti

Redazione – Ci sono testi letterari che non si limitano a farsi leggere, ma che ti leggono dentro. Ti costringono a fermarti, a guardarti allo specchio senza filtri e a fare i conti con quel tribunale implacabile che ognuno di noi ha costruito segretamente dentro di sé. È esattamente questo l’effetto dirompente che provoca la lettura di “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, l’ultimo, intensissimo scritto della poetessa e filologa Zanë Mehmeti.

Con una lucidità quasi chirurgica, l’autrice disseziona il concetto di autodisciplina, trasformandolo in una confessione a cuore aperto sulle ferite dell’identità, sull’urgenza dell’amore e sulla vitale necessità di imparare a mettere dei confini (non per odiare gli altri, ma per proteggere se stessi). Un testo magnifico che offriamo oggi ai nostri lettori, per imparare che la forma più alta di libertà non è sfuggire al proprio passato, ma firmare finalmente un trattato di pace con se stessi.


Chi è Zanë Mehmeti

Zanë Mehmeti è una poetessa, scrittrice e professoressa nata nel 1983 a Gostivar, nella Repubblica di Macedonia del Nord. Ha conseguito la laurea presso la Facoltà di Filologia, Dipartimento di Lingua e Letteratura Albanese, dell’Università “San Cirillo e Metodio” di Skopje, seguita da un master in Lingua Albanese presso l’Università Statale di Tetovo. Attenta studiosa, ha già pubblicato due libri di studi in ambito linguistico e semantico (“La lingua e lo stile nella prosa di Anton Pashku” e “Pashku, unico nel suo genere”). Autrice di prosa e poesia, è attualmente in attesa della pubblicazione della sua prima raccolta poetica ufficiale.


Anatomia di un’anima che non sa fermarsi

di Zanë Mehmeti

Non ho mai saputo lasciare me stessa senza freni. L’ho tenuta sotto osservazione con una vigilanza quasi crudele, come se dentro di me vivesse un’estranea, per la quale dovessi cercare delle prove prima di fidarmi di lei. Ho messo ogni sentimento di fronte a una domanda, ho fatto passare ogni desiderio attraverso la dogana della ragione, ho custodito ogni debolezza come un oggetto proibito, nel caso in cui un giorno avessi avuto bisogno di usarla contro me stessa.

Dentro di me ha vissuto a lungo un giudice che conosceva la colpa prima che nascesse il crimine. La punizione non arrivava dopo l’errore; lo aspettava nel corridoio. E io, senza rendermene conto, sono diventata contemporaneamente l’accusata, la testimone e la carceriera di me stessa. Forse questo è uno dei meccanismi più raffinati dell’autodistruzione; chiamare disciplina ciò che, in silenzio, ha iniziato ad assomigliare alla violenza.

Per anni ho pensato che non perdere se stessi significasse tenerli sempre legati. Come se il carattere fosse un animale pericoloso, che dovesse essere tenuto sotto controllo, come se la libertà iniziasse solo dopo aver chiuso tutte le porte dentro di noi. Ma l’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita.

Ho capito tardi che nemmeno io ero ciò che avevo creduto di essere, e che nemmeno gli altri erano quelli che avevo scritto nella mia mente. L’essere umano è un malinteso che dura così a lungo che un giorno inizia a chiamare se stesso identità. Diamo dei nomi alle nostre ferite, poi prendiamo quei nomi per carattere. Diciamo “io sono così”, perché è più facile mantenere una prigione con un nome, piuttosto che accettare che la chiave sia sempre stata da qualche parte dentro di noi.

Tra tutti i miei errori, ce n’è uno che ritorna continuamente, vestito con gli abiti della virtù; la fretta. Ho confuso la profondità con la velocità. Ho pensato che ciò che sento intensamente debba essere necessariamente vero e che ciò che mi sconvolge debba essere necessariamente mio. Sono entrata in alcune anime prima di chiedermi se avessero una stanza per me. Ho creduto prima che la fiducia avesse guadagnato il diritto di esistere. Ho dato prima che mi venisse chiesto e ho amato prima di imparare che anche l’amore, per quanto grande sia, ha bisogno di una soglia.

Forse non ho sofferto perché ho sentito troppo. Ho sofferto perché ho agito troppo in fretta su ciò che sentivo. Questa è la differenza che un tempo non sapevo vedere. Il sentimento non è un ordine. È solo un segnale che attraversa il nostro essere. Ma io ho trattato i segnali come leggi. Una tristezza mi sembrava una responsabilità. Un’assenza mi sembrava un obbligo. Un dolore dell’altro mi sembrava un debito. Così, senza rendermene conto, ho iniziato a portare sulle spalle anche i pesi che non mi appartenevano.

Quest’anima non sa odiare. Un tempo lo chiamavo una virtù. Oggi so che anche la virtù, quando perde la misura, può diventare un modo elegante per abbandonare se stessi. Non so amare poco. L’amore in me non bussa. Entra. Sposta i mobili della memoria, cambia gli indirizzi dei sentimenti, dà alle persone stanze che forse non hanno mai meritato. Poi, quando se ne vanno, io rimango a cercare dentro me stessa le cose che ho dato loro senza ricevuta di ritorno. E ancora non so odiare.

Quante volte ho pensato a quanto sarebbe utile imparare quella freddezza con cui alcune persone passano attraverso di noi, come se fossimo soltanto un corridoio. Senza portare con sé alcuna responsabilità per il disordine che lasciano dietro di sé. Senza voltarsi indietro. Senza chiedersi se qualcuno sia rimasto lì, a raccogliere i pezzi di una fiducia che hanno calpestato senza accorgersene. Quanto vorrei imparare l’odio. Non per ferire. Per imparare il limite.

Per sapere dove finisce la misericordia e dove inizia l’abbandono di sé; dove il perdono è grandezza e dove si trasforma in un modo sofisticato per non accettare di essere stati feriti. Perché ci sono momenti in cui il perdono non è più un atto dell’anima, ma un modo per chiudere la ferita senza pulirla. Ma come si impara l’odio quando la propria anima non è stata costruita per portare armi? Come insegni alle mani a non tendersi più verso ciò che un tempo hanno abbracciato? Come convinci il cuore che non ogni persona che soffre debba essere salvata?

Lo chiedo, e la domanda non mi dà una risposta; mi apre un’altra stanza dentro me stessa. Può essere estirpata una tendenza dopo che è diventata carattere? Può essere staccata dall’essere quella parte che ti spinge a ripetere proprio ciò che hai giurato a te stessa che non avresti ripetuto? Oppure l’essere umano non guarisce uccidendo le proprie parti, ma portandole fino alla fine della comprensione, finché non abbiano più bisogno di dirigere la sua vita?

Forse le ferite non vogliono scomparire. Vogliono perdere la loro autorità. Forse ciò che chiamiamo “guarigione” non è lo sradicamento del passato, ma il cambiamento del rapporto con esso. Poter guardare un dolore senza obbedirgli più. Poter ricordare una persona, senza consegnarle di nuovo le chiavi della casa interiore. Poter sentire un impulso e non trasformarlo immediatamente in azione.

Perciò, forse non voglio imparare l’odio. Voglio imparare la distanza. Non quella distanza fredda che nasce dall’indifferenza, ma quello spazio sottile tra il sentimento e l’azione, dove l’essere umano per la prima volta conquista un secondo di libertà. Lì dove il cuore parla, ma non decide da solo. Lì dove la ragione ascolta, ma non prende in mano il martello. Lì dove il sentimento non viene soffocato e l’impulso non domina. Voglio imparare a restare lì.

In quel punto interiore in cui l’amore non è più perdita dei confini. Dove il perdono non è resa. Dove la bontà non richiede sacrificio di sé. Dove l’allontanamento non ha bisogno di essere chiamato odio, per essere giusto. Voglio imparare che posso allontanarmi da qualcuno senza dichiararlo nemico. Che posso non odiarti e comunque non permetterti di farmi tornare a essere ciò che non voglio essere. Che posso comprendere senza giustificare. Posso perdonare, senza riportarti nella mia vita. Posso amarti e, proprio per questo motivo, non perdere più me stessa amando.

Forse questo è ciò che non ho capito in tutti questi anni; il limite non è il muro che costruiamo contro gli altri. È la linea in cui finalmente iniziamo a non abbandonare noi stessi. E così, per la prima volta, voglio guardare me stessa senza un giudice. Non per perdonarla immediatamente. Né per punirla di meno, né per reinventarla da capo. Voglio solo conoscerla.

Vederla anche nei suoi errori, senza ridurla a essi. Ascoltarla anche nelle sue debolezze, senza trasformarle in colpa. Lasciarla respirare, senza chiederle conto di ogni battito. Perché forse la forma più alta di autodisciplina non è dominare se stessi, ma non avere più bisogno di dominarsi con la violenza.

E forse la forma più difficile della libertà non è diventare qualcun altro. È non essere più contro ciò che sei stato. Non spendere il resto della vita combattendo con la persona che sei sopravvissuto essendo. Sederti finalmente di fronte a te stesso, senza verbale, senza atto d’accusa, senza una condanna prestabilita, e capire che ciò che cercavi in tutti questi anni non era un’altra versione di te stesso. Era la pace con la versione che non sapevi amare.

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Cultura

Abbiamo imparato a essere ovunque, tranne che dentro noi stessi

C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.

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Letizia Bonelli

La solitudine nell’epoca dell’intelligenza artificiale e il diritto di restare umani

Redazione-  C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.
La triste verità è che sappiamo raggiungere tutti, ma sempre meno noi stessi. La tecnologia non è il nemico, sarebbe intellettualmente pigro sostenerlo, ha migliorato vite, abbattuto distanze, democratizzato conoscenze e creato possibilità che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrate fantascienza.
Il problema nasce quando uno strumento smette di essere soltanto uno strumento e comincia, lentamente, a modificare il nostro modo di percepirci, è qui che la questione diventa profondamente umana.
L’identità trasformata in rappresentazione, per secoli l’identità è stata qualcosa che si costruiva vivendo, oggi, sempre più spesso, viene costruita mentre viene mostrata. Non ci limitiamo più a essere, documentiamo il nostro essere. Fotografiamo un luogo prima ancora di guardarlo; rendiamo pubblica un’emozione mentre forse non abbiamo ancora avuto il tempo di comprenderla. Trasformiamo momenti privati in contenuti e quasi senza accorgercene, cominciamo a osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. È una rivoluzione antropologica prima ancora che tecnologica, perché quando l’approvazione diventa misurabile un numero di visualizzazioni, di reazioni, di follower esiste il rischio che anche il valore personale finisca per essere percepito come qualcosa di misurabile, ma la dignità umana non possiede un contatore. Un uomo non vale di più perché viene guardato da centomila persone e non vale di meno perché nessuno ha messo un “mi piace” alla sua giornata.
Sembra un’ovvietà, eppure abbiamo costruito un sistema economico gigantesco proprio sulla nostra necessità di essere visti. La memoria che non dimentica, c’è poi un’altra contraddizione, che conosco bene anche professionalmente,
l’essere umano dimentica, la rete, molto meno. Un errore compiuto a vent’anni può ricomparire a quaranta. Una fotografia, una vicenda giudiziaria, una frase infelice, un articolo, un’accusa, persino un fatto ormai superato possono continuare a definire digitalmente una persona anni dopo, ed è qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una materia per giuristi. Diventa una domanda sulla civiltà, abbiamo diritto a cambiare? E, soprattutto, abbiamo diritto a non essere identificati per tutta la vita con ciò che siamo stati in un determinato momento?
Una società incapace di dimenticare rischia di diventare anche una società incapace di perdonare, non significa cancellare la storia né manipolare la verità. Significa riconoscere una cosa molto più semplice: la verità di una persona non può essere ridotta a una pagina indicizzata da un motore di ricerca. Noi siamo anche ciò che abbiamo fatto dopo. Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, gli errori che abbiamo compreso, le persone che siamo riusciti a diventare.
Tempus fugit, dicevano i latini.
Nel mondo digitale, invece, il tempo passa, ma spesso le tracce restano immobili.
Ed è forse una delle grandi questioni etiche che dovremo affrontare nei prossimi anni.
La generazione che deve essere vista, penso soprattutto ai ragazzi, non perché siano più fragili delle generazioni precedenti, ma perché stanno affrontando qualcosa che nessuna generazione precedente ha dovuto affrontare nelle stesse dimensioni. Devono diventare adulti mentre vengono osservati, scoprire il proprio corpo mentre il corpo è continuamente confrontato con altri corpi, devono comprendere chi sono mentre qualcuno suggerisce loro, attraverso un algoritmo, chi dovrebbero essere e devono persino imparare a sbagliare sapendo che uno sbaglio può essere fotografato, registrato, condiviso e conservato.
Noi potevamo avere un’adolescenza sbagliata,
loro rischiano di avere un’adolescenza archiviata,
la differenza è enorme.
Per questo educare oggi non può significare semplicemente limitare uno smartphone.
Bisogna insegnare qualcosa di molto più difficile: la capacità di non dipendere dallo sguardo degli altri per sapere chi siamo.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e siamo entrati in una fase ancora più complessa.
Una macchina oggi può scrivere, tradurre, elaborare immagini, imitare una voce, suggerire decisioni, conversare,
domani farà molto di più,
mon credo abbia senso averne paura. Credo invece sia necessario avere coscienza del confine, perché la domanda decisiva non è fino a che punto diventerà intelligente una macchina. La domanda è quanto resteremo umani noi.
Se deleghiamo la memoria, la scrittura, la scelta, la creatività e persino la compagnia, dovremo essere ancora più gelosi di ciò che non può essere delegato: il giudizio, la responsabilità, l’empatia, il dubbio, soprattutto il dubbio.
Una macchina può fornire una risposta in pochi secondi,
ma alcune delle domande più importanti della vita hanno avuto bisogno di anni per trovare una risposta e
qualche volta non l’hanno trovata affatto,anche questo è essere umani. Il lusso del silenzio, forse per questo, proprio nei giorni in cui milioni di persone partono, fotografano, raccontano e pubblicano, dovremmo riscoprire un piccolo gesto rivoluzionario, non mostrare tutto, conservare qualcosa, un tramonto che non diventi una storia, una cena senza fotografie, una persona ascoltata senza guardare lo schermo, un dolore che non abbia bisogno di diventare pubblico per essere vero.
Una felicità che non debba essere dimostrata a nessuno,
non è nostalgia del passato
è difesa dell’intimità e l’intimità, nel mondo della sovraesposizione, rischia di diventare uno degli ultimi territori autenticamente liberi.
Hannah Arendt ci ha insegnato quanto sia fondamentale distinguere ciò che appartiene allo spazio pubblico da ciò che deve poter restare privato.
Oggi quel confine è diventato sottilissimo, sta a noi ridisegnarlo perché possiamo costruire algoritmi straordinari, città intelligenti, realtà artificiali e macchine capaci di parlare come noi. Ma nessuna innovazione potrà stabilire quanto vale una persona.
Nessun motore di ricerca potrà contenere interamente una vita.
Nessun algoritmo dovrebbe avere l’ultima parola sulla nostra identità.
Il futuro tecnologico arriverà comunque, ed è giusto che arrivi.
La vera sfida sarà un’altra,
fare in modo che, mentre costruiamo macchine sempre più simili all’uomo, l’uomo non finisca per diventare sempre più simile a una macchina;
perché forse il progresso più difficile non sarà andare più veloci. Sarà ricordarci, ogni tanto, dove stavamo andando.

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Cultura

La pluripremiata scrittrice Denise Catalano da vincitrice della prima edizione a Giudice Unico del Premio Speciale per “L’Approdo narrativo 2026”

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Denise Catalano

Redazione-  La pluripremiata scrittrice Denise Catalano, già vincitrice del Primo Premio della prima edizione del Concorso letterario “L’Approdo narrativo”, con il racconto breve “Ci siamo letti prima di amarci”, è stata delegata per l’assegnazione del Premio speciale “Mario Miserendino”, afferente alla seconda edizione de “L’Approdo narrativo”. Il Premio “Mario Miserendino”, come già per la precedente edizione, è prezioso e insostituibile corollario del Premio letterario promosso dall’associazione culturale Rigatonidea afferente all’ampio progetto culturale “Mondello Aurea Maris”.

Ecco il messaggio rilasciato da Denise Catalano e diffuso in un video sui social: “Quest’anno, avrò l’onore di essere giudice unico, delegata dall’associazione culturale Rigatonidea, organizzatrice della 2ª edizione del concorso letterario “L’Approdo narrativo”, per l’assegnazione del Premio speciale, Mario Miserentina, per la sezione “Poesia” e “Racconto breve”. Valuterò ogni opera con attenzione alle ricerca dell’autenticità, originalità e sensibilità. Se anche tu hai una storia o una poesia dedicata al mondo dei giovani, dell’adolescenza, dell’infanzia o del sociale, ti invito a partecipare. Ti aspetto e buona struttura“.

Denise Catalano è scrittrice, poetessa, praticante giornalista pubblicista, Accademica di Sicilia e responsabile della segreteria amministrativa della Fondazione Tricoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Ci siamo letti prima di amarci e altri racconti di memoria storia vita di cui è anche illustratrice, è coautrice de L’approdo narrativo 2025 e ha firmato la prefazione di Pagine di Sicilia. Miti e leggende, la postfazione di D’Amore e d’amori. Echi del Simposio di Platone e un capitolo del saggio Non basta dire basta. Scrive articoli culturali per la testata giornalistica Referencepost.it. È stata giurata del Concorso letterario “L’Approdo narrativo kids 2026”. È stata intervistata da diverse emittenti televisive e radiofoniche fra cui TeleOne, Video Sicilia, Radio In, Radio Time, Radio Panorama, e sulla sua attività hanno scritto molte testate giornalistiche; sono stati pubblicati articoli anche su due numeri di BabbaluciNews (nn. gennaio e maggio 2026) e, in due lingue, sul giornale “L’Italoamericano”, fondato nel 1908 e con sede negli Stati Uniti. Nel 2019 ha ricevuto il titolo di “Cavaliere di Giustizia”, nel 2021 il Premio “Gaia – Menzione speciale”, nel 2024 il titolo “Cavaliere Benemerito della Cultura – Ruggero II di Sicilia”, nel 2025 il Premio Internazionale “Mondello Aurea maris”, il Primo Premio “L’Approdo narrativo”, e i riconoscimenti “Impegno Bellezza Luce – Montecitorio” e “Impegno professionale e Talento letterario – palazzo Reale Palermo”; nel 2026 lo “Special Award alla Cultura – Mondello Arte Expo”, un “Encomio Solenne – Solidarietà Legalità e Costituzione italiana”- Assemblea Regionale Siciliana”, il Premio “Cittadinanza Attiva – Campidoglio”, il riconoscimento “Sicilia” da Edizioni Ex Libris, l’attestato di partecipazione “SicilArtè 2026” e l’attestato di partecipazione e riconoscimento al “IV Festival della legalità e della gioia 2026”, promosso dal Parlamento della Legalità Internazionale. Nel giugno del 2026 ha ricevuto l’investitura di Accademica di Sicilia. È finalista al concorso internazionale di poesia “Il federiciano” con la lirica Nello stesso abbraccio, che sarà pubblicata in un volume antologico.

Il concorso letterario è suddiviso in due categorie, poesia, curata da Antonino Schiera, e racconto breve, curato dallo scrivente Carlo Guidotti. Il termine per presentare i propri scritti è fissato al 15 agosto; tutte le informazioni per la partecipazione sono consultabili su www.lapprodonarrativo.it. La cerimonia di premiazione si terrà al Palazzo reale di Palermo il prossimo 24 ottobre. I testi risultati finalisti saranno pubblicati in un volume antologico prodotto dalla casa editrice Edizioni Ex Libris, come già avvenuto per “L’Approdo narrativo 2025” e “L’Approdo narrativo kids 2026”, per i quali Denise Catalano è stata rispettivamente vincitrice del primo premio e giurata.

Dal post dell’associazione: “Chi meglio di chi ha già percorso questo viaggio può riconoscere l’anima e la forza di un testo? Denise sceglierà i due elaborati (uno per la Poesia e uno per il Racconto Breve) preferibilmente dedicati al mondo giovanile, dell’adolescenza, dell’infanzia o al sociale. Ascoltate le sue parole nel video e lasciatevi ispirare!

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