Reggio Calabria – Nel dibattito contemporaneo sulle derive antropologiche della comunicazione di massa e sulla progressiva svalutazione dei parametri di merito nei circuiti intellettuali, la saggistica filosofica e letteraria torna a rivendicare una fondamentale funzione di denuncia e di igiene sociale. Il nuovo e dirompente saggio della scrittrice e poetessa Maria Teresa Liuzzo, intitolato “Relazioni tossiche”, si configura come un’autentica e spietata fenomenologia del degrado etico e psicologico che inquina i rapporti interpersonali e le piattaforme digitali. L’autrice supera i confini della riflessione accademica per strutturare una requisitoria d’altura contro la proliferazione di dinamiche manipolatorie, svelando come il narcisismo patologico, l’invidia istituzionalizzata e il servilismo cortigiano stiano compromettendo le fondamenta stesse della civiltà dei valori. Attraverso una prosa lirica e al contempo tagliente, la Liuzzo decostruisce l’archetipo della “megera”, intesa come metafora universale di un’autorità abusante e mediocre che si nutre di menzogne sistematiche e di prevaricazione per mascherare la propria intrinseca povertà intellettuale.
La svalutazione del merito e il teatrino dei premi clientelari
Uno degli snodi più analitici e stringenti del saggio investe la totale mercificazione del riconoscimento culturale nelle società post-moderne. La Liuzzo esamina con fermezza il fenomeno della moltiplicazione geometrica di premi, trofei ed onorificenze privi di qualsiasi reale valore scientifico o selettivo, definiti icasticamente come “caroselli inventati” per l’auto-celebrazione della mediocrità. Questa dinamica clientelare produce una deformazione della realtà in cui l’inganno si sostituisce al talento, e dove figure prive di etica e di dignità — paragonate ad “ancelle” genuflesse e a “eunuchi” culturali — si affollano in passerelle da mercato alla ricerca di una visibilità effimera. Il saggio denuncia la nascita di una vera e propria economia del vuoto, un “mercatino dell’usato” intellettuale in cui la quantità dei consensi elemosinati sostituisce la qualità intrinseca dell’opera, riducendo le manifestazioni pubbliche a una parata di maschere grottesche, simili a necrologi affiancati su lapidi monumentali in un cimitero di rottami creativi.
La psicologia del vampirismo energetico e il ruolo della verità
L’indagine psicologica della Liuzzo si spinge fino alla perimetrazione dei tratti clinici e comportamentali della persona tossica, individuata come un vero e proprio “vampiro energetico” che controlla, ama il dramma e instaura un libertinaggio ossessivo nelle relazioni. Il testo mette a nudo l’asimmetria profonda tra la megera e chi custodisce la lucidità della verità documentata: l’onestà e il sapere diventano fattori di profondo disagio per individui cresciuti all’ombra del malaffare e della violenza, i quali reagiscono svalutando o rapinando le opere altrui attraverso il plagio e la calunnia. Richiamando la celebre massima secondo cui in un mondo saturo di menzogne la bocca che osa dire la verità si trasforma nell’arma più ferocemente perseguitata, l’autrice esorta i propri lettori, che la seguono a livello internazionale da ben cinquantasei anni, a esercitare il diritto costituzionale alla salute mentale e alla libertà individuale, allontanando tassativamente i soggetti manipolatori per preservare la propria integrità civile. Di seguito si propone la lettura integrale del saggio d’autore:
RELAZIONI TOSSICHE
SAGGIO DI MARIA TERESA LIUZZO
Arrivò la parola con le lacrime agli occhi, veniva da un paese lontano e la luna le fece da giaciglio. Anche lei arrivava dal mare, indossava veli di perle, era solo una nota che danzava nel tempo; sorgeva da un teatro di luci e schiudeva le labbra ai primi raggi del sole. Le suas ciglia sbattevano come una canzone. La tigre si accompagnava alle ombre.
Oscillavano sulla bilancia i nostri cuori, galoppavano i fantasmi singhiozzi di cammelli, fuori dai fusi orari – dame e brigantesse stupende nei romanzi e nei poemi: la follia lavorare con l’uncinetto, mentre il tempo scavava nel mio petto. Merletti d’inferno erano le nubi; nel ricordo attraversavano il deserto; da un sorriso d’acquerugiola si affacciavano le bacche. Ruggine di uomini, come spade spietate brandivano le pagine. In un occhio di sole navigava un esile filo di rugiada. Le pareti e il soffitto nascondevano scheletri e si muovevano le loro ciglia come vermi; le parole erano punte di veleno.
Ma il male non conosce pudore – aumenta la superbia e con essa la “vittoria” – ignora l’eleganza della sconfitta. Madonne, rocce e vento, ferite appese ai rami dell’orgoglio. La cultura è imbrattata, le “blatte” si moltiplicano; altrove le caverne brillavano di muschio, sotto un macigno vermiglio si nascondeva un cuore, dai muri corrosi sporgeva un giglio. Tra le braccia del vento, diritta la schiena, apparve come un’elegante menzogna. Sui social si sa che la vergogna per le “blatte” è un lusso, esse sanno vantarsi a danno di altri con una crudeltà che hanno smesso di nascondere, dopo i mille tentativi di bugie non sempre osannate. Ma tutti conoscono la primogenitura della sua faccia di suola. Per la pulitrice di stalle, mungitrice di mucche e tosatrice di pecore, nata e cresciuta tra malaffare e un mondo di violenza e stupri, scopiazzatrice e millantatrice di passaggio, l’onestà rappresentava un disagio; il suo ornamento, la violenza sotto qualsiasi forma. I suoi “servi” si sentono a loro agio, le bugie sono comode, non sono obbligate a guardare in faccia la realtà, ma non è un sacrificio: la loro faccia è di bronzo! Un saggio disse: “In un mondo pieno di bugie la bocca che osa dire la verità diventa l’arma più perseguitata”. La megera si nasconde come il verme nella mela. Non ha il coraggio della verità e come Don Chisciotte lotta contro i mulini a vento. È una debole fiamma accecata dal tempo, un fuoco inventato da una mente malata, una misera goccia nel mare che non fa rumore.
È una povera cornacchia che vive di caroselli inventati, la sua voce è un suono di vetro che s’incrina. Non suscita rabbia, ma solo pena, è evidente che la sua puzza di sterco arriva oltre oceano mentre lei continua a scalciare come una mula, ribellandosi al suo ormai miserabile ego. Le sue “ancelle” si genuflettono per una passerella da mercato, gli eunuchi sono ancora più pietosi, privi di etica e di dignità, attaccati a quelle relazioni tossiche che nulla hanno di onesto, di pace, di cultura, ma di odio viscerale. Girano in un mondo dove la violenza impera, dove si dice di tutto e il contrario di tutto, dove persino il sapere è interessato, dove gli scritti vengono rapinati, manipolati, dove non esiste un modello etico, umano e culturale.
Chi dice la verità corre il rischio di diventare bersaglio di critiche e minacce. In un mondo di bigotti ciò che non è nostro si stacca da noi… I premi? – Che pena! Basta inventare un premio e diventano subito “eccellenze” – Ma di che? Altro che teatro di burattini e burattinai! Per questi individui o porzioni di demoni è sempre carnevale e indossano le maschere tutto l’anno. La verità apprezza la bellezza, l’arte, la saggezza. Usa le parole adatte, usa cautela, dà sostegno a chi lo merita e non ferisce mai. La realtà la cambiano i fatti e non le parole.
Come scriveva Oriana Fallaci: “Una donna che non alza la voce è una donna che non esiste”. La megera è talmente conscia della sua “povertà letterale”, umana, etica morale e sociale che fa di tutto per mettere in evidenza il suo disagio esistenziale, la sua rabbia e cattiveria che la contraddistinguono, senza sapere che questo suo comportamento, spesso scurrile e minaccioso, bugiardo per eccellenza, non ispira invidia né rabbia, ma solo pena. La cultura non è violenza, ma civiltà di valori, non è scambio di favori, ma merito e lucida verità confortati dai fatti documentati e originali, lontana da menzogne e inutili scambi di favori.
La “fame” del potere non nasce dal digiuno, ma dal sazio sanguinario e folle. Cosa rimarrà di questa umanità di foglie morte?
Si premia la cattiveria, il vuoto, la diseducazione, e poi arriva il mercatino dell’usato, tutti in fila come fossero soldati in attesa del rancio, foto su foto, si ha l’impressione di vedere un cimitero di rottami, una raccolta di francobolli o di figurine di calciatori che ricorda quella di mezzo secolo fa, o reduci di guerra che fanno rabbrividire solo a vederli, esposti rimpiccioliti simili a volti usciti dalle urne, perché la qualità non fa testo, ma la quantità li appaga… o ancora miserabili guadagni. In effetti sembrano tanti necrologici con foto affiancate da nomi sulle “lapidi” ed esposte con gusto rivoltante che tanto assomigliano ad un improvviso cimitero di guerra nella foresta dei sopravvissuti. Un conflitto immaginato dalle loro menti contorte, dove il tutto esalta ancora di più il loro ego e continua come un tarlo a rosicchiare la loro labile fantasia costruita su di un castello di menzogne. Certa gente non ha rispetto di nulla, e di nessuno. Le loro false strette di mano sono prive di calore, è come se imbracciassero un fucile. Gran parte del pubblico ignora che ogni premio sta nel merito e nel rispetto del simbolo che rappresenta, altrimenti offende il suo significato e mortifica la nostra conoscenza e il sacrificio del nostro sapere. La megera e i suoi seguaci sono talmente assatanati, da essere imbrigliati nella prigione delle tenebre che li circondano e li rappresentano. Sono bravi ad elemosinare consensi, a piantare e diffondere bugie e calunnie. Como Pinocchio aspettano di vedere trofei appesi ai rami dell’albero, sotto lo sguardo del corvo, del gatto e della volpe…
Ricordo ai miei amati lettori di tutto il mondo che mi seguono da ben 56 anni, di non dimenticare mai che, il sentimento più pericoloso per certa gente è la compassione.
La cultura è rispetto, civiltà. Non può armarsi di prepotenza, bugie, vendetta, non è l’imporre il silenzio né i propri valori politici, morali e intellettuali, non è inventarsi malattie per dirigere il teatrino dei pupi. Tutto questo offende i veri ammalati, in attesa nelle corsie, e quelli che prima soffrono e poi muoiono negli ospedali, i feriti che cadono sotto le bombe e marciscono sotto le macerie, durante le alluvioni, sotto la guerra, imposta tutto questo con un piano ben preciso, con ragionevole freddezza e spesso a danno degli “ultimi”.
Sono servi di cento padroni legati al carro dell’ambiguità e della vigliaccheria. Molte megere si contagiano a vicenda, cervello astratto e zero concretezza; c’è un’epidemia di cialtroni e improvvisati intellettuali che impregnati d’ansia, fremono di apparire come merce in vetrina, per comparire nei Talk Show, slittando a fari spenti nella notte sgommando come invasati, “vendendosi e perdendosi” in una carrellata di stupidità, come galline accecate che si infuriano e si azzuffano nel pollaio in cerca di aria libera, nel nostro caso assetate di libertinaggio ossessivo.
Ed eccole pronte a sfilare in un carosello con la stessa nonchalance di uno spettacolo partorito dalla loro fantasia, cancellato dal tempo e dalla storia.
La persona tossica va allontanata, mai permettere di minare la pace e la salute come diritto costituzionale, siamo persone libere e non suoi sudditi. La persona tossica è narcisista, controlla, ama il dramma, ruba energia, è bugiarda, comica, invidiosa, negativa, portatrice di stress, è un vampiro. La persona tossica non tollera chi è migliore di lei, non sopporta il successo che ottiene, i suoi traguardi raggiunti.
La Cultura “Non è possedere un magazzino ben fornito di menzogne, ma è la capacità che la nostra me…
L’etica della civiltà contro la strumentalizzazione del dolore
La sezione conclusiva della disamina della Liuzzo si eleva a severo monito etico contro la strumentalizzazione delle condizioni di fragilità e di sofferenza biologica. La critica colpisce l’espediente di simulare o esasperare patologie personali per orientare a proprio piacimento il “teatrino dei pupi” mediatico, un comportamento giudicato come un’offesa intollerabile verso chi sperimenta il dramma reale della malattia nelle corsie ospedaliere o subisce gli effetti devastanti dei conflitti bellici e delle catastrofi naturali. Richiamando il monito di Oriana Fallaci sull’imperativo categorico per le donne di alzare la voce per certificare la propria stessa esistenza storica, Maria Teresa Liuzzo ribadisce che la vera cultura coincide rigorosamente con la civiltà dei valori, con il rispetto reciproco e con una lucida aderenza ai fatti documentati, configurandosi come l’antidoto definitivo contro l’epidemia di cialtroneria che minaccia il panorama intellettuale contemporaneo.