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Cronaca

ROMA, PAURA IN VIA MONDOVÌ: APRE LA SCUOLA DI MUSICA E TROVA DUE SERPENTI CHE SI ACCOPPIANO SUL SOFFITTO

Scena da film dell’orrore a San Giovanni: la titolare di un’attività trova una coppia di rettili intrecciati tra le travi del controsoffitto. Interviene l’etologo Andrea Lunerti: uno dei due è riuscito a scappare

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Redazione-  Non è la solita mattinata di lavoro quella che ha vissuto la titolare di una scuola di musica in via Mondovì, nel cuore pulsante del quartiere San Giovanni. Quando, nella mattinata del 12 maggio, la donna ha alzato la serranda della sua attività, pronta ad accogliere gli studenti per le lezioni quotidiane, si è trovata di fronte a una scena che avrebbe fatto tremare chiunque: due serpenti di grosse dimensioni, avvinghiati tra loro in un groviglio inequivocabile, penzolavano minacciosi dal soffitto.

Un risveglio shockante, soprattutto per un’attività situata in un quartiere densamente popolato e lontano dalle zone verdi più selvagge della Capitale. Smaltito il panico iniziale, la proprietaria ha immediatamente richiesto l’intervento di un esperto: l’etologo Andrea Lunerti, noto per i suoi numerosi salvataggi di animali in contesti urbani.

La corsa contro il tempo

«Siamo stati contattati d’urgenza – racconta Lunerti –. La titolare era terrorizzata e aveva il timore che, da lì a pochi minuti, gli allievi potessero fare il loro ingresso per le lezioni di musica. Ci siamo precipitati sul posto, sperando di mettere in sicurezza l’intera area prima dell’arrivo dei ragazzi».

All’arrivo dell’esperto, però, la situazione si era già evoluta in modo imprevisto. Dei due rettili inizialmente avvistati, ne rimaneva solo uno. Il secondo, una femmina, era riuscito a trovare un varco nel controsoffitto e a dileguarsi nel nulla. L’esemplare catturato dai soccorritori è un maschio di biacco (Hierophis viridiflavus), lungo circa 70 centimetri. Purtroppo, il serpente presentava delle ferite: secondo la ricostruzione di Lunerti, il rettile sarebbe rimasto incastrato nel meccanismo della serranda proprio nel momento in cui la titolare l’ha sollevata, subendo un trauma dovuto alla pressione del metallo.

Dove è finita la femmina?

Le ricerche della compagna di accoppiamento sono state serrate. Lunerti ha ispezionato ogni centimetro del controsoffitto, il luogo dove il maschio si era rifugiato dopo essersi separato dalla femmina, ma non c’è stata traccia della seconda. «Abbiamo cercato ovunque, ma la femmina si è allontanata – spiega l’etologo –. Non dobbiamo comunque allarmarci eccessivamente: questi animali hanno bisogno del sole diretto per termoregolarsi. La scuola di musica è un ambiente chiuso, che non offre il calore necessario per le loro funzioni vitali; è estremamente probabile che il rettile sia già uscito alla ricerca di un posto più consono alla sua natura».

Identikit di un incontro inaspettato

Ma come hanno fatto i due biacchi a finire proprio lì? La presenza dei serpenti in città è un fenomeno che si sta intensificando, spesso causato dalla ricerca di cibo o di ripari protetti. Grazie alle foto scattate dalla proprietaria prima dell’intervento dei soccorsi, è stato possibile ricostruire l’identikit della coppia. Lunerti non ha dubbi: «Il maschio recuperato era chiaramente riconoscibile: più longilineo e con la testa più piccola rispetto alla femmina».

Per la scuola di musica di via Mondovì si è trattato di un episodio destinato a diventare presto un aneddoto curioso, nonostante lo spavento. Per i residenti resta però l’invito alla prudenza: il biacco è un serpente non velenoso e solitamente timido verso l’uomo, ma la sua presenza in contesti tanto centrali ricorda quanto la natura, anche in una metropoli come Roma, sia sempre pronta a riprendersi i suoi spazi. Nel frattempo, le lezioni sono riprese, ma con un occhio di riguardo in più verso il soffitto.

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Cronaca

BRIANZA – CORRE NUDO IN STRADA, TALLONATO DALLA POLIZIA SI RIFUGIA IN CHIESA DURANTE LA MESSA

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Inseguimento surreale in Brianza dove un 35enne ha deciso di fare una passeggiata nel centro storico di Brugherio senza nessun indumento addosso. Dopo lo stupore iniziale, alcuni presenti hanno provato a seguirlo, mentre altri riprendevano la scena con i telefoni per poi pubblicare tutto sui social. Intanto qualcuno ha chiamato la polizia locale: quando la prima pattuglia è arrivata sul posto, il 35enne avrebbe tentato di allontanarsi, finendo però dentro la chiesa di San Bartolomeo proprio mentre era in corso la funzione religiosa. Proprio durante la messa l’uomo è stato fermato dagli agenti della polizia locale, intervenuti con l’aiuto dei carabinieri. Poi l’uomo è stato affidato ai sanitari e accompagnato in ambulanza all’ospedale San Gerardo.

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PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO – UN LUPO E DUE VOLPI TROVATE MORTE

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Redazione-  Il silenzio millenario dei boschi del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM) è oggi rotto da un grido d’allarme che risuona lugubre tra le valli. Quella che era iniziata come una preoccupante serie di ritrovamenti si è trasformata, settimana dopo settimana, in una vera e propria mattanza. L’ultimo bilancio è drammatico: alla lista dei diciotto lupi trovati morti di recente, si aggiungono oggi un altro esemplare di un lupo e due volpi rinvenuti senza vita in un territorio che dovrebbe essere il loro santuario inviolabile.

Non si tratta di una selezione naturale crudele o di un’epidemia improvvisa. Dietro la morte dei primi 18 esemplari c’è la mano dell’uomo, armata di un’arma subdola e invisibile: il veleno. Le analisi condotte da Giampiero Scortichini dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise di Teramo non lasciano spazio a dubbi. I campioni prelevati dalle carcasse hanno confermato l’uso di esche farcite con pesticidi letali, sostanze che trasformano un boccone di carne in una condanna a morte rapida e atroce.

Per gli ultimi tre ritrovamenti – il lupo e le due volpi – la procedura scientifica è già stata avviata. Saranno le autopsie a confermare se la matrice sia la stessa, ma il sospetto degli inquirenti e dei guardiaparco è quasi una certezza: la strage continua, alimentata da un odio ancestrale o da interessi criminali legati alla gestione del territorio.

La Procura di Sulmona ha aperto un fascicolo per fare luce su quello che i vertici del Parco non esitano a definire un “eccidio”. Gli investigatori stanno cercando di mappare le zone dei ritrovamenti per individuare i responsabili, ma la vastità dell’area e la facilità con cui queste esche possono essere disseminate rendono le indagini complesse. Si scava nel mondo del bracconaggio, ma anche tra i conflitti mai del tutto risolti tra la fauna selvatica e alcune frange del mondo pastorale o venatorio.

Di fronte a questa emergenza, la frustrazione dei vertici del Parco è palpabile. Luciano Sammarone, Direttore del PNALM, ha rilasciato dichiarazioni forti ai microfoni di Kodami, chiedendo un cambio di passo radicale nella normativa. Non bastano più le denunce contro ignoti; serve un sistema di deterrenza che colpisca nel profondo chi beneficia della morte di questi predatori.

“Serve la deterrenza”, ha tuonato Sammarone. “Quando si verifica un incendio boschivo, le zone percorse dal fuoco vengono interdette per cinque anni a ogni tipo di attività. Nelle zone in cui succede questo scempio, si dovrebbe applicare lo stesso principio: impedire la caccia, il pascolo e qualsiasi altra attività antropica per un lungo periodo”.

L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: se l’area dove viene sparso il veleno diventa “inutile” per chi ha interesse a liberarla dai lupi, il movente del crimine verrebbe meno. Al momento, invece, chi compie questi atti gode di una libertà di movimento pressoché totale. “Senza misure restrittive”, conclude il Direttore, “le persone avranno sempre troppe possibilità di muoversi nell’ombra e resteranno impunite”.

Il lupo appenninico è il simbolo della biodiversità italiana, un predatore fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi. Ogni esemplare ucciso non è solo una perdita biologica, ma una ferita al cuore dell’identità naturalistica del Paese. Mentre le carcasse vengono analizzate nei laboratori di Teramo, il Parco Nazionale d’Abruzzo si trova a un bivio: restare a guardare la fine di un’icona o trasformare questa tragedia nell’occasione per imporre leggi più severe a protezione della vita selvatica.

La caccia ai colpevoli è aperta, ma la sensazione è che, senza una risposta istituzionale ferma, il veleno continuerà a scorrere tra le radici dei faggi secolari, spegnendo uno a uno i predatori che rendono queste montagne uniche al mondo.

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BOLLETTA SHOCK DA 600 EURO: SCOPRE L’AMARA VERITÀ, I VICINI GLI “RUBAVANO” LA LUCE

Un residente di Montopoli si è visto recapitare un conto salatissimo per il consumo elettrico. Dopo lo stupore iniziale, la macabra scoperta: un allaccio abusivo artigianale collegava il suo contatore all’appartamento accanto

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Redazione-  A volte, dietro una bolletta dell’energia elettrica che sembra uscita da un incubo, non c’è solo l’ombra dei rincari energetici, delle speculazioni di mercato o degli effetti collaterali dei conflitti internazionali. A volte, c’è la mano dell’uomo. È quanto accaduto a un residente di Montopoli, protagonista suo malgrado di una vicenda che ha del paradossale e che si è conclusa con una denuncia penale per i suoi vicini di casa.

Tutto è iniziato con un gesto di routine: l’apertura della busta contenente il bollettino di pagamento. Quando l’uomo ha letto la cifra impressa sul foglio – ben 600 euro – il cuore ha perso un battito. Una cifra esorbitante, decisamente sproporzionata rispetto alle sue abitudini di consumo e al suo stile di vita. Inizialmente, la reazione è stata quella del razionalista: “Avranno sbagliato il calcolo”, avrà pensato, sperando in un macroscopico errore burocratico. Ma, dopo un controllo rapido e preciso, la realtà si è palesata in tutta la sua crudeltà: il contatore segnava esattamente quanto riportato in bolletta. Il consumo era reale, ma il proprietario di casa sapeva bene di non aver utilizzato tutta quell’energia.

Incredulo e sospettoso, l’uomo ha iniziato a ispezionare il vano che ospita il suo contatore. È lì che l’occhio è caduto su un dettaglio fuori posto: un dispositivo dall’aspetto insolito, una sorta di marchingegno di fattura artigianale, abilmente occultato e collegato in modo fraudolento ai morsetti dell’impianto. Non c’erano dubbi: qualcuno stava attingendo a piene mani dal suo contratto di fornitura.

Compresa la gravità della situazione, il residente non ha perso tempo e si è rivolto tempestivamente ai Carabinieri. I militari della stazione di Poggio Mirteto, coadiuvati dal personale tecnico specializzato del gestore elettrico, sono intervenuti sul posto per effettuare i rilievi. L’indagine è stata rapida ed efficace: il cavo abusivo portava dritto all’appartamento dei vicini.

A finire nei guai sono stati un uomo di 37 anni, di origini romene, e una donna di 53 anni, originaria della provincia di Viterbo, entrambi residenti nel medesimo stabile di Montopoli. Per la coppia, la “furbata” di scroccare l’energia elettrica a spese del malcapitato vicino ha avuto un costo ben più salato di una semplice bolletta. I due sono stati denunciati in stato di libertà alla Procura della Repubblica di Rieti.

Ora, oltre a dover regolarizzare la propria posizione con il gestore e pagare probabilmente le penali e i consumi pregressi, dovranno rispondere davanti alla legge dell’accusa di furto aggravato di energia elettrica. Una lezione amara, che ricorda come, a volte, la vicinanza domestica possa nascondere insidie ben più pericolose di una semplice incomprensione di condominio. Per il proprietario truffato, resta solo l’amarezza di aver scoperto che il suo “conto” serviva a mantenere, del tutto ignaro, anche l’abitazione accanto.

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