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Attualità

Il peso dell’indifferenza

Il bullismo non fa solo male: isola. La testimonianza di una studentessa che ha vissuto sulla sua pelle cosa significa sentirsi “straniera”

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Scuola

Redazione-  Pubblichiamo questa testimonianza grazie alla nostra giovane autrice, nella convinzione che alcune storie debbano essere lette senza il filtro dell’inchiesta giornalistica, perché è la voce diretta a portare un’informazione che nessuna verifica potrebbe restituire allo stesso modo. Si tratta del racconto in prima persona di una studentessa che ha vissuto, in anni recenti, un trasferimento scolastico da una regione all’altra e le difficoltà, non solo di ambientamento, ma di isolamento e sofferenza, che ne sono seguite. Abbiamo scelto di non riportare nomi di scuole o riferimenti specifici, perché quello che resta, ed è quello che ci interessa, è la domanda che la testimonianza pone alla scuola come istituzione. La pubblichiamo non come atto d’accusa verso singoli, ma come contributo alla riflessione, da sempre necessaria, sul bullismo e sul ruolo di chi educa nel riconoscerlo e nel fermarlo.

Esistono ferite che non lasciano segni sulla pelle, ma scavano solchi profondi nell’anima. Sono quelle provocate dalle parole, dagli sguardi, dall’indifferenza, da quel silenzio assordante che troppo spesso accompagna il bullismo. È proprio di quel silenzio che voglio parlare. Un silenzio che protegge chi umilia e abbandona chi soffre.

Questo non è un semplice articolo. È una testimonianza. È il grido di una ragazza che per troppo tempo ha soffocato il proprio dolore dietro un sorriso sempre più fragile. Lo scrivo non per suscitare pietà, ma perché nessuno possa più dire: “Non lo sapevo.”

Ho diciotto anni e tra pochi giorni conseguirò il diploma. Dovrebbe essere il momento in cui si tirano le somme di un percorso fatto di crescita, sogni e ricordi felici. Eppure, quando ripenso ai miei anni di scuola superiore, la prima emozione che riaffiora non è la nostalgia, ma l’angoscia.

Qualche anno fa mi sono trasferita da Napoli in un’altra regione. Ho frequentato dal secondo al quarto anno di scuola superiore presso un istituto della nuova città, convinta di iniziare un nuovo capitolo della mia vita. Non immaginavo che quel cambiamento si sarebbe trasformato in un incubo e in una lenta discesa nell’isolamento.

Ero soltanto una ragazza con una valigia piena di speranze, desiderosa di costruire nuove amicizie e trovare il proprio posto in una realtà nuova.

Il mio unico “errore” era quello di essere diversa. Diversa perché napoletana. Diversa per il mio accento. Diversa per il mio modo di parlare, di vivere, di esprimermi. In un luogo che avrebbe dovuto educare al rispetto, la diversità è diventata un marchio da esibire per colpire, umiliare ed emarginare.

Mi domando ancora oggi quando la diversità abbia smesso di essere una ricchezza per trasformarsi, agli occhi di alcuni, in una colpa.

La scuola dovrebbe rappresentare il primo presidio di civiltà, il luogo in cui ogni giovane impara non soltanto la disciplina, ma soprattutto il valore dell’umanità. Dovrebbe essere un rifugio sicuro nel quale sentirsi accolti e protetti.

Per me, invece, è stata una prigione.

Ogni mattina attraversavo quel cancello con il cuore colmo di paura. Ogni corridoio sembrava il preludio dell’ennesima umiliazione. Ogni giornata era una battaglia combattuta nel silenzio, nella speranza che nessuno trovasse un nuovo motivo per farmi sentire sbagliata.

La sofferenza, quando diventa quotidiana, finisce per insinuarsi ovunque. Ti convince che forse il problema sei tu. Ti ruba il sorriso. Ti spegne lentamente.

Io, che sono sempre stata una ragazza solare, ho visto la luce dei miei occhi spegnersi giorno dopo giorno. Ho smesso di riconoscermi. Ho smesso di vivere con serenità. Fino a precipitare nella depressione.

Non provo alcuna vergogna nell’ammetterlo.
La vergogna appartiene a chi ha trasformato la scuola in un luogo di sofferenza. A chi ha scelto di umiliare anziché comprendere. A chi ha assistito senza intervenire.

Perché il bullismo non distrugge soltanto attraverso le parole. Distrugge anche attraverso l’indifferenza. Ed è forse quest’ultima la forma di violenza più crudele.

Molti insegnanti erano consapevoli di ciò che accadeva. Alcuni assistevano agli episodi. Altri ne erano stati informati. Eppure il più delle volte tutto si concludeva con poche parole, con uno sguardo distratto, con quella frase che ancora oggi rimbomba nella mia memoria: “Non posso fare nulla.”

Ma davvero un educatore può voltarsi dall’altra parte davanti al dolore di un proprio studente?

A cosa serve insegnare i valori della Costituzione, il rispetto della persona, la solidarietà e l’uguaglianza, se poi quei principi restano chiusi tra le pagine di un libro?

Ho resistito tre lunghissimi anni.
Tre anni durante i quali non imparavo soltanto formule o date storiche, ma imparavo, mio malgrado, cosa significhi sentirsi invisibili.

Poi è arrivato il momento in cui ho capito che sopravvivere non bastava più. Così ho scelto di cambiare scuola all’ultimo anno, trasferendomi in un altro istituto della stessa città.

Molti mi dissero che era una follia. Che stavo rischiando troppo. Che sapevo ciò che lasciavo ma non ciò che avrei trovato.

Avevano ragione.
Ma avevo ormai compreso una verità semplice, ovvero che nessun rischio può essere più grande del continuare a vivere in un luogo che ogni giorno distrugge la tua dignità.

Quel cambiamento ha rappresentato la mia rinascita.
Per la prima volta ho incontrato insegnanti capaci di ascoltare prima ancora che giudicare. Persone che hanno saputo ricordarmi che la scuola può davvero essere il luogo in cui ogni studente si sente visto, rispettato e valorizzato.

Le cicatrici, tuttavia, rimangono.
Il bullismo non termina quando finiscono gli insulti. Continua nella diffidenza, nella paura di fidarsi, nella difficoltà di costruire nuovi legami. Ti insegna a difenderti anche quando nessuno ti sta attaccando. Ti costringe a vivere dietro una corazza che non hai scelto di indossare.

Ed è questa la sua vittoria più crudele.
Oggi, però, desidero trasformare quel dolore in una responsabilità.

Mi domando quanti ragazzi, proprio mentre state leggendo queste righe, stiano entrando in una classe con lo stesso nodo alla gola che accompagnava ogni mio mattino. Quanti stiano sorridendo soltanto per nascondere le lacrime. Quanti, tornando a casa, fingano che vada tutto bene.

Alle scuole, dunque, voglio rivolgere un appello.
Non limitatevi a commemorare le vittime del bullismo quando è ormai troppo tardi.

Abbiate il coraggio di ascoltare prima che il silenzio diventi disperazione.
Abbiate il coraggio di intervenire prima che uno studente perda la speranza.
Abbiate il coraggio di essere davvero ciò che la scuola promette di essere.

Se oggi riesco a raccontare questa storia è soltanto grazie alla mia famiglia e a chi, quando io non vedevo più alcuna luce, ha continuato a credere in me.

Credevo di essere diventata fragile.
In realtà stavo semplicemente imparando quanto possa essere forte un essere umano quando decide di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola.

Per questo non concludo con un addio, ma con un augurio.
Che nessun ragazzo debba più sentirsi straniero nella propria scuola.
Che nessuno debba più sopravvivere là dove dovrebbe semplicemente imparare a vivere.

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Esteri

L’epidemia silenziosa che il mondo ignora: i morsi di serpente uccidono fino a mezzo milione di persone ogni anno

Altro che squali: i serpenti uccidono mezzo milione di persone all’anno! I dati spaventosi (e fino a ieri nascosti) del nuovo studio scientifico internazionale 🐍 🚨 Quando si parla di animali pericolosi, i morsi di serpente si confermano i veri e propri killer silenziosi dell’umanità! Uno studio pazzesco (a cui ha partecipato anche la Svizzera) appena pubblicato sulla rivista “PLOS Medicine” ha sganciato una bomba statistica: i morti causati dal veleno dei rettili non sarebbero “solo” i 100mila calcolati finora, ma potrebbero arrivare all’incredibile cifra di 513.000 all’anno! Come mai una strage simile è passata inosservata? Il motivo è drammatico: la stragrande maggioranza delle vittime sono poveri contadini delle aree rurali dell’Africa subsahariana e dell’Asia, persone che muoiono nei campi senza poter raggiungere un ospedale e senza mai finire nelle statistiche sanitarie ufficiali. Per fortuna, alle nostre latitudini (Italia e Svizzera), la situazione è totalmente sotto controllo: sebbene le vipere mordano qualche decina di malcapitati ogni estate in montagna, grazie ai soccorsi moderni i decessi sono rarissimi (in Svizzera si conta un solo morto dal lontano 1961!). Leggi tutti i numeri e i dettagli sulla mappa del rischio nel nostro articolo! 👇 🥾 E voi, avete mai incontrato una vipera durante una passeggiata in montagna? Vi fanno paura i rettili?

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Serpente

Redazione – Quando pensiamo alle cause di morte più diffuse a livello globale, la nostra mente corre immediatamente a terribili malattie virali, incidenti stradali o grandi conflitti armati. Eppure, nascosta tra le pieghe delle aree più povere e remote del nostro pianeta, esiste un’epidemia strisciante e letale di cui i media occidentali parlano pochissimo. Il numero di persone che ogni anno perdono la vita nel mondo a causa dei morsi di serpente potrebbe essere infinitamente più elevato e drammatico di quanto la scienza medica avesse stimato finora.
A lanciare l’allarme è un imponente studio internazionale (con un’importante partecipazione svizzera) appena pubblicato sulle autorevoli pagine della rivista scientifica «PLOS Medicine». I numeri emersi da questa ricerca sono letteralmente sconvolgenti: i decessi mondiali dovuti al veleno dei rettili sarebbero in realtà almeno 274.000 all’anno, con picchi vertiginosi che potrebbero arrivare addirittura fino a 513.000 morti annue.

Perché le statistiche ufficiali mentono: il dramma rurale

Come è possibile che centinaia di migliaia di morti siano “sfuggite” ai radar dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per così tanto tempo? La notevole (e tragica) differenza rispetto alle stime precedenti è dovuta alla grande difficoltà nel rilevare i casi sul territorio.
Le normali statistiche ufficiali e i dati estrapolati dai registri ospedalieri tendono infatti a sottostimare pesantemente il fenomeno. Il motivo è dolorosamente legato alla povertà: la stragrande maggioranza delle persone che vengono morse lavora a mani nude nei campi agricoli e vive in aree rurali profondamente isolate, lontane decine di chilometri dal primo ospedale disponibile. Molte vittime non ricorrono affatto alle strutture sanitarie, ma si affidano (purtroppo invano) a rimedi locali o muoiono prima di raggiungere un medico. Le nuove indagini a tappeto, condotte dai ricercatori direttamente all’interno delle piccole comunità, hanno finalmente permesso di far emergere il numero reale dei casi, portando alla sconvolgente stima di mezzo milione di morti.

La mappa globale del veleno: l’Africa è la più colpita

Il fenomeno, ovviamente, è distribuito in modo assai disomogeneo sul globo terrestre. A pagare il prezzo di sangue più alto è senza dubbio l’Africa subsahariana, a cui è incredibilmente attribuibile il 45% di tutti gli avvelenamenti e dei decessi mondiali. Il tasso di incidenza in questa regione è quasi tre volte superiore a quello dell’Asia meridionale, che risulta comunque la seconda area più colpita al mondo (seguita dal Sud-est asiatico).
A essere maggiormente esposti al rischio, rileva lucidamente l’indagine scientifica, sono i contadini e gli abitanti dei Paesi a basso reddito. Per effettuare questa complessa stima, i ricercatori hanno analizzato migliaia di studi scientifici pubblicati a partire dal 2007, elaborando sofisticati modelli geostatistici. Nonostante questo sforzo enorme, le lacune informative restano considerevoli: su 170 Paesi in cui sono attualmente presenti in natura serpenti velenosi, ben 91 non dispongono di dati solidi sulle intossicazioni umane e 100 non hanno registri affidabili sui decessi.

La situazione in Europa: i rassicuranti dati svizzeri e italiani

Di fronte a numeri così spaventosi, è normale chiedersi quali siano i rischi reali alle nostre latitudini. Sebbene in Europa esistano diverse specie velenose (principalmente del genere Vipera), la situazione è totalmente sotto il controllo sanitario e non deve destare alcun allarme incontrollato.
Prendendo ad esempio la vicina Svizzera, il Centro di coordinamento nazionale rettili (karch) ricorda che sul territorio elvetico vivono due specie velenose: il marasso (Vipera berus) e la vipera comune (Vipera aspis), entrambe presenti anche nel vicino Canton Ticino e in ampie zone del Nord Italia.
Queste due specie sono effettivamente protagoniste, ogni anno, di alcuni casi isolati di morsicatura durante le escursioni estive. Tuttavia, a differenza di quanto accade nei Paesi in via di sviluppo, grazie alla tempestività del nostro sistema di soccorso e alle odierne ed efficaci cure mediche (come la somministrazione ospedaliera del siero antiofidico), il morso non rappresenta quasi mai un pericolo mortale per un adulto sano. Le statistiche sono estremamente rassicuranti: dal lontano 1961 si è verificato in Svizzera un solo incidente mortale riconducibile al morso di una vipera. In caso di incontro in montagna, dunque, la regola d’oro resta solo una: massimo rispetto per l’animale, nessun tentativo di ucciderlo e allontanarsi lentamente in direzione opposta.

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Esteri

Tragedia apocalittica in Nepal: l’alluvione fa 157 morti e quasi 600 dispersi. Salvi per miracolo due italiani

Scene da apocalisse in Nepal: un’improvvisa alluvione spazza via decine di villaggi. 157 i morti, si cercano 600 dispersi, salvi per miracolo due italiani! 🇳🇵 🌊 La natura ha colpito ancora una volta con inaudita violenza. Una mostruosa bomba d’acqua e fango (causata probabilmente da una grossa frana innescata da un terremoto) ha fatto esondare il fiume Bhote Koshi, nel nord del Nepal, cancellando dalla faccia della Terra interi villaggi, dighe e decine di ponti. Il bilancio è a dir poco drammatico: i morti accertati sono 157, ma si teme il peggio per i quasi 600 dispersi, tra cui tantissimi turisti stranieri che facevano trekking nella zona. Salvi per miracolo due italiani, Giovanni Fassini e Marco Lombardi, rimasti intrappolati per 8 ore su un autobus mentre l’acqua continuava a salire spaventosamente attorno a loro: “Ci è andata incredibilmente bene, siamo vivi e possiamo raccontarlo”, hanno dichiarato al Tg1. Ora è in corso una disperata corsa contro il tempo degli elicotteri militari per salvare chi è rimasto isolato in alta montagna. L’Unione Europea ha attivato i propri satelliti per aiutare le ricerche. Leggi il racconto completo dei superstiti italiani e i dettagli della tragedia nel nostro articolo! 👇 💔 Un pensiero e una preghiera di solidarietà per le famiglie delle vittime e per i coraggiosi soccorritori.

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Inondazione in Nepal

Nepal – Le immagini catturate dalle telecamere di sicurezza mostrano scene che sembrano uscite da un film catastrofico, ma che purtroppo sono drammaticamente reali. Un’imponente ondata d’acqua, fango e detriti ha improvvisamente investito il nord del Nepal, accanendosi in particolare sul distretto montuoso di Rasuwa (nella provincia di Bagmati), a ridosso del confine con il Tibet cinese. Il bilancio provvisorio è terrificante, destinato tragicamente a salire con il passare delle ore: si contano almeno 157 morti accertati e quasi seicento dispersi.
La gigantesca piena improvvisa del fiume Bhote Koshi (arrivata verso le 9:15 del mattino) ha letteralmente cancellato dalle mappe interi villaggi millenari come Timure, Rasuwagadhi e Syabrubesi, trascinando via con una forza brutale ponti, bacini e povere persone in fuga.

“Otto ore bloccati sul bus”: il racconto dei sopravvissuti italiani

In questo scenario infernale, l’Italia tira un sospiro di sollievo per i propri connazionali. Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha rassicurato il Paese confermando che i due italiani direttamente coinvolti nel disastro sono fortunatamente in buone condizioni di salute (la Farnesina sta comunque monitorando altri 90 connazionali registrati in zona).
I due superstiti, Giovanni Fassini e Marco Lombardi, hanno vissuto ore di autentico terrore mentre tornavano verso Katmandu a bordo di un autobus turistico. «L’autobus si è fermato improvvisamente perché la strada era sbarrata», ha raccontato Fassini al Tg1 con la voce rotta dall’emozione. «All’inizio non avevamo capito il perché, ma poi ci siamo accorti che il fiume di fianco a noi saliva, saliva sempre di più in modo minaccioso. A monte non si poteva andare, indietro nemmeno. Siamo rimasti per ben 8 ore fermi e intrappolati sull’autobus, pregando che l’acqua non ci lambisse. Ci è andata incredibilmente bene, siamo vivi e possiamo raccontarlo, ma sappiamo che ci sono molti dispersi, la situazione è una vera e propria tragedia».

Centinaia di turisti inghiottiti: la frana innescata dal sisma

Il conto dei dispersi mette i brividi. Sul lato nepalese non si hanno notizie di 484 turisti, dei quali 391 stranieri (tra cui indiani, statunitensi, australiani, britannici, francesi e spagnoli). Nel calderone dei dispersi figurano anche decine di membri dell’esercito, poliziotti e lavoratori impegnati in alcuni cantieri idroelettrici, i cui impianti (appena ultimati) sono andati completamente distrutti, insieme a ben 80 ponti (tra carrabili e pedonali). L’emergenza, peraltro, ha scavalcato i confini, interessando gravemente anche la vicina Cina, dove si contano altri 265 dispersi.
Ma cosa ha scatenato un simile inferno d’acqua? Se in un primo momento si era ipotizzata la spaventosa rottura di un lago glaciale, il ministro degli Esteri nepalese ha indicato come causa primaria un terremoto di magnitudo 4.4, registrato poco prima del disastro. Il sisma avrebbe provocato una colossale frana, la quale avrebbe bloccato temporaneamente il corso del fiume per poi cedere di schianto, rilasciando a valle una bomba d’acqua inarrestabile.

La disperata macchina dei soccorsi e l’aiuto europeo

Ora è il momento della speranza e del dolore. Il governo locale ha dichiarato per tre mesi lo stato di area disastrata, mobilitando ogni elicottero militare e privato disponibile per cercare di raggiungere i feriti e le persone rimaste intrappolate nei villaggi isolati, trasferendole in zone sicure. Fino a questo momento, i soccorritori (eroi che stanno lavorando in condizioni estreme) hanno salvato un centinaio di persone per via aerea.
Di fronte a questa enorme sciagura, la comunità internazionale non è rimasta a guardare. L’Unione Europea (tramite la presidente Ursula von der Leyen) ha attivato il sistema satellitare Copernicus per mappare le aree distrutte dall’alto, mentre la Federazione Internazionale della Croce Rossa ha già stanziato oltre un milione di euro di fondi d’emergenza. Il mondo intero prega oggi per il Nepal, una terra tanto meravigliosa quanto fragile, sperando che il fango possa restituire il maggior numero di sopravvissuti.

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Economia

Carburanti, proroga “mini” per lo sconto solo sul gasolio: consumatori in rivolta per la stangata sulla benzina

Sconto prorogato solo per il gasolio fino al 5 settembre, ma per la benzina è il “nulla cosmico”. È rivolta dei consumatori contro il Governo! ⛽ 🚗 Niente da fare, la stangata del controesodo colpirà duramente milioni di automobilisti italiani! Il Governo (in un velocissimo Consiglio dei Ministri) ha varato un mini-decreto per prorogare il taglio delle accise di 17 centesimi al litro… ma solo per il gasolio e solo fino al 5 settembre! Una misura che ha scatenato la furia delle opposizioni e delle associazioni dei consumatori. Il Codacons l’ha definita “un topolino”, mentre Massimiliano Dona (Unione Nazionale Consumatori) ha parlato di “nulla cosmico per la benzina, che ormai sfiora i 2,1 euro al litro in autostrada”. Fortissime critiche anche da Assoutenti, che boccia l’idea del Governo di erogare in futuro aiuti in base al reddito: “Il caro-pieno colpisce tutti i pendolari e le imprese, gli automobilisti non si possono dividere in base all’ISEE! Serve un taglio strutturale per tutti!”. La rabbia è tanta: fare il pieno per andare a lavorare non può essere una tassa straordinaria. Leggi le dichiarazioni esplosive nel nostro articolo! 👇 💸 E voi cosa ne pensate? È giusto tagliare le accise solo sul diesel e per pochissimi giorni, o serviva un taglio netto su tutti i carburanti?

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Carburanti

Roma– L’estate sta volgendo al termine, milioni di italiani si preparano al difficile rientro a casa (il cosiddetto “controesodo”) e, come da triste copione, lo spauracchio del caro-carburanti torna a terrorizzare i portafogli delle famiglie. In un rapidissimo Consiglio dei Ministri (durato appena dieci minuti), il Governo ha varato in extremis un provvedimento per tentare di arginare l’emergenza, ma le misure adottate hanno immediatamente scatenato un’ondata di aspre polemiche.
Il CdM ha infatti deciso di prorogare fino al 5 settembre 2026 il taglio sulle accise, ma limitandolo esclusivamente al gasolio. La misura (del valore stimato di circa 130 milioni di euro, finanziata tramite un ingegnoso sistema di anticipo fiscale imposto ai grandi gruppi del settore energetico) prevede la proroga della riduzione già in vigore di 17 centesimi al litro sul prezzo del diesel, ottenuta tramite un taglio di 14 centesimi di accisa e 3 centesimi di IVA. Nessun intervento, invece, è stato clamorosamente previsto per la benzina, scatenando l’ira delle opposizioni (con Conte e Schlein subito all’attacco) e la feroce reazione delle associazioni dei consumatori.

Codacons e UNC all’attacco: “Il nulla cosmico per la benzina”

La delusione tra i rappresentanti dei cittadini è palpabile e le dichiarazioni non lasciano spazio a sconti istituzionali. «La montagna ha partorito il classico topolino», ha tuonato senza mezzi termini il Codacons, definendo l’intervento del Governo «una misura totalmente annacquata che scontenta tutti gli automobilisti e non risolve l’emergenza in corso». A pesare è soprattutto l’esclusione della verde: «Non c’è alcun provvedimento sulla benzina, nonostante il prezzo in autostrada stia viaggiando pericolosamente verso i 2,1 euro al litro. Parliamo di una maggiore spesa di circa 10 euro a pieno per 17 milioni di italiani. Questa decisione non salverà le famiglie dalla stangata».
Sulla stessa, durissima lunghezza d’onda si è sintonizzato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC), che ha bollato l’intervento normativo come «una mezza pezza per il gasolio e il nulla cosmico per la benzina». Dona riconosce un unico aspetto positivo: «Almeno nel controesodo eviteremo di pagare il gasolio 2,37 euro al litro in autostrada, ma è una magra consolazione». L’esponente dell’UNC critica anche l’ipotesi di futuri bonus mirati: «Dare qualche spicciolo a chi ha la “Carta dedicata a te” è inutile per frenare l’inflazione. Il Governo deve ripensarci».

Assoutenti: “L’ISEE non basta, il caro-pieno colpisce tutti”

Anche per Assoutenti, il bilancio dell’operazione è fallimentare. «Il bicchiere è ancora palesemente mezzo vuoto», spiega il presidente Gabriele Melluso. Pur giudicando positivamente la proroga per chi torna dalle vacanze, l’associazione evidenzia l’assurdità di non aver potenziato lo sconto e di non averlo esteso alla benzina visti “i livelli allarmanti raggiunti dai listini alla pompa”.
Il vero timore, però, riguarda il futuro, ovvero cosa accadrà dopo la fatidica data del 5 settembre. «La strada delle misure assistenziali legate soltanto al reddito è palesemente sbagliata», avverte Melluso. «Il caro-carburante colpisce tutti e l’automobilista non si può assolutamente classificare in base all’ISEE. Il problema colpisce indistintamente pendolari, famiglie, lavoratori e imprese».

Serve un intervento strutturale, non l’elemosina

Il sentimento diffuso tra i cittadini e i loro rappresentanti è quello di una profonda stanchezza. L’Italia sconta da decenni un sistema di accise obsoleto e asfissiante. Tamponare l’emergenza prolungando uno sconto di soli dieci giorni (e solo su un tipo di carburante) è visto come un palliativo insufficiente per una malattia cronica.
Come giustamente ricordato dalle associazioni, ciò che serve oggi al Paese non è un intervento a scadenza ravvicinata, ma una riforma stabile e strutturale sulle accise, capace di evitare una volta per tutte che, a ogni minima crisi internazionale, fare il pieno per andare a lavorare o per tornare a casa si trasformi in una tassa straordinaria e insopportabile sulla fondamentale mobilità degli italiani.

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