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Salute

Oltre l’immagine: la risonanza magnetica multiparametrica è la nuova frontiera della diagnostica di precisione. Ne parliamo con il Dott. Pasquale Paolantonio, Radiologo Dirigente Medico presso l’Azienda Complesso Ospedaliero San Giovanni Addolorata di Roma

Pasquale Paolantonio: “La risonanza multiparametrica ha radicalmente cambiato l’approccio al paziente. Non si limita a fornirci un’immagine anatomica, ma ci permette di analizzare la biologia del tessuto. È lo strumento d’elezione sia per l’individuazione tempestiva di eventuali neoplasie, sia per il monitoraggio accurato di lesioni di piccole dimensioni che richiedono un controllo nel tempo”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Dott. Pasquale Paolantonio

Roma- La diagnosi precoce rappresenta l’arma più efficace nella lotta contro il tumore alla prostata. In un panorama tecnologico in continua evoluzione, la risonanza magnetica multiparametrica si è affermata come il gold standard per precisione e affidabilità. La risonanza magnetica multiparametrica si è imposta, in particolare, come un vero e proprio cambio di paradigma, trasformando radicalmente il modo in cui i medici approcciano la diagnosi e la cura. Non più un semplice strumento morfologico, ma un’alleata capace di sondare la biologia stessa dei tessuti, aprendo la strada a una medicina sempre più personalizzata e tempestiva. Oggi approfondiamo questo tema con il Dott. Pasquale Paolantonio, Dirigente Medico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma, evidenziando come questa tecnologia stia ridefinendo gli standard clinici, dall’individuazione precoce delle neoplasie fino alla gestione strategica dei percorsi di monitoraggio attivo.

​Dott. Paolantonio, perché la risonanza magnetica multiparametrica è oggi considerata indispensabile nella diagnostica prostatica?

In passato, un paziente con PSA elevato effettuava una biopsia prostatica “random” per identificare o escludere un cancro della prostata. “Random” vuol dire che i prelievi non venivano effettuati in un punto preciso, ma a “tappetto” su tutta la ghiandola con un criterio: maggiore è il numero dei prelievi, più accurata è il risultato della biopsia con la contropartita di un “discomfort” del paziente dopo la procedura bioptica.

Oggi La RM della prostata multiparametrica consente di individuare con elevata accuratezza la sede precisa in cui è localizzata una neoplasia clinicamente significativa della prostata mirando la biopsia ad una lesione precisa. Ne consegue una riduzione del numero di biopsie non necessarie e del numero dei prelievi di ogni biopsia effettuata con tecnica US-RM fusion che permette di usare le immagini RM e poter guidare la biopsia che viene effettuata con guida ecografica. Ne consegue una identificazione accurata e rapida dei pazienti che necessitano di un trattamento radicale per la cura del cancro della prostata.

Inoltre, la RM è eseguita con una tecnica precisa e standardizzata e anche la lettura e l’interpretazione sono riproducibili in quanto è stato ideato un “lessico” che permette al radiologo di comunicare in maniera semplice e riproducibile all’urologo di riferimento del paziente il risultato dell’esame, utilizzando un punteggio che esprime la probabilità che la lesione individuata sia maligna e quindi la necessità o meno di una biopsia mirata.

Inoltre, in molti pazienti possiamo trovare una neoplasia prostatica maligna poco aggressiva, sulla base dell’esame istologico, per la quale il trattamento chirurgico sarebbe sproporzionato per cui viene proposto al paziente un percorso di “sorveglianza attiva” basato su controlli clinici e laboratoristici nel tempo e sulla RM della prostata che permette di identificare una evoluzione di una piccola lesione non significativa prima che diventi aggressiva selezionando chi ha reamente bisogno di una nuova biopsia di conferma e di un trattamento chirurgico radicale.

In sintesi, la RM riesce in maniera non invasiva a selezionare chi tra l’enorme numero di uomini con alterazioni del PSA deve realmente eseguire una biopsia della prostata mirata. Questo approccio è condiviso dalle società scientifiche nelle linee guida per la gestione dei pazienti con sospetta neoplasia della prostata.

​Cosa rende questo esame “multiparametrico” e qual è il valore aggiunto del mezzo di contrasto?

La RM sfrutta più parametri per raggiungere alla identificazione di una lesione protatica sospetta per essere una neoplasia maligna significativa. In realtà, ogni esame di risonanza magnetica sfrutta multipli parametri però nel caso della prostata il termine multiparametrico fa riferimento ad un preciso protocollo tecnico di acquisizione che garantisce certi risultati diagnostici e quindi, usiamo questo termine a ragione per identificare lo studio più completo e attendibile.

In questo studio, comunque, alcuni dei parametri di imaging sono più importanti di altri. In particolare, un ruolo cruciale è giocato dalle sequenze pesate in diffusione che permetto di valutare il grado di cellularità di una lesione. Il mezzo di contrato è utile per valutare la vascolarizzazione delle lesioni e in un certo numero di casi può far modificare il parere espresso sulla base dello studio senza mezzo di contrasto. Nella letteratura scientifica si propone uno studio “bi-parametrico”, ossia basato sui due parametri più importanti senza l’utilizzo del mezzo di contrasto. Quindi, non escudo che un domani potremo usare uno studio della prostata bi-parametrico (senza l’utilizzo del mezzo di contrasto) come strumento di “screening” in pazienti con PSA elevato. Uno studio bi-parametrico è più veloce meno costoso e quindi più accessibile.

​Qual è l’importanza della competenza del radiologo in questo tipo di procedure?

Come in ogni cosa, l’esperienza è molto importate anche nell’interpretazione dello studio RM multiparametrico della prostata e ancora di più nello studio bi-parametrico (senza mezzo di contrato). Sicuramente il lessico standardizzato PIRADS (Prostate Imaging Reporting and Data System) proposto dall’”America College of Radiology” è una guida pratica nell’interpretazione e nella refertazione. Tuttavia, anche utilizzando i criteri PIRADS l’esperienza dell’operatore è importante nel distinguere tra una lesione indeterminata (PIRADS 3) e una più probabilmente maligna (PIRADS 4).

Devo evidenziare, inoltre, che in quest’ambito nel breve futuro i sistemi di intelligenza artificiale saranno di ausilio per i radiologi meno esperti. Il rischio di questi sistemi però è un progressivo “deskilling”: se mi abbandono all’utilizzo di un sistema che mi aiuta non acquisirò mai una vera esperienza. Sono tematiche complesse, ad ogni modo, credo che la forza diagnostica della RM della prostata debba fare i conti col numero crescente di esami da effettuare e quindi a mio parere ogni sistema che renda più accessibile la metodica è bene accetto.

È necessario seguire una preparazione specifica (come il digiuno, la sospensione di farmaci o norme di igiene particolare) nei giorni precedenti l’esame?

La presenza di feci o di aria nel retto può creare degli artefatti quindi è consigliabile un clistere di pulizia del retto.

Non è necessario interrompere terapie mediche. È utile una moderata distensione vescicale per cui si suggerisce di non urinare immediatamente prima dell’esame. Come tutti gli esami in cui è previsto l’utilizzo del mdc è bene osservare un digiuno di 4-6 ore prima dell’esame.

Quanto dura complessivamente la seduta di risonanza una volta entrati in sala?

Il tempo di permanenza del paziente all’interno della sala RM varia anche in base all’apparecchiatura utilizzata.

Per uno studio multiparametrico il tempo può variare tra i 25 e i 40 minuti. Più rapido lo studio bi-parametrico.

Ci sono controindicazioni legate al mezzo di contrasto? È necessario portare con sé esami recenti della funzionalità renale (creatinina e filtrato glomerulare)?

Per lo studio multiparametrico che prevede la somministrazione endovenosa del mdc (chelati del gadolinio) è necessario valutare la funzionalità renale del paziente in quanto l’insufficienza renale rappresenta una controindicazione; quindi, è necessario avere a disposizione un valore di creatinina recente in modo che il radiologo possa valutare caso per caso se il mdc può essere somministrato o meno.

Quanto tempo è necessario solitamente per la refertazione e la consegna delle immagini?

Questo dipende da modelli organizzativi della struttura in cui viene effettuato l’esame per questo non è possibile rispondere in maniera univoca sui tempi di consegna del referto al paziente. Quello che posso dire è che una refertazione accurata che utilizzi modelli strutturati difficilmente è inferiore ai 15-20 minuti anche per un lettore esperto.

Quali consigli utili si sente di dare ai pazienti che devono effettuare questo tipo di esame diagnostico?

Ho cinque consigli da suggerire sia pima dell’esame RM, sia al momento dell’esecuzione e dopo la sua conclusione e molti di questi consigli penso siano validi per tutti gli esami diagnostici e non solo per la RM multiparametrica della prostata.

Il primo consiglio è quello di evitare “auto-prescrizioni” dell’esame RM.

Un buon esame è quello che parte da una corretta indicazione clinica.

Il primo rilievo di un PSA superiore alla norma non è di per sé sufficiente per porre indicazione all’esame RM multiparametrico della prostata. È bene affidarsi ad uno specialista in Urologia per una valutazione clinica accurata. L’esplorazione rettale conserva un suo ruolo importante così come altri dati clinici e laboratoristici (rapporto PSA libero /PSA totale, PSA density, andamento del PSA nel tempo anche in relazione a terapie mediche effettuate per l’ipertrofia prostatica).

Secondo consiglio: affidarsi ad un radiologo esperto di imaging urologico e ad un centro con una apparecchiatura adeguata.

Terzo consiglio: portare con sé la richiesta dell’urologo e tutta la documentazione attinente (analisi ed esami precedenti).

Quarto consiglio: durante l’esame lo staff (tecnico di radiologia e infermiere) faranno ogni cosa utile per garantire il confort durante l’esame (trovare la posizione corretta, avere la testa il più possibile fuori dal magnete, usare cuffia per attutire i rumori etc..), è importate che il paziente ci metta del suo e resti fermo; quindi, il consiglio è quello di farsi illustrare bene ogni passaggio dell’esame in modo da restare calmi e soprattutto fermi durante l’acquisizione dell’esame.

Quinto consiglio: una volta concluso l’esame e ottenuto il referto, non affidarsi alla propria comprensione di quanto si va a leggere magari con l’ausilio di informazioni reperibili sul web ma chiedere spiegazioni al Radiologo e comunque tornare a visita dall’Urologo prescrittore dell’esame con il referto alla mano per le scelte terapeutiche e le spiegazioni del caso.

Possono sembrare tutte banalità, ma nella pratica è sempre comune rilevare problemi incorsi dal non rispetto di queste pochi elementi che ho appena sottolineato la maggior parte dei quali, come avrete capito, si basa sulla capacità di costruire un buon rapporto di fiducia e una valida comunicazione tra il medico e il paziente.

Il tempo della comunicazione è tempo di cura, non è tempo “perso”. A mio modo di vedere la centralità del rapporto “umano” tra medico e paziente che si ottiene attraverso una buona comunicazione,

è sempre più importante soprattutto in un mondo dominato logiche tecnocratiche.

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Salute

Osteopati, via alle iscrizioni all’Ordine: svolta per la professione

Svolta storica per gli osteopati: dal 14 settembre via alle domande di iscrizione all’Ordine per il pieno riconoscimento nella sanità. 🩺 🇮🇹

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Registro degli Osteopati

Roma – Nel vasto perimetro delle riforme che interessano la sanità pubblica e i percorsi assistenziali destinati ai cittadini, il riconoscimento formale delle nuove figure di cura rappresenta un pilastro fondamentale per elevare la qualità delle prestazioni e contrastare l’abusivismo professionale. La Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsrm e Pstrp) ha annunciato ufficialmente l’avvio di una transizione storica per migliaia di specialisti del benessere corporeo. A partire da lunedì 14 settembre 2026, si apriranno formalmente i termini operativi per la presentazione delle domande di iscrizione agli Elenchi speciali ad esaurimento interamente riservati agli Osteopati. Il provvedimento si offre alla pubblica opinione e alle famiglie come un’importante garanzia di trasparenza, segnando l’ingresso definitivo di questa antica disciplina nell’alveo delle professioni ufficialmente riconosciute dallo Stato.

La delibera del Consiglio nazionale e il decreto sulle equipollenze

La decisione di fissare la data tagliola per le iscrizioni è stata assunta all’unanimità dal Consiglio nazionale della Federazione durante la seduta del 28 luglio scorso. Questo passaggio amministrativo giunge a compimento dopo la recente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM 25 marzo 2026), un testo che definisce in modo rigoroso e analitico i criteri di equipollenza dei titoli pregressi e del valore dell’esperienza professionale maturata sul campo. Si chiude così un lunghissimo iter normativo ed elettorale iniziato oltre otto anni fa, tracciando un quadro di regole certe e stabili che permette di superare la precarietà del passato e di inserire gli operatori in un registro ufficiale verificabile da chiunque, offrendo una tutela reale alla salute dei consumatori.

Il ruolo dei cinquantanove Ordini provinciali e la verifica del merito

La macchina organizzativa della Federazione è attualmente impegnata nel completamento degli ultimi adempimenti burocratici e nella digitalizzazione dei moduli di accesso. Nelle prossime settimane, i canali multimediali della presidenza e i portali dei cinquantanove Ordini territoriali distribuiti nelle diverse province italiane pubblicheranno le linee guida dettagliate per la trasmissione dei dossier. I singoli Consigli direttivi provinciali e interprovinciali avranno il compito di istituire apposite commissioni per esaminare le istanze h24, valutando con rigore la validità dei diplomi e la tracciabilità delle carriere lavorative svolte, azzerando il rischio di infiltrazioni da parte di figure prive di una reale e verificata competenza didattica.

Il manifesto di Diego Catania: pari dignità e medesime responsabilità

La grande rilevanza sociale e civile della riforma è stata commentata con profonda soddisfazione da Diego Catania, stimato Presidente nazionale della Fno Tsrm e Pstrp. Catania ha voluto rivolgere un caloroso messaggio di benvenuto ai nuovi iscritti, sottolineando l’alto valore etico del percorso intrapreso dalle istituzioni per favorire la coesione del comparto: «Con l’azione degli Elenchi speciali ad esaurimento si chiude un percorso che ha decretato il pieno riconoscimento dell’osteopatia nel Servizio sanitario nazionale. Ora, il nostro obiettivo è quello di accompagnare con cura gli Osteopati durante questa transizione, garantendo loro le stesse tutele, la stessa dignità e le medesime responsabilità civili e penali già giustamente riconosciute a tutte le altre figure sanitarie rappresentate dalla nostra Federazione».

Il contrasto all’abusivismo e i vantaggi per le future generazioni

In ultima analisi, la stabilizzazione dell’ordine professionale degli osteopati riapre una seria e urgente riflessione sui benefici stabili che l’integrazione tra le diverse discipline terapeutiche genera sulla vita quotidiana delle comunità locali. Sradicare la cura del corpo dall’isolamento individuale di studi privati non censiti, per ricondurla all’interno di una rete trasparente e protettiva regolata dalle leggi dello Stato, costituisce il pilastro più alto per promuovere il benessere collettivo dei cittadini onesti. La presenza di un albo ufficiale combatte l’esercizio abusivo della professione e favorisce una proficua collaborazione con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta. La cooperazione tra gli Ordini, il Ministero della Salute e le università partner rimane la via maestra per far crescere il sistema, garantendo un domani di cure sicure, umane ed efficienti a tutte le generazioni del nostro Paese.

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Attualità

Malati in fila, diritti negati: il dramma silenzioso della sanità pubblica che ha smesso di curarci

Il dramma silenzioso della sanità in tilt: liste d’attesa infinite, pronti soccorsi al collasso e italiani costretti a rinunciare alle cure. 🏥 💔

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malati in fila

Roma – C’è un dramma silenzioso che si consuma ogni giorno, lontano dai riflettori della grande politica e dalle accese discussioni dei talk show televisivi. È un dolore che non fa rumore, ma che scava in profondità nell’anima di milioni di famiglie italiane, dal Nord fino al profondo Sud, passando per le valli dimenticate delle nostre province. Stiamo parlando del lento e inesorabile collasso della sanità pubblica, quel sistema universale che un tempo rappresentava il fiore all’occhiello del nostro Paese e che oggi, purtroppo, assomiglia sempre di più a un malato terminale. L’Articolo 32 della nostra Costituzione sancisce la tutela della salute come diritto fondamentale e inalienabile dell’individuo, ma la dura realtà quotidiana ci sbatte in faccia una verità ben diversa: ammalarsi in Italia sta diventando un lusso, un calvario logorante in cui la dignità della persona viene calpestata dalla burocrazia e dai tagli di bilancio.

Le liste d’attesa infinite: il tempo che ruba la speranza

Il volto più crudele di questa crisi ha le sembianze inumane delle liste d’attesa. Provate a immedesimarvi in un anziano, o in una madre di famiglia, che dopo giorni di dolori persistenti si reca dal proprio medico e riceve l’impegnativa per una visita specialistica urgente o per un’ecografia salvavita. Il momento in cui ci si rivolge al centro di prenotazione è l’inizio di un incubo a occhi aperti: le agende degli ospedali sono bloccate, i posti esauriti, e le prime disponibilità vengono fissate a distanza di otto, dieci o addirittura quattordici mesi. In quel lasso di tempo infinito, la malattia non si ferma, non va in vacanza, non aspetta i tempi della pubblica amministrazione. E così, l’angoscia divora le giornate di chi sa di aver disperato bisogno di cure immediate ma si vede sbattere la porta in faccia da uno Stato che dovrebbe proteggerlo, trasformando l’attesa in una vera e propria condanna psicologica e fisica.

La fuga verso i privati: chi non ha i soldi non si cura più

Di fronte a questo invalicabile muro di gomma, si palesa l’ingiustizia sociale più vergognosa e inaccettabile della nostra epoca. Chi possiede solide risorse economiche, chi ha una carta di credito o dei risparmi messi da parte, si rivolge immediatamente alle cliniche private: pagando di tasca propria, quella stessa risonanza magnetica che richiedeva un anno di attesa nel settore pubblico viene miracolosamente fissata per il pomeriggio successivo. Ma cosa accade a chi vive con una pensione minima o con uno stipendio precario? La risposta è agghiacciante e certificata dalle statistiche nazionali: milioni di italiani rinunciano semplicemente a curarsi. Decidono di stringere i denti, di sopportare il dolore in silenzio, sperando che passi da solo, perché non hanno i soldi per pagare le visite private. È la fine del diritto universale alla salute: la possibilità di sopravvivere è ormai legata a doppio filo al saldo del proprio conto corrente bancario.

Il calvario dei Pronto Soccorso e gli eroi in corsia lasciati soli

L’altro fronte caldissimo di questa guerra silenziosa si combatte ogni notte nelle trincee dei Pronto Soccorso. Entrare in un ospedale italiano oggi significa spesso imbattersi in scene strazianti da ospedale da campo: barelle ammassate nei corridoi, pazienti anziani parcheggiati per giorni in attesa di un posto letto che non c’è, familiari disperati che implorano attenzione. In questo caos infernale, medici e infermieri continuano a lavorare turni massacranti, coprendo le carenze croniche di organico con uno spirito di sacrificio che sfiora l’eroismo. Eppure, vengono lasciati drammaticamente soli. Invece di essere premiati e tutelati, diventano sempre più spesso il bersaglio della frustrazione e della rabbia dei cittadini esasperati, subendo minacce e vili aggressioni fisiche. Stiamo distruggendo la motivazione di chi ha studiato una vita intera per salvare la vita agli altri, costringendoli a fuggire verso il settore privato o all’estero alla ricerca di condizioni umane e dignitose.

La scomparsa dei medici di famiglia e le province abbandonate

L’abbandono sanitario colpisce con ferocia inaudita soprattutto i piccoli centri, i borghi e le aree interne del nostro Paese. La storica e rassicurante figura del “medico di base” – quel professionista che conosceva a memoria la storia clinica, le paure e la famiglia di ogni suo paziente – sta rapidamente scomparendo. Quando i vecchi dottori di paese vanno in pensione, nessuno prende il loro posto. Intere comunità montane e collinari si ritrovano improvvisamente scoperte. Per un anziano che non guida e non usa internet, dover percorrere venti o trenta chilometri su strade provinciali dissestate solo per farsi prescrivere la pillola per la pressione rappresenta un ostacolo insormontabile. Questa inaccettabile ritirata dello Stato dai territori periferici accelera lo spopolamento: nessuno vuole più vivere in un borgo dove, se ti senti male nel cuore della notte, non sai a chi chiedere aiuto.

Un patto sociale da ricostruire per salvare la nostra dignità

Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a questo scenario desolante. La sanità pubblica non è una semplice voce di spesa in un foglio di calcolo, né un fastidioso problema contabile da risolvere con freddi tagli lineari. La cura disinteressata dei malati e dei più deboli è la misura esatta del grado di civiltà di una nazione. La politica, a tutti i livelli istituzionali, deve rimettere la salute delle persone al centro dell’agenda, trovando il coraggio di investire risorse vere e di assumere con urgenza nuovo personale medico. Non c’è grande infrastruttura o ponte che tenga se poi lasciamo morire i nostri nonni soli in una sala d’aspetto. Rimbocchiamoci le maniche e difendiamo con i denti il nostro diritto alla cura, perché un Paese che abbandona i propri malati è un Paese che ha rinunciato per sempre al proprio futuro e alla propria anima.

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Salute

Il diritto alla salute è diventato un lusso: il dramma inaccettabile della sanità pubblica

Liste d’attesa infinite, medici in fuga e cure negate: l’inchiesta sull’ospedale pubblico che si sgretola e il diritto alla salute negato. 🚑 🏥

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Medico stanco

Roma – Esiste una linea di demarcazione sottile ma sempre più profonda che sta dividendo silenziosamente la popolazione del nostro Paese: quella tra chi può permettersi di curarsi e chi, rassegnato, è costretto a rinunciare alla propria salute. L’Articolo 32 della Costituzione italiana, che per decenni ha tutelato la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, garantendo cure gratuite agli indigenti, sembra oggi essersi trasformato in una promessa vuota. Da Nord a Sud, ma con picchi di drammaticità intollerabili nelle province e nelle aree interne, stiamo assistendo al progressivo e inesorabile smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale, un tempo orgoglio del nostro welfare pubblico e oggi ridotto a una gigantesca macchina inceppata dalla burocrazia, dai tagli lineari e da una carenza cronica di personale strutturato.

L’incubo quotidiano delle liste d’attesa e il paradosso dell’urgenza

Il sintomo più evidente e doloroso di questo collasso istituzionale è rappresentato dalle liste d’attesa, divenute un vero e proprio muro di gomma contro cui si infrangono le speranze dei cittadini. Prenotare un esame diagnostico salvavita, una risonanza magnetica, una mammografia o una semplice visita cardiologica attraverso i canali pubblici del Centro Unico di Prenotazione (CUP) si trasforma quotidianamente in un’odissea umiliante. Mesi, talvolta anni di attesa per prestazioni che richiederebbero tempistiche immediate. Il paradosso diventa crudele quando, a fronte di un’agenda pubblica completamente sbarrata, al paziente viene comunicato che la stessa prestazione, eseguita dallo stesso medico e nello stesso ospedale, è magicamente disponibile nel giro di pochi giorni se pagata di tasca propria in regime di “intramoenia”. Una distorsione del sistema che costringe i cittadini a mettere mano ai propri risparmi per non rischiare la vita.

La sanità a due velocità e il fenomeno della povertà sanitaria

Questa spinta forzata verso la privatizzazione strisciante sta generando un nuovo, gravissimo fenomeno sociologico: la povertà sanitaria. Di fronte all’impossibilità di accedere alle cure pubbliche in tempi ragionevoli, le famiglie appartenenti al ceto medio-basso si trovano di fronte a un bivio drammatico: indebitarsi per rivolgersi alle cliniche private o rinunciare del tutto alla prevenzione e alle terapie. I dati recenti delle associazioni del Terzo Settore fotografano una realtà allarmante, con milioni di italiani che ogni anno scelgono di non curarsi per ragioni puramente economiche. Il diritto universale alla salute, concepito dai padri costituenti come il grande livellatore sociale della nazione, sta mutando in un bene di consumo esclusivo, accessibile solo a chi dispone della liquidità necessaria per saltare la fila.

La fuga dei camici bianchi e la crisi dei piccoli ospedali di provincia

A monte di questo disservizio cronico c’è un’emorragia silenziosa che sta svuotando le corsie: la grande fuga del personale medico e infermieristico. Sottopagati, costretti a turni massacranti, privi di tutele legali adeguate e spesso vittime di aggressioni fisiche da parte di un’utenza esasperata, i professionisti della salute stanno abbandonando il settore pubblico. Molti scelgono la via delle cooperative private, diventando medici “a gettone” per le strutture d’emergenza; altri preferiscono emigrare all’estero, dove le loro competenze vengono valorizzate con stipendi dignitosi e condizioni di lavoro umane. A pagarne il prezzo più alto sono i piccoli ospedali di provincia, progressivamente svuotati di reparti cruciali, ridimensionati a semplici punti di primo intervento o chiusi definitivamente in nome della razionalizzazione della spesa regionale, lasciando interi bacini territoriali privi di un’assistenza tempestiva.

La necessità di una rinascita civica per salvare il modello pubblico

Accettare passivamente la trasformazione della sanità da diritto costituzionale a servizio a pagamento significa arrendersi al declino della nostra civiltà giuridica e sociale. Non si tratta semplicemente di denunciare i disservizi, ma di esigere una profonda rivoluzione politica e gestionale. Il rilancio del Sistema Sanitario Nazionale richiede lo sblocco immediato delle assunzioni, l’adeguamento salariale del personale, l’abbattimento del precariato e, soprattutto, una visione strategica che rimetta al centro la medicina territoriale e la vicinanza al paziente. Difendere l’ospedale pubblico significa difendere l’ultimo e più importante presidio di uguaglianza della nostra società: una battaglia di civiltà che non appartiene a una fazione politica, ma all’intero tessuto cittadino che rifiuta di considerare la propria vita una semplice voce di spesa in un bilancio aziendale.

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