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Attualità

Sul monte con Gesù, per tornare tra i giovani con una luce nuova

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione del Signore, la festa del Santissimo Salvatore. Sul monte Tabor, davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù lascia intravedere la sua gloria, il suo volto risplende, le sue vesti diventano candide come la luce e il Padre indica al mondo la strada: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo.»

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Don Enzo Bugea Nobile con i giovani

Redazione-  Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione del Signore, la festa del Santissimo Salvatore. Sul monte Tabor, davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù lascia intravedere la sua gloria, il suo volto risplende, le sue vesti diventano candide come la luce e il Padre indica al mondo la strada: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo.»
Questa festa cade in un tempo speciale, per molte comunità parrocchiali agosto conclude il cammino estivo degli oratori, dei campi scuola, dei pellegrinaggi e delle tante esperienze condivise con bambini, adolescenti e giovani. È il momento in cui si raccolgono i frutti di settimane vissute insieme, tra giochi, preghiera, servizio e amicizia.
In questi mesi ho avuto la gioia di vedere tanti ragazzi mettersi in gioco con entusiasmo, ho visto animatori donare tempo ed energie senza chiedere nulla in cambio. Ho visto giovani capaci di sorprendere con la loro generosità, la loro disponibilità e il desiderio sincero di costruire relazioni autentiche.
Spesso si dice che i giovani abbiano perso i valori, io continuo a credere il contrario. I giovani non hanno smesso di cercare il bene; aspettano qualcuno che creda in loro, che li ascolti, che cammini accanto a loro senza giudicarli. Hanno bisogno di adulti credibili, di educatori coerenti, di sacerdoti che sappiano indicare Cristo non solo con le parole, ma con la propria vita.
La Trasfigurazione ci insegna proprio questo, Gesù sale sul Monte con i suoi discepoli, ma non vi rimane, dopo aver mostrato loro la luce della sua gloria, li conduce nuovamente nella valle, dove li attendono la vita quotidiana, le sfide e le persone da amare.
Anche l’oratorio è un piccolo Tabor, è il luogo dove un ragazzo può sentirsi accolto, dove può scoprire il valore della fraternità, impara che la fede non è un insieme di regole, ma l’incontro con una Persona viva che cambia il cuore.
Ogni estate trascorsa accanto ai giovani ci ricorda che educare è un’opera di speranza, non sempre vediamo subito i risultati, molti semi restano nascosti nel terreno, ma il Vangelo ci insegna che il seme buono, quando trova un cuore disponibile, porta frutto a suo tempo.
Per questo il compito della comunità cristiana non termina con la fine dell’oratorio estivo, continua ogni giorno, nelle famiglie, nella catechesi, nelle scuole, negli ambienti di vita. I giovani non hanno bisogno di essere rincorsi con proposte sempre nuove; hanno bisogno di sentirsi amati, accompagnati e guardati con fiducia.
La luce contemplata sul Tabor diventa allora una missione, non possiamo custodirla soltanto per noi stessi. Siamo chiamati a portarla nelle case, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle periferie dell’anima, soprattutto là dove tanti ragazzi cercano un motivo per sperare.
Tra pochi giorni celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Se sul Tabor contempliamo la gloria del Figlio, in Maria vediamo la creatura che quella luce l’ha accolta pienamente, è Lei, Madre premurosa, che continua a prendere per mano i nostri giovani e a condurli verso Cristo.
Affidiamo al Santissimo Salvatore tutti i ragazzi incontrati durante questa estate, le loro famiglie, gli educatori, gli animatori e quanti ogni giorno spendono la propria vita per seminare il Vangelo. Il Signore custodisca ciò che è stato costruito con amore e renda ciascuno di noi riflesso della sua luce.
Perché il mondo non ha bisogno di cristiani che brillano di luce propria, ma di uomini e donne che, come la luna riflette il sole, sappiano riflettere la luce di Cristo nella vita di ogni giorno.

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Politica

Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

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Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

Redazione- In Afghanistan, la pressione sull’abbigliamento e sull’aspetto personale non riguarda più soltanto le donne, ma coinvolge anche gli uomini. Quando una persona rischia lo stipendio, il lavoro o la propria posizione a causa della barba, del cappello, del turbante o del modo in cui si veste, non si parla più semplicemente di abbigliamento: si parla di dignità, libertà personale e rispetto dell’essere umano.

Mentre molte famiglie affrontano povertà, disoccupazione, difficoltà economiche e il peso della vita quotidiana, molti lavoratori sono costretti a vivere con una nuova paura: perdere il proprio sostentamento non per mancanza di capacità o impegno, ma per non corrispondere a un modello esteriore imposto.

Una società non cresce controllando l’aspetto delle persone. Un Paese si costruisce con istruzione, lavoro, competenza, giustizia, salute e rispetto per ogni individuo. Quando l’attenzione si concentra sull’apparenza invece che sui problemi reali della gente, le sofferenze aumentano e le vere necessità rimangono senza risposta.

Per anni le donne afghane hanno vissuto restrizioni e pressioni sulla loro libertà personale; oggi anche molti uomini sentono il peso di regole che entrano nella loro vita privata. La paura e l’obbligo non possono sostituire la fiducia e il rispetto.

Il dolore più grande è vedere persone che cercano solo di lavorare, mantenere le proprie famiglie e vivere con dignità, costrette a preoccuparsi non solo del pane quotidiano, ma anche di come apparire per non essere punite.

La dignità umana non si misura dalla lunghezza della barba o dal tipo di vestito. Una nazione diventa forte quando protegge la dignità dei suoi cittadini e permette loro di vivere con rispetto e sicurezza.

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Esteri

Il vero motivo dello scontro Italia-Spagna: l’incubo jihadista e il segreto inconfessabile di Ceuta e Melilla

Il segreto inconfessabile dietro lo scontro tra Italia e Spagna: ecco perché Roma ha blindato le frontiere. 🛂 🇪🇸 Da decenni studiosi e intelligence avvertono: le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla sono storici “hub” per il terrorismo islamico (basti pensare che da qui venivano i terroristi delle stragi di Parigi, Bruxelles e Ramblas). Eppure, dopo l’invasione di 80mila irregolari di luglio, il governo di Madrid continua a negare l’evidenza, mentre jihadisti già espulsi si mischiano alla folla per infiltrarsi in Europa sfruttando il business dei migranti. Leggi l’inchiesta completa che svela i veri rischi per la nostra sicurezza. 👇 🚨

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Assalto migranti a Ceuta, Spagna

Roma / Madrid – C’è un convitato di pietra nel fragoroso scontro diplomatico che sta infiammando l’estate europea, spaccando a metà il Mediterraneo e mettendo in crisi la tenuta stessa del Trattato di Schengen. Mentre l’opinione pubblica si divide sulle file agli aeroporti e sui botta e risposta tra i governi di Roma e Madrid, c’è una parola che i vertici politici iberici, e gran parte della sinistra europea, sembrano ostinarsi a voler cancellare dal vocabolario ufficiale: terrorismo. Per comprendere appieno la gravità della decisione italiana di sospendere i controlli alle frontiere con la Spagna, non basta fermarsi alle immagini dei barchini e all’invasione senza precedenti di decine di migliaia di irregolari. Bisogna scavare più a fondo, guardare le mappe del Nord Africa e pronunciare due nomi che, da decenni, fanno tremare i polsi all’intelligence di mezzo mondo: Ceuta e Melilla.

Le enclavi del terrore: cosa dicono davvero gli studiosi

L’allarme non è nato ieri. Non è un’invenzione politica dell’ultima ora per giustificare una stretta sui confini, né un abbaglio securitario del governo italiano. Da anni, infatti, fior fior di studiosi, accademici ed esperti di geopolitica lanciano avvertimenti drammatici: le due exclavi spagnole in territorio marocchino sono da tempo dei veri e propri hub, crocevia strategici per il terrorismo di matrice islamica. Esistono innumerevoli e inconfutabili studi a sostegno di questa allarmante tesi.

Già nel lontano 2015, uno studio pionieristico firmato da Luis De La Corte, significativamente intitolato “Enclavi jihadiste? Uno studio sulla presenza e il rischio estremisti a Ceuta e Melilla”, scoperchiava il vaso di Pandora. E i numeri, freddi e spietati, non ammettono repliche. Secondo i dati forniti dal prestigiosissimo Istituto Reale El Cano (ripresi e rilanciati anche dai media francesi nel 2017), il 48,9% dei detenuti condannati in Spagna per attività legate allo Stato Islamico dal 2013 in poi risultava essere nato a Ceuta, e un ulteriore 22,1% proveniva da Melilla. Ma il dettaglio che gela il sangue è un altro: la maggior parte dei sanguinari autori delle stragi di Parigi (2015), di Bruxelles (2016) e dell’attentato sulle Ramblas in Catalogna (agosto 2017) aveva radici o legami operativi inconfutabili con questi specifici territori.

L’assalto di luglio e i fantasmi del passato: la ragione dell’Italia

È proprio in questo pesantissimo contesto storico e sociale che va inquadrata e compresa la reazione dell’Italia. L’invasione incontrollata di Ceuta avvenuta il 30 luglio scorso non è stata una semplice “emergenza umanitaria”, ma una colossale falla nel sistema di sicurezza dell’intera Unione Europea. Parliamo di decine di migliaia di soggetti ignoti, assiepati ai confini, che non sono stati minimamente schedati né controllati durante il caos dell’assalto. Migliaia di questi individui sono ancora oggi all’interno del territorio di Ceuta, rendendo il controllo del territorio una vera e propria missione impossibile per le stesse autorità spagnole.

Non è un caso, né una coincidenza sfortunata, che nei boschi limitrofi alla città autonoma siano state rinvenute armi nascoste, né che tra la folla siano stati individuati e fermati soggetti in passato già espulsi dalla stessa Spagna per “radicalizzazione jihadista”. Nei rapporti confidenziali finiti sui tavoli del governo, viene messo nero su bianco un sospetto gravissimo: Ceuta, per la sua conformazione e la sua storia, funge ancora oggi da centro di radicalizzazione e reclutamento, con decine di miliziani partiti negli scorsi anni per combattere nelle rovine della Siria e dell’Iraq.

La strategia della “negazione” spagnola e lo spostamento verso l’Europa

A fronte di questa mole schiacciante di indizi, prove e relazioni d’intelligence, la reazione del governo di Madrid guidato da Pedro Sanchez ha dell’incredibile: negare. Negare tutto, su tutta la linea. Si nega l’allarme jihadista nonostante gli arresti mirati, si nega l’esistenza di un travaso di clandestini da Ceuta alla penisola iberica, nonostante le spiagge siano testimoni di quotidiani viavai di gommoni, moto d’acqua e lance veloci. Una cecità politica che l’Italia ha deciso, legittimamente, di non poter più assecondare.

«La negazione è un tratto ben noto e ricorrente tra gran parte dell’establishment politico di sinistra europeo», ha commentato con asprezza lo studioso ed esperto di terrorismo internazionale Giovanni Giacalone. «Vale la pena ricordare che per anni, anche in Italia, diversi politici sostenevano ciecamente che ‘i terroristi non arrivano sui barconi via mare’, per poi essere drammaticamente smentiti dai fatti e dal sangue. È un dato di fatto incontrovertibile che i flussi migratori irregolari rappresentano una minaccia reale non solo in relazione alla criminalità ordinaria, ma anche al terrorismo jihadista. Il governo italiano aveva quindi pienamente ragione a sospendere immediatamente Schengen con la Spagna».

Il business del terrore: il contrabbando di uomini finanzia la jihad

A chiudere il cerchio su questa intricata e pericolosa rete c’è un rapporto dettagliato elaborato dal Cross-Border Conflict Evidence, Policy and Trends. Il documento evidenzia come i grandi gruppi armati non statali che insanguinano l’Africa – dai miliziani di Boko Haram in Nigeria ai gruppi jihadisti nel Sahel e in Mali, fino alle fazioni libiche – si finanzino e traggano immensi benefici logistici proprio dal traffico e dal contrabbando di migranti verso l’Europa.

In questo scenario, varcare il confine di Ceuta rappresenta la chiave di volta, il passaggio fondamentale. E la tattica è sempre la stessa: infiltrare i miliziani più giovani, magari sfruttando le maglie larghe delle politiche europee per l’accoglienza dei “minori non accompagnati”. Dimostrare in fretta che un ventenne radicalizzato abbia in realtà meno di 18 anni è un’impresa titanica per chiunque, e nel frattempo, da Ceuta, i sospetti vengono trasferiti nella penisola iberica, da cui far perdere le proprie tracce verso il resto d’Europa diventa un gioco da ragazzi. Checché ne dicano Madrid e i difensori del “liberi tutti”, la sicurezza nazionale non è un concetto su cui si può giocare d’azzardo.

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Attualità

Il Mattutino di Sforzini: “Nella battaglia pensa a me”, la forza dei legami indivisibili e il coraggio di affrontare la vita

“A volte il secondo tempo comincia prima dell’intervallo”. ⏳ ❤️ Una domenica di profonda ispirazione filosofica dal Castello Sforzini. Il Mattutino di oggi esplora il significato dei cambiamenti imprevisti, la forza incrollabile dei legami (indivisibili come i numeri primi) e la potenza di avere qualcuno a cui pensare durante le dure battaglie quotidiane della vita. Leggi l’approfondimento di questi pensieri poetici, un inno alla libertà, alla responsabilità e al coraggio. Buona domenica! ☀️ 👇

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Il mattutino di domenica 9 agosto 2026

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono domeniche in cui le parole non hanno bisogno di essere urlate per fare rumore. Esistono riflessioni che, racchiuse in pochissime righe, riescono a scavare dentro l’anima con la precisione di un bisturi, costringendoci a fermarci, a respirare e a guardare la nostra vita da una prospettiva completamente diversa. È questo il potere evocativo de “Il Mattutino”, la rubrica di pensieri che Luca Sforzini diffonde dal suggestivo ritiro del Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il messaggio diffuso oggi, domenica 9 agosto 2026, è un criptico e affascinante concentrato di poesia, logica matematica e spunti letterari, che risuona come un inno alla resilienza umana e alla forza indomabile dei legami autentici.

Il secondo tempo e l’arte complessa di farsi trovare pronti

«A volte il secondo tempo comincia prima dell’intervallo». La prima riflessione del Mattutino odierno colpisce per la sua disarmante lucidità metaforica. Quante volte, nel grande campo da gioco che è l’esistenza umana, ci illudiamo di avere il controllo totale sui tempi e sulle pause? Siamo programmati per credere che, dopo ogni grande sforzo, la vita ci conceda obbligatoriamente un momento di riposo, un “intervallo” in cui tirare il fiato, curare le ferite e riordinare le idee. Ma la realtà, spietata e meravigliosa, raramente segue i nostri schemi prefissati.

Ci sono sfide inaspettate, cambiamenti improvvisi, dolori lancinanti o gioie travolgenti che irrompono nella nostra quotidianità senza alcun preavviso, stravolgendo il cronometro. Il “secondo tempo” della vita spesso ci aggredisce mentre siamo ancora convinti di essere a metà dell’opera. E questa frase non è un monito amaro, ma un potentissimo invito alla flessibilità spirituale: il vero coraggio non sta nel pretendere l’intervallo che ci spetta di diritto, ma nella capacità di farsi trovare sempre pronti, lucidi e combattivi anche quando il fischio d’inizio ci coglie di sorpresa, magari di spalle o col fiato corto.

Il sette, un numero primo: la forza di ciò che non può essere diviso

Il secondo frammento di pensiero si sposta sul piano del simbolismo matematico e filosofico: «Il sette è un numero primo. Anche quando qualcuno vorrebbe dividerlo». Il sette è, da sempre, il numero della perfezione, della completezza ciclica (i giorni della creazione, i giorni della settimana, le virtù, i peccati capitali). Ma la sua natura più intrinseca, matematicamente parlando, è la sua assoluta indivisibilità. Un numero primo appartiene solo a se stesso e all’unità.

La riflessione di Sforzini è una fulgida metafora dei rapporti umani e dei princìpi morali. Esistono legami, idee, valori e identità che possiedono la stessa inscalfibile natura dei numeri primi. Ci sarà sempre qualcuno – la società liquida, i detrattori, le avversità – che tenterà disperatamente di “dividerli”, di frammentarli per indebolirli e renderli innocui. Ma ciò che è autenticamente indivisibile resisterà a ogni tentativo di scomposizione. Difendere la propria natura di “numero primo” in un mondo che cerca costantemente di omologare e spezzettare l’anima, è l’atto di ribellione più puro che un essere umano possa compiere.

“Domani nella battaglia pensa a me”: l’eco immortale dell’animo umano

La terza frase è un pugno nello stomaco di un’eleganza assoluta: «Domani nella battaglia pensa a me». I lettori più colti e attenti avranno immediatamente colto la citazione. Si tratta di un’eco potentissima tratta dal Riccardo III di William Shakespeare, diventata poi celebre grazie all’omonimo e splendido romanzo dello scrittore spagnolo Javier Marías. Nelle tende dell’accampamento prima dello scontro decisivo, gli spettri sussurrano questa frase ai protagonisti. Ma calata nella nostra quotidianità, questa invocazione perde i suoi connotati lugubri e si trasforma in un disperato inno all’amore e al ricordo.

Tutti noi, ogni giorno, affrontiamo battaglie logoranti. Sfide sul lavoro, lotte contro la malattia, scontri con noi stessi o con i nostri demoni interiori. In queste trincee personali, la solitudine è il nemico peggiore. Sapere che qualcuno ci chiede di essere pensato, sapere di avere un faro, un volto, un ricordo felice a cui ancorarci nel momento in cui il frastuono dello scontro si fa assordante, è la vera arma segreta per non soccombere. Pensare a chi amiamo nella battaglia non ci indebolisce, ma ci rende invincibili, ricordandoci il motivo esatto per cui stiamo combattendo.

Libertà, responsabilità e coraggio: le tre bussole per navigare il presente

Il sigillo finale di questo Mattutino è una triade di auguri che dovrebbe essere incisa sulla porta di casa di ognuno di noi: «Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio». Tre parole pesantissime, indissolubilmente legate l’una all’altra.

Non può esserci vera Libertà senza l’assunzione totale della Responsabilità per le proprie azioni, per i propri pensieri e per l’impatto che questi hanno sugli altri. E nessuna di queste due virtù può esistere senza il Coraggio: il coraggio di scendere in campo anche quando non c’è stato l’intervallo, il coraggio di restare indivisibili come numeri primi e il coraggio di portare chi amiamo nel cuore durante le battaglie della vita. Una splendida domenica di luce a tutti i lettori.

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