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Salute

Oltre l’immagine: la risonanza magnetica multiparametrica è la nuova frontiera della diagnostica di precisione. Ne parliamo con il Dott. Pasquale Paolantonio, Radiologo Dirigente Medico presso l’Azienda Complesso Ospedaliero San Giovanni Addolorata di Roma

Pasquale Paolantonio: “La risonanza multiparametrica ha radicalmente cambiato l’approccio al paziente. Non si limita a fornirci un’immagine anatomica, ma ci permette di analizzare la biologia del tessuto. È lo strumento d’elezione sia per l’individuazione tempestiva di eventuali neoplasie, sia per il monitoraggio accurato di lesioni di piccole dimensioni che richiedono un controllo nel tempo”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Dott. Pasquale Paolantonio

Roma- La diagnosi precoce rappresenta l’arma più efficace nella lotta contro il tumore alla prostata. In un panorama tecnologico in continua evoluzione, la risonanza magnetica multiparametrica si è affermata come il gold standard per precisione e affidabilità. La risonanza magnetica multiparametrica si è imposta, in particolare, come un vero e proprio cambio di paradigma, trasformando radicalmente il modo in cui i medici approcciano la diagnosi e la cura. Non più un semplice strumento morfologico, ma un’alleata capace di sondare la biologia stessa dei tessuti, aprendo la strada a una medicina sempre più personalizzata e tempestiva. Oggi approfondiamo questo tema con il Dott. Pasquale Paolantonio, Dirigente Medico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma, evidenziando come questa tecnologia stia ridefinendo gli standard clinici, dall’individuazione precoce delle neoplasie fino alla gestione strategica dei percorsi di monitoraggio attivo.

​Dott. Paolantonio, perché la risonanza magnetica multiparametrica è oggi considerata indispensabile nella diagnostica prostatica?

In passato, un paziente con PSA elevato effettuava una biopsia prostatica “random” per identificare o escludere un cancro della prostata. “Random” vuol dire che i prelievi non venivano effettuati in un punto preciso, ma a “tappetto” su tutta la ghiandola con un criterio: maggiore è il numero dei prelievi, più accurata è il risultato della biopsia con la contropartita di un “discomfort” del paziente dopo la procedura bioptica.

Oggi La RM della prostata multiparametrica consente di individuare con elevata accuratezza la sede precisa in cui è localizzata una neoplasia clinicamente significativa della prostata mirando la biopsia ad una lesione precisa. Ne consegue una riduzione del numero di biopsie non necessarie e del numero dei prelievi di ogni biopsia effettuata con tecnica US-RM fusion che permette di usare le immagini RM e poter guidare la biopsia che viene effettuata con guida ecografica. Ne consegue una identificazione accurata e rapida dei pazienti che necessitano di un trattamento radicale per la cura del cancro della prostata.

Inoltre, la RM è eseguita con una tecnica precisa e standardizzata e anche la lettura e l’interpretazione sono riproducibili in quanto è stato ideato un “lessico” che permette al radiologo di comunicare in maniera semplice e riproducibile all’urologo di riferimento del paziente il risultato dell’esame, utilizzando un punteggio che esprime la probabilità che la lesione individuata sia maligna e quindi la necessità o meno di una biopsia mirata.

Inoltre, in molti pazienti possiamo trovare una neoplasia prostatica maligna poco aggressiva, sulla base dell’esame istologico, per la quale il trattamento chirurgico sarebbe sproporzionato per cui viene proposto al paziente un percorso di “sorveglianza attiva” basato su controlli clinici e laboratoristici nel tempo e sulla RM della prostata che permette di identificare una evoluzione di una piccola lesione non significativa prima che diventi aggressiva selezionando chi ha reamente bisogno di una nuova biopsia di conferma e di un trattamento chirurgico radicale.

In sintesi, la RM riesce in maniera non invasiva a selezionare chi tra l’enorme numero di uomini con alterazioni del PSA deve realmente eseguire una biopsia della prostata mirata. Questo approccio è condiviso dalle società scientifiche nelle linee guida per la gestione dei pazienti con sospetta neoplasia della prostata.

​Cosa rende questo esame “multiparametrico” e qual è il valore aggiunto del mezzo di contrasto?

La RM sfrutta più parametri per raggiungere alla identificazione di una lesione protatica sospetta per essere una neoplasia maligna significativa. In realtà, ogni esame di risonanza magnetica sfrutta multipli parametri però nel caso della prostata il termine multiparametrico fa riferimento ad un preciso protocollo tecnico di acquisizione che garantisce certi risultati diagnostici e quindi, usiamo questo termine a ragione per identificare lo studio più completo e attendibile.

In questo studio, comunque, alcuni dei parametri di imaging sono più importanti di altri. In particolare, un ruolo cruciale è giocato dalle sequenze pesate in diffusione che permetto di valutare il grado di cellularità di una lesione. Il mezzo di contrato è utile per valutare la vascolarizzazione delle lesioni e in un certo numero di casi può far modificare il parere espresso sulla base dello studio senza mezzo di contrasto. Nella letteratura scientifica si propone uno studio “bi-parametrico”, ossia basato sui due parametri più importanti senza l’utilizzo del mezzo di contrasto. Quindi, non escudo che un domani potremo usare uno studio della prostata bi-parametrico (senza l’utilizzo del mezzo di contrasto) come strumento di “screening” in pazienti con PSA elevato. Uno studio bi-parametrico è più veloce meno costoso e quindi più accessibile.

​Qual è l’importanza della competenza del radiologo in questo tipo di procedure?

Come in ogni cosa, l’esperienza è molto importate anche nell’interpretazione dello studio RM multiparametrico della prostata e ancora di più nello studio bi-parametrico (senza mezzo di contrato). Sicuramente il lessico standardizzato PIRADS (Prostate Imaging Reporting and Data System) proposto dall’”America College of Radiology” è una guida pratica nell’interpretazione e nella refertazione. Tuttavia, anche utilizzando i criteri PIRADS l’esperienza dell’operatore è importante nel distinguere tra una lesione indeterminata (PIRADS 3) e una più probabilmente maligna (PIRADS 4).

Devo evidenziare, inoltre, che in quest’ambito nel breve futuro i sistemi di intelligenza artificiale saranno di ausilio per i radiologi meno esperti. Il rischio di questi sistemi però è un progressivo “deskilling”: se mi abbandono all’utilizzo di un sistema che mi aiuta non acquisirò mai una vera esperienza. Sono tematiche complesse, ad ogni modo, credo che la forza diagnostica della RM della prostata debba fare i conti col numero crescente di esami da effettuare e quindi a mio parere ogni sistema che renda più accessibile la metodica è bene accetto.

È necessario seguire una preparazione specifica (come il digiuno, la sospensione di farmaci o norme di igiene particolare) nei giorni precedenti l’esame?

La presenza di feci o di aria nel retto può creare degli artefatti quindi è consigliabile un clistere di pulizia del retto.

Non è necessario interrompere terapie mediche. È utile una moderata distensione vescicale per cui si suggerisce di non urinare immediatamente prima dell’esame. Come tutti gli esami in cui è previsto l’utilizzo del mdc è bene osservare un digiuno di 4-6 ore prima dell’esame.

Quanto dura complessivamente la seduta di risonanza una volta entrati in sala?

Il tempo di permanenza del paziente all’interno della sala RM varia anche in base all’apparecchiatura utilizzata.

Per uno studio multiparametrico il tempo può variare tra i 25 e i 40 minuti. Più rapido lo studio bi-parametrico.

Ci sono controindicazioni legate al mezzo di contrasto? È necessario portare con sé esami recenti della funzionalità renale (creatinina e filtrato glomerulare)?

Per lo studio multiparametrico che prevede la somministrazione endovenosa del mdc (chelati del gadolinio) è necessario valutare la funzionalità renale del paziente in quanto l’insufficienza renale rappresenta una controindicazione; quindi, è necessario avere a disposizione un valore di creatinina recente in modo che il radiologo possa valutare caso per caso se il mdc può essere somministrato o meno.

Quanto tempo è necessario solitamente per la refertazione e la consegna delle immagini?

Questo dipende da modelli organizzativi della struttura in cui viene effettuato l’esame per questo non è possibile rispondere in maniera univoca sui tempi di consegna del referto al paziente. Quello che posso dire è che una refertazione accurata che utilizzi modelli strutturati difficilmente è inferiore ai 15-20 minuti anche per un lettore esperto.

Quali consigli utili si sente di dare ai pazienti che devono effettuare questo tipo di esame diagnostico?

Ho cinque consigli da suggerire sia pima dell’esame RM, sia al momento dell’esecuzione e dopo la sua conclusione e molti di questi consigli penso siano validi per tutti gli esami diagnostici e non solo per la RM multiparametrica della prostata.

Il primo consiglio è quello di evitare “auto-prescrizioni” dell’esame RM.

Un buon esame è quello che parte da una corretta indicazione clinica.

Il primo rilievo di un PSA superiore alla norma non è di per sé sufficiente per porre indicazione all’esame RM multiparametrico della prostata. È bene affidarsi ad uno specialista in Urologia per una valutazione clinica accurata. L’esplorazione rettale conserva un suo ruolo importante così come altri dati clinici e laboratoristici (rapporto PSA libero /PSA totale, PSA density, andamento del PSA nel tempo anche in relazione a terapie mediche effettuate per l’ipertrofia prostatica).

Secondo consiglio: affidarsi ad un radiologo esperto di imaging urologico e ad un centro con una apparecchiatura adeguata.

Terzo consiglio: portare con sé la richiesta dell’urologo e tutta la documentazione attinente (analisi ed esami precedenti).

Quarto consiglio: durante l’esame lo staff (tecnico di radiologia e infermiere) faranno ogni cosa utile per garantire il confort durante l’esame (trovare la posizione corretta, avere la testa il più possibile fuori dal magnete, usare cuffia per attutire i rumori etc..), è importate che il paziente ci metta del suo e resti fermo; quindi, il consiglio è quello di farsi illustrare bene ogni passaggio dell’esame in modo da restare calmi e soprattutto fermi durante l’acquisizione dell’esame.

Quinto consiglio: una volta concluso l’esame e ottenuto il referto, non affidarsi alla propria comprensione di quanto si va a leggere magari con l’ausilio di informazioni reperibili sul web ma chiedere spiegazioni al Radiologo e comunque tornare a visita dall’Urologo prescrittore dell’esame con il referto alla mano per le scelte terapeutiche e le spiegazioni del caso.

Possono sembrare tutte banalità, ma nella pratica è sempre comune rilevare problemi incorsi dal non rispetto di queste pochi elementi che ho appena sottolineato la maggior parte dei quali, come avrete capito, si basa sulla capacità di costruire un buon rapporto di fiducia e una valida comunicazione tra il medico e il paziente.

Il tempo della comunicazione è tempo di cura, non è tempo “perso”. A mio modo di vedere la centralità del rapporto “umano” tra medico e paziente che si ottiene attraverso una buona comunicazione,

è sempre più importante soprattutto in un mondo dominato logiche tecnocratiche.

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Attualità

Malati in fila, diritti negati: il dramma silenzioso della sanità pubblica che ha smesso di curarci

Il dramma silenzioso della sanità in tilt: liste d’attesa infinite, pronti soccorsi al collasso e italiani costretti a rinunciare alle cure. 🏥 💔

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malati in fila

Roma – C’è un dramma silenzioso che si consuma ogni giorno, lontano dai riflettori della grande politica e dalle accese discussioni dei talk show televisivi. È un dolore che non fa rumore, ma che scava in profondità nell’anima di milioni di famiglie italiane, dal Nord fino al profondo Sud, passando per le valli dimenticate delle nostre province. Stiamo parlando del lento e inesorabile collasso della sanità pubblica, quel sistema universale che un tempo rappresentava il fiore all’occhiello del nostro Paese e che oggi, purtroppo, assomiglia sempre di più a un malato terminale. L’Articolo 32 della nostra Costituzione sancisce la tutela della salute come diritto fondamentale e inalienabile dell’individuo, ma la dura realtà quotidiana ci sbatte in faccia una verità ben diversa: ammalarsi in Italia sta diventando un lusso, un calvario logorante in cui la dignità della persona viene calpestata dalla burocrazia e dai tagli di bilancio.

Le liste d’attesa infinite: il tempo che ruba la speranza

Il volto più crudele di questa crisi ha le sembianze inumane delle liste d’attesa. Provate a immedesimarvi in un anziano, o in una madre di famiglia, che dopo giorni di dolori persistenti si reca dal proprio medico e riceve l’impegnativa per una visita specialistica urgente o per un’ecografia salvavita. Il momento in cui ci si rivolge al centro di prenotazione è l’inizio di un incubo a occhi aperti: le agende degli ospedali sono bloccate, i posti esauriti, e le prime disponibilità vengono fissate a distanza di otto, dieci o addirittura quattordici mesi. In quel lasso di tempo infinito, la malattia non si ferma, non va in vacanza, non aspetta i tempi della pubblica amministrazione. E così, l’angoscia divora le giornate di chi sa di aver disperato bisogno di cure immediate ma si vede sbattere la porta in faccia da uno Stato che dovrebbe proteggerlo, trasformando l’attesa in una vera e propria condanna psicologica e fisica.

La fuga verso i privati: chi non ha i soldi non si cura più

Di fronte a questo invalicabile muro di gomma, si palesa l’ingiustizia sociale più vergognosa e inaccettabile della nostra epoca. Chi possiede solide risorse economiche, chi ha una carta di credito o dei risparmi messi da parte, si rivolge immediatamente alle cliniche private: pagando di tasca propria, quella stessa risonanza magnetica che richiedeva un anno di attesa nel settore pubblico viene miracolosamente fissata per il pomeriggio successivo. Ma cosa accade a chi vive con una pensione minima o con uno stipendio precario? La risposta è agghiacciante e certificata dalle statistiche nazionali: milioni di italiani rinunciano semplicemente a curarsi. Decidono di stringere i denti, di sopportare il dolore in silenzio, sperando che passi da solo, perché non hanno i soldi per pagare le visite private. È la fine del diritto universale alla salute: la possibilità di sopravvivere è ormai legata a doppio filo al saldo del proprio conto corrente bancario.

Il calvario dei Pronto Soccorso e gli eroi in corsia lasciati soli

L’altro fronte caldissimo di questa guerra silenziosa si combatte ogni notte nelle trincee dei Pronto Soccorso. Entrare in un ospedale italiano oggi significa spesso imbattersi in scene strazianti da ospedale da campo: barelle ammassate nei corridoi, pazienti anziani parcheggiati per giorni in attesa di un posto letto che non c’è, familiari disperati che implorano attenzione. In questo caos infernale, medici e infermieri continuano a lavorare turni massacranti, coprendo le carenze croniche di organico con uno spirito di sacrificio che sfiora l’eroismo. Eppure, vengono lasciati drammaticamente soli. Invece di essere premiati e tutelati, diventano sempre più spesso il bersaglio della frustrazione e della rabbia dei cittadini esasperati, subendo minacce e vili aggressioni fisiche. Stiamo distruggendo la motivazione di chi ha studiato una vita intera per salvare la vita agli altri, costringendoli a fuggire verso il settore privato o all’estero alla ricerca di condizioni umane e dignitose.

La scomparsa dei medici di famiglia e le province abbandonate

L’abbandono sanitario colpisce con ferocia inaudita soprattutto i piccoli centri, i borghi e le aree interne del nostro Paese. La storica e rassicurante figura del “medico di base” – quel professionista che conosceva a memoria la storia clinica, le paure e la famiglia di ogni suo paziente – sta rapidamente scomparendo. Quando i vecchi dottori di paese vanno in pensione, nessuno prende il loro posto. Intere comunità montane e collinari si ritrovano improvvisamente scoperte. Per un anziano che non guida e non usa internet, dover percorrere venti o trenta chilometri su strade provinciali dissestate solo per farsi prescrivere la pillola per la pressione rappresenta un ostacolo insormontabile. Questa inaccettabile ritirata dello Stato dai territori periferici accelera lo spopolamento: nessuno vuole più vivere in un borgo dove, se ti senti male nel cuore della notte, non sai a chi chiedere aiuto.

Un patto sociale da ricostruire per salvare la nostra dignità

Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a questo scenario desolante. La sanità pubblica non è una semplice voce di spesa in un foglio di calcolo, né un fastidioso problema contabile da risolvere con freddi tagli lineari. La cura disinteressata dei malati e dei più deboli è la misura esatta del grado di civiltà di una nazione. La politica, a tutti i livelli istituzionali, deve rimettere la salute delle persone al centro dell’agenda, trovando il coraggio di investire risorse vere e di assumere con urgenza nuovo personale medico. Non c’è grande infrastruttura o ponte che tenga se poi lasciamo morire i nostri nonni soli in una sala d’aspetto. Rimbocchiamoci le maniche e difendiamo con i denti il nostro diritto alla cura, perché un Paese che abbandona i propri malati è un Paese che ha rinunciato per sempre al proprio futuro e alla propria anima.

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Salute

Il diritto alla salute è diventato un lusso: il dramma inaccettabile della sanità pubblica

Liste d’attesa infinite, medici in fuga e cure negate: l’inchiesta sull’ospedale pubblico che si sgretola e il diritto alla salute negato. 🚑 🏥

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Medico stanco

Roma – Esiste una linea di demarcazione sottile ma sempre più profonda che sta dividendo silenziosamente la popolazione del nostro Paese: quella tra chi può permettersi di curarsi e chi, rassegnato, è costretto a rinunciare alla propria salute. L’Articolo 32 della Costituzione italiana, che per decenni ha tutelato la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, garantendo cure gratuite agli indigenti, sembra oggi essersi trasformato in una promessa vuota. Da Nord a Sud, ma con picchi di drammaticità intollerabili nelle province e nelle aree interne, stiamo assistendo al progressivo e inesorabile smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale, un tempo orgoglio del nostro welfare pubblico e oggi ridotto a una gigantesca macchina inceppata dalla burocrazia, dai tagli lineari e da una carenza cronica di personale strutturato.

L’incubo quotidiano delle liste d’attesa e il paradosso dell’urgenza

Il sintomo più evidente e doloroso di questo collasso istituzionale è rappresentato dalle liste d’attesa, divenute un vero e proprio muro di gomma contro cui si infrangono le speranze dei cittadini. Prenotare un esame diagnostico salvavita, una risonanza magnetica, una mammografia o una semplice visita cardiologica attraverso i canali pubblici del Centro Unico di Prenotazione (CUP) si trasforma quotidianamente in un’odissea umiliante. Mesi, talvolta anni di attesa per prestazioni che richiederebbero tempistiche immediate. Il paradosso diventa crudele quando, a fronte di un’agenda pubblica completamente sbarrata, al paziente viene comunicato che la stessa prestazione, eseguita dallo stesso medico e nello stesso ospedale, è magicamente disponibile nel giro di pochi giorni se pagata di tasca propria in regime di “intramoenia”. Una distorsione del sistema che costringe i cittadini a mettere mano ai propri risparmi per non rischiare la vita.

La sanità a due velocità e il fenomeno della povertà sanitaria

Questa spinta forzata verso la privatizzazione strisciante sta generando un nuovo, gravissimo fenomeno sociologico: la povertà sanitaria. Di fronte all’impossibilità di accedere alle cure pubbliche in tempi ragionevoli, le famiglie appartenenti al ceto medio-basso si trovano di fronte a un bivio drammatico: indebitarsi per rivolgersi alle cliniche private o rinunciare del tutto alla prevenzione e alle terapie. I dati recenti delle associazioni del Terzo Settore fotografano una realtà allarmante, con milioni di italiani che ogni anno scelgono di non curarsi per ragioni puramente economiche. Il diritto universale alla salute, concepito dai padri costituenti come il grande livellatore sociale della nazione, sta mutando in un bene di consumo esclusivo, accessibile solo a chi dispone della liquidità necessaria per saltare la fila.

La fuga dei camici bianchi e la crisi dei piccoli ospedali di provincia

A monte di questo disservizio cronico c’è un’emorragia silenziosa che sta svuotando le corsie: la grande fuga del personale medico e infermieristico. Sottopagati, costretti a turni massacranti, privi di tutele legali adeguate e spesso vittime di aggressioni fisiche da parte di un’utenza esasperata, i professionisti della salute stanno abbandonando il settore pubblico. Molti scelgono la via delle cooperative private, diventando medici “a gettone” per le strutture d’emergenza; altri preferiscono emigrare all’estero, dove le loro competenze vengono valorizzate con stipendi dignitosi e condizioni di lavoro umane. A pagarne il prezzo più alto sono i piccoli ospedali di provincia, progressivamente svuotati di reparti cruciali, ridimensionati a semplici punti di primo intervento o chiusi definitivamente in nome della razionalizzazione della spesa regionale, lasciando interi bacini territoriali privi di un’assistenza tempestiva.

La necessità di una rinascita civica per salvare il modello pubblico

Accettare passivamente la trasformazione della sanità da diritto costituzionale a servizio a pagamento significa arrendersi al declino della nostra civiltà giuridica e sociale. Non si tratta semplicemente di denunciare i disservizi, ma di esigere una profonda rivoluzione politica e gestionale. Il rilancio del Sistema Sanitario Nazionale richiede lo sblocco immediato delle assunzioni, l’adeguamento salariale del personale, l’abbattimento del precariato e, soprattutto, una visione strategica che rimetta al centro la medicina territoriale e la vicinanza al paziente. Difendere l’ospedale pubblico significa difendere l’ultimo e più importante presidio di uguaglianza della nostra società: una battaglia di civiltà che non appartiene a una fazione politica, ma all’intero tessuto cittadino che rifiuta di considerare la propria vita una semplice voce di spesa in un bilancio aziendale.

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Salute

Psicopatologia da web. Il ruolo della prevenzione digitale nei bambini e negli adolescenti. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Psicopatologia da web

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”

 

Redazione-  ​Nell’era dell’iperconnessione permanente, smartphone, tablet e social media sono diventati parte integrante della quotidianità di bambini e adolescenti, ridefinendo i confini della crescita, delle relazioni e della percezione di sé. Ma qual è il reale impatto di questo “mondo virtuale” sulla mente in evoluzione delle nuove generazioni? ​Per comprendere i rischi e le opportunità di questo scenario, abbiamo rivolto alcune domande di riflessione alla Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).

Con la sua guida clinica e scientifica, in questa intervista di oggi, esploriamo l’aumento dei disturbi legati all’uso improprio della rete, le vulnerabilità neurobiologiche degli adolescenti, le dinamiche familiari alterate dall’isolamento digitale e le strategie più efficaci di prevenzione e intervento terapeutico.

Dott.ssa Lucattini, nella pratica clinica si osserva un aumento di disturbi legati direttamente all’uso improprio o eccessivo della rete tra bambini e adolescenti?

Sì, ormai da alcuni anni numerosi studi scientifici confermano un aumento delle situazioni in cui l’uso digitale partecipa al disagio psicologico di bambini e adolescenti. Non sempre ne è la causa diretta. Più spesso intercetta e amplifica vulnerabilità già presenti, come ansia, depressione, impulsività, solitudine, difficoltà scolastiche o fragilità dell’autostima.

È importante distinguere un uso frequente da un uso problematico, dall’ansia ossessiva alla dipendenza vera e propria. Il problema clinico compare quando l’adolescente perde il controllo, non riesce a interrompersi e continua nonostante le conseguenze sul sonno, sullo studio e sulle relazioni. La relazione può essere circolare. Chi soffre già di per sé (ansia, angoscia e depressione) cerca rifugio online e il rifugio digitale può progressivamente aggravare il disagio (Behavioral Sciences (Basel), 2025).

Quali sono le manifestazioni psicopatologiche più frequenti che si riscontrano oggi rispetto al passato?

Più frequentemente si osservano sono ansia, umore depresso, insonnia, irritabilità, inversione del ritmo sonno veglia, difficoltà di concentrazione, calo scolastico e progressivo isolamento.

Possono comparire controllo compulsivo delle notifiche, crisi di rabbia quando il dispositivo viene tolto, perdita di interesse per attività precedentemente amate e crescente dipendenza dal giudizio degli altri. Non si tratta sempre di nuove psicopatologie, disturbi psicologici o malattie mentali. Spesso sono conflitti propri dell’età evolutiva che il digitale rende più intensi e continui, difficili da comprendere e più difficili da gestire. Lo schermo può inoltre diventare uno strumento per evitare emozioni dolorose, frustrazioni o relazioni vissute come troppo impegnative e rappresentare un impedimento ad una normale crescita psicologica, emotiva e affettiva. Il digitale ha un forte impatto inconscio poiché isola la sensorialità e allontana da relazioni interpersonali profonde (International Journal of Behavioral Medicine, 2025).

Dal punto di vista psicoanalitico, perché la mente di un adolescente è così vulnerabile agli schermi e ai social media?

 

L’adolescenza è una fase di costruzione, definizione e ampliamento dell’identità personale, crescita e cambiamenti del corpo, conoscenza della sessualità e trasformazione del rapporto con i genitori. Il ragazzo deve separarsi dalle immagini infantili di sé e costruire un’identità nuova. In questo processo lo sguardo dei coetanei diventa particolarmente importante.

I social offrono uno specchio sempre disponibile. Like, follower e commenti possono essere vissuti come misure del proprio valore personale. Quando l’autostima è ancora fragile e in divenire, il mancato riconoscimento online può essere percepito come una ferita narcisistica.

Lo schermo rafforza l’idealizzazione della propria immagine, proteggendosi dalla complessità e dall’incertezza della relazione reale. Questa protezione diventa rischiosa quando impedisce di sperimentare il confronto, l’attesa e la frustrazione (Scientific Reports, 2026).

Quali sono i meccanismi attraverso cui l’iperconnessione altera la percezione della realtà, può generare ansia e depressione negli adolescenti e nei bambini?

 

I social espongono continuamente a immagini selezionate, corpi perfetti e idealizzati, successi personali mostrati come raggiungibili senza impegno e difficoltà. Fiabe raccontante dai moderni cantastorie che non vengono riconosciute dagli adolescenti che confrontano la propria vita reale con una rappresentazione costruita, cinematografica, della vita altrui, mostrata come autentica. Le menzogne anche se colorate, patinate e spumeggianti, generano sempre nei ragazzi una percezione  di falsificazione e tradimento del vero, purtroppo però accompagnati da una sensazione inadeguatezza e fallimento che, poiché non razionalizzabile, rimane a livello emotivo e inconscio. Per cui il fallimento è doppio per non riuscire a decifrare le proprie intuizioni e per la competizione con modelli irraggiungibili anche nelle più intense fantasie.

Inoltre, la necessità di essere sempre disponibili, il timore di essere esclusi e il dolore di non ricevere risposte possono generare un vero stress digitale. Le notifiche intermittenti mantengono inoltre una condizione di attesa e di eccitazione difficile da interrompere.

Dal punto di vista psicoanalitico, l’iperconnessione può ridurre lo spazio mentale necessario per pensare le emozioni. L’esperienza viene immediatamente agita, condivisa o controllata, invece di essere elaborata interiormente (Addictive Behaviors, 2026).

Nel caso dei bambini più piccoli, quali rischi comporta l’esposizione precoce a smartphone e tablet?

Nei primi anni il bambino impara a conoscere e vivere le emozioni attraverso la relazione con l’adulto. Il volto, la voce e la presenza del genitore aiutano a tollerare l’attesa, la noia, la frustrazione e l’angoscia.

Quando lo schermo viene utilizzato sistematicamente per calmare ogni pianto, il bambino può avere meno occasioni per sviluppare le risorse interne per modulare emozioni, pensieri e comportamenti. Il dispositivo può così di diventare un calmante esterno indispensabile.

Il rischio non dipende soltanto dalla durata dell’esposizione, ma da ciò che lo schermo sostituisce,  il contatto fisico affettuoso, le parole che consolano, le attenzioni che generano sicurezza interiore. Sono particolarmente importanti per lo sviluppo sano del bambino, il dialogo, il gioco simbolico, il movimento, l’esplorazione e la condivisione emotiva con l’adulto (Behavioral Science, 2026).

 

Come cambia al riguardo, la dinamica della relazione genitori-figli nell’era digitale e quali segnali d’allarme non dovrebbero mai essere sottovalutati?

Il conflitto sullo smartphone può diventare il luogo interiore e concreto, in cui si esprimono problemi più profondi, come il bisogno di autonomia dell’adolescente, l’ansia di controllo del genitore e la difficoltà reciproca nel riconoscere limiti e separazioni.

Anche l’esempio degli adulti è fondamentale. Quando il genitore controlla continuamente il telefono mentre i figli gli parlano, il bambino può sentirsi ignorato o meno importante del dispositivo.

I principali segnali di allarme sono isolamento, uso notturno, insonnia, irritabilità intensa, calo scolastico, perdita delle amicizie, abbandono dello sport, menzogne sull’utilizzo e incapacità di fermarsi. Autolesionismo, ideazione suicidaria e cyberbullismo richiedono sempre una valutazione specialistica tempestiva (Medical Internet Research, 2025).

​Quando la situazione evolve in una vera e propria psicopatologia o in un ritiro sociale e al riguardo, qual è l’approccio terapeutico più efficace?

Quando compare una perdita persistente di controllo e l’attività digitale diventa prioritaria rispetto a tutto, scuola, sonno, relazioni e cura personale. Quando la vita scompare e resta soltanto il mondo virtuale.

La “terapia” non può limitarsi al sequestro dello smartphone. È necessario comprendere quale funzione psicologica svolga il dispositivo. Può servire a non sentire solitudine, vergogna, angoscia, vuoto o paura del giudizio.

Il trattamento psicoterapeutico integrato deve coinvolgere l’adolescente e la famiglia e ripristinare gradualmente la centratura di se stessi, il sonno, le relazioni, la frequenza scolastica, l’attività fisica. Gli interventi psicoanalitici strutturati hanno prove scientifiche consistenti. Un trattamento psicodinamico o psicoanalitico può lavorare sulle fragilità identitarie, narcisistiche e interpersonali che sostengono il ritiro (JMIR Mental Health, 2026).

Quali conseguenze in particolare può comportare l’accesso precoce sui dispositivi digitale sulle performance scolastiche?

 

Numerosi studi scientifici dimostrano che l’accesso precoce e l’uso prolungato dei dispositivi digitali può essere associato a una riduzione delle capacità di attenzione, ritardo nel linguaggio, difficoltà in scrittura, calcolo e fluidità nella lettura. Inoltre, soprattutto negli adolescenti, sottrae tempo al sonno, e a tutte interazioni sociali e educative. Uno studio longitudinale su 6.281 bambini neozelandesi ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi tra i 2 e i 4 anni e mezzo è associata, negli anni successivi, a prestazioni inferiori nel linguaggio, nella scrittura, nel calcolo e nella fluidità alfabetica, oltre che a maggiori difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Già oltre 1,5 ore al giorno a 2 anni si osservavano esiti peggiori a 4 anni e mezzo; oltre 2,5 ore al giorno aumentavano i problemi con i pari fino agli 8 anni. Le associazioni restavano significative anche considerando il contesto familiare e sociale, lo studio mostra una correlazione e non un rapporto causale (Developmental Psychology, 2026).

Quali consigli si sente di dare in merito, per un uso consapevole e sicuro del web e della tecnologia in termini preventivi ed efficaci, anche per non demonizzarla del tutto?

-Accompagnare, non soltanto controllare. I genitori è importante che si interessino alla vita digitale dei figli con curiosità e interesse, affinché il bambino possa raccontare ciò che fa e vede online senza temere rimproveri;

-Dare limiti chiari e prevedibili. Regole coerenti sugli orari aiutano a contenere l’impulsività e offrono quella funzione protettiva che bambini e adolescenti non sono ancora pienamente capaci di esercitare da soli;

-Proteggere il sonno e gli spazi familiari. È opportuno evitare dispositivi durante i pasti e prima di dormire e lasciare lo smartphone fuori dalla camera durante la notte;

-Non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente e blocca la crescita mentale.  Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione;

-Proteggere la vita reale e le attività con amici e all’aria aperta. Il digitale è sano quando non sostituisce gioco, movimento, amicizie, studio e relazione affettiva. La qualità dell’equilibrio conta molto più della semplice contabilità regionalistica delle ore quotidiane da dedicare agli strumenti digitali. semplice numero di ore;

-Educare al pensiero critico, sempre, approfittando del modo digitale così familiare ai ragazzi. Occorre spiegare che immagini, corpi e vite mostrate online sono spesso selezionati o modificati, aiutando i ragazzi a non identificare il proprio valore con like e approvazione sociale;

-Essere un buon modello di riferimento. Un adulto capace di interrompere l’uso del telefono, ascoltare e tollerare il silenzio, che pratica sport, che scherza e gioca con i figli, mostra al di là delle parole, con “azioni parlati”, che la tecnologia è uno strumento utile (ad esempio in ambito scolastico e professionale) ma non un oggetto indispensabile a scopo ludico.

Lucattini

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