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Salute

Camminare 30 minuti al giorno: ecco cosa succede al tuo corpo (e al tuo cervello) dopo un solo mese. La trasformazione è incredibile

Siete stanchi, stressati e volete rimettervi in forma senza spendere un euro in palestra? Ecco la soluzione definitiva! 🚶‍♂️👟 La scienza non ha dubbi: camminare a passo svelto per soli 30 minuti al giorno innesca una trasformazione miracolosa nel nostro corpo e nel nostro cervello. Cosa succede se lo fai tutti i giorni per un mese? Il metabolismo si “sveglia” e inizia a bruciare i grassi, il cuore diventa più forte allontanando il rischio di infarti, le ossa si rinforzano prevenendo l’osteoporosi. Ma il miracolo vero avviene nella mente: l’ansia e lo stress crollano grazie al rilascio di endorfine, e di notte tornerete a dormire come dei bambini sconfiggendo l’insonnia. Non serve correre, basta avere costanza! Scoprite tutti i dettagli scientifici e i consigli per iniziare la vostra rinascita nel nostro articolo! 👇 ❤️

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Camminare 30 min. al giorno

Salute e Benessere – Viviamo in una società frenetica, sempre connessa e, paradossalmente, sempre più sedentaria. Passiamo le nostre lunghissime giornate incollati alle sedie degli uffici, piegati sugli schermi degli smartphone o sprofondati sui divani di casa al termine di turni di lavoro massacranti. Spesso ci convinciamo che per rimetterci in forma e ritrovare la salute perduta servano abbonamenti costosissimi in palestra, attrezzature all’avanguardia o diete punitive insopportabili. Eppure, la scienza medica continua a ripeterci che l’elisir di lunga vita è completamente gratuito e a portata di tutti: camminare per soli 30 minuti al giorno. Ma cosa succede esattamente al nostro corpo (e alla nostra mente) se decidiamo di abbracciare questa semplice abitudine per un mese intero? La trasformazione, credeteci, vi lascerà a bocca aperta.

Il risveglio del metabolismo e la perdita di peso

Il primo, tangibile effetto di una camminata quotidiana a passo svelto di trenta minuti riguarda il nostro tanto bistrattato metabolismo. Dopo le primissime settimane, il corpo smette di essere “addormentato” dalla sedentarietà e inizia a bruciare calorie in modo molto più efficiente, anche a riposo. Camminare con regolarità aiuta a intaccare le riserve di grasso, specialmente quello addominale, riducendo drasticamente il gonfiore. Certo, non diventerete dei bodybuilder in 30 giorni, ma vi accorgerete che i vestiti calzeranno in modo diverso e la bilancia comincerà a sorridervi. Il segreto non è l’intensità estrema, ma la costanza del movimento che rieduca il corpo a consumare energia.

Un cuore di ferro e una pressione sotto controllo

Mentre i muscoli delle gambe si tonificano, il vero grande lavoro lo sta facendo il muscolo più importante in assoluto: il cuore. Camminare è una delle attività cardiovascolari più sicure ed efficaci. Dopo un solo mese di pratica quotidiana, il muscolo cardiaco diventa più forte e pompa il sangue con maggiore efficienza. I cardiologi confermano che questa abitudine abbassa in modo significativo la pressione arteriosa e riduce drasticamente i livelli di colesterolo “cattivo” (LDL) nel sangue, spazzando via il rischio di pericolose malattie cardiovascolari, infarti e ictus. Trenta minuti di passeggiata sono la migliore assicurazione sulla vita che possiate stipulare per il vostro apparato circolatorio.

Ossa più forti e articolazioni lubrificate

Con l’avanzare dell’età, lo spauracchio più grande è rappresentato dall’osteoporosi e dai dolori articolari. Stare seduti tutto il giorno fa letteralmente “arrugginire” le nostre ginocchia. Camminare regolarmente costringe invece le ossa a sostenere il peso del corpo, stimolando la produzione di nuovo tessuto osseo e aumentandone la densità. Inoltre, il movimento continuo funge da vero e proprio “lubrificante” naturale per le articolazioni di anche, ginocchia e caviglie, riducendo le infiammazioni, prevenendo l’artrosi e regalando un’insospettabile agilità anche a chi ha superato la mezza età.

La cura per l’anima: addio stress e ansia

Ma i benefici fisici impallidiscono di fronte a quelli psicologici. Uscire di casa, respirare aria fresca, staccare gli occhi dagli schermi e muoversi con ritmo stimola nel nostro cervello una massiccia produzione di endorfine e serotonina, i cosiddetti “ormoni della felicità”. Dopo trenta giorni di passeggiate, i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) crollano. L’ansia si attenua, i pensieri ossessivi si diradano e l’umore migliora sensibilmente. Moltissimi psicologi consigliano la camminata quotidiana come terapia affiancata per combattere i primi stadi della depressione. È un momento intimo in cui la mente si svuota e ritrova la pace.

Una qualità del sonno mai provata prima

L’ultimo, fantastico tassello di questo mese di trasformazione si verificherà di notte, sotto le coperte. Chi cammina ogni giorno regola in modo naturale i propri ritmi circadiani. Il corpo, avendo consumato la giusta dose di energia fisica e avendo scaricato la tensione mentale, si predispone naturalmente a un riposo molto più profondo e ininterrotto. Dimenticate l’insonnia, i continui risvegli notturni o la sensazione di stanchezza al mattino. Allacciatevi le scarpe da ginnastica, aprite la porta di casa e iniziate il vostro mese di rinascita: non tornerete mai più indietro.

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Salute

Allarme Colesterolo Alto? I 5 insospettabili cibi deliziosi che puliscono le arterie e allungano la vita. Il segreto è in tavola

Analisi del sangue sballate? Il “Colesterolo Cattivo” (LDL) è il nemico silenzioso del nostro cuore, ma la cura migliore e più naturale si nasconde nel nostro frigorifero! 🥑 🍫 Scopri i 5 INSOSPETTABILI e deliziosi cibi che fungono da veri e propri “spazzini” delle nostre arterie, inglobando i grassi nocivi e regalandoci anni di vita in salute! Sapevi che l’Avocado (sebbene sia ricco di grassi) è il miglior alleato del sistema cardiocircolatorio? E sapevi che mangiare due quadratini di vero Cioccolato Fondente all’80% aiuta a spazzare via il rischio di infarti grazie ai suoi potentissimi antiossidanti? Abbandona diete punitive e scopri come l’Avena, la Frutta Secca e i Legumi possono trasformare le tue analisi del sangue nel giro di un solo mese! Tutti i dettagli scientifici e i trucchi alimentari nel nostro nuovissimo articolo! 👇 ❤️

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Colesterolo

Salute e Alimentazione – Il colesterolo alto è stato ribattezzato dalla comunità medica internazionale come il “killer silenzioso”. A differenza di altre patologie, l’ipercolesterolemia non si manifesta con dolori, febbri o sintomi evidenti, ma lavora subdolamente nell’ombra. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, le placche di grasso si depositano sulle pareti interne delle nostre arterie, ostruendo il libero passaggio del sangue e aumentando in modo drastico il rischio di infarti devastanti, ictus e gravi patologie cardiovascolari. Quando ritiriamo le analisi del sangue e vediamo quel numerino (il colesterolo LDL, quello “cattivo”) segnato in rosso, andiamo immediatamente nel panico, immaginando un futuro di rinunce, diete punitive a base di cibi insapore e pillole a vita.

La natura ci offre la migliore medicina preventiva

Ovviamente, nei casi clinici più gravi o geneticamente determinati, l’intervento farmacologico prescritto dal cardiologo resta l’unica via sicura. Tuttavia, in moltissimi casi di colesterolo borderline o moderatamente alto, la primissima vera medicina si trova nel posto più inaspettato: il nostro frigorifero. Cambiare radicalmente stile alimentare non significa necessariamente soffrire la fame o rinunciare al gusto. Esistono infatti alcuni alimenti “insospettabili”, spesso trascurati o considerati ingiustamente nemici della dieta, che fungono da veri e propri “spazzini” delle nostre arterie, catturando i grassi cattivi e favorendo l’aumento del colesterolo HDL (quello “buono” e protettivo). Ecco i 5 super-cibi deliziosi da integrare subito nei vostri pasti.

1. L’Avocado: il “grasso” che sconfigge il grasso

Per anni, chi soffriva di colesterolo ha guardato all’avocado con estremo sospetto, terrorizzato dall’altissimo contenuto calorico e di grassi di questo frutto esotico. Errore gravissimo! I grassi contenuti nell’avocado sono acidi grassi monoinsaturi (simili a quelli del preziosissimo olio extravergine di oliva), i più grandi nemici del colesterolo LDL. Consumare mezzo avocado al giorno, magari spalmato su una fetta di pane integrale a colazione o a pranzo, aiuta a “fluidificare” il sangue, pulire le arterie e saziare a lungo, evitando i pericolosi attacchi di fame nervosa. È un grasso amico che protegge il cuore.

2. La Frutta Secca: noci e mandorle salva-vita

Vale lo stesso discorso fatto per l’avocado. Noci, mandorle e pistacchi (rigorosamente non salati!) sono delle mini-bombe caloriche, ma sono letteralmente stipate di steroli vegetali, Omega-3 e fibre solubili. Questi tre elementi lavorano in sinergia impedendo al nostro intestino di assorbire il colesterolo “cattivo” proveniente da altri cibi. Una manciata (circa 30 grammi) di noci o mandorle consumata come spuntino a metà mattina o pomeriggio garantisce una pulizia arteriosa senza pari, oltre a fornire energia purissima per il cervello.

3. L’Avena: la spugna naturale dell’intestino

Se volete dichiarare guerra al colesterolo, la colazione all’italiana (cappuccino e cornetto carico di burro e zuccheri raffinati) deve sparire. Sostituitela con il porridge di avena. I fiocchi d’avena sono ricchissimi di beta-glucano, una fibra solubile particolarissima che, una volta raggiunto lo stomaco, crea una sorta di gelatina in grado di inglobare letteralmente le molecole di colesterolo, espellendole naturalmente dal corpo prima che possano entrare in circolo nel sangue. È la “spugna” più efficace che la natura ci abbia donato.

4. Il Cioccolato Fondente (quello vero!)

Questa è la notizia che tutti vorrebbero leggere. Sì, potete (anzi, dovete!) mangiare il cioccolato. Ma attenzione: deve essere cioccolato fondente di altissima qualità, con una percentuale di cacao amaro pari o superiore all’80%. Il cacao puro è una miniera d’oro di flavonoidi, potentissimi antiossidanti naturali in grado di abbassare i livelli di LDL e di contrastare l’infiammazione delle arterie. Due quadratini al giorno come coccola serale sono una medicina deliziosa per l’umore e per l’apparato cardiocircolatorio.

5. I Legumi: la carne dei poveri, la ricchezza del sangue

Fagioli, lenticchie, ceci e piselli sono spesso snobbati, ma rappresentano l’arma definitiva contro il grasso nel sangue. Sono totalmente privi di colesterolo (essendo proteine vegetali) e sono ricchissimi di fibre solubili. Sostituire tre o quattro pasti a settimana a base di carne rossa o formaggi stagionati con ricche e gustose zuppe di legumi vi permetterà di abbattere in modo drastico l’apporto di grassi saturi “cattivi”, abbassando i livelli di colesterolo nel sangue nel giro di pochissime settimane. Salute e longevità si costruiscono davvero partendo dal piatto!

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Attualità

Caso Nicola Maggiotto, lo psicologo Claudio Belardo avverte: “La violenza giovanile si sconfigge educando alle emozioni. Fermarsi è segno di forza”

Il “branco” trasforma la rabbia in violenza: le parole dello psicologo ci fanno riflettere! 🧠 💔 A seguito dei recenti e drammatici fatti di cronaca giovanile che hanno coinvolto anche Nicola Maggiotto, l’esperto psicologo Claudio Belardo interviene duramente per analizzare il fenomeno della violenza tra ragazzi. “Le dinamiche di gruppo azzerano le responsabilità individuali per il disperato bisogno di sentirsi accettati. Ma comprendere questi meccanismi non significa giustificare chi sbaglia!”, avverte il medico. La soluzione? Ripartire dall’educazione emotiva fin da piccoli e affidarsi ai veri valori dello Sport. “Dobbiamo insegnare ai ragazzi che allontanarsi da una provocazione o da una rissa non è codardia, ma è la forma più alta di Forza e di Autocontrollo!”. Infine, un duro richiamo alla stampa: “Smettiamola di spettacolarizzare il dolore delle famiglie. Rispettiamo la dignità umana”. Leggete l’illuminante intervista completa nel nostro nuovo articolo! 👇 👨‍⚕️

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Claudio Belardo

Redazione– I recenti e drammatici fatti di cronaca, su tutti il delicato caso che ha coinvolto il giovane Nicola Maggiotto, hanno riportato prepotentemente e tragicamente al centro del dibattito pubblico nazionale il fenomeno in costante ascesa delle aggressioni giovanili. Ma al di là delle indagini giudiziarie e delle sentenze emesse frettolosamente sui social network, c’è un vuoto profondo che merita di essere analizzato con urgenza: le complesse e subdole dinamiche psicologiche che possono trasformare un banale conflitto verbale in un irreversibile episodio di brutale violenza.

Senza entrare morbosamente nei dettagli personali della vicenda specifica, e lasciando agli organi inquirenti competenti ogni necessaria ricostruzione dei fatti, a gettare una luce chiarificatrice sul tema interviene il Dottor Claudio Belardo, stimato psicologo ed esperto in benessere psicologico, dinamiche dello sport e performance. Il suo è un invito perentorio a spostare l’attenzione collettiva dalla sterile e sensazionalistica cronaca nera al campo ben più complesso e salvifico della prevenzione.

Oltre la cronaca: l’analisi psicologica delle aggressioni e del “branco”

«Quando assistiamo inermi a episodi di violenza», esordisce lo psicologo, «dobbiamo avere l’onestà intellettuale di chiederci anche cosa accade prima: quali emozioni profonde non vengono riconosciute in tempo, quali silenziosi segnali di disagio vengono colpevolmente ignorati e quali meccanismi perversi trasformano la rabbia e la frustrazione repressa in pura aggressività fisica».

L’analisi di Belardo si sofferma con particolare, severa attenzione sulle temibili dinamiche di gruppo. La presenza del “branco”, degli amici o dei semplici spettatori passivi, infatti, può influenzare e alterare radicalmente il comportamento del singolo individuo attraverso pericolosi meccanismi di emulazione, una spasmodica ricerca di approvazione sociale e una drastica riduzione della percezione della propria responsabilità penale e morale. «All’interno di un gruppo coeso può diventare molto più difficile fermarsi. Il bisogno giovanile di dimostrare forza, di essere accettati dal branco o di non apparire mai deboli può contribuire ad amplificare a dismisura comportamenti che, se presi individualmente, verrebbero con ogni probabilità maggiormente controllati o repressi», spiega il professionista.

“Comprendere non è giustificare”: le trappole e l’autocontrollo

Lo psicologo ci tiene però a tracciare una linea di demarcazione nettissima. Analizzare questi oscuri meccanismi psicologici non significa, in alcun modo, attenuare o cancellare le responsabilità individuali di chi compie atti violenti. «Comprendere non significa giustificare. La responsabilità personale delle proprie azioni resta il fulcro centrale del vivere civile. Ma se vogliamo fare prevenzione reale sul territorio, dobbiamo necessariamente conoscere a fondo ciò che può favorire questa drammatica escalation e, di conseguenza, intervenire molto prima che venga superato il limite di non ritorno».

Educare alle emozioni: la palestra di vita e il ruolo dello Sport

Secondo la visione del Dottor Belardo, la prevenzione primaria dovrebbe partire dalla scuola e dalla famiglia attraverso una strutturata educazione emotiva, insegnando ai ragazzi, fin dall’età evolutiva, a riconoscere, mappare e gestire i sentimenti di rabbia, l’intolleranza alla frustrazione, le provocazioni esterne e la tremenda pressione psicologica del gruppo.

«Dobbiamo aiutare i nostri giovani a capire che allontanarsi da una provocazione non significa affatto avere paura, né essere codardi. Sapersi fermare è una forma altissima di forza: significa possedere un saldo autocontrollo, una grande consapevolezza di sé e la capacità matura di prevedere le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni». In questo lungo e faticoso percorso formativo, la famiglia, la scuola e i centri di aggregazione sociale hanno una responsabilità educativa fondamentale. Anche lo Sport agonistico e amatoriale può rappresentare uno straordinario strumento di prevenzione: «Lo sport insegna da sempre che la forza e la violenza sono due concetti completamente opposti. Le regole, la disciplina ferrea, il rispetto sacrale dell’avversario, la nobile gestione della sconfitta e il controllo delle emozioni sotto pressione sono competenze umane che non servono soltanto per vincere una gara, ma servono per sopravvivere e prosperare nella vita di tutti i giorni».

Il richiamo ai media: “Non trasformiamo la sofferenza in spettacolo”

C’è infine un ultimo, doloroso aspetto sul quale Belardo invita tutti (in primis la stampa e l’opinione pubblica) a riflettere: il modo spesso cinico in cui episodi delicatissimi vengono raccontati, sezionati e dati in pasto ai social. «Dietro ogni fatto di cronaca ci sono persone in carne ed ossa e famiglie distrutte. Possiamo e dobbiamo discutere del fenomeno sociologico senza trasformare la sofferenza e la tragedia individuale in un grottesco spettacolo mediatico. La sacra dignità della persona deve venire sempre prima della curiosità morbosa per i dettagli di cronaca».

Da qui il suo forte invito a utilizzare anche gli episodi più oscuri che scuotono l’opinione pubblica per costruire una riflessione ben più ampia e duratura sulla prevenzione. «Non possiamo limitarci a parlare di educazione emotiva soltanto il giorno dopo un tragico episodio di violenza per poi dimenticarcene. Bisogna lavorare prima, in tempo di pace, aiutando i giovani a sviluppare una vera empatia. Prevenire significa fornire loro questi strumenti indispensabili molto prima che diventino drammaticamente necessari».

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Salute

Giovani e movida: dalla noia alla violenza. cosa c’è davvero dietro i rituali errati del disagio giovanile? Intervento di Adelia Lucattini, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Il fenomeno della movida notturna è da tempo associato al divertimento e alla socializzazione giovanile, ma può trasformarsi in un contesto di vulnerabilità per la salute mentale e il benessere dei più giovani. Recenti studi scientifici evidenziano una connessione profonda e spesso sottovalutata tra relazioni interpersonali tossiche, abuso di sostanze stupefacenti e insorgenza di disturbi mentali anche seri. Intervista di Marialuisa Roscino

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Lucattini

Lucattini ai giovani: “Proteggete con serenità la vostra capacità di pensare e scegliere. Divertirsi è importante, ma lo è altrettanto tornare a casa sentendosi padroni delle proprie decisioni”

 

Redazione-  Il fenomeno della movida notturna è da tempo associato al divertimento e alla socializzazione giovanile, ma può trasformarsi in un contesto di vulnerabilità per la salute mentale e il benessere dei più giovani. Recenti studi scientifici evidenziano una connessione profonda e spesso sottovalutata tra relazioni interpersonali tossiche, abuso di sostanze stupefacenti e insorgenza di disturbi mentali anche seri.

Spesso, l’avvicinamento e la conseguente iniziazione all’uso di droghe e alcol in età giovanile, in particolare modo, nei contesti di vita notturna non nasce da un semplice desiderio ricreativo o da una semplice ricerca edonistica, ma da un bisogno disperato di inclusione, di superamento dell’isolamento e di fuga da contesti affettivi svalutanti o violenti.

Questi fattori di rischio possono agire da veri e propri inneschi per il disagio psicologico dei giovani. Riconoscere tempestivamente questi segnali e comprenderne le cause profonde del malessere giovanile è il primo passo fondamentale per offrire un ascolto autentico e percorsi di cura mirati, multidisciplinari ed efficaci, basati sulla qualità della formazione, delle relazioni umane e sociali. Ne parliamo oggi in questa intervista con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Dott.ssa Lucattini, in che modo dinamiche di esclusione, di sottomissione o di conflitto violento spingono i giovani verso l’abuso di sostanze come strumento di fuga o di auto-inganno?

Le dinamiche di esclusione, di sottomissione o di violenza possono essere particolarmente destabilizzanti durante l’adolescenza, perché è proprio in questa fase che il senso di identità e il valore personale passano anche, inevitabilmente, attraverso il riconoscimento dei coetanei. Essere umiliati, rifiutati oppure costretti ad adeguarsi al gruppo può generare vergogna, solitudine, rabbia, sentimenti di impotenza difficili da mentalizzare e, talvolta, anche da sopportare.

In questi casi, alcol e droghe attenuano temporaneamente l’angoscia, disinibiscono, danno l’illusione di sentirsi più forti, più sicuri o, finalmente, parte del gruppo, creando però un circolo vizioso molto pericoloso. Le sostanze di abuso possono diventare una sorta di “oggetto” immediatamente disponibile, attraverso cui anestetizzare emozioni intollerabili, evitando così di riconoscere il dolore che le ha generate. Ecco, l’auto-inganno si manifesta proprio in questi casi: nello scambiare un sollievo momentaneo per una soluzione, mentre la fragilità sottostante rimane, e può progressivamente aggravarsi. Anche la sottomissione al gruppo ha un peso importante: alcuni ragazzi assumono sostanze non tanto perché realmente le desiderano, quanto piuttosto per non essere esclusi (Child Health Nursing Research, 2025).

Qual è, secondo Lei, il confine tra disagio relazionale e disturbo psichiatrico?

l confine non è sempre così netto, soprattutto durante l’adolescenza, perché momenti di crisi, conflitti, oscillazioni dell’umore e bisogno di appartenenza possono fare parte del normale processo di crescita. Il disagio relazionale diventa più preoccupante quando non è più transitorio, ma persiste, si irrigidisce e, poco alla volta, invade più aree della vita dei giovani: la famiglia, la scuola, le amicizie, il sonno, gli interessi e anche la capacità di progettare.

Possiamo dire che, nel disagio, il giovane conserva ancora una certa capacità di pensare il proprio dolore, di trasformarlo, di chiedere aiuto e di utilizzare le relazioni. Nel disturbo, invece, la sofferenza tende a cristallizzarsi e il sintomo prende progressivamente il posto della possibilità di elaborare i conflitti interiori. Quel disagio che, nel linguaggio giovanile, viene spesso chiamato “paranoie” può assumere un peso diverso. Possono comparire un ritiro marcato, perdita di interesse, ansia o depressione persistenti, condotte aggressive, un abuso crescente di sostanze o comportamenti autolesivi. Gli studi longitudinali più recenti confermano, inoltre, che i sintomi emotivi adolescenziali non sono fenomeni isolati, ma possono rinforzarsi reciprocamente nel tempo, rendendo prioritaria la necessità di intercettarli precocemente (Journal of Affective Disorders, 2026).

Quanto pesa la solitudine esistenziale e in alcuni particolari contesti, la mancanza di punti di riferimento degli adulti autorevoli nella scelta di cercare rifugio in ambienti notturni estremi, dove il legame con gli altri si riduce a un’effimera condivisione di sostanze?

Pesa anche molto, ma non è un fattore che da solo possa determinare una condotta a rischio. La solitudine nei giovani non coincide necessariamente con l’essere fisicamente da soli, infatti, possono essere circondati da tante persone e sentirsi non visti, non compresi, profondamente soli.

In adolescenza, la presenza di adulti autorevoli, non autoritari, ferma ma affettuosi, presenti ma non invadenti, ha una funzione psicologica fondamentale, offre contenimento, limiti, possibilità di confronto e soprattutto un riferimento con cui identificarsi. Quando questa funzione adulta è fragile o assente, alcuni ragazzi possono cercare nel gruppo dei coetanei un’appartenenza sostitutiva.

In alcuni contesti della vita notturna può instaurarsi un paradosso, si cerca il gruppo per non sentirsi soli, ma si finisce per condividere soprattutto eccitazione, alcol o sostanze, senza costruire relazioni autentiche. Il gruppo può diventare temporaneamente una sorta di “protesi identitaria” in quanto permette di sentirsi qualcuno perché si appartiene a qualcosa, mentre la sostanza attenua angoscia, insicurezza e vuoto interno.

Il problema, quindi, non è la notte né il divertimento in sé. Diventa preoccupante quando non si va verso gli altri per incontrarli, ma per sfuggire a se stessi e alle proprie insicurezze (Drug and Alcohol Review, 2025).

Alla luce di queste dinamiche di movida tossica giovanile sempre più frequentemente riportate dalla cronaca odierna, quanto è importante, a Suo avviso, “l’ascolto attivo” nei giovani  per arginare il loro malessere prima che il disagio si trasformi in patologia o dipendenza grave?

L’ascolto attivo è uno dei primi strumenti di prevenzione, perché consente di intercettare il disagio quando ancora può essere espresso con le parole, prima che venga affidato prevalentemente al corpo, all’aggressività o alle sostanze. Ascoltare attivamente significa mostrare un interesse autentico, tollerare anche ciò che è difficile da sentire e offrire al ragazzo la sensazione che possa parlare senza essere immediatamente giudicato o punito. Dal punto di vista psicoanalitico, l’adulto svolge così una funzione di contenimento emotivo e mentalizzazione (favorire la capacità di pensare), poiché aiuta il giovane a trasformare emozioni confuse e impulsi in pensieri comunicabili.

I segnali d’allarme vanno colti soprattutto quando compaiono insieme, persistono e rappresentano un cambiamento rispetto al funzionamento abituale, isolamento improvviso, abbandono delle amicizie precedenti, irritabilità o aggressività insolite, oscillazioni importanti dell’umore, alterazioni del sonno, calo scolastico, perdita di interessi, frequenti assenze o rientri notturni in condizioni alterate, bugie crescenti, bisogno sempre maggiore di denaro, episodi ripetuti di intossicazione, uso di sostanze per calmarsi o riuscire a stare con gli altri. Particolare attenzione, richiedono autolesionismo, disperazione, pensieri di morte e comportamenti gravemente impulsivi, che necessitano di una tempestiva valutazione specialistica.

La prevenzione però, non è soltanto sorveglianza e neppure controllo ansioso. Un’interessante ricerca ha evidenziato che un buon funzionamento della famiglia e un affettuoso controllo genitoriale si associano ad un migliore equilibrio psicologico  dall’adolescenza alla giovane età adulta. Per questo, è importante che i genitori osservino i cambiamenti, ma soprattutto è fondamentale mantenete aperto il dialogo con i propri figli adolescenti, perché possano sentire che, anche dopo un errore, esiste un adulto al quale tornare e con cui poter pensare ciò che gli sta accadendo (Child and Adolescent Psychiatric Clinics of North America, 2025).

Il lavoro psicoanalitico aiuta i giovani a comprendere i propri modelli relazionali, compresi quelli che tendono inconsapevolmente a ripetere, per esempio, cercare gruppi umilianti o violenti pur di non sentirsi soli, oppure oscillare tra dipendenza dagli altri e rifiuto aggressivo dei legami. In questo senso, l’analisi mira al rafforzamento della capacità di regolazione affettiva, della capacità di pensare, dell’autostima e della possibilità di costruire rapporti positivi, non distruttivi (Journal of Adolescent Health, 2026).

Quali percorsi di formazione mirata andrebbero pensati per educatori, operatori di strada e per le famiglie, affinché la prevenzione del disagio giovanile e dell’abuso di sostanze diventi un’azione corale e tempestiva?

Servirebbe innanzitutto una formazione comune e multidisciplinare, perché il disagio adolescenziale non può essere affidato soltanto agli specialisti quando è ormai diventato grave. Educatori, operatori di strada e famiglie dovrebbero essere messi nelle condizioni di riconoscere precocemente non soltanto il consumo di una sostanza, ma soprattutto ciò che può precederlo e accompagnarlo, ritiro, irritabilità, cambiamenti improvvisi, acting out, trasgressioni ripetute, perdita di interessi, vergogna, sentimenti di esclusione e difficoltà a tollerare frustrazione e solitudine.

In questo senso, una formazione in ottica psicoanalitica può offrire strumenti preziosi. Certamente, non significa trasformare insegnanti o educatori in psicoterapeuti, ma aiutarli a sviluppare una capacità di osservazione e di ascolto che permetta di chiedersi che cosa un comportamento stia comunicando. L’aggressività, la provocazione, la ricerca esasperata dello sballo o l’adesione a gruppi pericolosi possono essere anche forme di acting out, il giovane mette in scena attraverso l’azione qualcosa che ancora non riesce a rappresentare mentalmente e a esprimere con le parole. Una recente lettura psicoanalitica dell’uso di sostanze in adolescenza sottolinea proprio l’importanza di comprenderne le funzioni evolutive e i significati soggettivi, accanto agli interventi di sanità pubblica.

(The Psychoanalytic Study of the Child, 2026).

Parallelamente è indispensabile lavorare con le famiglie, i genitori hanno bisogno di essere aiutati a comprendere come possono maggiormente aiutare i propri figli e a mantenere insieme due funzioni che talvolta sembrano inconciliabili, ascoltare e porre limiti. Non bisogna diventare amici dei figli, né spiarli continuamente, ma essere presenti, capaci di tollerare i conflitti senza sottrarsi e di mettere confini senza umiliare (Frontiers of Psychology, 2025).

Quali consigli si sente di dare ai giovani?

-Non avere paura di dire “no” al gruppo. Appartenere non significa adeguarsi a comportamenti che fanno stare male o espongono a pericoli per la vita fisica e mentale;

-Imparare ad ascoltare ciò che provate. Rabbia, solitudine, vergogna e noia non vanno negate o anestetizzate, possono essere comprese e trasformate;

-Non usare alcol o droghe per sentirsi più forti o meno soli. Il sollievo è temporaneo e può nascondere, anziché risolvere, il disagio;

-Scegliere relazioni in cui possiate essere se stessi. Un’amicizia autentica non chiede mai prove di coraggio, comportamenti rischiosi o umiliazioni per essere accettati;

-Cercare sempre adulti di cui fidarsi. Chiedere aiuto a genitori, insegnanti, al proprio medico di base o ad uno psicoanalista, è un atto di consapevolezza, non di debolezza;

-Proteggere con serenità la propria capacità di pensare e scegliere. Divertirsi è importante, ma lo è altrettanto poter tornare a casa sentendo di essere rimasti padroni delle proprie decisioni, sentendosi ancora vivi dentro, contenti e fiduciosi nel domani.

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