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Spettacolo

Mondo della moda a Hollywood: viaggio e rinascita. Luca Ribezzo si racconta tra set internazionali, timidezza e grandi sfide d’attore

Una vita vissuta tra le passerelle dei più grandi stilisti internazionali e i set cinematografici di mezza Europa e degli Stati Uniti. La storia di Luca Ribezzo è quella di un percorso artistico e umano straordinario che affonda le radici in oltre vent’anni di esperienza nel cuore pulsante della moda, lavorando fianco a fianco con icone come Valentino, Dolce & Gabbana, Gianfranco Ferré, Versace e Armani, per poi evolversi in una carriera di attore ricca di oltre quarantacinque crediti su IMDb.

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Luca Ribezzo

Redazione-  Una vita vissuta tra le passerelle dei più grandi stilisti internazionali e i set cinematografici di mezza Europa e degli Stati Uniti. La storia di Luca Ribezzo è quella di un percorso artistico e umano straordinario che affonda le radici in oltre vent’anni di esperienza nel cuore pulsante della moda, lavorando fianco a fianco con icone come Valentino, Dolce & Gabbana, Gianfranco Ferré, Versace e Armani, per poi evolversi in una carriera di attore ricca di oltre quarantacinque crediti su IMDb.

​Da Parigi a Tel Aviv, da New York a Londra, fino alle recenti produzioni tra Stati Uniti, Italia e Spagna, l’attore e modello Luca Ribezzo ha saputo reinventarsi con tenacia, talento e una profonda dedizione allo studio, lavorando con registi del calibro di Til Schweiger e al fianco di stelle internazionali come Matt Dillon e Nick Nolte.

In questa intervista, ci illustra le tappe fondamentali di questa metamorfosi artistica, svelando anche il lato più intimo e riservato di un professionista che ha fatto della sensibilità e dell’autenticità la sua cifra distintiva, superando le sfide legate alla timidezza e ai circuiti patinati del mondo dello spettacolo.

Lei ha vissuto e lavorato per oltre vent’anni nel gotha della moda mondiale, accanto a leggende dello stile come Valentino, Versace e Armani. Qual è stato il momento esatto in cui ha capito che quel mondo prestigioso non le bastava più e che la vera chiamata arrivava dal set e dalla recitazione?

 

Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che il mondo della moda non mi bastava più, perché la recitazione è sempre stata dentro di me. Fin da bambino, mi divertivo a interpretare personaggi e, alle scuole medie, il corso di teatro era il momento che aspettavo con più entusiasmo. Mi piaceva stare sul palco e raccontare storie.

Dopo il diploma ho lavorato come animatore turistico nei villaggi vacanze. La parte che amavo di più erano gli spettacoli serali: prepararli, provare e poi esibirmi davanti a centinaia di persone. Ogni volta che salivo sul palco sentivo che quello era il posto in cui riuscivo davvero a esprimermi.

A un certo punto, ho deciso di trasformare quella passione in qualcosa di concreto. Mi sono iscritto a una scuola di teatro professionale e, una volta terminato il percorso, sono partito per Londra. È lì che ho iniziato la mia gavetta e ho avuto le prime opportunità come attore professionista.

Non dimenticherò mai la prima volta davanti a una telecamera. Nel momento in cui ho interpretato un personaggio completamente diverso da me, ho capito la forza di questo mestiere. Quando la telecamera si accende e quella luce rossa si illumina, entri in un’altra vita. Ti ritrovi a vivere emozioni, relazioni e situazioni che non ti appartengono, ma che in quel momento diventano incredibilmente vere.

Per me recitare significa proprio questo: entrare nel personaggio fino in fondo, attraverso la voce, il corpo, gli sguardi, le emozioni e ogni piccolo dettaglio. È un lavoro che mi permette di raccontare storie, ma anche di conoscere meglio me stesso.

La moda mi ha dato tantissimo: mi ha fatto viaggiare, crescere e conoscere persone straordinarie. Sarò sempre grato a questo settore, per tutto quello che mi ha insegnato. Ma è nella recitazione che ho trovato il modo più autentico di esprimermi. È lì che ho capito di essere esattamente dove volevo essere.

Da New York a Londra, passando per l’incontro formativo con l’insegnante scozzese-americano Michael E. Rodgers a Milano: quanto è stato difficile ricominciare da zero e costruire la credibilità necessaria per entrare in produzioni internazionali come quelle della Warner Bros o il film “Head Full of Honey” con Nick Nolte e Matt Dillon?

 

Spesso il mondo dello spettacolo e i circuiti mondani premiano l’estro, l’apparire e la costante esposizione mediatica.

 

Quanto pensa che la sua bellezza, unita a un carattere timido e a una forte riservatezza, l’abbia in realtà penalizzato nel corso della sua carriera?

 

Paradossalmente, arrivare dal mondo della moda all’inizio mi ha penalizzato. C’è ancora il pregiudizio che una persona considerata “bella” non possa essere anche un vero attore. E, diciamolo, spesso si pensa che in un cast non ci possano essere troppi “bellocci”. Inoltre, l’aspetto fisico rischia di diventare un’etichetta: vieni associato a determinate tipologie di personaggi e questo può limitare le opportunità di dimostrare quanto puoi essere versatile come interprete.

Più che timido, mi considero una persona molto riservata. E questa mia riservatezza non rispecchia lo stereotipo dell’uomo che spesso viene associato al mondo della moda o dello spettacolo. Paradossalmente, la parte del mio lavoro che mi piace meno è proprio quella che molti sognano: apparire. Partecipare a première, eventi e red carpet fa parte del mestiere, ma non è ciò che mi rappresenta di più. Mi sento molto più a mio agio quando posso raccontare una storia attraverso un personaggio, piuttosto che quando devo essere semplicemente sotto i riflettori.

Nel mio percorso hanno avuto un ruolo fondamentale lo studio, la lettura e la disciplina. Sono aspetti che oggi fanno parte del mio modo di vivere questo lavoro. Credo che la credibilità di un attore si costruisca ogni giorno, con un approfondimento continuo. Bisogna nutrirsi costantemente del mondo che ci circonda: osservare le persone, ascoltarle, guardare film, visitare musei, leggere, vivere. Tutto può diventare una fonte di ispirazione. E poi c’è lo studio del personaggio, che per me è una ricerca continua: ogni ruolo apre nuove domande e nuove possibilità, e credo che non si finisca mai davvero di esplorare.

Naturalmente l’esperienza sul campo è fondamentale, ma serve anche un pizzico di fortuna: quella di incontrare attori e registi generosi, disposti a condividere ciò che hanno imparato. Io ho avuto la fortuna di vivere questi incontri e ne sono profondamente grato. Ho scoperto che i grandi professionisti sono spesso anche le persone più umili e disponibili, e da loro ho imparato tantissimo, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano.

Vissuto a lungo dall’altro lato dell’obiettivo tra moda e set, lei ha per anni anche coltivato una grande passione per la fotografia. In che modo, questo sguardo artistico e visivo influenza il suo lavoro di attore e il suo modo di interpretare le inquadrature?

 

Ho sempre avuto una grande passione per la fotografia, in particolare per il ritratto. Mi piace fotografare le persone, soprattutto quelle che hanno un vissuto importante. Per questo cerco spesso volti anziani: ogni ruga, ogni sguardo racconta una storia. Mi affascina provare a cogliere, attraverso un’immagine, tutto quello che una persona ha vissuto. In fondo è una ricerca molto simile a quella che faccio quando interpreto un personaggio: andare oltre la superficie e cercare ciò che c’è dietro.

Anche la bellezza, nel mio lavoro, è un tema particolare. Sicuramente può essere un vantaggio, ma a volte può trasformarsi anche in un limite. Spesso l’aspetto fisico porta a essere identificati con determinati ruoli e non tutti hanno il tempo o la voglia di andare oltre un volto per scoprire cosa un attore possa realmente esprimere. Io, però, ho avuto la fortuna di incontrare registi, soprattutto stranieri, che hanno guardato oltre l’apparenza e mi hanno affidato personaggi diversi da quelli che ci si sarebbe aspettati. Sono esperienze che mi hanno fatto crescere tantissimo, sia dal punto di vista professionale che umano, perché mi hanno dato la possibilità di dimostrare la mia versatilità.

Come dicevo, più che timido mi definirei una persona riservata. È una caratteristica che mi porto dietro fin da piccolo e che deriva anche dall’educazione che ho ricevuto. Per questo non mi sento particolarmente a mio agio nelle situazioni in cui bisogna apparire a tutti i costi, come cene, première o eventi mondani. Fanno parte del mio lavoro e, quando si tratta di sostenere un film o un progetto a cui tengo, sono felice di esserci, di promuoverlo e di raccontare il mio personaggio. Ma, se devo scegliere, preferisco sempre stare davanti a una telecamera nei panni di qualcun altro, piuttosto che davanti ai fotografi nei panni di me stesso. È sul set che mi sento davvero nel posto giusto.

Nel 2024 lei ha interpretato un ruolo da protagonista, nei panni di un villain italo-americano, in un film statunitense girato a Venezia. Che tipo di preparazione richiede calarsi nei panni di un “cattivo” all’interno di una produzione hollywoodiana ambientata in una delle città più iconiche del mondo?

 

Devo dire che sono proprio questi i ruoli che mi affascinano di più, perché mi permettono di uscire completamente da me stesso e di entrare in realtà lontane dalla mia vita quotidiana. Sono personaggi che, per fortuna, nella vita reale difficilmente incontrerei, ed è proprio questa distanza che rende il lavoro ancora più interessante.

Quando interpreto un ruolo cerco sempre di costruirlo andando oltre la superficie, cercando di capire cosa si nasconde dietro le sue azioni e i suoi comportamenti. Mi piace trovare dentro di me uno stato d’animo, un’emozione, qualcosa di autentico che possa dare profondità al personaggio e permettere al pubblico di entrare in relazione con lui.

Anche quando interpreto personaggi più oscuri o negativi, cerco sempre di lasciare intravedere una sfumatura diversa: una fragilità, una vena di malinconia o magari un pizzico di ironia. Credo che siano proprio queste contraddizioni a rendere un personaggio più umano e interessante. E forse questa è anche una parte di me che riesco a portare nel lavoro.

Girare a Venezia è stata un’esperienza davvero emozionante. È una città unica, iconica, affascinante e allo stesso tempo misteriosa, con un’atmosfera che sembra già raccontare una storia. È un vero set a cielo aperto: ogni angolo ha qualcosa da comunicare. È stato un privilegio lavorarci e sicuramente un’esperienza che mi piacerebbe ripetere.

 

Parliamo adesso del cinema spagnolo e dei Suoi progetti futuri: il regista Mario Pagano ha creduto fortemente in lei affidandole il ruolo di protagonista in un imminente film spagnolo in uscita nel 2027, nonostante lei fosse ancora un volto nuovo per quel mercato.

Cosa ci dice al riguardo?

 

Negli ultimi tempi, mi sto appassionando molto al cinema e alla televisione spagnola. Guardando alcune serie su Netflix mi sono reso conto di quanto siano cresciute in qualità e di quante produzioni internazionali importanti vengano realizzate in Spagna. È un paese che sta creando progetti molto interessanti e mi piacerebbe vivere un’esperienza lì, anche per capire se ci possano essere opportunità per attori italiani in un mercato così stimolante.

Non smetterò mai di ringraziare il regista Mario Pagano, perché ha creduto in me fin dall’inizio, anche se non ero un nome conosciuto nell’ambiente cinematografico spagnolo. Durante tutto il percorso mi ha accompagnato con grande attenzione: dalle prove sul set, dove mi ha guidato passo dopo passo, fino alla costruzione del personaggio, aiutandomi a riscoprire sensazioni ed emozioni che forse non avevo ancora esplorato.

La difficoltà della lingua non mi ha mai fermato. Anzi, è diventata parte della sfida e Mario, parlando anche italiano, mi ha sostenuto in ogni momento, permettendomi di affrontare il lavoro con serenità. È stata un’esperienza davvero intensa e arricchente.

Devo ammettere che, quando ho ricevuto la sceneggiatura, inizialmente ho avuto qualche perplessità. Poi, rileggendola più volte e grazie al confronto continuo con il regista, sono riuscito a entrare completamente nel personaggio e nel suo mondo emotivo.

Mario è stato un regista molto protettivo e rispettoso, capace di accompagnarmi dentro questo ruolo con grande sensibilità. Mi ha dato la possibilità di esplorare una gamma molto ampia di emozioni, anche grazie a un set composto da colleghi straordinari e da persone accoglienti e professionali.

Credo che abbia avuto anche molto coraggio nel realizzare questo progetto, perché ha scelto di raccontare qualcosa di intimo e profondo. La soddisfazione più grande è stata vedere la sua felicità quando il film è stato completato: la sua emozione è diventata anche la mia.

È un film che considero un viaggio alla scoperta delle diverse sfumature dell’amore, ma soprattutto dell’animo umano. Sono molto soddisfatto del risultato finale e spero che il pubblico possa lasciarsi trasportare dalla storia con leggerezza, ma anche uscirne con qualche riflessione in più su sé stesso e sui temi che il film affronta.

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«Small Talking», l’ironia pop dei Relief conquista la radio: fuori il nuovo singolo tra chiacchiere di circostanza e visioni surreali

I Relief tornano con «Small Talking», il nuovo singolo per Red&Blue Music Relations e ADA Music Italy: un brano pop ironico che smonta le chiacchiere di circostanza tra flauto traverso groovy e un videoclip dallo stile kitsch. 👇

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Small Talking,cover

Roma – Da venerdì 16 ottobre 2026 approda ufficialmente in rotazione radiofonica nazionale e su tutte le piattaforme di streaming digitale «Small Talking», il nuovo trascinante singolo dei Relief, pubblicato per l’etichetta Red&Blue Music Relations e distribuito da ADA Music Italy. Con questo nuovo brano, la poliedrica formazione romana torna a sorprendere il pubblico proponendo un pop fresco, raffinato e irresistibilmente disincantato, capace di mettere a nudo con leggerezza una delle dinamiche più universali e nevrotiche del nostro tempo: l’imbarazzo e la fatica delle conversazioni superficiali di tutti i giorni.

«Small Talking» è una fotografia ironica e surreale di quella frattura invisibile che spesso si crea tra i dialoghi stereotipati del quotidiano e i veri pensieri che affollano la nostra mente. Mentre attorno a noi si discute distrattamente delle temperature anomale, delle oscillazioni del costo del gas, delle buone maniere da manuale o dell’atmosfera festiva a comando, la testa del protagonista fugge altrove, catturata dai dettagli più insoliti e apparentemente insignificanti del paesaggio urbano: le geometrie delle torri dell’acqua, i cavi sospesi dei tram, frammenti sonori e odori della metropoli.

Tra pop, funk e flauto traverso: la firma sonora dei Relief

Dal punto di vista dell’architettura sonora, il brano sintetizza alla perfezione la cifra stilistica della band, fondendo un impianto pop-rock contagioso con una marcata ricerca timbrica. Il contrasto tra la solarità della melodia e il senso di disallineamento esistenziale espresso dal testo viene esaltato da un marchio di fabbrica unico nel panorama indipendente: l’utilizzo del flauto traverso non come semplice abbellimento melodico, ma come vero e proprio motore ritmico e armonico, arricchito da loop station, pedali multieffetto e accenni di beatbox, dialogando con un basso intriso di groove funk e chitarre dal sapore squisitamente vintage.

«Small Talking nasce proprio dalla difficoltà di stare dentro quelle conversazioni ordinarie in cui tutti sembrano perfettamente padroni dell’argomento, mentre la nostra mente è già fuggita altrove», racconta la band spiegando il retroterra della canzone. «Ci divertiva l’idea di esplorare questo scarto senza trasformarlo in una sterile lamentela: il protagonista vorrebbe sinceramente riuscire a integrarsi nel rito del convenevole, ma finisce irrimediabilmente attratto da dettagli che per gli altri non hanno alcun senso. In fondo è un brano sul disperato tentativo di trovare un proprio spazio anche dove non ci si sente naturali, arrivando persino a chiedere alla persona amata di aiutarci a pronunciare parole a vanvera pur di non restare in silenzio». Una ventata di originalità che arricchisce il panorama delle novità discografiche e uscite musicali più stimolanti della stagione.

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Un videoclip tra estetica kitsch e meme di WhatsApp

Ad accompagnare il lancio radiofonico è disponibile su YouTube il videoclip ufficiale, che traduce in immagini il carattere surreale e divertito del brano senza cadere nella didascalia letterale. La clip adotta una provocatoria e coloratissima estetica volutamente kitsch, che pesca a piene mani dall’immaginario visivo delle catene e delle grafiche stravaganti che da anni affollano le chat di WhatsApp: cornici fluo, gif improbabili, scritte a caratteri cubitali e frammenti nonsense.

Le sequenze visive amplificano il cortocircuito tra la serietà imposta dalle chiacchiere di convenienza e il flusso disordinato dei pensieri interiori. Nelle scene si alternano i componenti della band immersi in situazioni volutamente grottesche ed esagerate, dando vita a un esperimento audiovisivo spontaneo, leggero e giocato sull’autoironia più pura.

Chi sono i Relief: identità, formazione e percorso artistico

Attivi da circa due anni nella scena musicale romana, i Relief nascono dall’unione di anime con formazioni eterogenee, a cavallo tra rigore accademico e gavetta autodidatta, accomunate dal desiderio di plasmare un pop d’autore moderno, ritmico e mai banale. Il sound del trio affonda le proprie radici in un ascolto vorace dei grandi classici del pop e del rock progressivo – dai Beatles e Queen fino a Genesis, Jethro Tull, Weather Report, Jamiroquai e Pino Daniele – riattualizzati con sensibilità contemporanea.

La formazione vede protagonisti Lorenzo Corsi (flauto traverso, chitarre e cori), Leonardo Fortini (basso elettrico e cori) e Lorenzo Politi (voce principale, chitarra acustica e pianoforte). Seguiti da vicino in cabina di regia e produzione artistica da Massimo Calabrese e Marco Lecci, i Relief, dopo i positivi riscontri ottenuti con i singoli «Cristalli Liquidi» ed «Eh No!», confermano con «Small Talking» una maturità compositiva capace di parlare con immediatezza ed empatia a una generazione attenta alla qualità dei testi e delle melodie.

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Spettacolo

Premio Andrea Parodi 2026 a Cagliari: vent’anni senza la voce dei Tazenda, sul palco del Massimo Paolo Fresu, Elena Ledda e le stelle della world music

Il Teatro Massimo di Cagliari ospita la 19ª edizione del Premio Andrea Parodi a vent’anni dalla scomparsa della voce dei Tazenda: Paolo Fresu riceve l’Albo d’Oro, sul palco Elena Ledda, Bungaro e sette finalisti della world music internazionale. Tutti i dettagli e il programma 👇

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Andrea Parodi

Cagliari – A vent’anni esatti dalla prematura scomparsa di Andrea Parodi, avvenuta il 17 ottobre 2006, la Sardegna e l’intero panorama musicale d’autore si stringono attorno a una delle eredità artistiche più luminose, libere e profonde del nostro tempo. Dal 15 al 17 ottobre 2026, lo storico palcoscenico del Teatro Massimo di Cagliari ospita la diciannovesima edizione del Premio Andrea Parodi, punto di riferimento europeo e globale per la world music, ideato e organizzato con encomiabile dedizione dalla Fondazione Andrea Parodi. Un’edizione carica di simbolismo civile e culturale, che non si limita a celebrare il ricordo di una voce irripetibile, ma ne rinnova la visione cosmopolita: fare della radice linguistica e identitaria un ponte universale di dialogo tra popoli, culture e tradizioni sonore lontane.

Un ventennale di memoria viva: la straordinaria eredità di Andrea Parodi

Parlare di Andrea Parodi significa ripercorrere una delle stagioni più coraggiose e feconde della canzone d’autore mediterranea. Dai primi passi con il Coro degli Angeli alla consacrazione storica con i Tazenda — capaci di portare la lingua sarda sul palco del Festival di Sanremo con capolavori immortali come Disamparados (reso celebre con Pierangelo Bertoli in Spunta la luna dal monte) —, fino a un percorso solistico di respiro internazionale scandito da collaborazioni con giganti del calibro di Al Di Meola, Noa e i Chieftains, Parodi ha dimostrato che la tradizione non è un museo da custodire sotto vetro, ma una materia viva, pulsante e in perenne metamorfosi.

Nel ventennale della sua scomparsa, il Premio a lui intitolato rappresenta l’unico contest italiano interamente dedicato alla world music a godere di una risonanza planetaria. Sotto la direzione artistica di Elena Ledda, ambasciatrice della musica sarda nel mondo e compagna artistica di Andrea in indimenticabili avventure sonore, la tre giorni cagliaritana trasformerà il capoluogo sardo nell’ombelico della contaminazione acustica contemporanea. A condurre le tre serate al Teatro Massimo saranno due figure storiche della divulgazione musicale radiofonica e televisiva: Gianmaurizio Foderaro e Ottavio Nieddu.

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Paolo Fresu Premio Albo d’Oro e un parterre di ospiti prestigiosi

Tra i momenti più attesi e solenni di questa diciannovesima edizione spicca la consegna del prestigioso Premio Albo d’Oro 2026 a Paolo Fresu. Il celebre trombettista berchiddese, icona mondiale del jazz contemporaneo e instancabile promotore del patrimonio culturale sardo, salirà sul palco del Teatro Massimo accompagnato da due fuoriclasse: la chitarra di Bebo Ferra e l’organetto di Pierpaolo Vacca. Un’esibizione che promette di fondere lirismo improvvisativo e radice etnica in un omaggio vibrante alla poetica di Parodi.

Il cartellone degli ospiti d’onore vanta nomi di primaria grandezza nel panorama cantautorale. Tornerà al Massimo il cantautore Bungaro, raffinato artigiano della melodia italiana e da sempre vicino alla Fondazione. Accanto a lui, il cantautore cagliaritano Gigi Marras e la cantautrice siciliana Luisa Briguglio, trionfatrice assoluta della passata edizione 2025. Di straordinario fascino anche la presentazione del progetto originale “Bent’e mari” (produzione Medinsard), un ensemble di respiro transmediterraneo che schiera la stessa Elena Ledda, il cantautore sulcitano Matteo Leone, il polistrumentista tunisino Marzouk Mejri e il virtuoso chitarrista brasiliano Roberto Taufic.

Il contest internazionale: sette finalisti da quattro continenti per il titolo

Il cuore pulsante della kermesse resta il concorso internazionale, che ha visto centinaia di candidature giungere da ogni angolo del globo. A contendersi i riconoscimenti della 19ª edizione saranno sette progetti selezionati per l’originalità compositiva e l’intensità espressiva: Koyel Basu (India/Messico/Inghilterra), Chiarò (Campania), Hita Del Rio (Colombia/Francia), Momi (Friuli), Nubras Ensemble (formazione transfrontaliera tra Italia, Spagna e Romania), Angelica Perri (Calabria) ed Elana Sasson (California/Spagna). Due delle finaliste inizialmente ammesse, Federica Fruscella e Indelicato, non potranno prendere parte alla fase finale a causa di sopravvenuti impedimenti organizzativi.

Il percorso di gara si articolerà in tre serate graduate ad altissima intensità:

  • Giovedì 15 ottobre: ciascun concorrente presenterà il proprio brano in concorso affiancato da un secondo pezzo del proprio repertorio originale; ospite speciale della serata sarà Gigi Marras.
  • Venerdì 16 ottobre: i finalisti eseguiranno nuovamente il pezzo in gara insieme a un’inedita e personale reinterpretazione di un brano del repertorio di Andrea Parodi; la serata sarà impreziosita dall’esibizione di Bungaro.
  • Sabato 17 ottobre (Serata Finale): i finalisti proporranno la versione definitiva del brano in concorso davanti alle giurie riunite. La serata vedrà alternarsi sul palco Luisa Briguglio, il progetto Bent’e Mari, Paolo Fresu con Ferra e Vacca, Bungaro e Gigi Marras, prima della solenne proclamazione dei vincitori.

Seminari professionali, memoria d’archivio e le tre giurie di esperti

Come da tradizione, il Premio Andrea Parodi affianca alle serate di spettacolo un fitto programma diurno di incontri, approfondimenti e tutela della categoria musicale, tutti a ingresso gratuito. Venerdì 16 ottobre (dalle ore 10:30, sala M3) si aprirà con i seminari formativi sui diritti degli artisti interpreti ed esecutori a cura di Andrea Marco Ricci (Nuovo IMAIE) e sulla gestione del diritto d’autore tenuto da Claudio Carboni (Consiglio di gestione SIAE). Nel pomeriggio (ore 18:15, sala M2) spazio alla memoria storica con la proiezione di “Andrea Parodi, immagini e memoria”, preziosa selezione di interviste, concerti e apparizioni tv dall’archivio del Museo Multimediale Andrea Parodi, seguita dal debutto degli allievi dell’Accademia “I Fiori” (S’ardmusic).

Sabato 17 ottobre (ore 10:00, sala M3) andrà in scena l’incontro speciale “Andrea Parodi si racconta alla radio” in collaborazione con Rai Radio Techete’: la conduttrice Elisabetta Malantrucco dialogherà con Elena Ledda, Ottavio Nieddu e Bungaro riscoprendo storici documenti sonori Rai. A seguire (ore 11:30), il talk accademico “A chi servono, i Premi? (Musicisti emergenti, politiche culturali e musica dal vivo in Italia)” curato dal musicologo Jacopo Tomatis (Università di Torino) con Del Favero, De Rosa, Pasqua e Pinto.

A decretare i verdetti saranno tre autorevoli giurie (tecnica, critica e internazionale) composte da decine di giornalisti, discografici, etnomusicologi e direttori artistici. Il vincitore assoluto riceverà una borsa di studio di 2.500 euro e l’opportunità di esibirsi nel 2027 in importanti festival partner (come l’European Jazz Expo in Sardegna, Folkest in Friuli e il Festival del Torto in Sicilia). Il Premio della Critica garantirà invece la produzione di un videoclip professionale a cura della Fondazione. Verranno inoltre assegnate le menzioni speciali per testo, musica, arrangiamento, interpretazione, miglior cover di Parodi e i premi delle giurie collaterali.

Modalità di accesso e diretta streaming globale

Tutti gli spettacoli serali al Teatro Massimo di Cagliari sono a ingresso gratuito previa prenotazione obbligatoria sul circuito ufficiale Box Office Sardegna. Per consentire la partecipazione del pubblico internazionale e degli appassionati disseminati nel mondo, le intere serate saranno trasmesse in diretta streaming sulla pagina Facebook ufficiale della Fondazione Andrea Parodi. Una festa della musica, dell’inclusione e dell’identità che onora nel migliore dei modi l’anima generosa e visionaria di Andrea.

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Dario Distasi lancia «Nostalgia»: tra britpop ed echi di Manchester, il nuovo singolo sul tempo che scorre e la paura del futuro

Dario Distasi presenta «Nostalgia»: dopo il trionfo al MEI di Faenza, il cantautore pubblica un singolo intenso tra britpop ed echi di Manchester sul tempo che scorre e l’ansia del futuro. Dagli anni in Inghilterra al videoclip lacustre nel nostro approfondimento completo 👇

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Dario Distasi ,cover

Faenza – Il tempo non è soltanto una sequenza lineare di ore scandite dall’orologio, ma una lente emotiva attraverso cui misuriamo le nostre mancanze, il peso delle aspettative sociali e la vertigine di un futuro che spesso bussa alle porte prima del dovuto. Reduce dal caloroso successo riscosso sul prestigioso palco del MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza, il cantautore e virtuoso chitarrista Dario Distasi torna sulla scena discografica nazionale con Nostalgia, il suo nuovo singolo disponibile a partire da venerdì 16 ottobre 2026 su tutte le piattaforme di streaming digitale e in rotazione radiofonica. Prodotto e promosso da Red&Blue Music Relations e distribuito da ADA Music Italy (divisione di Warner Music), il brano si impone come una riflessione lucida, viscerale e cinematografica sul senso di perenne rincorsa che caratterizza la nostra epoca.

Attraverso una scrittura confessionale e intimista, Nostalgia scava nelle pieghe di quell’inquietudine sottile legata ai traguardi da raggiungere a una determinata età anagrafica e al modo in cui i giorni logorano o ridefiniscono le relazioni umane più preziose. «Sono proprio in tempo per far tardi un’altra volta», canta con disarmante autoironia l’artista, condensando in una singola frase l’attrito costante tra il ritmo frenetico della società contemporanea e il bisogno interiore di fermarsi, respirare e guardarsi indietro. L’opera interroga direttamente chi gli cammina accanto con una domanda universale sul disorientamento del presente: «Cosa sta succedendo qui fuori? Riusciamo ancora a sentirci bene?». Lungi dall’essere un mero esercizio di rimpianto passivo, la nostalgia si trasforma qui in uno strumento di salvezza: perdersi nei corridoi della memoria per riscoprire le radici della propria identità e trovare lo slancio necessario per ricominciare a camminare a testa alta.

L’eredità di Manchester e le matrici britpop: un sound internazionale senza confini

Coerentemente con il suo sguardo rivolto al vissuto personale, la tessitura sonora di Nostalgia affonda le proprie radici nel lungo soggiorno trascorso da Dario Distasi nel Regno Unito. I cinque anni vissuti a Manchester — culla sacra del britpop e terra d’elezione di band leggendarie come gli Oasis e i The Smiths — hanno lasciato un’impronta indelebile nella sensibilità compositiva del musicista italiano. Quel sound d’oltremanica, intriso di chitarre vibranti, melodie ariose e ritmiche incalzanti, si riaccende con una freschezza sorprendente, dialogando con le atmosfere colte e ruvide assorbite durante le successive sessioni di registrazione a Nashville, tra alternative rock, sfumature grunge e la grande tradizione dei songwriter d’autore.

«Nostalgia è nata da un momento di introspezione profonda: il tempo mi scrutava negli occhi e io desideravo approfittarne per scattare un’istantanea nitida di quell’attimo fuggente», spiega Dario Distasi commentando la genesi del lavoro. «Guardare indietro significava inevitabilmente fare i conti con la mia esperienza britannica, ed era fondamentale che l’arrangiamento ne riflettesse l’anima in ogni passaggio. Questo brano va a inserirsi nel contesto delle mie ultime uscite discografiche difendendo con forza e fierezza la mia identità, unendo la complessità armonica alla purezza della forma canzone».

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Dal diploma con lode alla consacrazione: il percorso di un artista poliedrico

La caratura artistica di Dario Distasi (all’anagrafe Dario Di Stasi) affonda le proprie radici in oltre un decennio di rigorosa gavetta musicale e solida preparazione accademica. Formatosi studiando chitarra jazz con Nicola Cordisco, rock con Gianni De Chellis e fusion con William Stravato, si diploma con il massimo dei voti e la lode (100/100) presso il prestigioso Modern Musician Institute di Alex Stornello. Gli anni universitari a Roma, frequentando il Saint Louis College of Music, segnano la svolta decisiva: la chitarra non basta più da sola a esprimere il suo mondo interiore, spingendolo ad abbracciare lo studio del canto prima in Italia con Alessandra Piroddi e Marco Priotti, e successivamente a Londra sotto la guida di Jonny Black. Da lì la finale conquistata al contest Open Mic UK, le colonne sonore firmate per il docufilm Varchi Attivi con la partecipazione di Michele Placido e le collaborazioni visive con il regista britannico Mat Johns.

A dare corpo alle suggestioni sonore di Nostalgia contribuisce in modo decisivo il suggestivo videoclip ufficiale, ambientato nella vastità incontaminata di paesaggi lacustri e solitarie strade extraurbane. La narrazione visiva ruota attorno a una protagonista femminile sospesa tra l’ansia paralizzante per il trascorrere inesorabile delle stagioni e la liberazione catartica racchiusa nella promessa solenne che fa da architrave al brano: «Ti ho detto che non dovrai mai aver paura, finché saremo vivi». Con oltre centomila streaming già all’attivo su Spotify e una trilogia di brani di successo (tra cui Forever, Again e Where The Wind Blows), Dario Distasi si conferma un autore di rara sensibilità, capace di trasformare il pop in una bussola emotiva preziosa contro lo smarrimento del nostro tempo.

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