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Salute

ARTETERAPIA: QUANDO IL COLORE DIVENTA LINGUAGGIO ESPRESSIVO E PREZIOSO SUPPORTO PER RAGAZZI CON BES E DSA. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA

Lucattini: “Attraverso i materiali, i colori e il gesto creativo, tensioni emotive come paura, rabbia o tristezza possono essere trasformate e rese più comprensibili, favorendo una progressiva integrazione affettiva e una diminuzione dello stato di ansia. Un elemento chiave è l’esperienza diretta del creare: vedere nascere qualcosa dalle proprie mani genera un senso di efficacia personale che contrasta il vissuto di inadeguatezza spesso presente in particolare, nei BES”.

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Redazione-  Esiste uno spazio, tra il foglio bianco e il colore, dove le difficoltà di apprendimento smettono di essere un ostacolo e diventano una possibilità. Per i bambini e gli adolescenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) o Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), la parola scritta o parlata può talvolta, trasformarsi in una barriera frustrante. È qui che l’arteterapia plastico-visiva interviene come una chiave silenziosa ma potentissima: un linguaggio fatto di forme, materia e simboli capace di riattivare canali comunicativi spesso rimasti in ombra.

L’arte non è più solo estetica, ma si trasforma in un processo terapeutico che favorisce la crescita cognitiva, l’integrazione emotiva e, soprattutto, il recupero di una fiducia profonda nelle proprie capacità. Attraverso l’uso sapiente del mezzo artistico, il disagio trova una forma e la mente scopre nuove strade per apprendere e relazionarsi. In questa intervista, abbiamo chiesto al riguardo, alla Dott.ssa Adelia Lucattini, Medico, Psichiatra, Psicoanalista Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, un approfondimento clinico, al fine di comprendere come l’arteterapia possa diventare un pilastro fondamentale nel percorso di crescita di ogni ragazzo.

 

Dott.ssa Lucattini, entrando nel vivo della Medicina, quali processi psichici si attivano nel bambino con BES attraverso il gesto artistico e in che modo l’espressione creativa riesce a colmare quei vuoti comunicativi che la parola non riesce a raggiungere?

 

L’arteterapia è particolarmente utile per bambini e adolescenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) perché offre un canale di espressione alternativo alle parole, spesso ancora insufficienti per comunicare emozioni complesse. Attraverso il disegno, la pittura o altre forme artistiche, il bambino può dare forma ai propri vissuti interni in modo spontaneo e non giudicante.

A differenza di approcci più centrati sulla prestazione, l’arteterapia valorizza il processo creativo, sostenendo l’autostima e riducendo ansia e frustrazione, molto frequenti nei disturbi dell’apprendimento. I benefici riguardano più aree, infatti, migliora la regolazione emotiva, facilita la comunicazione, potenzia le abilità cognitive e rafforza la coordinazione oculo-manuale, spesso coinvolta nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Molte ricerche tra cui una publicata su Malaysian Journal of Medicine and Health Sciences (2025), confermano questi effetti ed evidenziano come l’arteterapia contribuisca a migliorare competenze sociali, funzioni esecutive e benessere emotivo, rappresentando un intervento efficace e globale per la crescita del bambino.

 

Dott.ssa Lucattini, spesso si pensa all’arte come “a pura astrazione”, ma la gestione dello spazio sul foglio richiede grandi capacità di pianificazione. In che modo, l’atto di creare aiuta a strutturare le funzioni esecutive e a potenziare la percezione visuo-spaziale di chi fatica a organizzare il proprio apprendimento?

 

L’arteterapia agisce su un aspetto fondamentale dello sviluppo: l’integrazione tra percezione, motricità fine e pensiero. Attività come disegnare, modellare o manipolare materiali richiedono una coordinazione fine tra ciò che il bambino immagina, ciò che osserva e ciò che realizza con le mani. In questo processo si sviluppano la percezione visiva e spaziale, essenziali per orientarsi nello spazio, organizzare il foglio e, successivamente, per competenze come lettura, scrittura e calcolo.

Queste esperienze coinvolgono contemporaneamente più sistemi (visivo, motorio e sensoriale) creando proficua integrazione tra mente e corpo, tra inconscio e pensiero. La stimolazione delle mani attraverso materiali diversi (come creta, colori o strumenti) rafforza le connessioni tra percezione e movimento, favorendo una maggiore precisione psicomotoria, coordinazione e capacità di pianificazione sia nel lavoro scolastico che nella vita quotidiana.

Dal punto di vista della capacità di apprendimento, questo si traduce nello sviluppo di nuove idee e strategie migliori, più adatte a sé stessi e alle situazioni esterne. Il bambino non si limita a eseguire dei compiti con i genitori o un insegnante, ma impara a organizzare il mondo interiore e lo spazio fisico, immagine e anticipare i risultati, correggere gli errori, trasformare un’emozione in un’idea o un progetto e quindi in un’azione finalizzata. In altre parole, l’arteterapia facilita il passaggio al pensare, attraverso attività manuali, creazioni artistiche e opere realizzate (Cureus, 2022).

L’arteterapia,  concretamente, può offrire la possibilità di superare le difficoltà emotive e rafforzare l’autostima nei bambini e negli adolescenti con BES?

 

L’arteterapia rappresenta un intervento particolarmente efficace perché offre ai bambini e agli adolescenti uno spazio sicuro in cui dare forma ai vissuti interiori, anche quando questi non trovano ancora espressione nel linguaggio. Attraverso i materiali, i colori e il gesto creativo, tensioni emotive come paura, rabbia o tristezza possono essere trasformate e rese più comprensibili, favorendo una progressiva integrazione affettiva e una diminuzione dello stato di ansia.

Un elemento chiave è l’esperienza diretta del creare: vedere nascere qualcosa dalle proprie mani genera un senso di efficacia personale che contrasta il vissuto di inadeguatezza spesso presente nei BES. Nel tempo, questo processo alimenta un’immagine di sé più solida e positiva, sostenuta da esperienze ripetute di riuscita e riconoscimento.

I dati della ricerca confermano questi effetti: programmi strutturati di arteterapia mostrano una riduzione significativa dell’ansia e un incremento dei comportamenti prosociali e della capacità di comprensione emotiva. Uno studio pubblicato su RREM Journal (2025) evidenzia, inoltre, come queste esperienze contribuiscano a rafforzare il benessere psicologico e la qualità delle relazioni nei contesti educativi. In questo senso, l’arteterapia non si limita a offrire un’area protetta, rassicurante e ansiolitica, ma diviene un processo trasformativo, infatti, aiuta i bambini a dare senso a ciò che provano, costruendo nel tempo una maggiore stabilità emotiva e un’autentica fiducia in se stessi.

Esistono studi scientifici che confermano l’impatto dell’arteterapia nella riduzione dei sintomi ansioso-depressivi e nel miglioramento del tono dell’umore nei  ragazzi con bisogni speciali?

 

La letteratura scientifica degli ultimi anni conferma che l’arteterapia rappresenta un intervento utile, soprattutto come approccio complementare, nei bambini e negli adolescenti con BES e disturbi dell’umore. Si tratta di una modalità che utilizza il processo creativo per favorire il benessere psicologico, offrendo un contesto protetto in cui emozioni difficili possono emergere ed essere elaborate anche senza il supporto del linguaggio verbale.

Dal punto di vista clinico, l’esperienza artistica facilita l’espressione emotiva, rafforza il senso di controllo e promuove processi di consapevolezza e autoefficacia, aspetti particolarmente rilevanti nei quadri ansioso-depressivi. Le evidenze empiriche indicano che queste pratiche possono contribuire a ridurre i sintomi internalizzanti, migliorando il tono dell’umore e la regolazione affettiva.

In particolare, si è dimostrata efficace nel ridurre ansia e depressione in età evolutiva. L’arteterapia migliora il benessere emotivo e le competenze socioaffettive nei contesti educativi e clinici, pur evidenziando la necessità di studi più rigorosi e standardizzati. L’arteterapia rappresenta una risorsa clinica valida e sempre più supportata da studi scientifici, non sostituisce altri trattamenti che sono sempre necessaria, psicoterapia dinamica e psicoanalisi, ma li integra efficacemente, offrendo ai bambini e agli adolescenti uno strumento concreto per comprendere e trasformare il proprio mondo emotivo (Clinics Sao Paulo, 2025).

 

In adolescenza, il corpo cambia e le emozioni diventano spesso travolgenti e difficili da verbalizzare. In che modo l’arteterapia funge da ‘contenitore’ sicuro per queste trasformazioni e perché è fondamentale che questo canale espressivo resti aperto anche dopo l’infanzia?

 

L’età evolutiva è un processo continuo, in cui ogni fase si costruisce sulla precedente senza soluzione di continuità. Le esperienze precoci, soprattutto quelle legate al corpo, al gioco e alla creatività, non vengono mai perdute, ma restano come tracce attive che contribuiscono a strutturare l’identità. In questo senso, proseguire attività come l’arteterapia anche durante l’adolescenza significa mantenere e trasformare strumenti espressivi già acquisiti, adattandoli a una fase di sviluppo più complessa.

Nell’adolescenza, il linguaggio artistico può offrire uno spazio privilegiato per esplorare conflitti interni, sperimentare nuove modalità espressive e dare forma a vissuti spesso difficili da verbalizzare. La continuità con le esperienze creative dell’infanzia facilita questo processo, rendendolo più accessibile e meno minaccioso.

Dal punto di vista psicologico, l’arteterapia durante può svolgere una funzione di integrazione psichica e dell’identità, aiuta a collegare le esperienze passate con quelle presenti, sostenendo la costruzione di una narrazione personale coerente. Questo è particolarmente importante nei momenti di crisi o in presenza di difficoltà emotive, dove può emergere un senso di frammentazione o discontinuità del sé. Le attività artistiche in adolescenza favoriscano la regolazione emotiva, la consapevolezza di sé e la resilienza, contribuendo a un migliore adattamento psicologico.

L’arteterapia, quindi, rappresenta un filo continuo che accompagna lo sviluppo, permette di trasformare le esperienze precoci in risorse evolutive, sostenendo l’adolescente nel delicato lavoro di costruzione della propria identità (Frontiers in Psychology, 2025).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

 

-Utilizzare il disegno come strumento di ascolto, non di valutazione. È importante che il genitore non giudichi il risultato, ma si interessi al significato del disegno, chiedendo al bambino di raccontarlo. In questo modo, l’attività diventa un canale privilegiato per comprendere il suo mondo emotivo;

-Proporre attività artistiche nei momenti di maggiore fragilità emotiva. Nei periodi di tristezza, ansia o chiusura, disegnare o modellare può aiutare il bambino o l’adolescente a esprimere ciò che fatica a dire, riducendo la tensione interna;

-Favorire la continuità attraverso piccole abitudini e rituali regolari, tra i quali far rientrare anche le attività artistiche e l’arte terapia. La ripetizione nel tempo è fondamentale, anche brevi momenti settimanali dedicati all’attività artistica aiutano a costruire stabilità e sicurezza;

-Valorizzare il processo creativo per sostenere l’autostima. Nei bambini e adolescenti con BES e DSA è essenziale che il genitore riconosca l’impegno e l’espressione personale, piuttosto che il risultato estetico, offrendo al bambino un’esperienza di competenza;

-Integrare l’esperienza artistica con il contesto scolastico. Quando possibile, è utile condividere con gli insegnanti il percorso creativo, affinché possa essere valorizzato anche in classe come strumento di apprendimento e inclusione;

-Promuovere attività artistiche di gruppo. Favoriscono lo sviluppo delle competenze sociali, dell’empatia e della capacità di stare con gli altri, facilitando le interazioni e i rapporti interpersonali;

-Considerare l’arteterapia come parte di un percorso di cura più ampio. In presenza di depressione o disagio emotivo significativo, è importante che il genitore integri l’attività artistica con un supporto specialistico e psicoanalitico, affinché il bambino possa essere aiutato a elaborare in modo più profondo i propri vissuti.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Salute

GRAVIDANZA E PELLE: PERCHÉ IL CORPO SI SCURISCE, SI MACCHIA E REAGISCE ANCHE A STIMOLI MINIMI

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Un fenomeno comune, ma ancora sottovalutato

Redazione-  Durante la gravidanza, il corpo femminile attraversa una trasformazione profonda e sistemica. Tra i cambiamenti più visibili e spesso meno compresi  vi è l’iperpigmentazione cutanea, un fenomeno che può interessare fino al 90% delle donne.

Non si tratta solo della comparsa della linea scura sull’addome o dell’oscuramento delle areole. In molti casi, la pelle diventa improvvisamente più reattiva: si macchia al sole nonostante protezioni elevate, si scurisce dopo una semplice ceretta, o sviluppa discromie persistenti sul viso, riconducibili al melasma.

La pelle “cambia linguaggio”: il ruolo degli ormoni

Alla base di questo fenomeno vi è una vera e propria “ripogrammazione” biologica della pelle.

Gli elevati livelli di estrogeni, progesterone e ormone melanocito-stimolante (MSH) agiscono direttamente sui melanociti, le cellule responsabili della produzione di melanina. Queste cellule diventano:

più numerose funzionalmente

più sensibili agli stimoli esterni

più rapide nel produrre pigmento

Il risultato è una pelle che reagisce in modo amplificato anche a stimoli minimi, come luce, calore o microtraumi.

Non è solo sole: la nuova frontiera della luce visibile

Per anni si è ritenuto che le macchie cutanee fossero causate principalmente dai raggi UVB. Oggi, la ricerca ha ampliato questa visione.

Gli UVA capaci di penetrare in profondità nella pelle e persino la luce visibile (quella che percepiamo quotidianamente) giocano un ruolo chiave nello sviluppo delle discromie, soprattutto nel melasma. Questo spiega perché molte donne riferiscono la comparsa di macchie:

anche all’ombra

in ambiente urbano

persino attraverso i vetri

Le protezioni solari tradizionali, pur efficaci, non sono sempre sufficienti a bloccare completamente questi stimoli.

Il fattore dimenticato: il calore

Un elemento ancora poco considerato è il calore.

Docce molto calde, phon ravvicinati, attività fisica intensa o semplicemente alte temperature ambientali possono attivare i melanociti indipendentemente dalla radiazione UV. Questo avviene attraverso meccanismi enzimatici e infiammatori che amplificano la produzione di melanina.

In gravidanza, questa risposta è ulteriormente potenziata, rendendo la pelle sensibile anche a condizioni non tradizionalmente associate alla pigmentazione

Quando la pelle “ricorda”: microtraumi e macchie

Un altro aspetto cruciale è la cosiddetta iperpigmentazione post-infiammatoria.

Procedure comuni come la ceretta, considerate innocue, possono diventare trigger significativi. Il motivo è duplice:

il trauma meccanico induce un’infiammazione locale

la pelle, già sensibilizzata, risponde producendo pigmento in eccesso

Il risultato è la comparsa di aloni scuri o macchie persistenti, soprattutto su viso, inguine e ascelle.

Una predisposizione che emerge

La gravidanza agisce spesso come “rivelatore” di una predisposizione latente.

Donne che sviluppano facilmente iperpigmentazione in questo periodo potrebbero avere una maggiore sensibilità melanocitaria anche in futuro. Questo significa che condizioni simili potrebbero ripresentarsi:

con l’esposizione solare

durante l’uso di contraccettivi ormonali

in altri momenti di variazione endocrina

Prevenzione: più complessa di quanto sembri

Contrariamente a quanto si pensa, l’uso di una protezione solare SPF 50+ non garantisce una protezione totale.

La prevenzione efficace richiede un approccio multifattoriale:

protezione da UVA e luce visibile (es. filtri fisici e formule colorate)

riduzione dell’esposizione al calore

limitazione dei microtraumi cutanei

uso di prodotti non irritanti

In questo contesto, anche accessori fisici come cappelli e barriere meccaniche assumono un ruolo centrale.

Dopo il parto: regressione lenta e variabile

Con la normalizzazione ormonale post-partum, molte delle alterazioni pigmentarie tendono a migliorare. Tuttavia, il processo non è immediato.

Alcune macchie possono persistere per mesi, o in alcuni casi stabilizzarsi, richiedendo interventi dermatologici mirati. La durata e la reversibilità dipendono da fattori individuali, tra cui fototipo, intensità dell’esposizione e predisposizione genetica.

L’iperpigmentazione in gravidanza non è semplicemente un effetto estetico, ma il risultato di una complessa interazione tra sistema endocrino, ambiente e risposta cutanea.

Comprendere che non si tratta di “errori” nella gestione della pelle, ma di una condizione biologicamente determinata, rappresenta il primo passo per affrontarla in modo consapevole.

In questo scenario, la prevenzione non consiste nell’eliminare completamente il rischio  spesso impossibile ma nel ridurlo attraverso strategie mirate e una maggiore conoscenza dei fattori coinvolti.

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PSICOMOTRICITÀ INFANTILE: IL CORPO CHE PENSA. IL VIAGGIO NELL’ESTENSIONE DEI SUOI MOLTEPLICI BENEFICI PER LA CRESCITA EMOTIVA E CORPOREA DEI BAMBINI. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, PSICHIATRA E PSICOANALISTA ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA IT

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Redazione-  Lucattini: “Lo sport insegna a fare”, la psicomotricità insegna a “essere” attraverso il fare organizzato e guidato da un adulto formato, esperto e competente. È proprio questa la distinzione sottile, ma importante, che rende la psicomotricità una vera e propria terapia della crescita”.

​“La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino nella sua unità. Poiché corpo e mente nel bambino sono intrinsecamente collegati ed in dialogo tra loro, non c’è attività motoria che non contenga inconsciamente anche un pensiero per quanto “embrionale” o un’emozione. La psicomotricità è efficace perché utilizza uno dei canali naturali dei bambini attraverso il gioco corporeo, per intervenire lì dove le parole da sole non sono sufficienti. Attraverso uno spazio, un tempo organizzati e l’interazione ludica con gli oggetti, il bambino ‘mette in scena’ il proprio mondo interno, permettendogli di sviluppare qualità motorie e organizzare la propria personalità – spiega in questa intervista – la Psichiatra e Psicoanalista, Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

“Il corretto sviluppo motorio – prosegue  Lucattini – è uno degli elementi che concorre attivamente alo sviluppo e all’integrazione delle varie forme dell’intelligenza che supera il concetto del Quoziente Intellettivo (QI) unitario. Ad esempio, la lateralizzazione (la distinzione tra destra e sinistra) è fondamentale per l’organizzazione spaziale necessaria alla lettura e alla scrittura. L’equilibrio e la propriocezione, invece, non sono solo fisici, poiché il controllo del corpo e la sua percezione nello spazio, forniscono alla mente una sensazione di padronanza di sé e di sicurezza, che permettono di sviluppare risorse psichiche implementando per l’attenzione e rendendo più ricco ed articolato il linguaggio”.

Quali consigli importanti, allora, per i genitori e quali ancora benefici e vantaggi si possono trarre dalla Psicomotricità nei bambini? Vediamoli insieme in questa intervista.

Dott.ssa Lucattini, può spiegare cos’è la psicomotricità e perché è efficace nei bambini?

La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino come un’unità inscindibile di corpo e mente: ogni gesto, ogni movimento, è già portatore di significato psichico. In termini psicoanalitici, potremmo dire che il corpo è il primo “luogo” in cui si inscrivono le esperienze emotive e relazionali. Prima ancora delle parole, il bambino comunica attraverso il tono muscolare, il ritmo, la postura.

È efficace perché utilizza il linguaggio più naturale dell’infanzia: il gioco corporeo. Attraverso il gioco nello spazio, nel tempo e con gli oggetti, il bambino mette in scena il proprio mondo interno: desideri, paure, conflitti e può progressivamente simbolizzarlo. Questo passaggio dalla scarica motoria alla rappresentazione è uno snodo fondamentale per lo sviluppo psichico.

Lo sport, invece, insegna prevalentemente il “fare”: regole, prestazione, coordinazione finalizzata. La psicomotricità insegna l’“essere attraverso il fare”: non interessa il risultato, ma il significato del gesto. Le due dimensioni non sono in opposizione, ma complementari: la psicomotricità costruisce le basi identitarie e simboliche, lo sport può poi organizzare queste competenze in abilità più strutturate e socializzanti (Frontiers in Psychology, 2023).

In che modo, in particolare, lo sviluppo delle funzioni motorie (come l’equilibrio o la lateralizzazione), può influenzare l’attenzione e l’apprendimento stesso del linguaggio dei bambini?

Lo sviluppo motorio è il primo organizzatore dell’esperienza. L’equilibrio, ad esempio, non è solo una funzione vestibolare: è una base di sicurezza interna. Un bambino che sente il proprio corpo stabile può “lasciarlo andare” e investire energia psichica nell’esplorazione cognitiva e linguistica.

La lateralizzazione, ovvero la distinzione tra destra e sinistra è fondamentale per l’organizzazione spazio-temporale. Senza questa organizzazione, il bambino fatica a orientarsi nella pagina scritta, a seguire una sequenza narrativa, a costruire una frase.

In termini neuropsicoanalitici, il corpo organizza la mente: le reti sensori-motorie sono strettamente connesse a quelle linguistiche e attentive. Se il corpo è disorganizzato, la mente deve continuamente “tornare indietro” a regolarlo. Una ricerca su Journal of Intelligence (2026) mostra come le competenze motorie precoci siano predittive dello sviluppo linguistico e delle funzioni esecutive nei bambini.

Un blocco emotivo può manifestarsi attraverso una rigidità muscolare e sulla scioltezza dei movimenti nel bambino? È possibile notarlo attraverso la sua postura abitudinaria?

Assolutamente sì. In psicoanalisi sappiamo che ciò che non può essere mentalizzato tende a essere somatizzato o agito. Nei bambini, questo si esprime spesso attraverso il corpo: rigidità muscolare, goffaggine, posture chiuse o eccessivamente tese.

Un bambino può apparire impacciato non per un deficit neurologico, ma perché il suo corpo è investito da tensioni emotive. Allo stesso modo, una postura abitualmente contratta o una difficoltà a modulare il tono muscolare possono indicare stati interni di ansia o difesa.

Il corpo diventa così una sorta di “testo” da leggere: una postura rigida può esprimere controllo e paura, una motricità disorganizzata può indicare difficoltà nella regolazione affettiva.

Uno studio pubblicato su Current Developmental Disorders Reports (2026) evidenzia la correlazione tra regolazione emotiva e pattern motori nei primi anni di vita.

Quali sono i segnali specifici che indicano che la psicomotricità è la “cura” ideale per un bambino?

 

I segnali possono essere diversi, ma hanno un filo comune: una difficoltà nell’integrazione tra corpo ed emozione.

Iperattività: il movimento è eccessivo, ma non organizzato. È un agire senza simbolizzazione, spesso legato a difficoltà nella regolazione interna.

Inibizione: il bambino appare bloccato, evita il movimento, teme l’esplorazione. Qui il corpo è trattenuto, come se il gesto fosse pericoloso.

Ritardi nello sviluppo: difficoltà nella coordinazione, nella lateralizzazione, nella strutturazione dello schema corporeo. In tutti questi casi, la psicomotricità offre uno spazio in cui il bambino può ritrovare un equilibrio tra espressione e contenimento.

Secondo una ricerca pubblicata su Sport medicine (2025), gli interventi psicomotori e di psicomotricità, migliorano significativamente autoregolazione emotiva, attenzione e competenze sociali nei bambini con difficoltà evolutive psiconeurosomatiche.

Qual è il ruolo centrale nel trasformare i movimenti “disorganizzati” del bambino in un “significato”, anche da un punto di vista psicologico?

Il ruolo centrale è quello del terapeuta psicomotricista, che ha una funzione di “traduzione simbolica”. Il bambino porta il suo vissuto attraverso il corpo in forma spesso caotica o ripetitiva. L’adulto, attraverso la relazione, il contenimento e talvolta la parola, restituisce un significato.

È un processo molto vicino alla funzione “alfa” descritta dallo psicanalista Wilfred Bion ovvero la capacità di rappresentazione che permette al bambino di agire dopo aver pensato, riducendo così iperattività e impulsività. Anche uno studio su The Arts in Psychotherapy (2025) sottolinea proprio il ruolo della relazione corporea nel processo di simbolizzazione precoce.

Quali sport, a Suo avviso, si integrano meglio con la psicomotricità per favorire la consapevolezza corporea senza cadere nell’agonismo precoce?

Gli sport più adatti sono quelli che mantengono una dimensione di ascolto del corpo e non spingono precocemente verso la prestazione;

-Nuoto: favorisce la percezione corporea globale e ha un effetto regolatore sul piano emotivo;

-Arti marziali non agonistiche: insegnano controllo, rispetto e consapevolezza;

-Atletica di base: corsa, salto, gioco libero strutturato, senza pressione competitiva;

L’importante è evitare l’agonismo precoce, che può spostare l’attenzione dal sentire al performare.

Uno studio su Scientific Reports (2025) evidenzia come attività motorie non competitive permettano maggiormente lo sviluppo dell’autoregolazione e dell’autostima nei bambini.

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Offrite la possibilità ai figli di avere uno spazio anche a casa per muoversi: il corpo è il primo linguaggio del bambino;

-Evitate di anticipare l’agonismo: prima viene il gioco con piacere di sentire il proprio corpo, poi il “saper fare”, infine, il competere se il bambino lo desidera;

-È importante osservare, più che correggere: anche la goffaggine o l’agitazione hanno sempre un significato che è importante vedere e comprendere per potere aiutare al meglio il proprio bambino;

-Aiutare a dare un nome alle emozioni: è così che il gesto diventa pensiero;

-Offrire regole semplici e stabili: libertà e contenimento devono sempre andare insieme;

-Rispettare i tempi di sviluppo senza accelerarli: ogni bambino ha il suo ritmo e i suoi tempi di maturazione;

-Non attendere troppo se si notano delle difficoltà motorie persistenti: una valutazione da parte del neuropsichiatra infantile, integrata dalla valutazione psicoanalitica, può chiarire il quadro e indicare un intervento multimodale anche con la psicomotricità.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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A ROMA NUOVA SEDE PER LE PROFESSIONI SANITARIE

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Redazione-  Uno spazio istituzionale pensato come luogo di confronto tra salute, cultura e società, destinato a ospitare eventi, incontri e iniziative rivolte al pubblico: la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsrm e Pstrp) ha inaugurato la sua nuova sede a Palazzo Balestra, in piazza Santi Apostoli a Roma. Si tratta di un patrimonio architettonico di grande pregio che si integra con la missione della Federazione, rappresentativa di 165mila professionisti, che operano su tutto il territorio nazionale.
“Con il recupero di questo luogo, ci sentiamo parte attiva nella valorizzazione del patrimonio artistico”, ha sottolineato il presidente Diego Catania. “Si tratta di una dimora storica dal valore inestimabile”, da cui “abbiamo portato alla luce e restaurato gli affreschi, i dipinti e le opere d’arte al suo interno”. Un luogo che si trova al centro della città, nel cuore delle Istituzioni. “Da oggi – continua Catania – i nostri professionisti saranno più vicini ai luoghi in cui si assumono le decisioni, una vicinanza che è insieme fisica e istituzionale e che ne rafforza la rappresentanza, affinché il loro impegno sia sempre visibile, ovunque e da chiunque. In quest’ottica auspichiamo che le nostre professioni abbiano il giusto riconoscimento e maggiore autonomia: questa è la missione che ci accompagnerà per il prossimo futuro”, ha concluso.
Al taglio del nastro, preceduto dall’esecuzione dell’Inno di Mameli, hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni, autorità civili, militari e religiose, oltre a esponenti del mondo sanitario e culturale. La senatrice Beatrice Lorenzin, promotrice della legge 3/2018, che ha istituito la Federazione e ordinato le professioni afferenti, ha ricordato il “percorso cominciato insieme ormai tanti anni fa e che va avanti. Questa è la soddisfazione massima: siete diventati grandi e spero che possiate dare sempre un contributo costruttivo e operativo alle evoluzioni di cui noi abbiamo bisogno nel Servizio sanitario nazionale, per farlo essere sempre resiliente rispetto alle tante trasformazioni che abbiamo”.
Il taglio del nastro è stato accompagnato dalla benedizione dei locali, impartita da Don Massimo Angelelli, Direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (CEI), che ha ricordato come questa sede sia la casa di chi ha scelto di prendersi cura dell’altro, richiamando la vocazione dei professionisti della salute a essere, nel loro operare quotidiano, autentici costruttori di pace. La nuova sede si propone come luogo aperto per iniziative culturali, momenti di incontro e condivisione con la cittadinanza. In questa prospettiva si inserisce anche la collaborazione con il panorama artistico romano, con l’obiettivo di ospitare eventi e mostre negli spazi della Fno Tsrm e Pstrp, rafforzando il legame tra le professioni sanitarie e il mondo della cultura.
L’edificio, restituito alla collettività grazie a un attento lavoro di restauro, rinasce valorizzando decorazioni, tonalità e ambienti rimasti nascosti per molti anni.  La storia di Palazzo Balestra inizia nel ‘400 come dimora della famiglia Muti Papazzurri, ma negli anni divenne dimora di Jacques Francis Stuart, il re cattolico d’Inghilterra in esilio. A curare il restauro Susanna Sarmati, restauratrice e curatrice di beni culturali. “L’appartamento è stato abbandonato per anni, c’erano state infiltrazioni d’acqua che ne ha compromesso lo stato, il soffitto a ligneo era nascosto da un’ulteriore copertura in legno. Il restauro ha però portato alla luce le decorazioni dei soffitti, dai raffinati toni pastello originali, permettendo di leggere correttamente le figure e gli ornamenti che rendono unico questo edificio storico” ha concluso la restauratrice.

La nuova sede della Federazione nazionale, dunque, si pone come ponte tra la cura della persona e la cura del patrimonio, tra benessere e bellezza.

Una cerimonia inaugurale, voluta nel giorno dei Natali di Roma, giornata che è stata insieme celebrazione, visione e dichiarazione d’intenti: abitare la storia per costruire il futuro della salute.

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