Salute
PSICOMOTRICITÀ INFANTILE: IL CORPO CHE PENSA. IL VIAGGIO NELL’ESTENSIONE DEI SUOI MOLTEPLICI BENEFICI PER LA CRESCITA EMOTIVA E CORPOREA DEI BAMBINI. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, PSICHIATRA E PSICOANALISTA ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA IT
Redazione- Lucattini: “Lo sport insegna a fare”, la psicomotricità insegna a “essere” attraverso il fare organizzato e guidato da un adulto formato, esperto e competente. È proprio questa la distinzione sottile, ma importante, che rende la psicomotricità una vera e propria terapia della crescita”.
“La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino nella sua unità. Poiché corpo e mente nel bambino sono intrinsecamente collegati ed in dialogo tra loro, non c’è attività motoria che non contenga inconsciamente anche un pensiero per quanto “embrionale” o un’emozione. La psicomotricità è efficace perché utilizza uno dei canali naturali dei bambini attraverso il gioco corporeo, per intervenire lì dove le parole da sole non sono sufficienti. Attraverso uno spazio, un tempo organizzati e l’interazione ludica con gli oggetti, il bambino ‘mette in scena’ il proprio mondo interno, permettendogli di sviluppare qualità motorie e organizzare la propria personalità – spiega in questa intervista – la Psichiatra e Psicoanalista, Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.
“Il corretto sviluppo motorio – prosegue Lucattini – è uno degli elementi che concorre attivamente alo sviluppo e all’integrazione delle varie forme dell’intelligenza che supera il concetto del Quoziente Intellettivo (QI) unitario. Ad esempio, la lateralizzazione (la distinzione tra destra e sinistra) è fondamentale per l’organizzazione spaziale necessaria alla lettura e alla scrittura. L’equilibrio e la propriocezione, invece, non sono solo fisici, poiché il controllo del corpo e la sua percezione nello spazio, forniscono alla mente una sensazione di padronanza di sé e di sicurezza, che permettono di sviluppare risorse psichiche implementando per l’attenzione e rendendo più ricco ed articolato il linguaggio”.
Quali consigli importanti, allora, per i genitori e quali ancora benefici e vantaggi si possono trarre dalla Psicomotricità nei bambini? Vediamoli insieme in questa intervista.
Dott.ssa Lucattini, può spiegare cos’è la psicomotricità e perché è efficace nei bambini?
La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino come un’unità inscindibile di corpo e mente: ogni gesto, ogni movimento, è già portatore di significato psichico. In termini psicoanalitici, potremmo dire che il corpo è il primo “luogo” in cui si inscrivono le esperienze emotive e relazionali. Prima ancora delle parole, il bambino comunica attraverso il tono muscolare, il ritmo, la postura.
È efficace perché utilizza il linguaggio più naturale dell’infanzia: il gioco corporeo. Attraverso il gioco nello spazio, nel tempo e con gli oggetti, il bambino mette in scena il proprio mondo interno: desideri, paure, conflitti e può progressivamente simbolizzarlo. Questo passaggio dalla scarica motoria alla rappresentazione è uno snodo fondamentale per lo sviluppo psichico.
Lo sport, invece, insegna prevalentemente il “fare”: regole, prestazione, coordinazione finalizzata. La psicomotricità insegna l’“essere attraverso il fare”: non interessa il risultato, ma il significato del gesto. Le due dimensioni non sono in opposizione, ma complementari: la psicomotricità costruisce le basi identitarie e simboliche, lo sport può poi organizzare queste competenze in abilità più strutturate e socializzanti (Frontiers in Psychology, 2023).
In che modo, in particolare, lo sviluppo delle funzioni motorie (come l’equilibrio o la lateralizzazione), può influenzare l’attenzione e l’apprendimento stesso del linguaggio dei bambini?
Lo sviluppo motorio è il primo organizzatore dell’esperienza. L’equilibrio, ad esempio, non è solo una funzione vestibolare: è una base di sicurezza interna. Un bambino che sente il proprio corpo stabile può “lasciarlo andare” e investire energia psichica nell’esplorazione cognitiva e linguistica.
La lateralizzazione, ovvero la distinzione tra destra e sinistra è fondamentale per l’organizzazione spazio-temporale. Senza questa organizzazione, il bambino fatica a orientarsi nella pagina scritta, a seguire una sequenza narrativa, a costruire una frase.
In termini neuropsicoanalitici, il corpo organizza la mente: le reti sensori-motorie sono strettamente connesse a quelle linguistiche e attentive. Se il corpo è disorganizzato, la mente deve continuamente “tornare indietro” a regolarlo. Una ricerca su Journal of Intelligence (2026) mostra come le competenze motorie precoci siano predittive dello sviluppo linguistico e delle funzioni esecutive nei bambini.
Un blocco emotivo può manifestarsi attraverso una rigidità muscolare e sulla scioltezza dei movimenti nel bambino? È possibile notarlo attraverso la sua postura abitudinaria?
Assolutamente sì. In psicoanalisi sappiamo che ciò che non può essere mentalizzato tende a essere somatizzato o agito. Nei bambini, questo si esprime spesso attraverso il corpo: rigidità muscolare, goffaggine, posture chiuse o eccessivamente tese.
Un bambino può apparire impacciato non per un deficit neurologico, ma perché il suo corpo è investito da tensioni emotive. Allo stesso modo, una postura abitualmente contratta o una difficoltà a modulare il tono muscolare possono indicare stati interni di ansia o difesa.
Il corpo diventa così una sorta di “testo” da leggere: una postura rigida può esprimere controllo e paura, una motricità disorganizzata può indicare difficoltà nella regolazione affettiva.
Uno studio pubblicato su Current Developmental Disorders Reports (2026) evidenzia la correlazione tra regolazione emotiva e pattern motori nei primi anni di vita.
Quali sono i segnali specifici che indicano che la psicomotricità è la “cura” ideale per un bambino?
I segnali possono essere diversi, ma hanno un filo comune: una difficoltà nell’integrazione tra corpo ed emozione.
Iperattività: il movimento è eccessivo, ma non organizzato. È un agire senza simbolizzazione, spesso legato a difficoltà nella regolazione interna.
Inibizione: il bambino appare bloccato, evita il movimento, teme l’esplorazione. Qui il corpo è trattenuto, come se il gesto fosse pericoloso.
Ritardi nello sviluppo: difficoltà nella coordinazione, nella lateralizzazione, nella strutturazione dello schema corporeo. In tutti questi casi, la psicomotricità offre uno spazio in cui il bambino può ritrovare un equilibrio tra espressione e contenimento.
Secondo una ricerca pubblicata su Sport medicine (2025), gli interventi psicomotori e di psicomotricità, migliorano significativamente autoregolazione emotiva, attenzione e competenze sociali nei bambini con difficoltà evolutive psiconeurosomatiche.
Qual è il ruolo centrale nel trasformare i movimenti “disorganizzati” del bambino in un “significato”, anche da un punto di vista psicologico?
Il ruolo centrale è quello del terapeuta psicomotricista, che ha una funzione di “traduzione simbolica”. Il bambino porta il suo vissuto attraverso il corpo in forma spesso caotica o ripetitiva. L’adulto, attraverso la relazione, il contenimento e talvolta la parola, restituisce un significato.
È un processo molto vicino alla funzione “alfa” descritta dallo psicanalista Wilfred Bion ovvero la capacità di rappresentazione che permette al bambino di agire dopo aver pensato, riducendo così iperattività e impulsività. Anche uno studio su The Arts in Psychotherapy (2025) sottolinea proprio il ruolo della relazione corporea nel processo di simbolizzazione precoce.
Quali sport, a Suo avviso, si integrano meglio con la psicomotricità per favorire la consapevolezza corporea senza cadere nell’agonismo precoce?
Gli sport più adatti sono quelli che mantengono una dimensione di ascolto del corpo e non spingono precocemente verso la prestazione;
-Nuoto: favorisce la percezione corporea globale e ha un effetto regolatore sul piano emotivo;
-Arti marziali non agonistiche: insegnano controllo, rispetto e consapevolezza;
-Atletica di base: corsa, salto, gioco libero strutturato, senza pressione competitiva;
L’importante è evitare l’agonismo precoce, che può spostare l’attenzione dal sentire al performare.
Uno studio su Scientific Reports (2025) evidenzia come attività motorie non competitive permettano maggiormente lo sviluppo dell’autoregolazione e dell’autostima nei bambini.
Quali consigli si sente di dare ai genitori?
-Offrite la possibilità ai figli di avere uno spazio anche a casa per muoversi: il corpo è il primo linguaggio del bambino;
-Evitate di anticipare l’agonismo: prima viene il gioco con piacere di sentire il proprio corpo, poi il “saper fare”, infine, il competere se il bambino lo desidera;
-È importante osservare, più che correggere: anche la goffaggine o l’agitazione hanno sempre un significato che è importante vedere e comprendere per potere aiutare al meglio il proprio bambino;
-Aiutare a dare un nome alle emozioni: è così che il gesto diventa pensiero;
-Offrire regole semplici e stabili: libertà e contenimento devono sempre andare insieme;
-Rispettare i tempi di sviluppo senza accelerarli: ogni bambino ha il suo ritmo e i suoi tempi di maturazione;
-Non attendere troppo se si notano delle difficoltà motorie persistenti: una valutazione da parte del neuropsichiatra infantile, integrata dalla valutazione psicoanalitica, può chiarire il quadro e indicare un intervento multimodale anche con la psicomotricità.
Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione
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La rivoluzione Basaglia conquista l’Impero del Sol Levante: una delegazione del Giappone a Roma per studiare il miracolo italiano della salute mentale territoriale
Il modello italiano della salute mentale fa scuola nel mondo e conquista il Giappone! 🇮🇹✈️🇯🇵 Una delegazione di rilievo nazionale del Sol Levante ha visitato la ASL Roma 2 e la storica “Comunità Basaglia” per studiare la rivoluzione della legge 180. Di fronte a un sistema giapponese ancora segnato da lunghi ricoveri in ospedale, l’équipe del dottor Massimo Cozza ha mostrato la forza terapeutica dei centri diurni e degli appartamenti assistiti. Un trionfo internazionale per la sanità pubblica e i diritti dei più fragili: scoprite tutti i dettagli del summit nel nostro articolo! 👇❤️occhiali puntati sul futuro della cura! ✨
Roma – Ci sono riforme legislative che superano il freddo valore dei codici e dei commi per trasformarsi in autentiche rivoluzioni di civiltà, capaci di restituire dignità, voce e diritti a chi per secoli è rimasto confinato nel buio dell’isolamento sociale. La legge 180 del 1978, indissolubilmente legata al nome e al coraggio profetico di Franco Basaglia, ha cambiato per sempre il volto della sanità in Italia, smantellando i vecchi e spietati manicomi per edificare una rete di cura fondata sull’empatia, sulla prossimità e sull’inclusione. Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni da quella svolta epocale, il modello italiano continua a fare scuola nel mondo, imponendosi come un faro di progresso etico e organizzativo per le più grandi potenze del pianeta. Nei giorni scorsi si è consumato un incontro internazionale di altissimo profilo istituzionale: una prestigiosa delegazione nazionale proveniente dal Giappone ha fatto visita alla ASL Roma 2 per carpirne i segreti operativi.
La delegazione nipponica, composta dai massimi scienziati, clinici e luminari del settore psichiatrico del Sol Levante, ha scelto come meta privilegiata del proprio viaggio di studio il Dipartimento di Salute Mentale e Patologie delle Dipendenze della ASL Roma 2, la più grande azienda sanitaria d’Europa per bacino d’utenza. Ad accogliere gli illustri ospiti stranieri con profondo orgoglio e rigore scientifico è stato il Direttore del Dipartimento, il dottor Massimo Cozza. Il direttore, dopo aver portato i saluti calorosi e istituzionali del Direttore Generale, ha guidato gli ospiti all’interno di un viaggio a ritroso nel tempo, illustrando la complessa e affascinante evoluzione storica della psichiatria italiana: dalle macerie del modello custodiale ed emarginante fino all’attuale, fitta e trasparente rete di assistenza territoriale.
Il superamento del modello ospedaliero: il Giappone guarda alle case alloggio di Roma
I delegati giapponesi hanno manifestato un vivo, profondo e costante interesse nei confronti dell’architettura flessibile e multidisciplinare che governa i servizi romani. Gli esperti orientali hanno voluto radiografare minuziosamente il funzionamento quotidiano dei Centri di Salute Mentale (CSM), dei centri diurni di aggregazione, delle comunità riabilitative a bassa intensità e degli appartamenti assistiti. Si tratta di presidi dove i pazienti psichiatrici non vengono privati della propria libertà o degli affetti, ma vengono scortati in percorsi di riabilitazione personalizzati e centrati sulla dignità della persona, integrando l’assistenza sanitaria farmacologica con laboratori d’arte, inserimenti lavorativi e attività di socializzazione all’interno dei quartieri della Capitale.
Questo confronto ha assunto un valore scientifico ancora più drammatico e urgente quando gli ospiti giapponesi hanno illustrato, taccuino alla mano, le caratteristiche del proprio sistema sanitario nazionale. La realtà psichiatrica in Giappone, infatti, risulta ancora fortemente ancorata a una massiccia presenza ospedaliera e a ricoveri di lunghissima durata all’interno dei reparti, un modello centralizzato che la comunità medica nipponica desidera ardentemente superare in favore di una psichiatria di comunità. L’esperienza della ASL Roma 2 è stata celebrata come l’esempio perfetto di come sia possibile coniugare la massima efficienza dei servizi pubblici alla tutela assoluta dei diritti civili dei più fragili, offrendo risposte flessibili a patologie complesse.
Dall’équipe multidisciplinare alla Comunità Basaglia: il patto della cura
Ampio spazio all’interno delle intense sessioni di lavoro è stato dedicato all’analisi del ruolo e delle competenze delle diverse professioni sanitarie e sociali che compongono l’organico dell’azienda capitolina. Medici, accademici e infermieri si sono confrontati sulla quotidiana e fruttuosa sinergia che unisce i tecnici della riabilitazione psichiatrica, gli educatori professionali, i terapisti occupazionali, gli assistenti sociali, gli psicologi e gli psichiatri. Un’opera di squadra eccezionale, dove ciascuna professionalità apporta il proprio tassello di competenza per non lasciare mai nessuno da solo di fronte al baratro della malattia o delle dipendenze. Il momento di più alta e straziante intensità emotiva della visita si è consumato con il trasferimento della delegazione presso la “Comunità Basaglia”, il centro residenziale d’avanguardia recentemente intitolato proprio al padre del moderno approccio terapeutico.
Il successo di questo storico e accattivante summit bilaterale rappresenta un riconoscimento internazionale senza precedenti per il sudore, il sacrificio e il lavoro quotidiano di centinaia di professionisti della ASL Roma 2. L’entusiasmo manifestato dagli scienziati giapponesi dimostra che la cura della mente non ha bisogno di barriere, contenziosi o schermi digitali, ma di ponti umani basati sulla partecipazione attiva, sulla solidarietà e sulla trasparenza. La sfida di governare il disagio psichico trova a Roma una risposta pulita e intramontabile, un manifesto di civiltà che dal ventre della Capitale attraversa gli oceani per ricordare al mondo intero che la salute mentale si difende solo così: restando vicini alla carne, ai bisogni e alle speranze di ogni singolo essere umano.
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Schiavi delle notifiche e logorati dallo stress: lo Psicologo Claudio Belardo ci insegna come guarire dalla pericolosa “Iperconnessione Digitale”
“Mal di testa, insonnia e collo bloccato? È colpa dell’Iperconnessione! Il tuo corpo ti sta urlando di staccare gli occhi da quello Smartphone!”. Gli utilissimi consigli dello Psicologo Claudio Belardo! 📱 🧠 Vi siete mai fermati a contare quante ore passate ogni giorno con gli occhi fissi sullo schermo luminoso del vostro cellulare? Tra notifiche continue, messaggi di WhatsApp, e-mail di lavoro a mezzanotte e lo “scorrimento” compulsivo sui social network prima di andare a dormire… ci stiamo letteralmente esaurendo! La mente va in “sovraccarico cognitivo” e genera stress, ansia fortissima e insonnia cronica. E sapete chi paga il prezzo di questa “tossicodipendenza digitale”? Il nostro corpo! A lanciare questo importante allarme sociale è il Dottor Claudio Belardo, brillante Psicologo clinico iscritto all’Albo della Regione Campania: “Quando la mente subisce passivamente gli effetti dell’iper-stimolazione virtuale, l’organismo risponde irrigidendosi per la tensione!”. Non a caso, al giorno d’oggi, siamo tutti pieni di dolori cervicali, respiro corto e muscoli contratti! Ma come si guarisce da questo “Logorio della Rete”? Lo Psicologo Belardo ci regala 3 semplici e preziosi Consigli pratici basati sulla scienza. Il primo fra tutti è il coraggio di fare il “Digital Detox”: bisogna imparare a spegnere tutto (telefonini e tablet) almeno un’ora prima di andare a dormire nel letto, o mentre si sta a tavola per mangiare con la famiglia! Leggi tutti gli altri fondamentali consigli terapeutici del Dottor Belardo nel nostro approfondimento completo! 👇 👁️ E voi riuscite mai a staccare la spina da internet e dalle chat? Oppure siete tra quelli che tengono il cellulare sul comodino tutta la notte e lo guardano appena aprono gli occhi la mattina? Diteci le vostre abitudini nei commenti e condividete questo post per “svegliare” i vostri amici!
Napoli – Ammettiamolo con feroce onestà: qual è l’ultimissima cosa che i nostri occhi guardano ogni sera prima di chiudersi per la stanchezza, e qual è la primissima cosa che cerchiamo disperatamente sul comodino appena ci svegliamo? Esatto, lo schermo illuminato del nostro smartphone. Viviamo in un’epoca in cui siamo perennemente “connessi” al mondo intero, ma ci stiamo tragicamente sconnettendo da noi stessi.
L’iperconnessione quotidiana, l’uso massiccio e compulsivo di cellulari, tablet e computer stanno letteralmente ridisegnando (e spesso distruggendo) i delicatissimi confini del nostro benessere mentale. Il flusso costante e bombardante di e-mail, messaggi WhatsApp, video sui social e notifiche a cui siamo sottoposti 24 ore su 24 non distrugge solo i nostri livelli di attenzione, ma genera nuove e logoranti forme di stress cronico. Un male silenzioso che colpisce violentemente e contemporaneamente sia la nostra sfera emotiva che quella biologica.
Il sovraccarico da schermo: quando la mente si “brucia”
A fare chiarezza su questa spaventosa deriva sociale, attraverso una preziosa opera di divulgazione scientifica, è lo Psicologo Dott. Claudio Belardo (brillante professionista clinico iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Campania, Sezione A, n. 10728), da anni impegnato in prima linea nello studio delle dinamiche relazionali e dell’impatto distruttivo della tecnologia sulla nostra psiche.
I dati della letteratura scientifica internazionale parlano chiaro, e fanno paura: il “sovraccarico cognitivo da schermo” è oggi direttamente e matematicamente correlato all’aumento vertiginoso di attacchi d’ansia, depressione, alterazioni pesanti del ritmo sonno-veglia (l’insonnia dilagante) e dolorose somatizzazioni corporee.
L’allarme di Belardo: “Evitiamo la disconnessione corporea”
Il Dottor Belardo fotografa la situazione con una lucidità disarmante: «Mente e corpo sono strettamente e indissolubilmente interconnessi: quando la mente umana subisce passivamente gli effetti devastanti dell’iper-stimolazione virtuale, il nostro organismo risponde irrigidendosi per la tensione». L’ansia da schermo si trasforma in muscoli contratti e respiro affannato.
«Saper riconoscere tempestivamente i primissimi segnali di questo disagio psicofisico» – avverte lo specialista campano – «è il primo e fondamentale passo essenziale per evitare la cosiddetta disconnessione corporea e ritrovare un corretto e sano equilibrio biologico ed emotivo».
I Tre Consigli d’Oro per salvarsi dal logorio della rete
Per preservare la nostra salute dal veleno della rete, lo psicologo Claudio Belardo suggerisce a tutti noi tre strategie preventive e pratiche, basate su rigorose evidenze scientifiche:
1. Pianifica il tuo “Digital Detox”: Bisogna avere il coraggio di staccare la spina. Stabilisci finestre temporali precise, rigorose e “sacre” (ad esempio un’ora prima di andare a dormire, o durante i pasti in famiglia) che siano totalmente prive di dispositivi digitali. Il tuo sistema nervoso ringrazierà riducendo il carico di stress.
2. Ascolta il grido del tuo corpo: Presta un’attenzione maniacale a sintomi apparentemente banali come il respiro corto, il mal di testa, la rigidità cervicale o la tensione muscolare mentre usi gli schermi. Il corpo ti sta parlando. E se questo disagio diventa invalidante, metti da parte l’orgoglio ed è importante rivolgersi a un professionista della salute psicologica per iniziare un percorso clinico in studio.
3. Scegli il Movimento Consapevole: L’essere umano non è fatto per stare piegato tutto il giorno con il collo su uno schermo luminoso. Integra nella tua routine quotidiana un’attività fisica vera e strutturata. Il sano movimento del corpo umano (sempre guidato dalle figure professionali competenti del settore motorio) rappresenta un gigantesco alleato biologico per scaricare la rabbia, allentare le tensioni accumulate e sconfiggere la mortale sedentarietà digitale.
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Vaccini e paura dopo la tragedia della difterite in Sicilia. Gli Assistenti Sanitari: “Le multe non bastano, serve ascolto umano”
Morire di Difterite a soli 4 anni nel 2026 è una tragedia inaccettabile! Ma punire i genitori spaventati con multe salatissime è davvero la soluzione giusta? Il monito degli Assistenti Sanitari: “Serve rassicurazione e umanità, non solo fredda coercizione!” 💉 💔 La recentissima e drammatica morte di una bimba per difterite in Sicilia, e il preoccupante calo dei vaccini sull’Isola, hanno spinto la Regione a varare un rigido “pugno di ferro”: convocazioni coatte e multe salate per le famiglie inadempienti! Ma l’ASNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari) invita tutti a una profondissima e delicata riflessione: le multe burocratiche non bastano per sconfiggere la paura! “Nelle famiglie già sfiduciate”, spiegano gli esperti dell’Asnas, “un intervento percepito come puramente punitivo e coercitivo rischia di irrigidire le posizioni invece che convincere. Le sanzioni non intercettano i genitori che hanno davvero paura o che sono finiti vittime della disinformazione online! Per loro serve ascolto umano, pazienza e assenza totale di pregiudizio!”. La maggior parte dei bambini non vaccinati, infatti, non appartiene a famiglie “ideologicamente No-Vax”, ma a genitori disorientati o a fasce deboli che non hanno accesso ai servizi (come nel caso del quartiere ZEN di Palermo, il cui ambulatorio vaccinale era incomprensibilmente chiuso dal 2019 ed è stato finalmente riaperto!). Il grido dell’Associazione alle Istituzioni è chiaro: “Basta spaccare la società in tifoserie! Investite negli Assistenti Sanitari per ricostruire un rapporto di fiducia umana e portare la prevenzione lì dove le multe e i controlli non arriveranno mai!”. Leggi la lucida e profonda analisi nel nostro articolo! 👇 👩⚕️ Siete d’accordo con gli Assistenti Sanitari? Per convincere un genitore spaventato dai vaccini è più utile mandargli una multa a casa, oppure offrirgli un incontro privato con un professionista in grado di rassicurarlo e ascoltare le sue enormi paure senza giudicarlo? Qual è la vostra opinione? Scrivetela nei commenti e condividete questo interessantissimo dibattito!
Redazione – Morire di difterite a soli quattro anni, nel cuore dell’Italia e dell’Europa del ventunesimo secolo, è una tragedia inaccettabile che lacera le coscienze e impone una profondissima riflessione su come il nostro sistema sanitario dialoga con i cittadini. Il recente e drammatico lutto avvenuto in Sicilia, accompagnato dall’allarmante calo delle coperture vaccinali sull’Isola, ha spinto le Istituzioni regionali a correre immediatamente ai ripari, varando un rigido pacchetto di misure basato su convocazioni obbligatorie, appuntamenti fissati d’ufficio e pesantissime sanzioni per le famiglie inadempienti.
Ma la paura di un genitore può davvero essere cancellata con la minaccia di una multa pecuniaria? A rispondere a questo delicato interrogativo è intervenuta con grandissima lucidità ed empatia l’Asnas (l’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che lancia un messaggio cruciale ai vertici della sanità: le sanzioni non bastano, la vera prevenzione si costruisce unicamente insieme a chi è in grado di ricostruire, giorno dopo giorno, un rapporto di fiducia umana e professionale sul territorio.
La voce dell’Asnas: “La coercizione irrigidisce i genitori”
Sul fronte delle multe e delle convocazioni coatte, l’Asnas non nega certo la validità legale dei provvedimenti. «Sono strumenti del tutto legittimi, che rispondono a un preciso obbligo di legge», ricordano i vertici dell’Associazione. Tuttavia, c’è un enorme “ma” psicologico e sociologico da affrontare, avvalorato dalle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla fresca e dolorosa esperienza della recente pandemia.
«L’evidenza mostra in maniera inequivocabile che, nelle famiglie già profondamente sfiduciate, un intervento statale percepito come puramente coercitivo e punitivo rischia fortemente di irrigidire ulteriormente le posizioni, invece di convincere e rassicurare», spiegano gli esperti. Le multe, insomma, possono certamente spingere ad adempiere i genitori che erano semplicemente disorganizzati o sbadati, ma «non intercettano, da sole, chi ha davvero paura, chi ha subito una feroce disinformazione online o chi non si fida più delle istituzioni. Per tutte queste famiglie serve un lavoro relazionale e umano che i freddi controlli burocratici non potranno mai sostituire».
Non ideologia, ma esitazione: il caso emblematico dello ZEN
Il dibattito pubblico tende troppo spesso a dividere la società in tifoserie opposte, etichettando tutti i non vaccinati come fanatici ideologici. La realtà, però, è ben diversa. La stragrande maggioranza dei genitori che oggi non protegge i propri figli lo fa semplicemente per esitazione, per la mancanza di un’informazione chiara e accessibile. Una copertura vaccinale contro la difterite ferma all’85% in Sicilia significa che il 15% dei bambini resta quotidianamente esposto a una forma gravissima e potenzialmente letale della malattia. «La priorità assoluta non è dividere il campo tra tifoserie», ribadisce Asnas, «ma spiegare con infinita pazienza il vitale rapporto tra i rischi e i benefici».
A volte, il problema è semplicemente l’assenza dello Stato sul territorio. L’Asnas valuta infatti in modo estremamente positivo la riapertura, decisa in queste ore dalla task force regionale, del centro vaccinale dello ZEN di Palermo (incomprensibilmente chiuso dal lontano 2019). «È la conferma sul campo di quanto i servizi vicini alle persone facciano un’enorme differenza», ha sottolineato Elena Nichetti, presidente nazionale Asnas.
Dalla burocrazia al calore umano: il ruolo dell’Assistente
In un tessuto sociale così frammentato, il contributo specifico dell’Assistente sanitario diventa la vera chiave di volta per salvare vite umane. Lo spiega magnificamente Luigi Vitale, Presidente Asnas Sicilia: «Counselling motivazionale, chiamata attiva, ascolto empatico e totale assenza di giudizio, capacità di trasformare un freddo dato anagrafico in un contatto reale e rassicurante con una famiglia».
Incrociare i dati dei Pronto Soccorso per scovare i non vaccinati è utilissimo, ma «un dato serve a qualcosa solo se c’è un operatore umano che può trasformarlo in un percorso di recupero». Per questo motivo, l’accorato appello dell’Asnas alle Istituzioni chiede che il rafforzamento sanitario in corso in Sicilia non si limiti agli strumenti di polizia e di controllo, ma si traduca in un investimento stabile e massiccio negli Assistenti sanitari.
Perché, come chiosa saggiamente la presidente Nichetti: «Le regole scritte tutelano la collettività. Ma è solo la relazione umana, costruita faticosamente ogni giorno da chi lavora sul territorio, a portare la prevenzione vitale lì dove i controlli, da soli, non arriveranno mai».
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