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Cultura & Spettacolo

CINQUANT’ANNI DI “PRIMO PIANO”: LA STORIA DI CINQUE GIOVANI CHE CAMBIARONO IL MODO DI GUARDARE IL CINEMA ALL’AQUILA

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Il panel dei relatori

Redazione-  Ieri pomeriggio, 30 maggio 2026, quando nell’Aula Magna del Centro Congressi “Luigi Zordan” dell’Università dell’Aquila si sono accese le luci per celebrare i cinquant’anni del Cineclub “Primo Piano”, non si è ricordato soltanto un anniversario. Si è riaperta una porta. Una porta che cinque giovani appassionati della settima arte, e dei grandi sogni, il 7 maggio del 1976 decisero di spalancare per la città, senza sapere che da lì sarebbe passato un pezzo importante della sua storia culturale non solo aquilana.

Dopo il saluto del Rettore magnifico Fabio Graziosi, a raccontare quella stagione pionieristica, stimolati dalle domande del caporedattore del quotidiano il Centro Domenico Ranieri, sono stati il professor Mirko Lino, docente di Cinema presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’ateneo aquilano, il giornalista Giustino Parisse, e soprattutto loro: Luigi Giallonardo, Gabriele Lucci, Lucio Panella e Massimo Turco. I fondatori. I testimoni di un’epoca in cui il cinema non era solo uno schermo, ma un modo di stare al mondo. Notevoli gli spunti di analisi culturale di quella esperienza, con qualche proposta di attualizzazione a reimpostare un nuovo percorso con protagonisti di oggi.

Via San Marciano, centro storico dell’Aquila, tra Palazzo de Nardis e il lato sinistro dell’Episcopio. Un locale modesto, qualche sedia recuperata, un proiettore che sembra più un atto di fede che una macchina. È qui che nasce, 50 anni fa, il Cineclub “Primo Piano”. Non c’è nulla di eroico, almeno in apparenza. Solo cinque giovani che amano il cinema e che decidono di portare in città ciò che i circuiti commerciali ignorano: i film scomodi, i film invisibili, i film che chiedono allo spettatore di riflettere. Il Cineclub apre tutti i giorni, tre e talvolta quattro proiezioni quotidiane. La prima rassegna, America amara, è un viaggio nel lato oscuro del sogno americano. L’ultima, realizzata con il Goethe Institut, diventa la più completa retrospettiva italiana sul Nuovo Cinema Tedesco. In mezzo, centinaia di titoli che allargano lo sguardo di una generazione.

Il successo del Cineclub non passa inosservato. I gestori delle quattro sale cittadine (Olimpia, Rex, Imperiale, Massimo) lo guardano con sospetto, come un intruso che rompe equilibri consolidati. L’ostracismo è immediato. Ma in quegli anni di grande fermento culturale la città reagisce. Dacia Maraini, Marco Pannella, intellettuali, studenti, cinefili e semplici appassionati, tutti si stringono attorno a quei cinque ragazzi che hanno osato immaginare un cinema diverso. Il moto di solidarietà è forte, salva il Cineclub, e tuttavia non basta a garantirne la sopravvivenza. Nel 1979, dopo tre intensi anni di attività febbrile, “Primo Piano” chiude. Una chiusura che, col senno di poi, assomiglia più a una metamorfosi che a una fine ineluttabile e disperata. Da quell’esperienza, infatti, germoglia qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Da quel seme Gabriele Lucci avvia una stagione di straordinaria progettualità culturale che porterà negli anni a costituire un vero e proprio Sistema Cinema, la cui eco feconda supererà ben oltre i confini italiani. Nel 1981 nasce il Festival “Una Città in Cinema”, che porta all’Aquila registi, attori, critici, e un pubblico nuovo. Le stupende architetture del centro storico del capoluogo abruzzese diventano quinta di scena per le riprese di grandi autori della fotografia che rivelano i segreti della loro arte. Nello stesso anno prende vita l’Istituto Cinematografico dell’Aquila “La Lanterna Magica”, che diventerà un punto di riferimento nazionale per le sue attività, le rassegne cinematografiche, i seminari su innovazioni e sperimentazioni, gli incontri con i Maestri della settima arte.

Nel 1995 arriva l’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine, centro di alta formazione, fondata dall’Istituto Cinematografico, Comune dell’Aquila e Regione Abruzzo. Un luogo dove il cinema non si guarda soltanto, ma si studia, si crea, si vive. E soprattutto dove ci si forma, grazie ad insigni docenti nel campo umanistico e all’insegnamento offerto dai più grandi Maestri del cinema italiano ed internazionale. L’Aquila diventa così una Capitale dei Mestieri del cinema, formando nell’Accademia circa 150 giovani professionisti durante il ciclo degli studi, 3 anni di corso e 2 di specializzazione.

Nel 2001 nasce L’Aquila Film Commission, che consolida il rapporto tra la città e le produzioni cinematografiche, con buoni risultati sebbene con minime risorse a disposizione che solo attualmente, con la costituzione di Abruzzo Film Commission, hanno trovato una dimensione adeguata di finanziamento regionale. Insomma, da quel Cineclub si struttura un vero e proprio Sistema Cinema, capace di creare una Cineteca tra le più importanti d’Italia, una Mediateca specializzata nel settore cinematografico e un Museo dei Mestieri del Cinema. E di portare a L’Aquila ben 21 Premi Oscar. Un risultato straordinario, se si pensa che tutto comincia da un piccolo locale e da cinque ragazzi che non avevano altro che passione e ostinazione.

A caldo, chi qui scrive trae una sua intima riflessione. “Primo Piano” non è stato solo un Cineclub. È stato un luogo dell’anima. Un laboratorio di visione critica, un presidio sociale, una palestra di cittadinanza culturale. Negli anni Settanta, quando il cinema era ancora un rito collettivo, quel piccolo spazio rappresentò un modo nuovo di stare insieme, di discutere, di crescere. Fu il primo tentativo strutturato di creare una presenza cinematografica quotidiana, capace di incidere sul territorio e di dialogare con le altre realtà culturali della città. Da lì nasce una consapevolezza che ancor oggi risuona: il cinema non è solo intrattenimento, ma identità, comunità, memoria.

Questa, dunque, è una ricorrenza che non fa solo memoria, ma parla al presente. Cinquanta anni dopo, il Cineclub “Primo Piano” ci interroga ancora. Come si costruisce oggi un luogo del pensiero? Dove si incontrano le comunità culturali? I social media sono strumenti oppure ostacoli? Quale il valore della libertà nella proposta culturale e quale il ruolo delle Istituzioni? Come si ripensano gli spazi urbani della cultura in un mondo che oscilla tra localismi e globalizzazione? Il Cineclub del 1976 ci ricorda che tutto può nascere da un’idea forte, da un gruppo di giovani determinati, da un luogo che diventa comunità. E che la cultura, quando è autentica, apre sempre una strada dove prima non c’era.

Cinquant’anni dopo il Cineclub “Primo Piano” continua a parlare alla città. Non come un ricordo nostalgico, ma come un seme ancora fertile. L’Aquila, che negli ultimi decenni ha saputo costruire un’identità cinematografica unica in Italia – che le Istituzioni, dopo il terremoto del 2009, purtroppo non hanno saputo tutelare e preservare – deve molto a quei cinque giovani che nel 1976 decisero di aprire una porta. Da quella porta è passato un futuro che nessuno avrebbe potuto immaginare. E forse, proprio oggi, nel tempo difficile che stiamo vivendo, c’è bisogno di riaprirla ancora, quella porta, con nuovi protagonisti innamorati di futuro.

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Cultura

Musica, scrittura e arte, tutto nel medesimo spartito

Chiusa a Roma con un dialogo letterario la personale di Manuela Scannavini “Quando il suono si fa segno”.Ha chiuso i battenti la personale di Manuela Scannavini “Quando il suono si fa segno”, ospitata presso Spazio Sferocromia, l’ex-officina meccanica trasformata da Umberto Ippoliti in studio d’arte e crocevia di sperimentazioni, nel cuore di Monteverde Vecchio a Roma. La mostra ha rappresentato per l’artista un momento di sintesi, ma anche di rilancio: oltre vent’anni di pratica

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Redazione-  Ha chiuso i battenti la personale di Manuela Scannavini “Quando il suono si fa segno”, ospitata presso Spazio Sferocromia, l’ex-officina meccanica trasformata da Umberto Ippoliti in studio d’arte e crocevia di sperimentazioni, nel cuore di Monteverde Vecchio a Roma. La mostra ha rappresentato per l’artista un momento di sintesi, ma anche di rilancio: oltre vent’anni di pratica artistica condensati in un percorso espositivo composito e coraggioso, che il pubblico ha attraversato, attento e numeroso. Ora l’artista guarda già oltre, a nuovi e altrettanto intensi progetti.

 

Il dialogo: parole, musica e segno

 

Un percorso espositivo è concluso con un dialogo – riprodotto in sezioni sul canale YouTube di Manuela Scannavini moderato dalla curatrice Eugenia Querci – tra l’artista e l’autore Giulio Marzaioli, la cui scrittura, ironica, grottesca e poetica, abita i libri I sassi e Spin-off (Tic Edizioni). Alcune letture tratte dalle sue opere, poi il confronto con Scannavini attorno ai temi che ne attraversano il lavoro: il silenzio come condizione creativa, l’ascolto come metodo, la capacità di spostare il proprio centro. L’incontro con i testi di Marzaioli era arrivato per l’artista a metà del suo percorso creativo, come un riconoscimento inaspettato. “L’ammirazione provata da Marzaioli verso qualcosa che è di per sé inanimato mi ha affascinato a tal punto che alla fine mi sono fatta sasso”, aveva spiegato l’artista. “Nei suoi scritti ritrovo i temi della mutevolezza a me molto cari. Tutto ciò mi ha permesso di rimanere dentro la bolla del silenzio“. La scrittura di Marzaioli, infatti, dove ciò che è inanimato diventa esattamente l’opposto, ha rivelato durante il dialogo tutta la sua complementarità con la pittura astratta di Scannavini: narrazione e astrazione che vanno di pari passo, parole-chiave che 

equivalgono alle sue macchie di colore, nulla lasciato al caso. Un modo di narrare la realtà che non è alternativo all’arte visiva, ma ne è specchio e amplificazione. Scrive Marzaioli (da I sassi): “Il silenzio è lo stato naturale del sasso. Tutti sanno che se due sassi vengono sbattuti l’uno contro l’altro producono un rumore secco […] il sasso non inizia mai il discorso per primo”. Manuela Scannavini si era riconosciuta profondamente in quella definizione, in particolare nell’ultima fase del suo lavoro, quando, trovandosi in montagna, aveva lasciato che le pagine di Spin-off completassero il cerchio: “Sono partita dal bianco della neve e il suo suono. Stavo lavorando attraverso la musica, grazie ad essa ho fatto un lavoro di sottrazione, e anche la scrittura di Marzaioli mi ha confermato quanto sia stata complice in quel momento di chiusura del mio lavoro artistico”.

 

La musica come innesco

 

Al centro dell’intero progetto espositivo anche la musica. Quella del Maestro Carmelo Travia, in particolare i brani ZirconioSilver Smoke. È mettendosi in ascolto di quelle note che Scannavini ha potuto riversare il proprio stato interiore, “sottile o tumultuoso“, in una serie di tele pensate come un’installazione, legate tra loro da un ritmo anche visivo. Come spiega la curatrice Eugenia Querci, l’artista ha “seguito un’onda immateriale“, trasformando il suono in segno, esattamente come recita il titolo della mostra. Il metodo creativo di Scannavini, emerso chiaramente durante il dialogo, procede per strati: prima le parole-chiave che corrispondono a un sentire interiore, poi il colore, poi la composizione materica. In questa mostra, però, la musica ha preceduto tutto, come un silenzio in movimento. “Prima di dipingere mi viene spontaneo cercare delle parole chiave che possano corrispondere a un mio sentire, ad esse associo un colore”, ha raccontato l’artista. “In questa personale ho cercato un percorso nuovo: mi sono messa in ascolto“.

 

La mostra personale l’inizio di un percorso

 

La mostra ha portato all’attenzione del pubblico cinque grandi opere pittoriche, tre litografie su linoleum, un’incisione con puntasecca, due monotipi e due video, affiancati dai taccuini dell’artista, prove d’autore e le fotografie di Ilaria Turini realizzate durante il backstage del video “Quando il suono si fa segno”. Il video, con la regia di Jacopo Brucculeri e Lorenzo Lattanzi direttore della fotografia, presentava la coreografia di Giulia Rosolin interpretata dalla giovane ginnasta Sofia Biancari sulle musiche di Travia. Un secondo video, pure presente in mostra, era invece un video-racconto intimo di otto minuti con la voce narrante di Francesca Ritrovato e il montaggio di Alessandro Chiappini, ad accompagnare i visitatori nel processo creativo dell’artista. La mostra ha avuto anche una dimensione solidale, sostenendo Medici senza Frontiere. Molte delle opere sono ancora visibili presso Sferocromia, che ospita anche lo studio dell’artista, ora già al lavoro su nuovi progetti, nutrita del rapporto sempre generativo del pubblico con le sue opere e la sua visione. Che è quella di una “arte come immersione profonda in sé stessi, come necessità indifferibile di ascolto, strumento per espandere l’io oltre i confini della vita organizzata“, come la definisce Eugenia Querci, nel testo critico nel Catalogo edito da Al3viE di Raffaella Polverini. Tele che sono paesaggi interiori, che hanno una dimensione narrativa e che fanno parte di un racconto di sé.

 

Note biografiche

 

Manuela Scannavini (@manuela_scannavini) vive e lavora a Roma, dove è nata nel 1970. Sociologa di formazione, ha intrapreso il suo percorso artistico nel 2007, esplorando tecniche miste di pittura, stampa, incisione e installazione. Dal 2024 è ospite presso lo studio di Umberto Ippoliti a Spazio Sferocromia. Le sue opere sono apprezzate da collezionisti tra Roma e Torino.

Giulio Marzaioli nasce a Firenze nel 1972 e vive a Roma. I suoi testi, contributi fotografici e video appaiono su numerose riviste cartacee e telematiche italiane e internazionali. Autore versatile, attivo sia in poesia che in teatro. In poesia ha pubblicato diverse raccolte, tra cui In re ipsa (Premio Lorenzo Montano 2005, Anterem Edizioni), Trittici (Premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo 2007, Edizioni d’if) e Suburra (2009, Giulio Perrone Editore). Ha scritto per il teatro numerosi testi, tra cui Chiasmo (2002), Riflesso (2003), Metro (2004), Sottopartitura (2005), Fiori (2006) e Santa Barbara (2007), da cui sono tratti allestimenti di teatro e teatro-danza rappresentati in vari festival e teatri in Italia. Tradotto in Francia, Stati Uniti, Germania, Spagna e Svezia.  Tra le sue pubblicazioni più recenti o I sassi (2021) e Spin-off (2022), entrambi per Tic Edizioni, Narratore di paesaggi interiori e del rapporto tra ciò che è inanimato e la vita che vi si nasconde.

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Cultura

Memorie di Adriano: il capolavoro di Marguerite Yourcenar debutta a Sesto Fiorentino

🎭 La grande letteratura rivive a Sesto Fiorentino! Archivio Zeta porta in scena le “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar in un suggestivo percorso teatrale tra storia, potere e filosofia.

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Archivio Zeta Enrica Sangiovanni 2026 ph Franco Guardascione pic

Redazione-  Sesto Fiorentino si prepara ad accogliere un evento culturale di alto profilo che intreccia la letteratura del Novecento con le arti sceniche. Lunedì 15 giugno 2026, la Biblioteca Ernesto Ragionieri diventerà il palcoscenico per l’avvio di un ambizioso progetto teatrale curato dalla compagnia Archivio Zeta, interamente dedicato a uno dei testi più significativi della storia letteraria moderna: “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar. L’iniziativa si inserisce nel programma estivo “Un palco in biblioteca”, che propone fino al 24 luglio una serie di appuntamenti pensati per dialogare con il pubblico attraverso la forza delle parole e della narrazione.

un viaggio nel tempo tra potere e saggezza

Il progetto di Archivio Zeta, curato e interpretato da Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, si articola in un percorso suddiviso in tre tappe, pensato per restituire al pubblico la complessità del romanzo della Yourcenar. La prima parte, intitolata “Animula vagula blandula / Varius multiplex multiformis”, debutta alle ore 21,15. L’opera, pubblicata originariamente settantacinque anni fa, assume una veste contemporanea grazie alla sensibilità dei due artisti, che scelgono la forma della lettura scenica per dare corpo alle riflessioni dell’imperatore Adriano, impegnato a scrivere un’epistola autobiografica al suo successore Marco Aurelio.

Attraverso la voce dei protagonisti, gli spettatori saranno chiamati a riflettere su tematiche universali che hanno segnato il pensiero occidentale. Il potere, la gestione dell’impero, la finitudine umana, l’estetica e la ricerca di una saggezza personale non sono solo argomenti storici, ma pilastri su cui si fonda l’intera architettura narrativa del libro. La scelta di svolgere questo evento in uno spazio pubblico e dedicato alla lettura come la biblioteca di Sesto Fiorentino non è casuale: l’obiettivo è trasformare il luogo del silenzio e dello studio in un laboratorio vivo di pensiero, dove la prosa straordinaria della Yourcenar torna a risuonare per interrogare il presente. Gli appuntamenti proseguiranno poi nelle date del 22 e 29 giugno, offrendo una continuità drammaturgica necessaria per immergersi pienamente nella vicenda imperiale.

giovani voci e letteratura a confronto

La giornata inaugurale del 15 giugno si arricchisce anche di un momento dedicato alle nuove generazioni. Alle ore 17, infatti, presso la stessa biblioteca, si terrà la presentazione di “Nati per sbagliare con stile”, una raccolta di racconti curata da trentadue adolescenti. Questi giovani autori provengono dai laboratori del Porto delle Storie, una scuola di scrittura non profit situata a Campi Bisenzio, che da tempo si impegna a fornire strumenti espressivi agli adolescenti del territorio. L’evento vedrà la partecipazione dello scrittore Antonio Ferrara, noto per opere come “Ero cattivo” e “Pusher”, che dialogherà con i ragazzi sulla loro esperienza creativa.

Questo doppio appuntamento sottolinea la vocazione di Sesto Fiorentino come polo di aggregazione culturale. L’intero cartellone di “Un palco in biblioteca”, che si protrarrà fino a fine luglio, mira a coinvolgere un pubblico eterogeneo attraverso linguaggi differenti. Il calendario prevede infatti la presenza di figure di spicco del panorama artistico nazionale: dal campione di volley Andrea Zorzi, che condividerà il palco con l’attrice Beatrice Visibelli, fino all’ironia di Anna Meacci nei panni della “Romanina”, passando per l’omaggio musicale a Léo Ferré proposto da Anna Maria Castelli.

Per partecipare allo spettacolo di Archivio Zeta, così come agli altri eventi in programma, è richiesta la prenotazione obbligatoria. Gli interessati possono riservare il proprio posto tramite il portale bit.ly/sestoeventi o rivolgendosi telefonicamente al numero 055.4496851. La partecipazione è gratuita, salvo diverse indicazioni specificate nel programma, e l’accesso è consentito fino a esaurimento della capienza disponibile. La biblioteca Ragionieri, situata in Piazza della Biblioteca 4, conferma così il proprio ruolo di presidio culturale dinamico, capace di unire l’impegno letterario alla vitalità delle performance contemporanee, offrendo ai cittadini un’opportunità unica di arricchimento personale nel cuore dell’estate toscana.

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Spettacolo

Lago d’Iseo Jazz 2026, sette concerti tra Iseo, Predore e Palazzolo sull’Oglio con i grandi nomi del jazz italiano

🎷 Tra Iseo, Predore e Palazzolo sull’Oglio torna Lago d’Iseo Jazz 2026, con sette concerti gratuiti tra omaggi a Miles Davis e John Coltrane, grandi maestri e nuovi talenti.
Una settimana di musica sul Sebino tra jazz, paesaggio e progetti speciali: leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#LagoDIseoJazz #Jazz #Iseo #MusicaDalVivo

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Lago dIseo Jazz locandina 2026

Redazione-  Iseo si prepara ad accogliere una nuova edizione di uno degli appuntamenti piu longevi e riconoscibili del panorama jazzistico nazionale. Dal 19 al 27 giugno torna infatti Lago d’Iseo Jazz – La Casa del Jazz Italiano, che nel 2026 taglia il traguardo della trentaquattresima edizione con un cartellone di sette concerti distribuiti tra Iseo, Predore e Palazzolo sull’Oglio. La rassegna conferma la propria identita: mettere al centro la musica italiana di qualita, accostando figure storiche e giovani protagonisti in ascesa, dentro contesti paesaggistici e architettonici di forte impatto. Tutti gli eventi saranno a ingresso libero, elemento che contribuisce a rafforzare il rapporto del festival con il territorio e con un pubblico ampio.

Anche quest’anno la manifestazione si muove lungo le sponde del Sebino, mantenendo la sede storica di Iseo e quella ormai consolidata di Palazzolo sull’Oglio, ma ampliando ulteriormente il proprio raggio con l’arrivo a Predore, sulla sponda bergamasca del lago, grazie alla collaborazione con l’Accademia Tadini di Lovere. Restano anche il patrocinio di MIDJ, l’associazione dei musicisti italiani di jazz, e la collaborazione con Rai Radio Tre, media partner che dedichera alla rassegna la tradizionale trasmissione antologica. Sul piano organizzativo, accanto a Sviluppo Turistico Lago d’Iseo, entra da quest’anno anche l’associazione culturale Secondo Maggio, attiva da decenni a Milano con la rassegna Atelier Musicale.

tra centenari illustri, nuovi progetti e luoghi simbolo del Sebino

Il programma 2026 si distingue per la varieta delle proposte e per la scelta di valorizzare luoghi molto diversi tra loro: il sagrato della Pieve di Sant’Andrea a Iseo, il Parco delle Tre Ville di Palazzolo sull’Oglio, l’auditorium ricavato nella Chiesa di San Giovanni Battista a Predore e il grande prato-solarium del Sassabanek, ancora a Iseo. In questi spazi si alterneranno concerti preceduti da una guida all’ascolto, formula che da anni accompagna il festival e ne rafforza l’impronta divulgativa.

Ad aprire la rassegna, venerdi 19 giugno, sara il sassofonista Gianni Denitto, protagonista a Iseo con un progetto ispirato al romanzo The Shadow Line di Joseph Conrad. La sua musica costruisce un viaggio simbolico tra giovinezza, trasformazione e consapevolezza, affidato a una formazione di giovani musicisti italiani e a una scrittura che guarda al mainstream contemporaneo. Il giorno successivo, sabato 20 giugno, sempre a Iseo, tocchera a Giovanni Falzone con la sua Freak Machine, trio che porta dentro il jazz elementi punk, funky, rock, elettronici e suggestioni della musica contemporanea colta. Un progetto che unisce improvvisazione aperta e riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia.

Una delle linee piu forti dell’edizione 2026 e il richiamo ai centenari di Miles Davis e John Coltrane, due figure capitali della storia del jazz. Il 25 giugno al Sassabanek di Iseo il trombettista Marco Mariani proporra un tributo al quintetto storico di Miles Davis degli anni Sessanta, rileggendo pagine meno frequentate ma decisive del repertorio davisiano con musicisti legati ai Civici Corsi di Jazz di Milano. Nella stessa serata sara protagonista anche Claudio Angeleri con il progetto From Be to Pops, costruito su celebri canzoni italiane rilette attraverso un linguaggio jazz contemporaneo che attraversa pop, funk, bebop e blues.

da Enrico Intra a Eugenia Canale, il finale unisce generazioni e linguaggi

Il 26 giugno il festival si spostera a Predore, dove all’auditorium civico San Giovanni Battista salira sul palco l’Enrico Intra Group. Dopo aver celebrato i suoi novant’anni proprio nella scorsa edizione del festival, Intra torna come testimonial musicale della rassegna con il progetto IN-TRA In Duo, nato anche da un recente disco pubblicato da Alfamusic. Il concerto mette in dialogo il maestro milanese con giovani talenti del jazz italiano, in una formula che riflette bene una delle cifre del festival: l’incontro tra generazioni diverse, dentro una musica che resta contemporanea, aperta e ricca di spunti improvvisativi.

La chiusura, sabato 27 giugno a Palazzolo sull’Oglio, sara affidata a due concerti nel Parco delle Tre Ville. Il primo vedra protagonista Paolo Birro in piano solo con un omaggio a John Coltrane costruito non sul suono del sassofono, ma sulle composizioni del grande musicista americano. Una scelta originale, che permettera di leggere l’universo coltraniano da una prospettiva diversa, mettendo in evidenza la sua profondita armonica e la ricchezza delle sue diverse fasi creative. Per un progetto di questo tipo serviva un interprete di grande cultura musicale, e Birro, figura molto stimata anche tra i colleghi, appare il nome naturale per affrontare un repertorio tanto complesso.

A seguire salira sul palco il Rebus Quartet della pianista Eugenia Canale, con una rilettura jazzistica di alcune delle arie principali della Turandot di Giacomo Puccini, tra cui Nessun dorma. Il progetto trasporta il melodramma dentro il linguaggio del jazz, attraversando bebop, New Orleans, libera improvvisazione e funky-blues, ma lasciando riconoscibili linea melodica e impianto armonico. Una proposta che conferma la volonta del festival di non ripetersi e di tenere insieme tradizione, contaminazione e ricerca.

Nel complesso, Lago d’Iseo Jazz 2026 presenta un cartellone che tiene insieme grandi nomi, giovani promesse, progetti speciali e forti riferimenti alla storia del jazz, sempre in dialogo con i luoghi che lo ospitano. E proprio questa capacita di legare musica e paesaggio, linguaggi diversi e generazioni lontane, continua a rendere la rassegna una delle esperienze culturali piu riconoscibili dell’estate lombarda.

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