Redazione- Negli studi televisivi di Rai 3, il ritorno di Erri De Luca nel corso della prima puntata stagionale di “Filorosso” ha segnato un momento di riflessione profonda sul valore del linguaggio e sulla responsabilità individuale. Lo scrittore napoletano, intervistato da Antonino Monteleone, ha scelto di non sottrarsi al confronto pubblico, ribadendo una visione del lessico che va oltre la semplice comunicazione. La sua celebre frase, “Le parole me le cerco, le difendo. Penso che le parole difendano me”, ha aperto un dialogo che ha toccato i temi della libertà, della formazione giovanile e della critica ai moderni strumenti di interazione digitale.
La precisione del linguaggio come scudo contro la manipolazione
Nel contesto odierno, caratterizzato da uno scambio rapido e spesso superficiale di opinioni, De Luca ha rivendicato con forza la necessità di una terminologia rigorosa. Non si tratta di un esercizio accademico o di una mera estetica letteraria, ma di un presidio di difesa civile. Secondo lo scrittore, le parole non possono essere considerate contenitori neutrali, poiché ogni termine porta con sé un bagaglio di effetti sentimentali che influenzano la percezione della realtà.
Il rischio, ammonisce De Luca, è quello di lasciarsi sopraffare dal vocabolario imposto dalla pubblicità o dalle narrazioni politiche dominanti. Per evitare questa subordinazione, occorre una continua igiene della lingua. Questo metodo deriva da una pratica costante: la lettura. “Ho letto molti più libri di quanti ne ho scritti”, sottolinea, evidenziando come la letteratura sia il laboratorio dove si affila la capacità di distinguere e scegliere i termini corretti, quelli capaci di offrire una definizione più fedele alla complessità del reale. Il confronto con gli anni della giovinezza è apparso chiaro: in passato, la precisione terminologica, legata anche a un’appartenenza politica, obbligava all’uso di categorie sociologiche definite — come la distinzione tra proletariato e popolo — che oggi paiono essersi evaporate in una vaga omogeneità.
Critica all’isolamento digitale e rivendicazione di indipendenza
Durante il colloquio, non sono mancate le stilettate al mondo del web. De Luca ha espresso una posizione netta riguardo ai social network, definendoli paradossalmente “a-social”. La critica si concentra sulla dinamica di isolamento che viene incentivata dietro la protezione di uno schermo. Per lo scrittore, la soddisfazione effimera di una pubblicazione online è la prova tangibile di una solitudine contemporanea camuffata da condivisione. Questo punto di vista si inserisce coerentemente nel ritratto di un uomo che ha sempre cercato di mantenere una propria autonomia intellettuale e fisica.
La narrazione della sua vita si è intrecciata con il concetto di anticonformismo, termine che lui stesso ha accettato solo in un secondo momento, dopo averlo percepito inizialmente come un’esclusione. Il suo essere fuori dal coro non è una posa, ma una costante autobiografica. Ha citato, a tal proposito, la sua scelta radicale di lasciare la casa dei genitori a diciotto anni, senza preavviso, come atto fondativo della propria libertà. Una libertà che non consiste nel sapere con certezza quale direzione prendere, ma nel rifiuto netto di restare in una condizione che non sente più propria.
Un confronto lucido oltre le polemiche
Pur essendo stato al centro di recenti e accese cronache – con particolare riferimento alle sue posizioni su questioni internazionali che hanno scatenato dibattiti pubblici – lo scrittore ha preferito non soffermarsi sulle polemiche contingenti. Ha scelto invece di rispondere alle critiche con una calma imperturbabile, dichiarando che la reazione del sistema non lo sorprende né lo disturba. Al contrario, ha voluto rimarcare come, a fronte delle critiche, abbia ricevuto anche molteplici segnali di stima e solidarietà da parte dei lettori.
In definitiva, l’intervento a “Filorosso” è apparso come un lucido manifesto di un intellettuale che considera la scrittura e la parola parlata come strumenti di resistenza. La coerenza tra le scelte compiute in giovinezza e la postura assunta oggi, durante questa fase di attenzione mediatica, conferma l’immagine di un autore che non intende negoziare la propria libertà di pensiero, indipendentemente dalle pressioni che derivano dal contesto pubblico. Il punto fermo resta il vocabolario: inteso come l’unico vero strumento in grado di proteggere l’individuo dall’appiattimento e dall’omologazione che caratterizzano gran parte del dibattito contemporaneo.